Volta, Alessandro Sul Galvanismo - Lettera IIa del Citt. A. Volta al Prof. Gren 1796 it volta_galLettII_930_it_1796.xml 930.xml

LETTERA II.A IN CONTINUAZIONE DELLA PRECEDENTE DEL CITT. A. VOLTA PROFESSORE DI FISICA NELL’UNIVERSITÀ DI PAVIA ECC. AL PROF. GREN.

Agosto 1796.

FONTI.

STAMPATE.

Gren, N. Journ., T. IV ( 1797), fasc. I, pg. 107. Br. Ann., T. XIV (l797), pg. 3. Ann. de Ch., T. 23 (1797), pg. 278 (tra- duz. franc. dal ted.). Ant. Coll., T, II, P. II, pg. 41.

MANOSCRITTE.

Cart. Volt.: J 44; L II.

OSSERVAZIONI.

TITOLO: da Br, Ann. DATA: del V., scritta in J44.

J 44, Frammento di minuta scritto in italiano contenente i primi 4 paragrafi e parte del 5°. L II A, Minuta completa della lettera identica al testo pubblicato in Br. Ann.

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LETTERA SECONDA.

Agosto, 1796.

Dopo avervi dato, mio caro Professore, un’idea delle tre maniere, con cui si vengono ad eccitare, in virtù de’ semplici combaciamenti di Conduttori dissimili, tanto le contrazioni spasmodiche ne’ muscoli, specialmente volon- tarj

Ho mostrato altrove, che se i muscoli volontarj, i muscoli flessori ed estensori degli arti soffrono di leggieri violenti contrazioni, non solo ove lo stimolo elettrico procedente o dai contatti metallici o da altra qualsiasi cagione di elettricità artificialmente mossa agisca su di essi immediatamente, ma ben anche, e forse meglio, ove agisca sui nervi che vanno ad impiantarsi in essi muscoli, e sono veri nervi del moto; i muscoli non volontarj all’in- contro, come quegli degli intestini, il cuore, ec., più difficilmente e poco si risentono al me- desimo stimolo elettrico portato pure immediatamente sopra di essi, e niente poi ove ai soli loro nervi venga applicato.

, sottoposti alle prove del così detto Galvanismo, quanto le sensazioni di sapore, or ossico (acido) or alcalino, sulla lingua, d’istantaneo chiarore nel- l’occhio, di bruciore nelle piaghe, ed in certe parti dotate di una squisita sen- sibilità (quali sono gli orli delle palpebre, massime verso l’angolo interno, e la glandola lacrimale); tutti i quali fenomeni, con altri molti, sono scoperte da me aggiunte a quelle di GALVANI: dopo, dico, avervi dato un’idea sufficiente delle tre maniere atte od incitare, e mettere in corso il fluido elettrico, onde quelle convulsioni e sensazioni; le quali tre maniere o combinazioni si riducono poi tutte a fare entrare nel circolo tre almeno conduttori diversi; cioè la 1a due metalli, o conduttori di prima classe di differente specie, che toccandosi im- mediatamente da una parte comunichino dall’altra per mezzo d’uno o più conduttori umidi, ossia di seconda classe; la 2a un solo metallo frapposto a due conduttori umidi tra loro diversi, e comunicanti; la 3a finalmente tre conduttori umidi, ossia della seconda classe, ma tutti tre diversi: dopo essermi esteso in particolar modo sulla 2a e 3a maniera

Riguardo a quest’ultima maniera molto ampiamente ne ho discorso nelle lettere 3a e 4a all’Ab. Vassalli sopra citate.

, perchè meno conosciute, ritorno volentieri alla 1a più comune ed usitata dei metalli diversi; intorno alla quale, oltre a quanto ho già esposto sì nel presente, che in varj altri scritti degli anni passati, ho di che trattenervi ancora con osservazioni e sperienze nuove fatte da me in questi ultimi mesi, che mi hanno condotto molto avanti, e che vi pia- cerà forse di pubblicare nel vostro ricchissimo, e applauditissimo Giornale.

§ LV. Ritenuto come cosa, di cui non può in alcun modo dubitarsi, che nella combinazione di due metalli diversi, i quali con un capo si toccano im- mediatamente, e coll’altro applicansi ad un conduttore umido ad essi frapposto, si eccita, in virtù di tali combaciamenti, una corrente elettrica, e questa (prendendo per esempio la fig. 1)

Veggasi la Tavola a pag. 398 di questo Volume.

nella direzione supponiamo A Z a

Tale infatti è la direzione della corrente, se A è argento, Z stagno o zinco, con- forme io già l’avea supposto, anzi scoperto, col confrontare varie di tali sperienze, special- mente riguardo al sapore ossico (acido) od alcalino eccitato sulla lingua, con altre fatte colla macchina elettrica, come ho avanzato fin ne’ primi miei scritti su questa materia.

Cosi poi anche scopersi, e determinai in qual ordine stiano molti metalli, semi-metalli, piriti, ec. tra loro, rispetto alla virtù di dare o ricevere il fluido elettrico; e in alcuni di tali scritti, particolarmente nella 3a Lettera all’Ab. Vassalli, ne presentai una tavola o scala, a cui ho fatto in appresso delle aggiunte, e qualche picciola mutazione. Questa mia tavola non molto diversa da quella pubblicata dal Dr. Pfaff (Vegg. la sua Diss. De Electricitate animali, Stuttg. 1793, e l’altra in Tedesco Abhadlung über die sogenannte thierische Elektrizität Beitrag ec. nel Giornale di Fisica di Gren, Tom. VIII) pone in cima il zinco, circa nel mezzo il piombo e lo stagno, verso il fine l’argento, e in ultimo la piombaggine, il carbone, e il rame piritoso. Pfaff dà l’ultimo luogo al manganese.

, può domandarsi in quale, e per quale dei tre combaciamenti, che ivi han luogo, venga dato l’impulso al fluido elettrico, che lo determina a tal corrente.
È egli nel mutuo contatto dei due metalli A Z, e quivi solo, che sorge l’azione inci- tante esso fluido, che lo sollecita cioè a passare dal primo al secondo? Oppure gli vien dato impulso unicamente, o principalmente ne’ rispettivi combacia- menti del conduttore umido a col metallo A da una parte e col metallo Z dal- l’altra; e determinata vien quindi la corrente perciò, che tali impulsi sieno o cospiranti nell’indicata direzione, ovvero anche opposti l’uno all’altro, ma dise- guali in forza? Può concepirsi infatti, che Z abbia potere di cacciare il fluido elettrico nel conduttore umido a, cui sta applicato; ed A potere di tirarlo a sè dal medesimo; e può concepirsi egualmente, anzi con maggiore verosimiglianza, che ambedue i metalli spingano esso fluido in detto conduttore a (o qualsisia altro di 2a classe), che combaciano, e siano così le due azioni, in opposizione; ma che una superi l’altra, quella cioè che muove e incalza il fluido elettrico da Z in a prevalga all’altra, che lo spinge da A in a.

§ LVI. Non voglio dissimulare, che in passato io inclinava molto a quest’ul- tima supposizione, a riporre cioè l’azion movente il fluido elettrico, anzichè nel mutuo contatto de’ due metalli diversi, nel combaciamento di ciascun d’essi co’ conduttori umidi, o di 2a classe. E in vero non si può negare, che una qualche azione non abbia luogo in codesti combaciamenti de’ metalli CO’ conduttori umidi; azione or più, or meno forte: come dimostrano tutte le spe- rienze le quali ho riferite negli antecedenti paragrafi, in cui coll’arco di un sem- plice ed unico metallo fatto toccare da una parte a dell’acqua, o simile condut- tore acqueo, e dall’altra ad un liquore mucilagginoso, salino, ec. si eccitano forti convulsioni nella rana, ec. Con tutto ciò alcuni nuovi fatti, che ho scoperti non ha molto, mi hanno convinto, che nella maniera ordinaria di fare le spe- rienze del Galvanismo, cioè con due metalli abbastanza diversi, applicati a dei conduttori puramente acquosi, o da questi non gran fatto diversi, molto più al contatto mutuo di essi metalli vuole attribuirsi, che ai combaciamenti rispettivi CO’ detti conduttori umidi. Avvegnachè pertanto sia fuor di dubbio, ed esperienze dirette lo provino, come di già si è detto, che una qualche azione si esercita in ciascuno dei contatti di questo e di quel metallo coi conduttori acquosi; egli è dimostrato da molte altre sperienze ancor più chiare e parlanti, di cui verrò tra poco trattenendovi, che un’azione molto più considerabile si spiega ivi appunto, ove i due metalli diversi si toccano immediatamente.

§ LVII. Egli nasce dunque nel contatto mutuo dell’argento per es. collo stagno una forza, un niso, per cui il primo del fluido elettrico, il secondo lo ri- ceve, l’argento tende a versarne, e ne versa nello stagno, ec.

Nella accennata tavola (nota prec.) son posti i metalli ec. in tal ordine, che gl’in- feriori danno ai superiori: e tanto più, ossia con tanto maggior forza, quanti più gradi di distanza vi si scorgono.

. Questa forza o ten- denza produce, se il circolo è altronde compito per mezzo di conduttori umidi, una corrente, un giro continuo di esso fluido, che va, giusta la direzione sopra- indicata (§ prec. e nota ivi), dall’argento allo stagno, e da questo per la via del conduttore o conduttori umidi ritorna all’argento per ripassare nello sta- gno ec.

Conformi intieramente a ciò sono i seguenti versi di un mio collega e amico (a cui io avea mostrate e spiegate le allora novissime sperienze del Galvanismo) in un elegan- tissimo suo Poemetto, nel quale scorrendo e dipingendo coi più veri lumi della Filosofia, non meno che della Poesia, le ricche collezioni in ogni parte delle Scienze Naturali, che offre questa nostra Università di Pavia, assieme a molte altre vaghissime descrizioni ci dà un saggio anche di dette sperienze elettrico-animali. Chiude egli dunque così la bella e vi- vace pittura che ne fa:

« E quindi in preda a lo stupor ti parve « Chiaro veder quella virtù, che cieca « Passa per interposti umidi tratti «Dal vile stagno al ricco argento, e torna « Da questo a quello con perenne giro »).

(MASCHERONI. Invito a Lesbia. Milano, 1793).

: se il circolo non è compito, se i metalli trovansi isolati, un’accu- mulazione di detto fluido elettrico nello stagno a spese dell’argento; un’elet- tricità cioè positiva, ossia in più nel primo, ed una negativa, ossia in meno nel secondo: elettricità picciola è vero, e al di sotto di quel grado che richie- derebbesi per darne segno ai comuni elettrometri; ma che pure sono giunto finalmente a rendere, più che non avrei sperato, sensibile, e fino ad ottenerne scintille, coll’ajuto del mio Condensatore di elettricità, meglio col duplicatore a molinello di NICHOLSON

Veggasene l’originaria descrizione nelle Transazioni Filosofiche di Londra per l’anno 1788. Vol. 78.

fondato sopra gli stessi principj del Condensatore; istrumento al sommo ingegnoso, che voi, amico, conoscete molto bene, e che avete anche descritto nel vostro primo Giornale di Fisica, Tomo II.

§ LVIII. Non mi tratterrò pertanto nè intorno alla costruzione di questa eccellente macchinetta, nè sulle attenzioni richieste, acciò le sperienze con essa riescano a dovere, andando facilmente soggette ad errori ed anomalìe. Nemmeno vi parlerò a lungo di varie altre cose, che mi ha scoperte tale prezioso stromento in pochi mesi, che è tralle mie mani, cioè dalla Primavera passata, in cui ho potuto procacciarmelo

Lo ha costrutto sotto la mia direzione il valente Macchinista e Custode del Gabi- netto di Fisica nell’Università di Pavia Ab. Giuseppe Re.

. Vi accennerò per ora soltanto, che ottengo con esso segni di elettricità negativa da una verga o lastra di metallo, da un bastone o riga di legno, di cartone, ec. isolati a dovere, ed esposti per breve d’ora al Sole, o al fuoco, o collocati semplicemente in luogo caldo, tantochè perdano per eva- porazione parte dell’umido aderente. Che segni ancora più chiari, e più pronti dell’istessa elettricità negativa mi danno codesti pezzi di metallo, di legno, ec. qualora appesi ad un cordone di seta li aggiro velocemente nell’aria a modo di fiomba per due o tre minuti: sia che l’elettricità in quest’ultimo modo provenga similmente da una più grande, o più celere evaporazione, oppur anco si ecciti dallo strofinamento dell’aria stessa contro tali corpi; giacchè riesce assai bene la prova anche avendoli previamente asciugati. Che all’opposto ottengo se- gni di elettricità positiva dai medesimi metalli, legni, cartone, ec. isolati, col lasciarli esposti qualche tempo in luogo più freddo, od umido, tantochè abbiano a caricarsi di nuovi vapori.

Le quali sperienze voi vedete quanto sieno interessanti, e come bene com- provino, e pongano nel miglior lume la mia teoria altrove esposta dell’elettri- cità naturale atmosferica originata dalla formazione, e innalzamento de’ vapori da’ corpi terrestri, e susseguente condensazione de’ medesimi negli strati d’aria più freddi. Infatti che può desiderarsi di più, ora che senza ricorrere ad una va- porizzazione forzata ottengo facilmente segni di elettricità negativa eziandio colla sola blanda e naturale evaporazione, e ne ottengo pur anco di elettricità positiva prodotta dalla sola lenta e naturale condensazione de’ vapori in qualsisia luogo anche chiuso?

§ LIX. Venendo dunque al nostro soggetto, in quella maniera, che col giuoco del duplicatore porto la debolissima elettricità della verga o lastra di metallo, della riga di legno o di cartone, o d’altro conduttore isolato, che ha fatto perdita od acquisto di vapori, che se ne è lasciato spogliare, o ne ha rac- colti sopra di sè, elettricità negativa ossia in meno nel primo caso, e positiva ossia in più nel secondo, porto, dico, tali elettricità affatto deboli al grado di darne segni distintissimi all’elettrometro, e fino la scintilla; nell’istessa maniera, e colla medesima facilità rendo pure sensibile la egualmente, o più ancora debole elettricità indotta in un metallo isolato dal semplice contatto del medesimo con altro metallo di diversa specie, isolato, o non isolato. Addurrovvi quì alcune solamente delle moltissime prove, che ho fatte, le quali basteranno a rendere la cosa evidente, serviranno come di norma per tutte le altre sperienze di tal genere.

SPERIENZA I.

§ LX. Dopo aver lasciato alcune ore, e se occorre uno, o più giorni, in riposo il duplicatore, e i suoi tre dischi o piattelli di ottone comunicanti in- sieme e col suolo, tantochè possa credersi svanito ogni residuo di quella qua- lunque elettricità, che vi si fece giuocare nelle prove antecedenti

È difficilissimo, per non dire impossibile, di ridurre codesto duplicatore a tale stato di perfetto spogliamento di elettricitàche non vi abbia il minimo eccesso o il mi- nimo difetto di fluido nel disco mobile, rispettivamente ai due fissi, cui a vicenda si affac- cia girando; e d’altronde un minimo, che non giunga per avventura ad un centesimo, ad un millesimo di grado, basta a far sì, che a capo di 20, 30, 40, o più giri della macchinetta dia segni quella elettricità in tal guisa moltiplicata di 2, 4 e più gradi. La difficoltà del resto non è tanto di spogliare i dischi metallici della loro elettricità residua, quanto di portar via quella trascorsa oltre i limiti degl’isolamenti, e che rimane tenacemente affissa alle superficie coibenti dei bastoncini di vetro nudo, od intonacati di ceralacca, portanti i detti dischi. E quando pure con lungo spazio di tempo, e co’ conve- nienti toccamenti si sia tolto affatto ogni residuo di elettricità anche da codeste superficie isolanti; succede tuttavia, che si ottengano dei segni con un maggior numero di giri, per es. 60, 80, ec.: e ciò per quella elettrità, che il disco girante raccoglie dall’ambiente, o che vi si eccita novellamente dall’evaporazione che lo prosciughi, o dalla condensazione de’ vapori che lo umetti, od anche dallo strofinamento contro l’aria (§ LVIII). Insomma non è mai che con un numero più o men grande di giri non si ottengano dal duplicatore segni manifesti di elettricità. Non ostante però questo, si possono benissimo scoprire, e valutare le elettricità dei corpi, che gli si fanno toccare, o che i suoi dischi contraggono per tali toccamenti, ogni qual volta codeste elettricità siano, come nelle sperienze di cui ora si tratta, meno deboli di quelle altre, dirò così, accidentali, e compajano sensibili con un molto minor numero di giri.

, tolgansi le comunicazioni, onde restino, si il disco mobile, che gli altri due fissi separa- tamente isolati. Cosi disposta la macchinetta ad esser messa in azione, si ap- plichi a quello mobile, o ad uno di questi dischi fissi di ottone una lamina d’argento a immediato contatto per quel tempo che si vuole, indi ritiratala si cominci a far girare il disco mobile: a capo di 20, 30, 40 giri, secondo che il contatto sarà stato più o men ampio (e secondo che troverassi la macchi- netta in miglior ordine, e l’ambiente più secco), compariranno già i segni del- l’elettricità positiva acquistata dal disco mobile, se desso fu toccato dall’argento, e di elettricità negativa occasionata indi in ambedue i dischi fissi; e viceversa se venne toccato uno di questi e non quello: compariranno, dico, i segni delle rispettive elettricità negli elettrometri sensibilissimi a fogliette d’oro, ed anche in quelli non tanto delicati a pagliette, a cui comunichino separatamente detti dischi; e andran via via crescendo col continuare i giri, ec.

SPERIENZA II.

§ LXI. Invece di toccare il disco d’ottone colla lamina d’argento, si tocchi con una di stagno; e il disco toccato manifesterà, mercè il solito giuoco, elet- tricità negativa (e in conseguenza positiva l’antagonista); e sì con minor numero di giri.

Lo stesso, e assai più presto ancora, se detto disco d’ottone venga toc- cato con lamina di zinco.

§ LXII. Dal che si vede, che se l’argento dà del fluido elettrico all’ottone (di cui sono i dischi della macchinetta), lo stagno all’incontro e il zinco ne rice- vono dall’ottone medesimo, ossia questo dà a quelli, e in maggior quantità, massime al zinco, in ragione appunto dell’ordine e distanza, in cui si trovano tali metalli nella tavola o scala da me costrutta, e già sopra accennata (§ LV, nota).

SPERIENZA III.

§ LXIII. Abbiansi delle lastre o piattelli di diversi metalli d’argento, d’ottone, di ferro, di piombo, di stagno, di zinco, ec. del diametro di 3 pollici circa. Non è di gran vantaggio che sieno più grandi; ma sarebbe troppo svan- taggioso se fossero molto più piccioli. Questi piattelli debbono potersi mon- tare sopra piedi o colonnette isolanti. Si applichi dunque il piattello isolato d’argento al più congruo contatto in piano del piattello di stagno parimenti isolato, e ciò per pochi momenti, anche solo per un istante; sortiranno da quel breve contatto l’argento elettrizzato in meno, lo stagno in più: le quali elet- tricità se non compariranno sensibili a dirittura

Vedremo in appresso, che possono benissimo nelle favorevoli circostanze tali elet- tricità dei piattelli comparire a dirittura sensibili ai delicati elettrometri, senza ricorrere cioè all’ajuto del duplicatore.

, lo diverranno facilmente col giuoco del duplicatore, a cui si facciano per pochi istanti toccare od ambedue i detti piattelli (il che è più vantaggioso), uno cioè al disco mobile di esso du- plicatore, l’altro ad alcuno dei dischi fissi; oppure l’argento solo, o lo stagno solo a quello o a questi, il che pur basta: diverranno, dico, sensibili l’elettricità positiva del piattello di stagno e la negativa del piattello d’argento con pochi giri del duplicatore, sensibili abbastanza per farne dar segni, non che all’elet- trometro delicatissimo di BENNET, ad altri pure meno delicati.

SPERIENZA IV.

§ LXIV. Tengasi isolato uno solamente dei piattelli, e si adduca al con- tatto in piano dell’altro piattello non isolato: l’elettricità di quel solo

In Ant. Coll. leggesi primo invece di solo.

, nega- tiva se è l’argento positiva se è lo stagno, riuscirà considerabilmente maggiore; come apparirà dal rendersi più presto sensibile nel duplicatore, cui venga comunicata.

SPERIENZA V.

§ LXV. Nell’istessa maniera che si comporta l’argento collo stagno, si comporta presso a poco lo stagno col zinco, conforme al rango che essi ten- gono nella tavola dei conduttori metallici, o di prima classe, più volte citata; onde adoperando questi due ultimi piattelli si hanno effetti analoghi a quelli delle sperienze precedenti coi due primi, cioè segni di elettricità positiva nello zinco, di negativa nello stagno, ec.

SPERIENZA VI.

§ LXVI. In conformità della stessa tavola o scala, e corrispondentemente alle sperienze concernenti il Galvanismo, ossia l’eccitamento delle contrazioni spasmodiche, delle sensazioni di sapore, ec. il più grande effetto si ha nelle sperienze di cui ora si tratta, facendo seguire un congruo combaciamento del piattello d’argento con quello di zinco, che sono dei più diversi, ossia lontani in tale scala; e l'elettricità già quasi sensibile senza l’ajuto del duplicatore

Vedi la nota precedente.

, la quale poi compare manifestissima con pochi giri, che si faccian fare al mede- simo, è qui pure positiva nello zinco, e negativa nell’argento.

SPERIENZA VII.

§ LXVII. Con codesti piattelli d’argento e di zinco combaciatisi a dovere io giungo facilmente a distruggere, e ad invertere ben anco quel qualunque residuo di elettricità, che rimane aderente al duplicatore, e di cui si difficil- mente si spoglia

Vedi la nota al §. LX.

. Sia egli stato messo poco prima in azione, e l’elettricità, che vi ha giuocato, positiva es. gr. nel disco mobile, negativa ne' dischi fissi, sia pure salita a molti gradi, e una parte debordando da essi dischi siasi im- pressa e rimanga tuttavia aderente alla faccia dei rispettivi isolatori; se con qualche toccamento fatto coi diti, o altrimenti, o col riposo di pochi minuti, io riduco i dischi a non dar più segni immediatamente all’elettrometro, quan- tunque poi ne darebbero con quattro, cinque, o pochi più giri, potrò a mia posta scancellare tale residua elettricità, anzi pure inverterla, cioè far sorgere la negativa nel disco mobile, che riteneva ancora un poco di positiva, e la po- sitiva ne' dischi fissi, che ne ritenevano di negativa, potrò, dico, operar questa inversione mercè il toccare quel disco mobile col piattello d’argento, o questi altri dischi fissi col piattello di zinco, elettrizzati tali piattelli dal semplice mutuo combaciamento, o meglio mediante ambedue questi toccamenti, e col mettere indi in giuoco la macchinetta, e farle fare un discreto numero di giri.

SPERIENZA VIII.

§ LXVIII. Che se scelgo piattelli di metalli non molto diversi, voglio dire distanti sol pochi gradi nella mentovata scala, come argento e ottone, ottone e ferro, ferro e piombo o stagno, non mi riesce di rendere sensibile la rispettiva elettricità eccitatavi dal mutuo contatto, se il duplicatore non è stato spogliato con acconci toccamenti, e lungo riposo di ore, dell’antica elet- tricità;ed anche allora vi vogliono molti giri, cioè 20, 40 o più.

SPERIENZA IX.

§ LXIX. Ma anche coi piattelli d’argento e di zinco non si ottiene gran cosa, o certo non tanto quanto promettela Sper. VII; se il contatto mutuo di questi non si fa in tutta o gran parte delle loro piane superficie, ma in piccola parte soltanto, o peggio ancora in costa. Non si speri allora di poter invertere l’elettricità ancora attaccata al duplicatore dopo breve riposo, la quale anzi prevarrà alla nuova, che vi posson portare tali piattelli. Ed anche quando dopo ore molte di riposo si potrà credere svanito ogni residuo di antica elet- tricità nel duplicatore, non si aspetti di vedervi portata a un grado sensibile cotesta nuova dei piattelli, se non con molti giri di essa macchinetta, cioè 30, 40, o più ancora.

SPERIENZA X.

§ LXX. Non si ottiene neppur molto, ancorchè si applichi un piattello all’altro con tutta la faccia piana, se le superficie sono notabilmente scabre, ed ineguali. Se all’incontro sono lisce ed egualissime, e (ciò che importa ancora assai) terse e polite, l’effetto che se ne ha supera l’aspettazione. Basta il dire, che l’elettricità che contraggono allora i piattelli da una tale combaciamento può rendersi sensibile anche senza l’aiuto del duplicatore, con quello cioè del semplice condensatore

Ed anche senza di questo, manifestasi immediatamente ad un elettrometro ab- bastanza delicato, come già si è accennato (nota al §. LXIII).

, come verrò mostrando un’altra volta.

§ LXXI. Vedesi da tutto ciò, che quanto è più largo il contatto de’ due metalli diversi, e si fa in maggior numero di punti, tanto maggiore è la quantità di fluido elettrico, che si accumula in uno a spese dell’altro. Ho io però pensato, che a codesta più facile e più copiosa accumulazione di detto fluido nello stagno per es., e corrispondente diminuzione nell’argento potesse contribuire, non tanto il maggior numero di punti di contatto, od il contatto de’ medesimi come tale, quanto l’ampiezza e prossimità delle superficie affacciate; mercè di cui bilanciandosi le opposte elettricità, ossia vicendevolmente sostenendosi (per la nota azione delle atmosfere elettriche), maggior copia di fluido può acqui- starsi dall’uno dei piattelli, e perdersi dall’altro, prima che la tensione elettrica giunga al segno di non poter più essere ritenuta dalla piccolissima coibenza de' metalli.

Supponiamo (e tal supposizione potrò forse mostrare che non va molto lontana dal giusto) che tal coibenza dei metalli, i quali altronde sono, come è troppo noto, assai più conduttori che coibenti, arrivi a 1/200 di grado dell’elet- trometro a paglie sottili

Propriamente e per sè stessa non arriva a tanto, anzi neppure a 1/1000, o ad 1/2000 di grado la coibenza dei metalli che chiamerò originaria, cioè la resistenza, che offrono al passaggio del fluido elettrico dall'uno all’altro unicamente per essere conduttori in qualche modo imperfetti, quando cioè nel mutuo loro contatto non si dispiega altra forza, quando essendo della stessa specie non ha luogo tra essi alcuna potenza motrice, o non produce al- cun’effetto. Soltanto dunque ove cotali potenze dispiegano un’azione efficace per essere i me- talli che si combaciano diversi fra loro, e tende a sbilanciare e a tenere sbilanciato il fluido elettrico nelle due superficie combaciantisi, risulta tale e tanta diminuzione alla forza con- duttrice de’ medesimi, ossia tale e tanta coibenza, dirò così, avventizia od accidentale, che ar- riva a 1/200 di grado, come abbiam supposto: e ciò nell’accozzamento de’metalli i più diversi; giacchè per quelli meno diversi non può essere tal coibenza che minore a proporzione.

potranno l’argento ed il zinco nel mutuo loro con- tatto (il quale ha forza di spingere il fluido elettrico dal primo nel secondo) sostenere, essendo isolati, tanto di perdita l’uno e di acquisto l’altro, quanto vi vuole a portarvi l’elettricità di eccesso e di difetto rispettivamente a 1/200 di grado, e non più. Ora per questo 200.mo di grado si richiede ben maggiore copia di fluido elettrico, ove trovinsi affacciati largamente, e assai da vicino i due corpi aventi contrarie elettricità, le quali per tal modo si bilanciano, e si sostengono reciprocamente, come appunto nel nostro caso; che ove tale affacciamento non abbia luogo, o sia piccolo, o men perfetto. Così dunque av- viene, che molto maggior copia di fluido elettrico si perda dall’argento, e ac- quistisi dallo zinco in tal modo affacciati, che se si toccassero altrimenti ad angolo, e con affacciarsi piccola superficie; e che quindi poi staccati presentino un’elettricità non già più di 1/200 di grado, ma di 1/4 di 1/2: e chi sa, se non si potrà giungere ad ottenerla anche di 1 grado intiero, o più?

Vi sono io giunto infatti, come mostrerò in altra occasione.

.

§ LXXII. Insomma ho pensato, che dovessero quì applicarsi singolar- mente i principj del condensatore (su i quali non mi tratterrò davantaggio es- sendo a voi noti abbastanza); e che per questo massimamente riuscisse cotanto vantaggioso un combaciamento ampio ed esatto dei piattelli metallici per le loro faccie lisce e piane al possibile: cioè per la prossimità di esse faccie, piut- tosto che per i moltiplicati punti di contatto. Ho, dico, così pensato fin sulle prime; e per verificare un tal pensamento ho indi immaginate le seguenti prove.

SPERIENZA XI.

§ LXXIII. Ho un piattello d’argento ben tirato, con tre piccioli fori che lo attraversano da banda a banda, equidistanti tra loro a forma di un triangolo equilatero. In questi fori sono inserite per disotto tre viti, pure d’argento, in guisa che le loro punte sporgono appena 1/10 di linea, più o meno a volontà, dalla faccia superiore liscia e perfettamente piana del piattello. Or posando sopra questo piattello d’argento un altro piattello di zinco, liscio parimenti ed eguale; ecco che il contatto dell’un metallo coll’altro succede ne’ soli punti delle tre vitine sporgenti: siccome però si affacciano le due piane superficie assai da vicino: così facendosi reciprocamente l’officio di condensatori, la quan- tità di fluido, che si accumula nel piattello di zinco a spese di quello d’argento, e l’elettricità che quindi si manifesta positiva nel primo, e negativa nel secondo, non è così piccola, che non possa rendersi sensibile con un discreto numero di giri del duplicatore.

SPERIENZA XII.

§ LXXIV. Diminuisco lo sporgimento delle vitine, tantochè tra le faccie dei due piattelli rimanga si picciolo intervallo, che una carta sottilissima non possa passarvi, e appena vi passi la luce. L’elettricità che contraggon per gli stessi toccamenti delle tre sole punte i due piattelli, è ora, in ragione della maggiore prossimità delle loro faccie, maggiore anch’essa, e già non cede molto a quella che acquistano allorchè, ritirate indietro le viti, vengono le dette faccie a un pieno combaciamento.

SPERIENZA XIII.

§ LXXV. Provo ora a far toccare un piattello all’altro ad angolo, o per gli estremi orli, oppur anche in piano, ma in piccola parte del lembo: e sebbene in questo modo i punti di contatto sieno sicuramente maggiori che nelle due sperienze precedenti, ove le sole punte delle tre viti venivano toccate; pure non avendo luogo quell’ampio e prossimo affacciamento delle piane superficie, che ricercasi all’uopo di condensare l’elettricità, riesce questa ne’ miei piattelli, malgrado i maggiori punti di mutuo contatto, assai più debole che nelle spe- rienze precedenti, talchè ho bisogno di molti più giri del duplicatore per ren- derla sensibile.

§ LXXVI. Fanno dunque più pochissimi punti di reale contatto quando ve ne siano molti altri affacciati, che si guardino assai da vicino, che non qualche maggior contatto, quando sieno molto men ampie le superficie che si affrontano, o non si guardino così d’appresso. Infine egli è dimostrato, che sebbene si ricerchi assolutamente un vero contatto di metalli diversi

Ho per altro qualche fondamento di sospettare, che anche senza alcun reale con- tatto la sola prossimità delle rispettive larghe faccie di due metalli diversi basti a produrvi qualche piccolissima elettricità. Ulteriori sperienze, che ho in vista, potranno verifiicare o distruggere un tale sospetto.

a smovere in essi il fluido elettrico, a farne perdere all’uno, ed acquistare all’al- tro; pochi punti, che realmente si tocchino, bastano perciò: e che se un am- pio combaciamento fa, che molto maggiori riescano tale acquisto, e tal per- dita, ciò proviene non tanto per il rnaggior numero di punti di contatto, nei quali e per i quali diventano essi metalli motori, quanto per gli altri punti, i quali fuori del reale contatto, ma affacciati alla massima prossimità, abili- tano i due pezzi a compiere nel miglior modo l’officio di condensatore.

Cosi è: quando i miei piattelli, od altre lastre di metalli dissimili si appli- cano a combaciamento per delle larghe superficie, la fanno a un tempo stesso da motori e da condensatori; quando si toccano in angolo, o altrimenti, in guisa che non si presentino che picciole superficie, o seppur larghe, non abbastanza da vicino, la fanno semplicemente da motori, e poco o nulla da condensatori. Ecco perchè si ottiene tanto in quella prima maniera, e così poco in quest’ul- tima: come appare confrontando i fatti delle sperienze sopra descritte, III e segg. e specialmente VII, IX, X, ec.

§ LXXVII. Passo ora a provare con esperienze dirette quanto ho più so- pra avanzato al § LVI, cioè che la stessa virtù che hanno i metalli di smovere il fluido elettrico, di darne, o riceverne ec. nel mutuo loro contatto (ben inteso che sieno diversi), la hanno ben anche nel contatto loro CO’ conduttori umidi o di seconda classe, ma generalmente in grado molto minore, trattandosi di conduttori acquei, o poco dall’acqua diversi.

Dico generalmente, e trattandosi che i conduttori cui essi metalli combaciano sieno puramente, o quasi puramente acquei; poichè altrimenti l’azione elettrica, che si esercita al contatto di molti liquori salini, specialmente di certi acidi (ossici) con certi metalli, e degli alcali concentrati con quasi tutti i metalli, è per avventura più forte e più marcata, che quella esercitata nel contatto mutuo di due metalli poco fra loro diversi: come fan vedere le sperienze riportate già a suo luogo (§ XXIII e XXIV) in cui una rana o non ben preparata, o scema di vitalità a segno, che pescando nel modo solito ne’ due bicchieri d’acqua, non si risente ove venga compito il circolo con due di tai metalli poco diversi, come argento e rame, ottone e ferro, viene all’incontro violentemente scossa qualora intingasi ne’ due bicchieri un arco di un metallo solo; tutto es. gr. di ferro o tutto di stagno, di cui un capo sia intriso di acqua ben salata, di ossi- nitroso, o di alcali.

§ LXXVIII. Ristringendomi dunque ai conduttori acquei o presso a poco tali, e scegliendo per questi dei legni verdi, delle pelli umide, della carta pari- menti umida, dei mattoni, od altre pietre porose imbevute d’acqua, applico a ciascuno di questi nel miglior modo, e tenendoli isolati, i piattelli d’argento, di ottone, di stagno, di zinco; quali poi staccati trovo, col solito ajuto del duplicatore

Ed anche senza il duplicatore, con un semplice Condensatore ed una boccettina di Leyden; come mi è riuscito dopo scritto questa Lettera, e mostrerò in un altra, che stò pre- parando.

, essere rimasti elettrizzati negativamente tutti, aver fatto cioè perdita di fluido elettrico; picciolissima però, massime lo zinco, e molto minore di quella che soffre il piattello d’argento applicato a quello di stagno, oppure esso stagno applicato al piattello di zinco, non che il primo applicato a que- st’ultimo. Ella è così picciola tale elettricità del piattello metallico, sia questo di zinco, di stagno, d’argento, o qualunque altro che combaciò questo o quel conduttore umido, che per iscoprirla conviene che il duplicatore sia bene spo- gliato d’ogn'altra elettricità (il che non si ottiene, come abbiam veduto, se non con un lungo riposo del medesimo); e allora pure si ricercano, a portarla a un grado sensibile, molti giri.

§ LXXIX. Non debbo omettere di far osservare rapporto a queste spe- rienze, che se va bene, anzi è necessario, che i conduttori di seconda classe, legni, pelli, carta, avorio, ec., a cui si fanno combaciare i piattelli metallici, siano umidi, fino a un certo segno, tanto cioè che riescano abbastanza buoni conduttori, non conviene però che lo siano di troppo, in modo che bagnino l’istesso metallo; giacchè in questo caso rimanendo attaccata una lamina o velo d’acqua alla faccia del piattello, non è più il metallo che si separa dal con- duttore acquoso, ma acqua da altr’acqua, un conduttor simile da un altro simile; nel qual caso non può comparire elettricità di sorta: appunto come non ne potrebbe comparire in un piattello d’argento, il quale applicato a delle foglie di stagno sovrapposte le une alle altre, al levarlo indi in alto se ne portasse via qualcuna aderente.

§ LXXX. È superfluo ch’io vi dica, che per l’istessa ragione non può mostrare alcuna elettricità il piattello applicandolo a combaciamento dell’acqua stessa, e staccandolo indi: non già perchè non ismova tal contatto il fluido elettrico, e il metallo non ne dia all’acqua cui bacia; che anzi tanto più facil- mente glie ne dà, quanto codesto combaciamento è più ampio e perfetto; ma perchè allo staccare il piattello gli vien dietro quella lamina d’acqua, in cui trovasi appunto tanto eccesso di fluido elettrico, quanto evvi di difetto nella contigua faccia del metallo.

§ LXXXI. Per l’istessa ragione ancora debbon essere asciutte le faccie dei piattelli, se dal loro combaciamento e distacco d’uno dall’altro vuolsi ottenere una sensibile elettricità,

§ LXXXII. Che se invece d’essere la carta, le pelli, le pietre, i legni ec, troppo umidi, lo siano troppo poco, e già conduttori molto imperfetti (incapaci di trasmettere la scossa di Leyden) tirino alla natura degli idioelettrici, ossia elettrizzabili per istropicciamento, potranno tali corpi combaciando i piattelli metallici indurvi un’elettricità più forte di quella, che s’induce dal mutuo com- baciamento di essi piattelli anche i più diversi; molto più poi, se non fer- mandosi alla semplice applicazione, si venga ad una forte pressione, alle per- cosse, allo stropicciamento, e l’elettricità di essi piattelli pel combaciamento, pressione ec. di tai corpi non abbastanza umidi, non sarà ora sempre negativa come allorchè trovansi umidi a dovere (§ LXXVIII), ma in molti casi positiva.

Ma basti per ora di queste sperienze

Produrrò in altra occasione una lunga serie di sperienze sulla specie, e grado di elet- tricità che acquistano i piattelli di diversi metalli, per la semplice applicazione loro, senza cioè pressione considerabile, per l’applicazione con forte pressione, per la percossa, per lo strofinamento in piano o in costa, contro varie specie di coibenti, o così detti idioelettrici, contro dei semicoibenti, contro corpi più conduttori che coibenti, contro de’ conduttori mano mano più perfetti, e finalmente contro se stessi, cioè affrontandosi un piattello me- tallico con un altro diverso; intorno al qual ultimo modo, quantunque molto siasi già detto nella presente lettera, resta pur molto ancora a dire. Questa serie di sperienze presenta dei risultati assai curiosi e nuovi, molti dei quali presi a parte potrebbero sembrare capricciosi in certo modo, e altrettante anomalie, ma che avvicinati mi hanno scoperto certe leggi.

Le principali di queste leggi o risultati generali sono:

1.° Che varia sì di specie, che di forza l’elettricitàde’ metalli cimentati con tutti i detti corpi, non solamente secondo che sono diversi questi, e diversi quelli; ma secondo anche vengono cimentati nell’uno o nell’altro degl’indicati modi.

2.° Che l’argento, lo stagno, e molti altri metalli affittano generalmente l’elettricità negativa, cioè nella maggior parte di tali prove sortono elettrizzati in meno: mentre all’op- posto alcuni altri, singolarmente il zinco, affettano l’elettricità positiva, o in più.

3.° Che tutti però, anche il zinco, si elettrizzano in meno, avvengachè debolissima- mente, combaciando, sia con leggiera, sia con forte pressione, panno, carta, cuojo, legno, avorio ec. abbastanza umidi per essere buoni conduttori.

4.° Che contro codesti corpi umidi piuttosto troppo, che poco, la forte pressione del piattello metallico qualsiasi, le percosse, lo strofinamento, non operano notabilmente più di quello che faccia l’applicazione semplice, o accompagnata da dolce pressione (tanto che porti un abbastanza esatto combaciamento), non producono cioè in esso metallo, che la stessa de- bolissima elettricità negativa (3.°).

5.° Che la semplice applicazione, il semplice combaciamento, purchè sia egualmente ampio ed esatto, fa tutto anche per i metalli cimentati un contro l’altro, cosicchè è inutile qualsisia pressione o stropicciamento.

6.° Che al contrario contro i corpi non molto umidi, e a misura che più partecipano alla natura de’ coibenti, generalmente più del semplice combaciamento, o di una dolce pres- sione del piattello metallico, vi eccita e promove l’elettricità una pressione forte; più di questa le percosse, e meglio di tutto lo strofinamento.

7.° Che la minima efficacia della semplice applicazione, massima dello stropiccia mento, e a proporzione mezzana delle percosse, e pressioni più o meno forti, si osserva nei cimenti de’ piattelli metallici co’ veri e perfetti coibenti; talchè niuna o quasi niuna elet- tricità eccitandosi colla semplice leggiera applicazione del piattello metallico a lastre di vetro asciutte, di zolfo ec., una forte ne sorge colla pressione, assai più forte colle percosse, e fortissima collo stropicciamento.

8.° Che del resto la semplice applicazione. de’ metalli a combaciamento di corpi non del tutto coibenti, ma neppure per molto umido troppo conduttori, di quelli cioè, ch’io chiamo semicoibenti, fa inclinare essi metalli, quali più, quali meno all’elettricità negativa, E. -; la pressione non più tanto alla negativa, anzi pure talvolta alla positiva, E. +; le percosse più decisamente alla E. +; e molto più ancora a questa E. + lo strofinamento, mas- sime in costa.

Così per esempio il piattello d’argento contro la carta nè asciuttissima, nè troppo umida acquisterà col semplice combaciamento, senza notabile pressione, 1 grado di E. -: con una pressione discretamente forte ancora 1 grado o 2 di E. -: colla percossa meno di 1 grado della stessa E. -, o niente, od anche qualche grado di E. +: e collo stropiccia- mento immancabilmente un’E. + e sì di 3, 4, o più gradi. Il piattello di zinco colla sem- plice applicazione meno di 1 grado di E. -: colla pressione 2 o 3 gradi di E. +: colle per- cosse 4, o 6 gr. parimenti di E. +: finalmente 10, 12 gradi, o più ancora della medesima E. + collo stropicciamento.

, che troppo lungi mi condurrebbero, e fuori del soggetto propostomi; e basti di tante pagine di questa doppia Let- tera cresciuta già a un picciol volume.

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