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LETTERA III DI ALESSANDRO VOLTA PROFESSORE DI PAVIA AL PROFESSORE GREN DI HALLA SULLO STESSO ARGOMENTO

Marzo 1797.

FONTI.

STAMPATE.

Br. Am., T. XIV (1797), pg. 40. Ann. de Ch., T. 29 (1798) (extrait par Van Mons), pg. 91. Ant. Coll., T. II, p. II, pg. 69.

MANOSCRITTE.

Cart. Volt.: J 46; J 47; L 13.

OSSERVAZIONI.

TITOLO: da Br. Ann. DATA: del V., scritta in L 13.

J 46, ampio brano di una prima minuta che differisce sensibilmente dal testo pub- blicato in Br. Ann. anche nella suddivisione in §§. J 47, brano della precedente minuta ripetuto con modificazioni. L 13, minuta completa e quasi concordante salvo nella divisione dei §§.

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LETTERA TERZA.

Vi ho comunicato, mio rispettabile collega, (nella 2 a delle lettere scrittevi in agosto dell’anno passato) una parte solamente delle sperienze, con cui mi è riuscito di rendere sensibile agli elettrometri anche meno delicati l’elettricità eccitata nei metalli per virtù del semplice combaciamento, ossia mutuo con- tatto di due di essi di differente specie, cioè quelle sperienze ch’io aveva fatte fino allora coll’ajuto del duplicatore di NICHOLSON; e solo hovvi accennato di fuga (§ LVII e LXX), che anche col semplice mio condensatore di elettricità avea potuto ottenere lo stesso. Or dunque di quest’aria parte di sperienze, che ho da quel tempo estese di molto e perfezionate, e di altre assai più semplici an- cora, con cui son giunto ultimamente ad aver segni elettrici a dirittura da essi metalli combaciatisi, senza neppure ricorrere al condensatore

Di questo pure ho dato un cenno nelle note aggiunte posteriormente alla citata lettera: cioè not. ai §§. LXIII, LXX e LXXI.

, sperienze quanto più semplici altrettanto più chiare e decisive, mi propongo di parlarvi in oggi a compimento del soggetto che ho preso a trattare.

§ LXXXIII. Per queste ultime prove d’altro non fa bisogno, che dei piattelli di diversi metalli già descritti nella lettera precedente (§ LXIII), e di uno elettroscopio di BENNET, ossia a listarelle di foglia d’oro finissima (sebbene anche un elettrometro a paglie sottili

Può vedersi la descrizione di tali elettrometri a paglie, ch’io ho sostituite con van- taggio ai pendolini di sottil filo metallico terminanti in pallottoline di midollo di sambuco, nelle mie Lettere sulla Meteorologia elettrica, pubblicate ne’ Giornali del Professore BRUGNA- TELLI.

possa esser atto, cioè sensibile abba- stanza): per le altre vi vuole inoltre una boccettina di Leyden, e un piccolo condensatore; per il qual ultimo può servire benissimo uno degli stessi piat- telli, ed un pezzo d’incerato, cui si adatti quello a dovere.

Cominciando dunque dalle più semplici, ripetansi le sperienze del già citato § LXIII e segg. LXIV, LXV, LXVI, colla sola differenza, che staccati i due piattelli dal mutuo combaciamento si porti l’uno o l’altro a toccare, non già il du- plicatore (di cui non vogliamo ora più servirci), ma immediatamente la testa o cappelletto dell’elettroscopio sensibilissimo; e vedrassi che i suoi pendolini, le fogliette d’oro acquisteranno qualche divergenza, indicheranno cioè alcun grado di elettricità; e questa positiva, o negativa, secondo la natura del metallo che si esplora, e di quello cui venne applicato a combaciamento, a norma di quanto si è già spiegato nella lettera precedente.

§ LXXXIV. Questa divergenza, ove le circostanze siano favorevoli, non è tanto piccola, che debbasi aguzzar molto l’occhio per iscoprirla; ella non è punto equivoca, se anche l’elettroscopio non sia de' più sensibili; insomma è maggiore di quello ch’io stesso mi sarei potuto aspettare. Con un piattello d’argento ed uno di zinco ben tirati, e che si combaciano a dovere, a segno di manifestare una notabile coesione; che io strofino ben bene, innanzi di ap- plicarli l’uno all’altro, contro una saglia, o contro a fogli di carta sugante, per renderne le faccie, che hanno a combaciarsi, asciutte, monde e terse; che porto al più ampio ed esatto combaciamento tra loro, e stacco indi ad un tratto, e perpendicolarmente; con tali piattelli, e tali attenzioni riesco, ove anche il resto trovisi in buon ordine, cioè gl’isolamenti sì di essi piattelli, che dell’elet- troscopio, perfetti, e l’ambiente secco, riesco a far divergere le fogliette d’oro più d’una linea la prima volta, voglio dire con un sol toccamento del piattello d’argento, o di quello di zinco, appena staccasi un dall’altro, contro il cappel- letto di esso elettroscopio; poi due, e fino tre buone linee, con due, tre, o quattro toccamenti: dopo i quali portata l’elettricità dell’elettroscopio al medesimo grado di quella del piattello, è inutile il moltiplicare ulteriormente tali tocca- menti.

§ LXXXV. Invero un’elettricità, così spiegata ottenuta coi semplici toc- camenti metallici è cosa affatto sorprendente, e grande stupore infatti ha re- cato a tutti gl’intelligenti, a cui ho avuto occasione di mostrare tali sperienze. Dessa poi ha il vantaggio, perciò appunto che si manifesta con sì notabile divergenza dei pendolini dell’elettroscopio, di facilmente scoprirci, mercè i soliti criterj dei movimenti, di quale specie sia nelle diverse prove, se positiva cioè, o negativa. Così dunque scopresi negativa quella dell’ argento dal ristrin- gersi detti pendolini dell’elettroscopio cui si è comunicata, od allargarsi vieppiù, secondochè si accosta al medesimo un bastoncino di vetro, od uno di ceralacca soffregati; viceversa positiva quella dello zinco dall’accrescersi la divergenza da lei cagionata col vetro, e diminuirsi colla ceralacca, ec.

§ LXXXVI. Ho già fatto osservare (lett. prec. § LXIV), che, le altre cose pari, maggior elettricità si ottiene se, in luogo di tenere isolati ambedue i piat- telli mentre stanno a mutuo combaciamento applicati, si fa sì, che uno di essi comunichi col suolo: e ciò affinchè compia a dovere all’officio di condensatore; conforme ho mostrato, che han luogo effettivamente in tali sperienze i principj del condensatore (§ LXXII e segg.). Or egli è appunto in questa maniera, che porto fin a 2, 3 linee, ed anche un poco di più nelle circostanze favorevolissime, la divergenza nelle fogliette dell’elettroscopio di BENNET (§ LXXXIV), ed a 1 linea quasi quella delle paglie sottili nel mio

Gli elettrometri a listarelle di foglia d’oro, e a paglie, di cui mi servo, son tali, che il primo è giusto 4 volte più sensibile del secondo.

. Nell’altra maniera, cioè tenendo isolati ambi i piattelli, non posso ottenere che la metà, di tanto, o poco più, coerentemente alle sperienze riportate già nella lettera prec. (§ LXIII e LXIV).

§ LXXXVII. Una ragione generale di ciò, e che potrebbe bastare, ce la presenta la teoria del condensatore, che (come ho mostrato nei citati §§ della lettera prec.) ha luogo sibbene per le sperienze de’ due piattelli metal- lici, ed esige, che il piatto inferiore non sia altrimenti isolato, se nel superiore dee potersi contenere la maggior quantità possibile di elettricità. Ma pure stimo non inutile il dar quì una spiegazione più particolare e meglio adattata al caso nostro. Dirò dunque, che se in quanto sono i metalli motori di elettri- cità incitano il fluido elettrico, e lo determinano stante il mutuo loro contatto ad una specie di disequilibrio, a passare per esempio dall’argento nel zinco, ed accumularsi in questo a spese di quello, in quanto sono d’altra parte con- duttori, non si tosto hanno acquistato per tale sbilancio qualche tensione elettrica, che richiamano, e sollecitano il fluido medesimo all’equilibrio. Or dunque da queste due forze opposte dee venire costituito un maximum, ossia un limite sì all’accumulamento di fluido elettrico nell’uno dei metalli che si accozzano che al diradamento nell’altro. Supponiamo che tal limite nel più congruo combaciamento di un piattello d’argento con uno di zinco trovisi quando la differenza nella rispettiva densità del fluido elettrico è divenuta eguale a 2; se ambedue i piattelli tengansi isolati, arriverà questo limite tosto che l’argento abbia perso 1, ed acquistato 1 il zinco, con che effettivamente la differenza o sbilancio, e la tendenza quindi all’equilibrio risulterà =2; e però l’elettricità che manifesterà ciascuno dei due quando appresso saranno separati, l’argento cioè negativa, positiva lo zinco, non potrà esser maggiore di 1. Se all’incontro il zinco solo trovisi isolato, e l’argento comunichi colla terra, in tal caso venendo questo mano mano risarcito dal suolo del fluido che dà al primo, potrà dargliene fino alla quantità già detta di 2; tantochè l’elet- tricità positiva, che indi dispiegherà esso zinco, sarà pure =2. Così se non sia isolato lo zinco, ma l’argento solo, deponendo il primo nel suolo quanto di fluido riceve dal secondo, potrà privarsene questo fino all’indicata quantità di 2, e dispiegare poi levato dal contatto un’elettricità negativa =2.

§ LXXXVIII. È facile applicare questa spiegazione ad altre combina- zioni di metalli diversi, avuto riguardo che le forze motrici (le quali, sia che provengano da attrazione o ripulsione verso il fluido elettrico, o da qualsi- voglia potenza, risolvonsi in un impulso che detto fluido riceve), tali forze differiscono notabilmente per ciascuno, come ho insinuato in molti luoghi, in modo che combinata colla facoltà conduttrice, la quale può supporsi presso a poco eguale in tutti, ne risulta per ogni diversa combinazione, ossia coppia di metalli, un diverso sbilancio di fluido elettrico, ec. Così se lo sbilancio tra ar- gento e zinco si ponga = 2 (§ prec.), sarà eguale a 1, poco più poco meno, quello tra argento e stagno, e tra stagno e zinco; eguale presso a poco a 1/2 lo sbilancio tra argento e ottone, tra ottone e ferro, tra ferro e stagno, ec.; tra al- cuni altri metalli meno diversi ancora in ordine alla virtù motrice, come oro e argento = 1/4, o minore; finalmente minimo od inapprezzabile tale sbilancio per altre combinazioni, ma non mai nullo affatto, se non fra metalli in tutto simili, della stessa specie cioè, della stessa tempra, polimento, ec., ne’ quali non avendo effetto, ossia bilanciandosi le forze motrici perfettamente eguali, fanno che si comportino i due metalli compagni come semplici conduttori, e sortano quindi dal mutuo combaciamento, fatto anche nel miglior modo, senza il minimo che di elettricità.

§ LXXXIX. Ho supposto fin quì, che il combaciamento de’ due metalli succeda in assai ampie superficie de’ medesimi, ben piane, asciutte e terse, e riesca al più possibile esatto; che il distacco si faccia ad un tratto, e perpen- dicolarmente, mantenendo cioè parallele le faccie fra loro fino a che ne sia compita la separazione, e il necessario allontanamento. Egli è solamente con queste attenzioni, e nelle circostanze favorevoli di tempo secco, onde i neces- sari isolamenti mantengansi perfetti, cose tutte, che ho già sopra prescritte (§ LXXXIV), che ottengo realmente da’ miei piattelli tanta elettricità, quanta ho (ivi) spacciato di ottenere. Mancando in qualche parte a tali condizioni, non arrivo più co’ piattelli d’argento e di zinco a far divergere le fogliette del- l’elettroscopio di BENNET le 3 linee; e per poco neppure le 2: e così a propor- zione cogli altri metalli: e siccome adoperando anche colla maggiore attenzione e diligenza non sempre il combaciamento degli stessi piattelli riesce egual- mente bene, di che è prova la coesione or maggiore, or minore, or nulla che mi si manifesta nello staccarli; così avviene, che da una volta all’altra sortano gli stessi metalli dal mutuo combaciamento con diverso grado di elettricità; che i piattelli d’argento e di zinco rare volte ne abbiano acquistata tanta da far divergere 3 lin. le fogliette dell’elettroscopio di BENNET; che sovente non le allarghino che 2 circa, come or ora si disse, ec. Che se le faccie de’ piattelli siano notabilmente ineguali, o scabre, o sucide, sicchè niuna sensibile coesione abbia luogo, sarà molto se giungeranno essi piattelli d’argento e di zinco a tanto di elettricita da movere le fogliette d’oro di 1 lin. o di 1 1/2; peggio poi se si sovrapponga l’un piattello all’altro per metà solamente, o per una più pic- cola porzione di dette faccie piane; e peggio ancora se si applichino non paral- lelamente, ma ad angolo e per pochi punti; se il contatto abbia luogo negli orli soltanto; o se tal contatto ad angolo, o dei soli orli accada in ultimo perchè s’inclini un piattello verso l’altro staccandoli, o in altra maniera si faccia mala- mente un tale distacco: in tutti questi casi sortiranno i medesimi piattelli di argento e di zinco da tali contatti con sì debole elettricità, che appena po- tranno darne qualche segno al più delicato elettroscopio, o non ne daran punto: molto meno ne daranno in simili circostanze altri piattelli meno diversi tra loro, ec.

§ XC. La ragione per cui importa così tanto, che il contatto de’ due me- talli sia il più ampio ed esatto, che le faccie dei piattelli piane, eguali e monde si combacino nel miglior modo, si è, perchè compensandosi in certa maniera le contrarie elettricità ne’ due piattelli così affacciati, e ciò tanto meglio, quanto appunto tale affacciamento è più largo, e giunge a maggior prossimità, si so- stengono esse a vicenda, in guisa che posson crescere corrispondentemente in quantità senza distruggersi l’una l’altra: come coerentemente ai noti prin- cipj e leggi intorno all’azione delle atmosfere elettriche, applicate particolar- mente al Condensatore, ho spiegato già nella lettera precedente (dal § LXXI al LXXVI).

§ XCI. Abbiam supposto ivi, che la picciolissima coibenza, che può rite- nere il fluido elettrico sbilanciato tra due metalli accozzati, e che lo ritiene in- fatti nello zinco, in cui venne accumulato in virtù del semplice suo contatto coll’argento, sicchè non rifluisca da quello a questo, che tal coibenza sia eguale a 1/200 di grado. Questa cosa spiegata un poco meglio nella nota al § LXXI di tal lettera, indi anche al § LXXXIV della presente, e che vorrei pure dilucidare quì d’avvantaggio, riducesi a ciò, che dalla composizione delle forze motrici e delle conduttrici, eguali queste presso a poco per tutti i metalli, differenti quelle per ciascun metallo diverso, ne risulta una data determinata forza, o tensione di elettricità comportabile da una data combinazione di metalli addotti al mutuo contatto, che può sussistere cioè a fronte della loro conducibilità; la quale fa- coltà conduttrice perdente nel contrasto, ossia resa in qualche modo minore, dà luogo ad una certa qual coibenza accidentale maggiore assai della coibenza loro nativa od originaria, di quella cioè che compete ad essi metalli negl’in- contri di simile a simile, ec., in cui forze motrici non hanno influsso. Un tale bilancio delle forze motrici e conduttrici nell’argento e zinco cimentati tra loro diciamo dunque aver luogo, ridotta che sia la tensione elettrica a 1/200 di grado, cioè questo essere il risultato della composizione di tali forze.

§ XCII. Or valutisi, come io soglio, per 1 grado quella forza elettrica, che appena comincia ad essere sensibile ad un elettrometro di paglie lun- ghe tre buoni pollici e sottilissime, facendo divergere di mezza linea le loro punte

Per sottili che sieno le paglie, e per quanto pendano l’una all’altra vicine senza toc- carsi, mancherà pochissimo che i loro assi distino già di 1/2 linea; onde sarà insensibile quella elettricità che non giunga ad allontanargli almen di tanto. Che se le pagliette pen- dendo naturalmente si tocchino, l’adesion mutua permetterà difficilmente che si stacchino anche per un’elettricità di 1/2 lin. o alquanto più forte, e però debbono bensì pendere vi- cinissime e parallele, ma non toccarsi.

, e corrispondentemente 2 lin. le listerelle di foglia d’oro dell’elettroscopio di BENNET, il quale, sebbene possa essere ancora più mobile e delicato, lo è ab- bastanza ove riesca quattro volte più sensibile dell’anzidetto a paglie lunghe e sottilissime. Saran dunque forti di 1 grado, e di 1 1/2 le elettricità, di eccesso e difetto rispettivamente, con cui sortono dal mutuo contatto i due piattelli di zinco e di argento, ove giungano a far divergere di 2 e di 3 linee le fogliette dell’elettroscopio di BENNET; come vi giungono difatti nelle favorevoli circo- stanze (§ LXXXIV, LXXXVI, LXXXIX). Ma come, se a 1/200 di grado sola- mente è eguale la coibenza di detti metalli, o a meglio dire la tensione elet- trica, che possono comportare (§ prec.)? Come ha potuto arrivare l’elettricità a 1 grado intiero, e più? Come l’han potuta ritenere tanta elettricità, e tanto forte essi metalli pel mutuo loro contatto?

§ XCIII. La risposta a queste difficoltà, che a prima giunta sembra inespli- cabile, e forma uno de’ più grandi paradossi in elettricità, trovasi nel già detto e spiegato. Basta richiamarsi, che i piattelli applicati l’uno all’altro a dovere colle loro piane superficie fanno nel miglior modo l'officio di condensatore, tantochè quella quantità di elettricità, che dispiega ora 1 grado, 1 1/4 gr. ed anche 1 1/2 gr. di forza in questo o quel piattello staccato o solitario, perdeva prima, stando essi piattelli applicati al congruo combaciamento (e perderà di nuovo, ove tornino quelli a combaciarsi nell'istesso modo) tanto della sua tensione, ond’essere questa ridotta ad una picciolissima frazione di grado, ad 1/100 per avventura, ad 1/150, o ad 1/200, secondochè la virtù condensatrice arriva a condensare 100, 200, 300 volte, ec.

§ XCIV. Io avea già trovato, che un buon condensatore ordinario consi- stente in un piatto o scudo di metallo discretamente piano, e non levigatis- simo, e in un piano di marmo, o simile altro semicoibente, neppur esso tirato a perfetta eguaglianza, i quali perciò si applicavano mezzanamente bene, ma non benissimo, che un tal condensatore nelle favorevoli circostanze condensava già più di 100 volte; e più poi di 150 un altro condensatore, di cui mi servo spesso con grande vantaggio, consistente in una specie di guanto di fino in- cerato (ma vecchio, tantochè non sia nè attaccaticcio, nè troppo coibente), che applico, introdottavi la mano, immediatamente, e con discreta pressione ad un piattello di 3 pollici di diametro avvitato sopra il cappelletto dell’elet- trometro a paglie, o a fogliette d’oro. Ora osservo, che meglio un piano si adatta al compagno e lo combacia, e più, le altre cose pari, divengon atti all’ufficio di condensare l’elettricità, massime entro i limiti di una debolissima tensione. Non è dunque fuori del possibile, nè del verosimile, che la condensazione nei nostri piattelli di metallo tirati a perfezione, che si combaciano nel miglior modo colle loro ampie, monde e asciutte superficie, arrivi a 200 e più, e forse a 300 volte, riguardo ad un’elettricità, che nel suo maggior vigore resta al di sotto di 2 gradi.

§ XCV. Or se tale si ponga la condensazione, cioè =300, quando col mi- gliore combaciamento de’ due piattelli, e le altre circostanze favorevoli, si ottiene tanta elettricità in quel d’argento, o in quello di zinco, indi staccati, da comparire forte di grado 1 1/2, ossia da far divergere fino a 3 linee le fogliette dell’elettroscopio di BENNET ( § XCII) (che è presso a poco il sommo, che ho po- tuto ottenere), ne verrà che la forza ossia tensione elettrica nell’attuale comba- ciamento agguagliava soltanto 1/200 di grado; e che per conseguenza non ecce- dendo il maximum di tensione, che risulta dalla composizione delle forze mo- trici e conduttrici, potè essere frenata e ritenuta ne’ rispettivi piattelli, mal- grado cioè la facoltà conduttrice, de’ medesimi, la quale cedente fino a quel segno alla contraria forza motrice, può considerarsi, come unita a un certo grado di coibenza; coibenza piuttosto avventizia od accidentale che originaria; insomma maggiore assai di questa: tutto ciò conforme a quanto ho avanzato già, e spiegato in più d’un luogo (vegg. § LXXI, LXXII della lett. prec. e LXXXVII e XCI della presente).

Che se la condensazione giunge solo a 200, o a 150 volte, il che s’accosta forse più al vero (almeno ove le faccie metalliche non sono del tutto piane ed eguali, lisce e terse, o non si applicano l’una all’altra nel miglior modo); e se l’elettricità che si ottiene giunga ad 1 sol grado, a far divergere cioè di 2 lin. e non d’avvantaggio le fogliette d’oro, come accade più sovente, basterà an- cora supporre a detti metalli una coibenza eguale a 1/200, o assai più ad 1/150 di grado.

§ XCVI. Or una tale coibenza de’metalli, ed anche se si supponesse un poco maggiore, anche facendola arrivare a 1/100 di grado, è così picciola cosa, che non dovrebbe esservi difficoltà ad ammetterla, quand’anche si volesse originaria; molto meno dunque ve ne può essere, molto meno potrà dirsi che ripugni tal coibenza alla facoltà conduttrice de’ medesimi metalli conside- randola come avventizia od accidentale, cioè risultante dal conflitto di essa facoltà conduttrice colle contrarie forze motrici, che dispiegansi ne’ combacia- menti metallici (§§ cit.).

§ XCVII. Dietro le indicate determinazioni (le quali, se non sono esatte, si accostano più o meno al vero o al giusto), così intorno alla virtù de’ conden- satori, riguardo cioè a quale e quanto accumulamento di elettricità possono essi procurare, come intorno al maximum di tensione elettrica risultante dalla com- posizione delle forze motrici, e conduttrici nel contatto mutuo di due metalli, e corrispondente coibenza con cui essa tensione si equilibra; il quale maximum abbiam posto nel contatto di argento e zinco essere = 1/200 di grado (§ XCI, ec.), si spiegherà ora men vagamente, e con più chiarezza quello, che sopra(§ LXXXIX, XC) si è pure in qualche modo fatto intendere: cioè come e perchè, se i detti piattelli d’argento e di zinco non sono ben piani, o male si applichino l'uno all’altro; se combaciandosi in pochi punti non vengono almeno a grandis- sima prossimità in altri modi, ossia con assai larghe superficie; se tocchinsi solo ad angolo, o in picciola parte sieno sovrapposti l’uno all’altro; sortono poi dal contatto con un’elettricità di molto inferiore a quella, che abbiamo finora osservata, con una cioè, che non giunge per avventura a 1/2, 1/4, 1/10, di grado, e che appena può rendersi sensibile al più delicato elettroscopio di BENNET, od anche non lo può, se non coll’ajuto del Duplicatore nel modo descritto nel- l’antecedente lettera, oppure del mio Condensatore nel modo che tra poco descriverò. Lo stesso è, se anche si applichino benissimo le faccie perfettamente piane, monde e asciutte de’ due piattelli, ma o inclinandole nell’atto che si vanno staccando, o facendole scorrere una sopra l’altra, pochi siano i punti di contatto o prossimi al contatto, picciole le superficie che si guardano affatto da vicino un momento prima che si compia tale distacco. In siffatte posizioni e circostanze di scarso contatto ed imperfetto affacciamento, è facile compren- dere, che l’elettricità dee condensarsi assai meno, che dove si fa l’applicazione di ampie superficie portate al mutuo contatto, se non di tutti, di molti punti, e insieme ha luogo il più grande accostamento, e quasi contatto di moltissimi altri e questo mantiensi fino al distacco totale, che fassi istantaneamente, e mantenendo il parallelismo delle dette superficie: in tali, dico, posizioni svan- taggiose non può giungere la condensazione dell’elettricità, non dirò a 200, 150, 100 volte, ma per sorte neppure a 10, o a 15: e quando giungesse anche a 20 volte, ritenuta la tensione elettrica risultante dalle combinazioni delle forze motrici e conduttrici, e bilanciantesi colla coibenza accidentale dei detti me- talli argento e zinco eguale a 1/200 di grado (§ XCI ec.), è chiaro che l’elettricità, che potrà ritener l’uno o l’altro piattello, e spiegare indi staccato dal compagno, non sarà punto maggiore di 1/10 di grado; e però insensibile anche al più delicato Elettrometro di BENNET.

§ XCVIII. Che se i due metalli toccandosi si affaccino in più pochi punti ancora, come se un globo o l’estremità di una lastra o filo metallico, venga al contatto di altro globo o lastra, ec., non avendo luogo allora alcuna condensa- zione, o soltanto una ben picciola, corrispondentemente cioè ai pochi punti che si affacciano, l’elettricità che potran mostrare essi metalli dopo tali tocca- menti sarà 1/2oo di grado,1/100, o poco più; e quindi così picciola, che a stento potrà scoprirsi coll’ajuto del Duplicatore, non che del Condensatore.

§ XCIX. Molto più difficilmente poi riuscirà, o potrà rendersi sensibile l’elettricità eccitata con tali toccamenti di pochi punti, o fatti ad angolo, ec. in altri metalli meno diversi tra loro in ordine alla virtù motrice, di quello sieno argento e zinco, e nel mutuo contatto de’ quali la tensione elettrica risul- tante da essa forza motrice combinata colla facoltà, conduttrice, e quindi anche la coibenza relativa o accidentale sia minore assai di 1/200 di grado, eguale es. gr. a 1/400, a 1/600, ad l/1000, come per avventura fra stagno e zinco, fra argento e ferro, fra argento e ottone, ec.

§ C. Or dunque in tutti i casi, in cui o per troppo picciola differenza tra loro dei due metalli che si cimentano, o perchè non si combacino a dovere delle abbastanza larghe superficie, o per altra sfavorevole circostanza sorte il piattello dal contatto con elettricità troppo debole per poter esser marcata a dirittura dall’Elettroscopio sensibilissimo di BENNET, o per potersene di- stinguere la specie, se positiva cioè o negativa, giugnendo appena a far diver- gere le fogliette d’oro 1 linea, o meno, o niente che l’occhio possa distinguere: nei casi, dico, in cui l’elettricità, che si vuole esplorare, arrivi a stento nel piat- tello levato dal contatto a 1/4 di grado, a 1/8, a 1/10, ec. si può tuttavia rendere sen- sibilissima, ricorrendo o al Duplicatore, come ho mostrato ampiamente nella lettera precedente, o al semplice mio Condensatore, come ho promesso di mo- strare in questa, e passo a descrivere.

§ CI. Ho già detto (§ LXXXIII) che di niente altro ho bisogno, oltre ai piattelli, per queste sperienze, che di una boccettina di LEYDEN, e di un pezzo d’incerato, o altro piano semicoibente, cui poter applicare convenientemente uno de’ piattelli, sicchè faccia officio di Condensatore. Tale boccetta sarà spediente che non abbia più di 4 o 6 pollici quadrati di armatura, avendo 3 poll. circa di diametro i piattelli. Or ecco come io procedo alle sperienze.

§ CII. Carico la boccettina non altrimenti che suol farsi con un elettroforo, cioè fo’ toccare all’uncino di quella 20, 30, o più volte il piattello metallico, iso- lato, la di cui elettricità, voglio esplorare, velo fo’, dico, toccare ad ogni stacca- mento del medesimo dal piatto compagno, che non dee già essere isolato, ma comunicare col suolo. Con tali 20, o 30 toccamenti alternati, se l’elettricità, di quel piattello sia una volta per l’altra di 1/4 di grado, arriverà per avventura la carica della boccetta a 1/20, o 1/30 di grado

È facile comprendere che a misura che crescerà il numero de’ toccamenti, la carica della boccetta andrà sempre più avvicinandosi a quel 1/4 di grado, che possiede il piattello caricato, senza però poter giungere mai a tanto.

. Or bene ciò basta, perchè venendo essa boccetta scaricata (al modo appunto che si pratica le comuni sperienze del Condensatore) sopra un altro piattello applicato al pezzo d’incerato, e le- vando indi prontamente tal piattello in alto, dispieghi il medesimo un’elettri- cita di 2 in 3 gradi, forte cioè abbastanza per far divergere 1 lin. e più le pa- gliette del mio elettrometro, e corrispondentemente da 4 a 6 lin. le fogliette d’oro di quello di BENNET.

Così poi ottengo 4, 6, 8, o più gradi, caricando la boccetta con 40, 60, 80, o più toccamenti e adoperando in tutto la stessa manovra, ec.

§ CIII. Mi è facile del resto calcolare dai gradi di elettricità che ottengo dalla boccetta caricata con un dato numero di toccamenti del piattello in questione, o a meglio dire dal Condensatore, in cui passo a scaricarla nel modo suddetto, a qual grado o frazione di grado arrivava all’incirca in esso piattello ciascuna volta che sendo stato applicato all’altro piatto comunicante col suolo ne veniva indi staccato. A quest’oggetto faccio alcune sperienze preli- minari, ossia di saggio. Provo cioè con due piattelli d’argento uno, l’altro di zinco, piani e puliti sufficientemente, facendoli combaciare a dovere mentre un solo sta isolato, e a dovere staccandoli, provo a qual segno monta l’elettri- cità, in esso piattello isolato, quanto cioè, portato a toccare immediatamente l’elettroscopio di fogliette d’oro le faccia divergere; e trovando per es. che per adequato, ossia una volta per l’altra gli è di 2 linee, elettricità, ch’io valuto per 1 grado (§ XCII), cerco quante volte io debba ripetere il giuoco di applicare detto piattello all’altro comunicante, e levatolo farlo toccare all’uncino della boccetta, quanti, dico, ve ne vogliano di codesti toccamenti alternati, per ca- ricarla a segno di poter poi col mezzo del Condensatore far divergere altret- tanto le fogliette dello stesso elettroscopio, quanti per farle divergere del doppio, del triplo, ec.; insomma per ottenere 1, 2, 3 gradi, ec. Supponiamo che convenga caricare la boccetta con 3 toccamenti per arrivare coll’ajuto del Condensatore a tanto appunto quanto suol fare il piattello da sè stesso, senza cioè nè boccetta nè Condensatore, per arrivare a 1 grado; che convenga caricarla con 6 tocca- menti per produrre un effetto doppio, ossia 2 gradi, con 9 toccamenti per giun- gere a 3 gr., ec. Osservato bene ciò, passo a fare le sperienze con altri piattelli (i quali per la giustezza del calcolo debbono essere di eguale grandezza), con piattelli, che non danno per avventura da sè soli, ossia esplorati immediata- mente, segni sensibili di elettricità; e trovando, che caricata con essi l’istessa boccetta con tale o tal numero di toccamenti mi fa dare tanti o tanti gradi di elettricità all’istesso condensatore, calcolo, che questa era tante volte più picciola nel piattello, quanto porta il numero de’ detti toccamenti diviso per 3.

Cosi dunque se i toccamenti con cui venne caricata la boccetta sieno stati 90, ed essa faccia dare al solito condensatore 5 gradi di elettricità (che troppo forte per avventura per essere misurata dall’elettroscopio a fogliette d’oro, sarà meglio misurare con quello a paglie) ne dedurrò, che il piattello sortiva dal combaciamento suo coll’altro piano metallico con una elettricità, circa 30 volte men forte, cioè di 1/6 di grado. Ciò vuolsi intendere una volta per l’altra, come già accennai, ossia per adequato; giacchè per il combaciamento, e per il distacco, che non riescono tutte le volte egualmente bene, avviene che sorta il medesimo piattello or con più, or con meno di detta forza di elettricità.

§ CIV. La supposizione (§ prec.) che vi vogliano 6, 9, ec. toccamenti del piattello a caricare la boccetta tanto, che possa portare nel condensatore un’elettricità del doppio, del triplo, ec. più forte di quella che potrebbe mostrare da sè solo esso piattello, s’accosta molto ai risultati delle sperienze che fo’ con piattelli di circa 3 lin. di diametro, con boccette assai piccole, cioè di 5 pollici quadrati di armatura, poco più, poco meno, e con un condensatore fatto d’un piattello eguale ai suddetti, o alquanto più grande, e di un pezzo d’incerato, a cui questo si adatti nel miglior modo. È facile intendere, che cambiate no- tabilmente tali dimensioni, quali ho trovato dopo varj tentativi essere all’in- circa le migliori, il calcolo da farsi non è più lo stesso; principalmente se la boccetta abbia una molto maggiore capacità, ci vanno allora a duplicare l’e- lettricità ben più di 6 toccamenti, cioè 8, 10, ec.

Ce ne vanno dipiù anche se boccetta e condensatore non sono in buon ordine, o non si facciano le sperienze con tutte le richieste attenzioni: e però in uno stato mezzano di cose io credo di accostarmi più al vero e al giusto, valutando l’elettricità originaria del piattello (voglio dire quella, che acquista nel combaciamento, e porta seco nel distacco) per adequato tante volte minore di quella che dispiega il condensatore elettrizzato dalla boccetta, quanto è il numero dei toccamenti, con cui venne questa caricata, diviso per 4 anzichè per 3. Così per es. se colla, carica di 80 toccamenti ottengasi 2 soli gradi di elet- tricità (perchè i due metalli combaciantisi non sieno molto differenti, o perchè il mutuo contatto, od affacciamento non sia gran fatto esteso), dividendo tal numero 80 per 4, e per il quoziente 20 dividendo que’ due gradi ottenuti, si avrà eguale a 1/10 di grado l’elettricità originaria del piattello, cioè quella che per adequato, ossia una volta per l’altra portò seco staccandosi dall’altro metallo.

§ CV. Quando l’elettricità’ prodotta dal mutuo toccamento di due metalli, o poco diversi tra loro, o affacciantisi per pochi punti, non arrivasse, o appena a 1/50 di grado, la si potrà ancora colla descritta manipolazione, e rendere sen- sibile, e valutare presso a poco per quella che è; al certo meglio che esplorandola col duplicatore, il quale ho mostrato nella lettera precedente (vegg. singolar- mente la nota al § LX) come facilmente vada soggetto ad incertezze ed ano- malie. A quest’effetto basterà caricare la boccetta con 100 alternati toccamenti del piattello, che si vuol esplorare: con che arriveremo a poter ingrandire, me- diante il condensatore, tale elettricità ben 25 volte (§ prec.), e ad ottener quindi 1/2 grado; il qual 1/2 gr. è sensibile abbastanza all’elettroscopio di BENNET, cagionando ne’ suoi pendolini la divergenza di una buona linea (§ XCII).

§ CVI. Gli è così, che può farsi senza del duplicatore, valendosi del semplice mio condensatore (come ho detto da principio) in quasi tutte le sperienze di questo genere: massime servendoci per condensatore del guanto d’incerato, il quale, introdottavi la mano, si applichi immediatamente, e con discreta pressione ad un piattello sufficientemente largo avvitato in testa all’elettro- metro, e a questo piattello s’infonde direttamentel’elettricità della boccetta, ec.; col quale condensatore, reso così più semplice, e più comodo, che ho già altrove descritto

Nelle mie lettere sulla Meteorologia elettrica pubblicate nella Biblioteca Fisica dì Europa del Prof. BRUGNATELLI.

, e ricordato pure nella presente lettera (§ XCIV), ottengo assai più, che con un altro qualsiasi. Solamente dunque quando neppure con 100 nè con 150 toccamenti fatti per caricare la boccetta, e col miglior condensatore posso rendere sensibile l’elettricità, che acquista un metallo toccandone un altro, o pochissimo diverso, o con presentargli affatto piccola superficie, è necessario ricorrere al duplicatore, il quale può dar segni anche di un’elettricità minore di 1/100 di grado, come si è veduto nella lettera precedente.

§ CVII. Non fa bisogno di molta spiegazione per intendersi, che acciò il piattello isolato possa cogli alternati suoi toccamenti andar caricando la boccetta, dee poter acquistare nuova elettricità ad ogni volta che si applica all’altro piatto di diverso metallo; e che perciò dee quest’ultimo non essere altrimenti isolato; ma comunicare col suolo, come ho già prescritto (§ CII), o con altro capace recipiente, come vado a mostrare; onde rimettersi in equi- librio in tutto o in gran parte, ricuperare cioè il fluido elettrico perso, o dismet- tere l’acquistato, secondo la natura sua, e del primo, qualunque volta ne vien separato, e abilitarsi così a dar a quello nuovo fluido, o a riceverne, quando di nuovo tornerà a combaciarlo.

§ CVIII. Ora un recipiente abbastanza capace all’uopo può essere un’altra boccetta di LEYDEN, ancorchè avente pochi pollici di armatura; sebbene non lo sia quanto l’ampio ricettacolo della terra. Isolato dunque anche il piatto inferiore, il quale sia presso a poco della medesima grandezza del superiore, sopra un piede, o colonnetta di vetro incrostata di ceralacca, o altrimenti, lo si faccia comunicare all’uncino, ossia all’interna armatura di una tal boccetta, che coll’esterna comunichi col suolo: così disposte le cose si applichi a questo, che riman fisso, l’altro piattello volante, e si stacchi a riprese colle solite atten- zioni, e si porti ogni volta che si stacca a toccare all’altra boccetta, che tiensi in mano, come nelle sperienze precedenti. Con ciò verrannosi a caricare am- bedue le boccette l’una in senso contrario all’altra; e potrà ciascuna dopo non molti di tai toccamenti, col solito ajuto del condensatore (massime del conden- satore a guanto sopra indicato (§ XCIV e CVI), far comparire nell’elettrometro segni abbastanza forti dell’elettricità contratta dal rispettivo piattello; cioè se sieno per es. di ottone l’uno, l’altro di stagno, la boccetta che comunicò col primo darà, ossia farà dare al condensatore segni di elettricità negativa, l’altra che comunicò col secondo segni di elettricità positiva.

§ CIX. È quasi inutile il dire, che può, se si vuole, caricarsi la sola boccetta che comunica col piatto inferiore, ove cioè con toccamenti opportuni spoglisi di elettricità il piatto superiore ogni volta che siasi staccato da quell’altro. Insomma evvi una manovra per caricare una boccetta al piattello superiore, una per caricarla in senso contrario al piattello inferiore, ed una finalmente per caricare due boccette alla volta, una sopra, l’altra sotto. Queste manovre stimo di averle descritte abbastanza per non dovermi più trattenere intorno a ciò. Intanto però non debbo tralasciar di dire (terminando questa lunga lettera), che la sperienza delle due boccette caricate a un tempo è piaciuta sopra tutte le altre a quante persone intelligenti l’ho mostrata, ed è invero non meno curiosa che istruttiva.

§ CX. Ad altre persone istrutte pur anco fanno più colpo le sperienze, in cui si ottengano assai forti i segni di elettricità in cui gli elettrometri se- gnino molti gradi, i loro pendolini cioè s’aprano a grande angolo, e vadano perfino a battere contro le pareti della boccia, che li rinchiude. Or io ho come soddisfare anche questi curiosi attenendomi sempre allo stesso genere di spe- rienze, intorno cioè all’elettricità eccitata con soli toccamenti metallici, elettri- cità, che è in certo modo di mia giurisdizione, e che non mi si contrasterà più di poter chiamare elettricità metallica: ho, dico, come soddisfare anche costoro, che domandano segni vigorosi di elettricità, domandassero anche la scintilla. E’ basta ch’io scelga per caricare una o due boccettine ne’ modi indicati, meglio però una sola, un piattello d’argento, ed uno di stagno, o meglio di zinco, piut- tosto grandicelli e ben tirati; che la carichi osservando le debite attenzioni con un buon numero dei soliti toccamenti alternati, cioè 60, 80, 100; e che la porti così caricata a toccare lo scudo di un ottimo condensatore; alzato imman- tinenti questo scudo, ed esplorato, ecco che vibra una scintilletta, o almeno fa divergere i pendolini di un elettrometro a boccia 6, 8, o più linee.

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