Volta, Alessandro Lettere due del A. Volta al Cav. Giuseppe Banks 1800 Como it volta_lett2GB_942_it_1800.xml 942.xml

LETTERE DUE DEL PROFESSORE DI FISICA SPERIMENTALE ALESSANDRO VOLTA MEMBRO DELLA SOCIETÀ REALE DI LONDRA E DI MOLTE ALTRE ACCADEMIE AL CAV. GIUSEPPE BANKS PRESIDENTE DI ESSA SOCIETÀ ECC.

Como, Marzo-Aprile 1800.

Pr. 1. Dopo un lungo silenzio, del quale non cercherò di scusarmi, ho il piacere di comunicarvi, collega stimatissimo, alcuni risultati sorprendenti, ai quali sono giunto proseguendo le mie sperienze sopra l’elettricità eccitata dal semplice mutuo contatto dei metalli di diversa specie, ed anche da quello di conduttori umidi pure diversi

È noto come io fui condotto a stabilire questo nuovo e generale principio in elettri- cità, il quale ha dovuto sulle prime sembrar paradosso, ma che io fondava sopra sperienze dirette e irrefragabili; cioè: che i metalli, ed altri corpi deferenti, non sono già semplicemente tali, ossia meri conduttori, corpi soltanto permeabili al fluido elettrico, quali sono stati tenuti in addietro; ma veri eccitatori e motori perpetui di esso fluido, a segno di produrre, ove in nu- mero almeno di tre diversi un dall’altro, e portati al contatto formino una catena continua e rientrante, ossia compiscano, come usiam di dire, il circolo conduttore, a segno, dico, di pro- durre, e mantenere una corrente elettrica continua e indefìciente. È noto come io spiegava tutti i fenomeni del Galvanismo propriamente detti, quelli cioè delle convulsioni eccitate coi noti artificj nei membri delle rane giusta le bellissime scoperte di GALVANI, ecc. ed altri effetti ana- loghi ossia dipendenti da medesime cause ch’io avea saputo aggiungere a quelle prime sco- perte, quali sono fra gli altri le sensazioni di sapore sulla lingua, di luce nell’occhio, di bruciore in certe parti delicate, nelle piaghe, ecc.; è noto, dico, come io spiegava questi e quelli effetti senza ricorrere ad alcuna elettricità animale nel vero senso, cioè propria e attiva degli organi; li spiegava con quel mio solo principio soprindicato, vuo’ dire coll’azione che svolgono ed eser- citano sopra il fluido elettrico i conduttori fra loro diversi, massime i metallici, in virtù del sem- plice mutuo contatto: principio, ch’io avea diggià avanzato nella Memoria sul Galvanismo trasmessa alla Società R. di Londra fin dal 1792, e che fu poi l’anno seguente inserita nelle Transazioni Anglicane; principio, che estesi in seguito e sostenni, appoggiandolo a sempre nuovi argomenti, e prove sperimentali, sviluppandolo viemmeglio, e difendendolo contro ogni sorta di obbjezioni, con varj miei scritti pubblicati ne’ Giornali italiani e stranieri da quell’epoca fino al 1798. Veggansi principalmente le mie lettere al VASSALLI, inserite nel Giornale di BRU- GNATELLI stampato in Pavia col titolo di Annali di Chimica Tom. V e VI. an. 1794 e Tom. XI, an. 1796; ed altre a GREN e ad ALDINI Tom. XIII e XIV 1797 e XVI 1798).

Le più dirette, e decisive di tali sperienze furon quelle, colle quali io ottenea dal semplice contatto primieramente di metalli diversi tra loro, poi di metalli con altri conduttori umidi, o di 2.° classe come mi è piaciuto di chiamarli, e finalmente di questi ultimi soli purchè abba- stanza differenti uno dall’altro, ottenea, dico, dei segni sensibili all’Elettrometro; e ciò non già solamente coll’ajuto del Duplicatore, o del mio Condensatore tanto semplice che composto, ma anche senza alcuno di tai soccorsi, e nella maniera più semplice, coll’applicazione cioè immediata di due piattelli differenti, per es. uno d’argento, e l’altro di stagno, o meglio di zinco. Questi piattelli metallici applicati l’uno all’altro colle loro faccie ben piane, unite, e monde, per un tempo qualunque (basta un momento) li staccava io ad un tratto, tenendoli ambedue od un solo per un manico isolante, e portava indi l’uno o l’altro, così isolato, a toccare il cappel- letto di un elettrometro sensibilissimo di BENNET a listerelle di foglia d’oro, o del mio pur ab- bastanza sensibile a paglie sottilissime lunghe circa 3 pollici. Non ci voleva dippiù per far di- vergere cotesti pendolini di paglia tanto, che le loro punte si scostassero d’una linea circa (che viene a 2 de’ miei gradi), e quelli di foglietta d’oro dell’altro elettrometro più squisito ben 3 o 4 linee, con un’elettricità, di cui era quindi facile il riconoscere anche la specie, cioè ch’essa era positiva, ossia di eccesso nello stagno o zinco, e negativa, ossia di difetto nell’argento ecc.

Riguardo alle sperienze coll’ajuto del Condensatore, erano esse pure facili, e piane; giacchè altro non richiedevasi, che di ripetere gli anzidetti contatti e separazioni dei due piattelli varie volte di seguito, e di far toccare a ciascuna separazione, l’uno o l’altro di cotesti piattelli iso- lato a un picciolo Condensatore ben fatto, avente malgrado la sua picciolezza una grande ca- pacità, abile a conservare per lungo tempo l’elettricità in esso accumulata: alle quali condizioni non compiono tutti egualmente i Condensatori.

Già a questo proposito dirò quì, ch’io truovo per le sper. di cui si tratta e per molte altre preferibile ad ogni altro un Condensatore formato di due lastre rotonde o dischi d’ottone, aventi da 2 in 3 pollici di diametro, esattamente piani, e ricoperto uno o meglio ambedue di un sotti- lissimo strato di cera spagna o di ottima vernice, di lacca, di copal o di ambra o simile altro intonaco resinoso, nelle faccie, con cui devono tali dischi affrontarsi a minima distanza, anzi pure combaciarsi, allorquando si vorrà accumulare nell’uno di essi l’elettricità, stando l’altro in comunicazione col suolo, ecc. giusta la teoria ed uso abbastanza conosciuto del Conden- satore. Si può dunque accumulare in quel primo, che chiameremo disco, o piatto collettore, mercè il ripetere molte volte la manovra sovr’indicata cogli altri piattelli d’argento e di zinco nudi, si può dico in tal modo con 10, 12, 15 toccamenti accumulare nel detto Collettore tanto di elettricità, che staccato finalmente dal suo compagno, ed alzato pel manico isolante, indi accostato all’elettrometro a paglie le faccia divergere 8, 10 linee, davantaggio; Che più? Vi si può raccogliere con maggior numero di toccamenti tanto di elettricità, da dare una scintilla visibilissima. Si può altresì con tali alternati contatti e separazioni dei due piattelli metallici diversi portare ad una picciola boccia di Leyden una carica, debole a dir vero, ma pur suffi- ciente per ottenere poi coll’ajuto del Condensatore dei segni sensibilissimi all’elettrometro molte volte di seguito, e fino la scintilla, etc.

Egli fu verso la metà dell’anno 1796, che giunsi ad ottenere codesti segni, mercè il semplice mutuo contatto primieramente di metalli diversi tra loro (al qual oggetto li cimentai poco meno che tutti, cercando di determinare l’azione di ciascuno contro ciascuno con che posso anche dire di essere riuscito di disporli in una scala giusta il potere che hanno di dare l’uno all’altro o ricevere il fluido elettrico); in seguito di questo e quel metallo con tale o tal altro conduttore umido, o di 2.° classe, e infine di differenti conduttori di questa 2.a classe, fra di loro soli; una parte delle quali nuove sperienze e risultati descrissi ampiamente in una lunga Memoria in forma di lettera scritta nell’agosto di quel medesimo anno al cel. Fisico e Chimico GREN prof.re di Halle in Sassonia, per essere inserita nel suo Giornale di Fisica tedesco, come lo fu infatti al principio dell’anno seguente 1797. (Neues Journal der Physik. Band IV, 5, 107), e in seguito anche negli Annali di Chimica di BRUGNATELLI sopracitati. Due anni dopo, cioè nel 1798 ritornai ancora sopra queste sperienze, ch’io avea mostrato in quell’intervallo di tempo a un gran numero di persone curiose di tali cose, e di letterati ancora e Fisici di primo or- dine, fra i quali nominerò solamente i celeberrimi MONGE e BERTHOLLET, ritornai, dico, su tali sperienze, a cui avea dato ancora maggior estensione con lettere anonime al prof.re ALDINI di Bologna nipote di GALVANI, inserite esse pure ne’ detti Annali di Chimica italiana Tom. XVI.

Il successo di queste sperienze era già ben soddisfacente, e non vi bisognava forse neppur tanto per istabilire solidamente, difendere contro ogni opposizione, e porre finalmente fuori d’ogni dubbio, il nuovo principio di elettricità, ch’io avea scoperto ed annunciato fin dalle mie prime ricerche intorno al Galvanismo, e al quale io riportava (come ne fanno fede tanti miei scritti pubblicati nel decorso di varii anni) tutti i fenomeni di questo genere, ed altri analoghi, cioè, per ripeterlo anche una volta, che i conduttori, o corpi deferenti, siano metallici, o di 1.a classe, siano umidi, o di 2.a classe, la fanno altresì da motori di elettricità, o vogliam dire incitatori, impulsori del fluido elettrico nelle indicate circostanze di un contatto mutuo di due fra loro diversi. Sì: il successo di queste sperienze era già più che soddisfacente sotto questo punto di vista, e in certo modo compito; pure io sperava sempre di andare più lungi moltipli- candole, e variandole in molte maniere: come infatti pervenni verso la fine dell’anno 1799 a dei risultati se non più decisivi, che già lo erano abbastanza i primi, più sorprendenti, certo, e molto più istruttivi, sotto vari rapporti; e a quelli fra gli altri, che fanno il soggetto del presente scritto.

.

Pr. 2. Il principale di questi risultati, e che comprende presso a poco tutti gli altri, è la costruzione di un Apparato, il quale rassomiglia per gli effetti, cioè per le scosse, ch’egli è capace di dare e far sentire più o men forti nelle braccia, ecc. alle comuni boccie di Leyden, o meglio alle batterie elettriche debolmente cariche, le quali agissero però incessantemente, o di cui la carica si rimettesse tosto da sè dopo l’esplosione, che godessero insomma di un’azione sopra il fluido elettrico, od impulsione perpetua; ma che altronde ne differisce essenzialmente, e per questa azione continuata, perenne, che è propria di lui solo, e perchè in luogo di consistere, come le boccie di Leyden e batterie elet- triche ordinarie, in una o più lamine coibenti, ossia strati sottili di alcuno di quei corpi creduti esserei soli elettrici, i soli capaci di una vera carica, armati tali strati o lamine coibenti, da conduttori o corpi così detti non-elettrici, questo nuovo apparecchio è formato unicamente da molti di questi ultimi corpi, scelti anzi fra i migliori conduttori, e per ciò i più lontani, come si è sempre creduto, dalla natura, e indole degli idioelettrici.

Pr. 3. Cosi è: l’apparato, di cui vado a trattenervi e che vi sorprenderà senza dubbio, è un aggregato di un numero più o men grande di buoni con- duttori di tre differenti specie accozzati e disposti alternativamente in lunga serie: 30, 40, 60 piastre, di rame, o meglio d’argento, o di oro, di qualsisia grandezza e figura, applicate all’immediato contatto ciascuna di altrettante di stagno, o di piombo, o meglio assai di zinco, e disposte tutte nel medesimo ordine alternativo; con un numero eguale di strati d’acqua o di altro liquido, che sia miglior conduttore dell’acqua semplice, come acqua salata, lisciva, aceto, ecc. oppure di pezzi di cartone, di pelle, panno od altro corpo spu- gnoso, ben inzuppati di alcuno di codesti umori, interposti tali strati umidi a ciascuna coppia o combinazione degli anzidetti metalli diversi, ed appli- cati loro ad un congruo combaciamento per una superficie abbastanza e- stesa, ecco tutto ciò che forma il mio nuovo apparato, od istromento, a cui può darsi la forma di una o più colonne, o qual altra si voglia; appa- rato, il quale imita, come ho detto, gli effetti delle boccie di Leyden, e delle batterie elettriche, col dare delle commozioni alle braccia ecc. della stessa stessissima natura; il quale, a dir vero, resta molto al disotto dell’at- tività di queste batterie caricate ad un alto grado, quanto alla forza e allo strepito delle esplosioni, alla scintilla fulminante, e alla distanza a cui può operarsi la scarica, eguagliando solamente gli effetti d’una batteria carica ad un grado debolissimo, di una batteria però assai grande, ossia avente una capacità immensa; ma che d’altra parte supera infinitamente la virtù e il potere di queste medesime batterie, perciò che il medesimo non ha bisogno com’esse di venir preventivamente caricato mercè di un’elettricità straniera, e ch’egli è attivo sempre da sè stesso ed in perpetua tensione, ossia atto a dare la commozione bastantemente forte dalla mano fino al gomito, fino al- l’omero, ecc. tutte le volte, che si viene a toccarlo nelle debite forme, per fre- quenti che sieno tali toccamenti.

Pr. 4. Questo apparato simile in fondo, e nell’essenza, come farò vedere, ed anche, ritenuta la quì indicata costruzione a colonna (giacchè può costruirsi di molte altre maniere, e ricevere diverse forme come già si è detto (Pr. prec.)), e come ho eseguito, costruendo tra gli altri quello che chiamo a corona di tazze, che è ora fra noi il più in uso per varj comodi che presenta, ritenuta, dico, la costruzione a colonna somigliante nella forma all’Organo elettrico naturale della Torpedine, potrebbe chiamarsi Organo elettrico artificiale. E in vero non è egli come quello, composto unicamente di corpi deferenti disposti in una lunga e certa serie ordinata? Non è al dippiù, come vedemmo, attivo per sè stesso, senza alcuna carica precedente, senza soccorso di un’elettricità qua- lunque eccitata per alcuno dei mezzi conosciuti finora? Attivo, ed operante senza intermissione o rallentamento? Capace infine di dare ad ogni istante delle scosse più o men forti secondo le circostanze, delle scosse, che raddop- piano ad ogni nuovo congruo toccamento, e che ripetute così con frequenza, mercè il replicare con brevissime interruzioni tali toccamenti, producono quel medesimo intormentimento del braccio, ecc., e quella specie di formicolamento, che fa provare, tentata in simil modo, la Torpedine?

Pr. 5. Si sa altronde .........

Qui passo ad una breve considerazione degli organi’ elettrici della Tor- pedine, ove accennandone la struttura e tralasciate le altre ipotesi dei Fi- sici meno verisimili, immaginate per ispiegare onde derivi in essi organi l’elet- tricità, o come venga da’ medesimi mossa, mi trattengo alquanto ad esami- nare quelle di NICHOLSON, esposta nel suo Giornale di Fisica ecc. (Tom. 1, p. 358), che tra tutte è parsa la più plausibile, mostrando anche di questa l’insussistenza, e conchiudendo, che a niun altro apparato, o stromento elet- trico possono essere paragonati cotali organi della Torpedine, formati di sole sostanze conduttrici, di molte colonnette cioè membranose ripiene tutte di una serie di laminette ossia pellicole sovrapposte le une alle altre, a niun apparato, dico, o stromento elettrico attivo possono essere paragonati sif- fatti organi della Torpedine, fuor solo al mio di nuova invenzione, costrutto parimenti di soli conduttori, e sì di una serie di laminette formanti una o più colonne, al quale perciò rassomigliano quelli finanche nella forma, come si è detto.

Dopo una tal digressione vengo finalmente a descrivere più particolar- mente tale mio Apparato costrutto si in questa forma primitiva, che in altre, che ho saputo dargli in seguito, ed a riportare le principali sperienze con esso, le quali partisco in tre capi, cioè 1.° Sperienze elettroscopiche. 2.° Sper. elet- trico-fisiologiche. 3.° Sper. elettrico-chimiche, facendovi a tutte le opportune riflessioni.

Eccovi, Amico, qual è la Memoria, che sto terminando, di cui una metà solamente, anzi meno, ed a squarci ho mandato l’anno scorso nelle due let- tere al Presidente della Società R. di Londra.