Volta, Alessandro Memoria sull'Identita del Fluido Elettrico col Fluido Galvanico - Parte Prima it volta_memFluidElet1_944_it.xml 944.xml

PARTE PRIMA.

FONTI.

STAMPATE.

Br. Ann. t. XIX (1802) pg. 38 Ann. de Chim. Vol. 40. (an X, 1801, 1802), pg. 225. Ant. Coll. T. II, p. II, pg. 167.

MANOSCRITTE.

Cart. Volt.: E 51, F62, J 60, J 64, J 65, L 21.

OSSERVAZIONI.

E 51 è la minuta del principio d’una lettera al direttore del Journal de Physique, alla richiesta del quale d’una relazione sulle esperienze fatte colla pila a Ginevra, il V. risponde preannunciando una più vasta Memoria in argomento. F 62 è una lettera autografa del Brugnatelli in data: « Pavia, 26 aprile 1800 » nella quale egli dichiara di attendere questa prima parte, che voleva destinare al volume XVIII dei suoi Annali (1800). Vedi la nota al N° XXII del Vol. I di quest’opera. J 60 comprende due minute di parecchi paragrafi della parte I. J 64 vedi « Osservazioni » come le presenti al frontispizio del N° XXVII (B) seguente a questo. J 65. Minuta italiana di un brano che si diffonde in maggiori particolari sul confronto delle scariche delle batterie e le scariche dell’elettromotore e che si pubblica. L 21 è una minuta di questa parte, mancante di alcuni paragrafi, che sembra formare (a meno di un foglio che manca) una minuta unica con L 19 (vedi « Osser- vazioni » come le presenti al N° XXVII (D) seguente a questo.

In Br. Ann. T. XIX [1802], pag. 29 trovasi una lettera dell’Aldini al Vassalli in cui, dopo avere riconosciuta l'importanza delle esperienze del Volta, lo scrivente afferma di averle ripetute in vari modi, e, confessando di non avere ancora letta questa Memoria, dichiara la sua immutata fiducia nella teoria del Galvani.

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Ho addotte in uno degli antecedenti Scritti le ragioni, che ho avuto fin dapprincipio per credere, e le molte che si aggiunsero in seguito, in un coi più chiari indizj, per sostenere che il così detto fluido od agente galvanico altro non è che il vero e genuino fluido elettrico. Ho fatto sentire che queste ragioni e indizj sono così evidenti e dimostrativi, che sarebbe egli e una pertinacia, e un vero scandalo il voler ancora negare una tale identità, o il solo dubitarne; e che suona male per fino l’espressione di Elettricità Galvanica introdotta da alcuno, non che il nome che molti vorrebbero ritenere di agente, o fluido gal- vanico. Ma passi per i nomi e le parole, purchè si convenga nella cosa. Non dubito che tutti ne converranno alla fine. Per giungere però più presto a un tal consenso universale, e far cessare ogni contesa, veggio essere necessario il dissipare intieramente quell’obbiezioni e difficoltà, che sono state messe in campo, e delle quali non mi son fatto carico nel detto Scritto. Me lo farò dunque in quest’altro, che ne formerà, se si vuole, una continuazione, seb- bene possa stare anche da se, o far corpo con altre consecutive Memorie; e prenderò così occasione di sviluppare vie meglio la mia teoria.

§ I. Queste difficoltà, che trattengono ancora molti dal riconoscere una piena e perfetta identità del fluido elettrico e galvanico, ed hanno suggerito ad alcuni la strana idea di un altro fluido particolare, si riducono alle seguenti:

1° La pretesa mancanza di alcuni de’ segni elettrici, e la debolezza degli altri, in confronto delle forti scosse, delle sensazioni di dolore ecc., che cagionano con i detti apparati galvanici, anche semplici, conosciuti da un pezzo, e consistenti nell’accozzamento di due metalli di specie diversa, se- gnatamente argento e zinco; e molto più i composti che ho io recentemente inventati e messi in voga, formati cioè da molte coppie di cotai metalli di- versi comunicanti l’una all’altra per mezzo di conduttori, non metallici, ossia conduttori umidi.

2° Il mostrarsi non conduttori del principio o fluido in questione, di quello cioè che gioca sì nelle sperienze già note da un pezzo e designate col nome di sperienze galvaniche, che in queste recenti e affatto analoghe, che si fanno col detto mio apparato di nuova invenzione; il mostrarsi, come pare, non conduttori, il trattenere od impedirne l’azione, alcuni corpi, che sono pur buoni e tengonsi anzi per eccellenti conduttori dell’elettricità, come l’aria molto diradata, e singolarmente la fiamma.

3° I sì marcati e mirabili effetti chimici, che il medesimo apparato produce, di decomposizione cioè dell’acqua, e di altri fluidi, di pronte termos- sidazioni de’ metalli, ecc.: i quali effetti, dicesi, non si vede come attribuir si possano a quella così debole elettricità, che si manifesta in tal apparato con segni nulla o ben poco sensibili ai delicati elettrometri; quando l’assai più forte e strepitante delle macchine elettriche ordinarie, che vibra ed innalza a molti gradi degli elettrometri più pesanti; quando una copiosa corrente di fluido elettrico, che con queste macchine si ecciti, e si mantenga per eguale spazio di tempo, ed anche più lungamente, non si vede che li produca.

Queste sono finalmente, o a queste si riducono tutte le difficoltà, che pos- sono lasciare ancora de’ dubbj in chi per avventura non è abbastanza versato nella scienza e pratica dell’elettricità, specialmente in quella parte che riguarda l’elettrometria: i quali dubbj e difficoltà mi conviene perciò sciogliere, por- tando su tal materia gli opportuni schiarimenti.

§ II. Per venirne a capo sarà bene prima di tutto determinare, se non col- l’ultima esattezza, con qualche precisione, il grado di forza, con cui il fluido elettrico è spinto dall’uno nell’altro di due conduttori di specie diversa, i quali applicati a mutuo contatto sono, non già semplicemente conduttori, ma nello stesso tempo anche incitatori o motori di esso fluido, come fin dalle mie prime scoperte intorno al Galvanismo gli ho chiamati (veggansi tutte le mie Memorie sopra questo soggetto pubblicate dal 1792 fino al 1798)

Nelle opere periodiche del Prof. BRUGNATELLI.

. Sceglieremo a tal uopo fra i metalli, che per tale virtù motrice superano di lunga mano i con- duttori non metallici, o di seconda classe, così da me detti, che sono poi i conduttori umidi, sceglieremo fra i primi, due de’ più diversi, ossia rispetti- vamente più attivi, quali sono l’argento, o puro, o legato con rame a varie dosi, come si truova per esempio nelle monete, e il zinco, parimente o puro, o legato con più o meno di stagno, o di stagno e piombo insieme: le quali leghe ho trovato che fino a certe proporzioni non diminuiscono notabilmente, e in alcune dosi accrescono piuttosto la virtù sì dell’argento, che dello zinco. Questi dunque ben netti e tersi, ove si tocchino per uno o più punti (ciò che è indifferente, sol che si tocchino veramente a nudo) sbilanciano e smuovono il fluido elettrico in guisa, che passa esso dall’argento nello zinco, diradandosi in quello, e condensandosi in questo; e in tale stato di condensazione nell’uno e rarefazione nell’altro mantiensi, ove i detti metalli altra comunicazione non abbiano, altri conduttori cioè, da cui ripeter possa l’argento il fluido perso, e in cui versar possa il zinco l’acquistato; al che pur tendono con forza pro- porzionata al seguito sbilancio.

Or dunque fino a qual segno viene sbilanciato il fluido elettrico, diminuito cioè nell’argento, ed accresciuto nello zinco? Fino al punto di produrre in questo una tensione di elettricità per eccesso, od in più (El. +), e in quello una di elettricità per difetto o in meno (El. -), eguali l’una e l’altra ad 1/60 circa di grado del mio elettrometro a paglie sottili

Questo Elettrometro, che ho descritto son molti anni nelle mie Lettere a LICHTENBERG sulla Meteorologia elettrica, e che s’assomiglia molto a quello di CAVALLO, avendo sì l’uno che l’altro i pendolini rinchiusi in una boccetta, ec., ne differisce in ciò solo, che questi pendolini, invece d’essere fili metallici nudi terminanti in pallottole di midollo di sambuco, sono fili rive- stiti di paglia sottilissima, senza i globetti all’estremità; questo Elettrometro ha il vantaggio, che la sua marcia è molto più uniforme, e i suoi gradi perciò con sufficiente esattezza computabili per tutta la scala. Tali gradi sono marcati dall’innalzarsi, ossia divergere di esse paglie lunghe 3 pollici; ed ogni mezza linea, che si scostano le punte misura un grado.

. Vedremo tosto su quali dati si fonda una tal determinazione.

§ III. Siffatta tensione elettrica, che arriva appena ad 1/60 di grado, è certamente troppo debole per potersi manifestare a dirittura, e render sen- sibile, non che al detto elettrometro a paglie, ma a quello pur anche di BENNET a listarelle di foglia d’oro, quattro volte circa più mobile, e il più delicato che siasi fin ora costrutto. Ma posso ben io renderla sensibile una sì fiacca elettricità, e farle dare de’ segni abbastanza marcati, onde riconoscere eziandio la specie, distinguere cioè l’El. +, e l’El. -, ricorrendo al condensatore

Quest’altro stromento intieramente di mia invenzione che ho descritto ampiamente, son parecchi anni, e spiegato in una lunga Memoria inserita nelle Transazioni Anglicane, e in altra nel Journal de Physique di ROZIER, e nelle già citate Lettere sulla Meteorologia elett. nella Bibliot. Fis. d'Europa di BRUGNATELLI, con de’ miglioramenti, e correzioni, è conosciuto da tutti i Fisici, ma da pochi inteso a dovere, e usato con tutte quelle attenzioni, che si ricer- cano per trarne il miglior partito. Niuna meraviglia pertanto, se a molti non riesciranno alcune delle sperienze, che vado a riportare, o non così bene, come riescono a me, e le mostro tutto giorno a chi vuol vederle.

, stromento per queste ed altre ricerche veramente prezioso. Convien però che sia esso condensatore ben costrutto, ed in buon ordine.

§ IV. Il migliore, di cui mi servo più comunemente, è quello descritto nel precedente Scritto, e che non sarà inutile il descrivere qui di nuovo, per farne rilevare vie meglio le condizioni, a cui è dovuta la sua bontà ed eccel- lenza. Consiste dunque in due dischi o piattini d’ottone di 2 in 3 pollici di diametro ben piani ed uniti; (ottimo riesce lo smerigliarli un sopra l’altro fino al segno che posti a congruo combaciamento tengansi fra loro con forte adesione), ed intonacati nelle faccie con cui debbono applicarsi l’uno all’altro, allorchè si adoprano ad uso di condensatore, di un ben sottile strato di cera- Spagna, o meglio di un più sottile ancora di buona vernice di lacca, di coppale, o d’ambra; tantochè trovisi, stando quei due dischi a mutuo combaciamento, una sottilissima lamina o velo coibente che li dirima, ossia ne impedisca il contatto metallico, ma nello stesso tempo distino essi piani metallici un dal- l’altro il meno possibile; nel che consistono le condizioni di un ottimo conden- satore, massime ove si tratta di accumulare un’elettricità estremamente debole. Ad uno di questi dischi poi, o ad ambedue, è adattato un manico di vetro incrostato di ceralacca, per istaccarli, quando conviene, uno dall’altro ad un tratto, e levar in aria questo o quello perfettamente isolato, ecc.

Mi servo anche di altri dischi o piatti di qualsisia metallo, oppur di legno (e questi ultimi mi riescono più comodi, potendo farli più grandi, senza che sieno troppo pesanti, e bastando che sian coperti tai piatti di legno in tutto o in parte di foglie di stagno o di carta argentata), quali dischi, sian di metallo, sian di legno inargentato, io vesto nelle faccie, con cui devono applicarsi l’uno all’altro, di un velo di seta, di un pezzo d’incerato, o di taffetà verniciato: mi servo, dico, anche di questi per condensatori con abbastanza buon successo, però con minore vantaggio; giacchè l’elettricità portata ed accumulata, come che sia, nell’un piatto, ancorchè trovisi sostenuta ossia controbilanciata dal- l’elettricità contraria, che contrae il piatto compagno comunicante col suolo (per la nota azione delle atmosfere elettriche, a cui si riporta il giuoco del con- densatore), non vi si conserva lungamente, fuori del caso che sieno tali into- nachi asciuttissimi, massime quello d’incerato, che di sua natura è troppo poco coibente, ma mal rattenuta da tali coibenti imperfetti interposti trapassa quel da piatto a questo in pochi minuti, o secondi; laddove ne’ piattelli incro- stati di buona ceralacca, o di vernice resinosa, vi rimane confinata l’elettricità per delle ore, seppur non sieno manifestamente umide e quasi bagnate le faccie, od estremamente umido l’ambiente.

§ V. Posto dunque in ordine un tale buon condensatore, faccio la seguente sperienza fondamentale. Pongo a contatto un pezzo d’argento puro, o con lega, una moneta, p. es., con un pezzo o lastretta di zinco, oppure gli unisco a vite, o inchiodandoli, o con saldatura metallica qualunque, o in altre qual- siasi maniere, sol che il contatto si faccia tra metallo e metallo: gli unisco nel modo indicato, o in qual altro più mi piace; e prendendo fralle dita il pezzo z di zinco, faccio comunicare l’altro a di argento per qualche momento al piattino superiore del condensatore, mentre l’inferiore comunica, come dee, col suolo; ritirata indi tal coppia di lastrette az, ed alzato detto piattino superiore, a cui venne comunicata l’elettricità dalla lastretta d’argento a (e vi si è raccolta ed accumulata corrispondentemente alla capacità, e virtù collettrice, di cui godea esso piattello stando accoppiato al compagno, in grazia dell’elettricità contraria che questo avente comunicazione col suolo veniva contraendo, conforme alla nota teoria del condensatore), ecco che dispiega un elettricità, per difetto (El. -) di 2 in 3 gradi, e talvolta fino di 4 del mio elettrometro a paglie sottili, come esso piattino lo dimostra avvi- cinandolo a detto elettrometro, e adducendolo al contatto del di lui cappelletto

Aprendosi di tanto le pagliette del mio Elettrometro, che segnino anche solo 2 gradi, cioè si discostino una dall’altra le loro punte una linea (V. Nota b), non solamente può l’occhio discernere chiaramente un tale scostamento, e tensione elettrica, ma distinguere anche coi noti artifizj la specie di elettricità, cioè se positiva El. +, o negativa El. -, secondo che un altro corpo elettr. +, come un tubo di vetro stropicciato, od elettr. -, come un bastone di ceraspagna parimente strofinato, accrescono o diminuiscono quella divergenza de’ pendolini. Più patenti poi sono tali segni, ove marcando 3 o 4 gradi divergano le paglie linee 1 1/2, o 2.

Non è quindi necessario ricorrere per tali prove ad un elettrometro più delicato, qual è quello a listarelle di foglietta d’oro (ivi): però servendosi di questo colpiscono assai più i segni, che ne appajono, scorgendosi divaricare le fogliette tanto che le estremità vanno alla distanza di 4, 6, 8 linee, e a battere fin anco contro le pareti della boccetta.

.

§ VI. Se all’opposto prendo fralle dita il pezzo a, cioè la lastretta di ar- gento, e fo comunicare al piatto collettore (chiamerò da qui innanzi così quello de’ due dischi del condensatore, a cui direttamente viene impartita l’elettricità, e che non comunicando col suolo, sta applicato convenientemente all’altro, che vi comunica) la lastretta di zinco z; levato indi esso collettore in alto, e portato similmente a toccare il cappelletto dell’elettrometro, mani- festa di nuovo 2, 3, 4 gradi di elettricità, ma di elettricità per eccesso (El. +).

§ VII. È troppo necessario avvertire, che in questa seconda sperienza la lastretta di zinco non deve già toccare immediatamente il piatto collettore, s’esso è di rame; giacchè spingendo questo metallo quasi con egual forza che l’argento il fluido elettrico nello zinco, troverebbesi la nostra lastretta z compresa così fra l’argento e il rame, in mezzo a due forze presso a poco eguali dirette in senso opposto, ossia l’una contro l’altra, le quali si eliderebbero per conseguenza in modo, che poco, e nulla quasi di fluido elettrico verrebbe ad infondersi ed accumularsi entro ad esso collettore; onde niun segno sensibile di elettricità o quasi niuno verrebbe egli quindi a dare alzandolo ecc. Conviene pertanto interporre un qualche altro conduttore non metallico, un conduttore umido qualunque; i quali conduttori di seconda classe, come li chiamo non hanno un’azione reciproca coi metalli così forte, ossia non sono rispetto ad essi che debolissimi motori. Io soglio porre un pezzetto di carton bagnato sopra il piatto collettore, e far toccare a cotesto cartone la lastretta z, in tal modo il fluido elettrico spinto continuamente dalla lastretta d’argento a in essa lastretta z di zinco, passa ulteriormente senza contrasto nel detto con- duttore umido, e da questo mano mano nel piatto collettore; dal quale poi levato in alto ottengo li 3 gradi circa di El. + che non ottengo toccando colla medesima lastretta z esso piatto di rame a nudo a cagione dell’indicata oppo- sizione di forze.

§ VIII. Riguardo alla sperienza 1a (§ V), essendo l’argento, che si rivolge verso cotesto piatto di rame, e che gli si fa toccare, non è punto necessaria l’interposizione del cartone bagnato, o d’altro conduttore umido, e riesce di poco o niun vantaggio, per la ragione suddetta (§ prec.), che vi è poca diffe- renza rapporto alla virtù elettrica fra il rame e l’argento, ossia che picciola azione esercitano un sull’altro nel mutuo contatto, pochissimo insomma viene spinto il fluido elettrico dall’argento nel rame, e quindi rimane presso a poco intiera niente quasi contrariata l’azione, che si esercita nel contatto dell’ar- gento collo zinco a quel luogo, dove le due lastrette az stanno unite, l’azione, dico, che con forza assai prevalente spinge esso fluido elettrico dalla prima nella seconda di tali lastrette, onde poi quella impoverita ne prende dal piatto collettore per rifarsi, tantochè questo giunge a manifestare i 3 gradi circa di El. -(§ V).

§ IX. Tengo io dunque per sicuro che nelle riferite sperienze, ed altre analoghe, l’azione sul fluido elettrico si eserciti nel mutuo contatto di metalli diversi; e non, come altri ha creduto, e credono pur ancora, nel contatto di questo o quel metallo con questo o quel conduttore umido. Il confronto della 1a sperienza (§ V) colla 2a (§ VI), l’osservarsi cioè che l’elettricità monta egual- mente in ambedue coll’ajuto del condensatore ai 3 gradi circa, egualmente, dico, o quasi egualmente, vi sia o non vi sia di mezzo il corpo umido, lo indica già abbastanza. Pure potrebbesi ancora sospettare che l’azione elettrica avesse luogo nel contatto della lastretta a o z colle dita che la reggono, o con altro conduttore umido, che in tali sperienze volesse sostituirsi alle dita.

§ X. Convien dunque per non lasciar luogo a tale obbiezione ripetere le sperienze in modo, che nè la mano, nè alcun altro corpo umido tocchi nè l’una, nè l’altra delle lastre di diverso metallo, che in somma non vi abbiano che contatti metallici: alle quali sperienze procedo in più modi; e in primo luogo attenendomi alle due lastre congiunte az, come qui sopra, ottengo ancora l’effetto, se mentre l’una tocca il piatto del condensatore, l’altra tengasi isolata; e basta solo che questa sia grande assai, o in altra maniera resa molto capace mercè il comunicare coll’uncino di una boccia di Leyden nè carica, nè isolata, onde poter fornire o ricevere sufficiente quantità di fluido elettrico: in tal modo non mancherà esso condensatore di contrarre, se non i 3 gradi di elet- tricità positiva, o negativa (secondo che gli si fa comunicare la lastra di zinco o quella d’argento), 2 gradi, od 1 almeno a tenore delle circostanze.

§ XI. Un’altra maniera è quella, che ho descritta ampiamente nelle Let- tere a GREN del 1796, e più ancora in quelle ad ALDINI del 1798 (pubblicate negli Annali di Chimica di BRUGNATELLI), consistente nell’applicare a mutuo contatto de’ piattelli di diversi metalli, tenuti ciascuno per un manico iso- lante, e tosto divelti portarli al cappelletto dell’elettrometro: colle quali spe- rienze ottenea pure, essendo i due piattelli uno d’argento e l’altro di zinco, e combaciandosi bene in piano (con che oltre il comportarsi in qualità di mo- tori elettrici, faceano al medesimo tempo l’officio di condensatori, come ho ivi spiegato), ottenea, dico, i 3 gradi circa di elettricità positiva (El. +) dallo zinco, e negativa (El. -) dall’argento ecc.

Or dunque tutte queste sperienze, in cui non interviene alcun corpo umido, e il contatto si fa solo tra metallo e metallo, dimostrano ad evidenza che la mossa al fluido elettrico viene data da tale mutuo contatto di metalli di- versi.

§ XII. Ma, e quando questo o quel metallo tocca e combacia un condut- tore umido, non viene anche per tale contatto data alcuna spinta al fluido elettrico? Sì veramente, come avea io pure scoperto, e dimostrato con altre molte sperienze descritte nelle citate Lettere, e in altre antecedenti Memorie; ma così poco, trattandosi di acqua, sia semplice, sia impregnata di diversi sali, o trattandosi di corpi imbevuti di varj umori, che generalmente non è tale azione da paragonarsi per alcun conto a quella che dispiegasi tra due me- talli assai diversi, come zinco e argento, o rame, tranne alcuni forti acidi, liquori alcalini, fegati di solfo, ossia solfuri alcalini, che in contatto di alcuni metalli movono il fluido elettrico assai sensibilmente.

§ XIII. Egli è così, che nella sperienza 1a (§ V), tocchi la lastretta a, ossia d’argento il piatto collettore di rame a nudo, o comunichi al medesimo coll’interposizione del cartone bagnato, o di altra sostanza umida, si eccita l’istessa elettricità, e di egual forza presso a poco (§ VIII), cioè a 3 gradi circa di elettricità per difetto (El. -), come parimente si eccitano intorno a 3 gradi di elettricità per eccesso (El. +) nella 2a sperienza (§ VI) facendo comunicare al condensatore la lastra z coll’interposizione del corpo bagnato, necessaria in questo caso per la ragione spiegata (§ VII).

§ XIV. Tali dunque sono i segni, che ottengo ogni volta che trovandosi uniti, o posti in qualsisia modo a mutuo contatto un pezzo qualunque d’ar- gento ed uno qualunque di zinco (giacchè la figura sopra indicata (§ V) è posta soltanto per esempio, e può del resto cambiarsi e forma e grandezza di ciascuna delle lastre, e maniere ed estensione di contatto); mi faccio col- l’aiuto di un buon condensatore ad esplorare negl’indicati modi lo stato elet- trico a cui per tale mutuo contatto è portato l’uno e l’altro metallo. Or avendo io preventivamente determinato con altre sperienze, che troppo lungo sarebbe di qui riportare, quanta sia la forza condensatrice o accumulatrice che voglia dirsi del condensatore che adopro nelle sperienze, di cui ora si tratta, in qual ragione, ossia quante volte possa egli condensare l’elettricità; intendo con ciò di dire quanta maggior dose di elettricita sia capace di ricevere quello de’ due piatti, a cui s’infonde, e che chiamo appunto piatto collettore, o in altri termini quanto più gliene abbisogni per salire ad un dato grado di tensione stando esso piatto collettore affacciato convenientemente all’altro piatto compagno (il quale comunicando col suolo acquista altrettanto quasi di elet- tricità contraria, onde controbilanciare quella prima, giusta le leggi delle atmo- sfere elettriche): quanto maggior dose, dico, di elettricità è capace di ricevere detto piatto collettore così accoppiato, che non stando separato e solitario; e per conseguenza quanto più alto sorge poi in esso la tensione elettrica, al- lorchè avendo ricevuta da qualsiasi non manchevole sorgente l’elettricità in quella posizione favorevole che gli procurava una tanto più grande capacità, viene quindi a staccarsi, e ad allontanarsi dal piatto compagno, e in conse- guenza a perdere l’anzidetta straordinaria capacità; avendo ciò determinato con qualche giustezza

Per accennar qui alcuno dei modi, con cui determino tal condensazione, dirò, che faccio delle prove infondendo nel piatto collettore affacciato al compagno, che comunica col suolo, l’elettricità forte di 1, 2 o 3 gradi al più del mio elettrometro a pagliette; procedente però tal elettricità da un’amplissima sorgente, per esempio da una grande boccia di Leyden carica appunto ad 1, 2, o 3 gradi; ed osservando quanti gradi poi ne ottenga colla solita manipolazione, alzando cioè esso piatto collettore pel suo manico isolante, e portandolo pron- tamente al contatto dallo stesso elettrometro; ottenendo per tal modo un’elettricità 100, 150 ec. volte più forte di quelli 1, 2, o 3 gradi, vedo tosto quanto vi è stata accumulata o condensata, cioè 100, 150 volte ec.; i quali gradi allora non potendosi misurare coll’elettrometro a boc- cetta troppo limitato, convien riportarli al quadrante elettrometro, e sapere in qual rapporto stanno i gradi di quello coi gradi di questo.

, mi è facile conoscere quale sia la forza, l’intensità, o tensione elettrica, com’io la chiamo, in ciascuno de’ due pezzi o lastre d’ar- gento e zinco, che stanno a contatto fra loro; quale dico, e quanta sia la ten- sione elettrica, che s’induce nell’una e nell’altra rispettivamente, e vi si so- stiene costante, o tolta si rinnova, in virtù di tale mutuo contatto mantenuto o rinnovato. Così dunque se il condensatore, che adopro, condensi 120 volte, ed io ne ottenga, con far comunicare per qualche momento a questa o a quella di tali lastre congiunte il piatto collettore, ed innalzato indi dal piatto compagno portarlo all’elettrometro, ne ottenga, dico, 2 gradi, ne deduco essere stata 120 volte minore, cioè 1/60 di grado la tensione elettrica di esso piatto collet- tore, quando e finchè trovossi accoppiato; e conchiudo che eguale pure ad 1/60 di grado, o certamente non minore debba essere stata la tensione elettrica della lastra, che potè comunicarne tanta a quello, e lo può di nuovo e sempre a qualunque altro o conduttore semplice, o condensatore, o boccia di Leyden di qualsiasi capacità, come vedremo. Lo stesso conchiudo, se portando la con- densazione a 180, 240, 300 volte (al qual segno può benissimo arrivare un ec- cellente condensatore, i cui dischi metallici esattamente piani sieno spalmati d’ottima sottil vernice), i gradi, che ottengo all’elettrometro, siano corrispon- dentemente 3, 4, 5: conchiudo cioè ancora che la tensione elettrica della lastra fatta comunicare ad esso condensatore è di 1/60 di grado.

§ XV. Or tali in circa sono i risultati che ho avuti ripetendo e variando in molti modi e in diversi tempi le prove (che ho anche mostrate a varie per- sone intelligenti): cioè tutti concorrono a stabilire che 1/60 di grado circa del mio elettrometro a paglie sottili è la tensione elettrica indotta dal mutuo contatto dello zinco coll’argento, per eccesso in quello (El.+), per difetto (El. -) in questo; come sopra ho avanzato (§ II). Con altri metalli, meno diversi fra loro in ordine a tale virtù motrice del fluido elettrico, la tensione che sorge è minore, e tanto minore quanto meno differiscono tra loro, ossia sono meno distanti nella serie o scala qui indicata, in cui i primi spingono il fluido elettrico in quei che sieguono, cioè argento, rame, ferro, stagno, piombo, zinco

Nelle mie Memorie precedenti trovasi questa scala molto più estesa, comprendendo altri metalli, e semimetalli, solfuri, e miniere, oltre il carbone.

. Ma vi sono pure sostanze che più ancora dell’argento e dell’oro spin- gono il fluido elettrico negl’altri metalli, e massime nello zinco; queste sostanze sono la piombaggine, alcuni carboni, e soprattutti il manganese nero cristal- lizzato. Pel contatto di quest’ultimo collo zinco arriva la rispettiva tensione al doppio quasi di quella che dà l’argento collo stesso zinco, cioè tra i 1/38, e 1/40 di grado.

§ XVI. È facile comprendere, che acciò la lastretta z di zinco, che si fa comunicare al piatto collettore, possa indurvi tanto fluido elettrico quanto pur se ne richiede per portarvi la tensione a 1/60 di grado, allorchè sta esso affacciato al piatto compagno, onde poi salga a 2, 3, 4 gradi col levarlo in alto; acciò, dico, quella lastretta z possa indurre tanta elettricità, nel piatto collet- tore, che gode di una grande capacità, è necessario che l’altra lastretta a con- tigua o tengasi colle dita umide, come nelle sperienze sopra descritte (§ V e seg.) o comunichi in altre maniere liberalmente coll’ampio ricettacolo della terra, o almeno con conduttori molto estesi, o con recipienti di assai vasta capacità, quali sono, per esempio, le boccie di Leyden abbastanza grandi; poichè altrimenti se fosse isolata, o se non avesse altre capaci comunicazioni cotesta lastretta a d’argento, fornito da essa quel pochissimo di fluido elet- trico allo zinco che può perdere per venire allo stato di elettricità in meno (El. -) eguale ad 1/60 di grado (che è il massimo di tensione, a cui può giun- gere in virtù del contatto con esso zinco, non potrebbe fornirne di più, e quindi anche la lastretta di zinco z non potrebbe passarne al condensatore di più di quel pochissimo ricevuto a sole spese di detta lastretta d’argento di limitatissima capacità. Vi vuol dunque che questa abbia delle buone comu- nicazioni, onde trarre il fluido elettrico, e risarcirsi mano mano che ne dà allo zinco, e questo ne deposita nel capace condensatore, se ha ad accumularsi in esso condensatore nella quantità e fino al segno sopra indicato.

Così se rivolgendosi la lastretta a, ossia l’argento, al condensatore, e toccandolo rimanesse la lastretta di zinco z in aria, voglio dire senz’altra co- municazione, ricevuto che avesse questa quel pochissimo di fluido elettrico, che vi vuole a portarvi l’E1. + alla tensione di 1/60 di grado, che è tutto quello che può sopportare esso zinco in virtù del mutuo contatto coll’argento, non potrebbe questo dargliene di più, finchè sussiste in quello, non avente altra comunicazione, cotal tensione, e non dandogliene detto argento, neppure ne trarrebbe dal condensatore oltre quella scarsissima dose corrispondente alla da lui fatta perdita.

§ XVII. Vedesi pertanto, che neppure coll’ajuto del condensatore, e sia pur eccellente, si possono ottenere segni sensibili all’elettrometro da due me- talli diversi che si toccano, sian pure questi tra i migliori motori, come argento e zinco, e se uno di essi non comunica con buoni e vasti conduttori, o assai capaci recipienti, mentre l’altro fa passare l’elettricità, che va mano mano contraendo, entro ad esso condensatore, e in tal modo ve l’accumula. Ma io era pur giunto fin dal 1796 ad ottenere de’ segni abbastanza marcati da due soli metalli, senza l’intervento di alcun altro conduttore, senza altre comuni- cazioni, da due metalli, dico, diversi tra loro addotti a mutuo contatto, e altronde isolati, giunto era ad ottenere questi segni all’elettrometro anche senza l’estraneo soccorso di condensatore, o a meglio dire facendo essi metalli medesimi combaciantisi con larghe faccie e piane offizio di motori, e di conden- satori insieme, come ho spiegato in una memoria pubblicata nell’anno seguente 1797, che contiene molte di tali sperienze fatte con piattelli di diversi me- talli, i quali applicati l’uno all’altro, indi divelti, e tenuto ciascuno per un manico isolante, davano segni a dirittura all’elettrometro ecc.

§ XVIII. Queste più antiche sperienze, colle quali ottenea parimente 2, 3, 4 gradi di elettricità per eccesso (El. +) in un piattello di zinco, ed altret- tanto di elettricità, per difetto (El. -) in uno d’argento applicati a mutuo contatto colle faccie loro ben piane ed unite, indi staccati, le spiegava io già allora, e le spiego in oggi co’ medesimi principj sopra esposti, dello spingere cioè che fa l’argento a versare il fluido elettrico nello zinco fino al segno di in- durre in questo una tensione di El. +, in quello di El. -, eguali l’una e l’altra ad 1/60 di grado circa

In alcuna di quelle sperienze mi era parso che fosse molto minore, e l’avea valutata a 1/200 di grado solamente; ma trovai poco dopo ch’era assai maggiore, e presso a poco quale vien qui indicata.

: per giungere alla qual tensione tanto maggior dose di fluido elettrico dovea fornirsi dall’uno all’altro piattello, quanto questi affacciati uno all’altro a dovere, e controbilanciandovisi le rispettive elettri- cità contrarie, compivano nel miglior modo all’officio di condensatore.

§ XIX. Resta dunque in tutte le maniere comprovato, che a 1/60 di grado circa (dico un’altra volta circa, come già ho detto al principio, perchè una grande esattezza non può ancora pretendersi in simili sperienze: e però questo circa dovrà sempre intendersi, ove anche per ischivare ripetizioni io nol ricordi) arriva la tensione di elettricità per eccesso (El. +) nello zinco, e così pure quella di elettricità per difetto (El. -) nell’argento, posti a mutuo contatto; e tale si sostiene, finchè dura esso contatto, e quelli non hanno comunicazione con altri conduttori, nei quali possa liberamente scorrere il fluido elettrico spinto e sollecitato da tal tensione.

§ XX. Una bella e luminosa conferma di ciò, una prova la più soddisfa- cente, che tale e tanta è la rispettiva tensione elettrica prodotta dal mutuo contatto di codesti metalli, quale qui si stabilisce, e quale io l’avea dedotta dalle sperienze sopra indicate, e da varie altre fatte con una sol coppia dei medesimi, cioè di 1/60 di grado del mio elettrometro a paglie sottili, mi hanno somministrato quelle più recenti, più istruttive, e assai più belle con due, tre, quattro, e più coppie, ottenuto avendo appunto il doppio, il triplo, il quadruplo, ec. di tensione elettrica, cioè invece di 1/60 di grado 2/60, 3/60, 4/60, ec.: come potei verificare col solito artificio del condensatore, il quale, ove condensando da 120 volte era portato da una sola di tali coppie a 2 gradi di detto elet- trometro (§ XIV, XV), lo era poi da due, tre, quattro, cinque coppie, a 2, 4, 6, 8, 10 gradi.

Questo è il gran passo da me fatto sulla fine dell’anno 1799, passo che mi ha condotto ben tosto alla costruzione del nuovo apparato scuotente, ec.; il quale ha cagionato tanto stupore a tutti i Fisici; a me grande soddisfazione, ma stupore non molto dopo l’anzi detta scoperta, che mi promettea bene un tal successo.

§ XXI. Una delle più belle maniere di fare queste nuove sperienze con molte coppie di metalli si è di soprapporre ad una moneta od altra simile la- stretta o piattino d’argento una piastretta eguale di zinco, ed a questa un bullettino di cartone, di panno, di pelle, o di simil altro corpo spugnoso, in- zuppato d’acqua; poi una seconda lastretta d’argento coperta da un’altra di zinco, e così altre simili coppie metalliche in seguito, e nel medesimo ordine, coll’interposizione fra coppia e coppia del bullettino o conduttore umido qualunque. La figura terza

In Br. Ann. manca la tavola corrispondente: si riproducono le figure che qui interessano da una tavola di Ant. Coll. analoga a quella di Phil. Trans. riprodotta al N. XXII del I vol. dì quest’opera, ma avente in più qualche lettera di richiamo adoperata nel testo qui sopra. [Nota della Comm.].

mette sott'occhio un picciolo apparato di questa sorte congegnato a forma di colonna, in cui le lamine o strati d’ar- gento, di zinco, e di sostanza umida vengono indicati dalle lettere iniziali A, Z, u.

Disposte così le cose, non si ha che far toccare la sommità di questa picciola colonna, ossia l’ultima lastra, al condensatore, mentre il piede o prima lastra è tenuta in mano, ovvero posa sopra un sostegno qualunque non isolante, comunica insomma per mezzo di buoni o passabili conduttori col suolo: la qual comunicazione è qui pure necessaria per le ragioni già sopra addotte (§ XVI). In questo modo acquista esso condensatore, cioè il piatto collettore (ben inteso che il suo piatto compagno comunichi col suolo) tanta elettricità, quanta ve ne vuole per portarlo alla tensione di 2/60 di grado se le coppie sono 2, di 3/60 se sono 3; di 4/60 se sono 4; e così di 10/60, di 20/60 se sono 10, o 20 le coppie ec., onde poi levato in alto dispiega, supposto che condensi 120 volte, li 4, 6, 8 gradi, li 20, 40, ec.

§ XXII. È facile comprendere, dopo ciò che si è fatto osservare più sopra (§ VII) per qual ragione sia necessario d’interporre alle coppie metalliche que’ strati umidi. Senza di essi, ove cioè si succedessero i suddetti metalli in serie alternata, come negli esempj o tipi espressi nella fig. 2, si vede chiaro, che ogni piastretta di zinco z trovandosi in contatto sopra e sotto a due d’ar- gento a a, e quindi le forze che spingono il fluido elettrico da questo a quel metallo essendo in opposizione, si eliderebbero esse vicendevolmente, in guisa che non avanzerebbe da tal conflitto altro che quella picciola forza, che corri- sponde all’azione di una coppia sola, nel caso che la serie cominciasse da un metallo e finisse nell’altro, come nella fig. 2, e niuna forza affatto nel caso che la prima e l’ultima piastra fossero del medesimo metallo.

Così dunque egli è impossibile ottenere un ingrandimento di elettricità, cioè una tensione maggiore di 1/60 di grado, con soli pezzi di argento e zinco accoppiati, per quanto se ne moltiplichi il numero, e vi vuole per ciò conse- guire, per giungere ad una forza elettrica più alta, e corrispondente appunto

[Page not transcribed] [Empty Page] al numero delle coppie metalliche ben ordinate, vi vuole assolutamente che una coppia comunichi all’altra non immediatamente, ma per mezzo di un terzo conduttore nulla o poco attivo a rincontro di essi metalli, qual è un con- duttore di seconda classe, ossia umido (§ IV).

§ XXIII. Neppure con pezzi di tre, o più metalli, senza l’interpolazione di conduttori umidi, riesce di ottenere un tal ingrandimento di elettricità, stante il rapporto che evvi fra tutti i metalli, o conduttori di prima classe, in ordine alla forza con cui questo o quello spinge il fluido elettrico in questo o quell’altro. Per codesto rapporto io intendo, che dato che l’argento es. gr. spinga detto fluido nel rame con forza = 1; il rame lo spinge con forza = 2 nel ferro, il ferro con forza = 3 nello stagno, questo nel piombo con forza = 1, e il piombo finalmente con forza = 5 nello zinco, l’argento lo spingerà nello zinco a cui si applichi immediatamente con forza = 12. Così accoppiando rame con stagno sarà la forza spingente il fluido elettrico da quello in questo = 5; dal ferro al piombo = 4; dal ferro allo zinco = 9: e generalmente, posto a immediato contatto qualsivoglia metallo con qualunque altro, la forza, con cui viene spinto il fluido elettrico, agguaglia esattamente la somma delle forze dei metalli intermedj ossia compresi nell’indicata serie, o scala graduata fra quello e questo, cosicchè sianvi o non sianvi tali metalli intermedj nell’appa- rato da noi composto, si frappongano tutti ai due che ne formano gl’estremi, o alcuno solamente vi entri di mezzo, e in qualsisia ordine o serie, gli è come non se ne frapponesse nessuno, e la forza elettrica, che risulta, è sempre la me- desima, nè minore cioè, nè maggiore di quella che si dispiega, ove vengano a contatto immediato il primo e l’ultimo.

§ XXIV. Questo esatto rapporto, questo giusto tenore, e regolata degra- dazione nelle forze elettriche dei metalli, ossia conduttori di prima classe (in cui si comprendono, oltre alcune piriti e miniere, i carboni), ch’io avea sco- perto fin dalle prime mie ricerche, e mostrato nelle già citate Memorie, è in vero mirabile e soddisfacente; ma d’altra parte ci toglie di poter costrurre un apparato molto attivo, il qual giunga a produrre scosse, scintille, ec. con soli metalli, o corpi di tal seconda classe, il che sarebbe pur desiderabile: quanto bello e comodo riuscirebbe un tale apparato tutto di metalli uniti e stretti insieme a forma per es. di una verga, di una catena, ec. ! Chi sa che un giorno non si giunga a costrurre un tale apparato elettromotore tutto so- lido? Basterebbe trovare qualche conduttore solido abbastanza buono, che fosse però mero conduttore e non motore, o motore ben anche, ma in altro rapporto che quello regolare e graduato, che si osserva ne’ metalli; ed inter- porre quello, invece de’ conduttori umidi, fralle solite coppie de’ metalli diversi. La cosa mi pare molto difficile, ma non impossibile.

§ XXV. Del resto se il medesimo rapporto si estendesse dai metalli, o conduttori di prima classe, a quelli di seconda o conduttori umidi, neppure coll’interposizione di questi a quelli potrebbesi nulla ottenere; ma fortunata- mente non ha luogo, e non si osserva quella legge (come ivi pure mostrai) passando dai detti conduttori e motori di prima classe a quelli di seconda. Dispiegasi sibbene nel contatto di questo o quel metallo con questo o quel conduttore umido qualche forza incitante e movente il fluido elettrico; ma essa è molto picciola in paragone di quella che si dispiega nel mutuo contatto di due metalli abbastanza diversi, come già ho fatto osservare (§ XII); e non è già in rapporto coll’azione che quelli esercitano uno sull’altro. Così, per recare un esempio, spingendo l’argento con una forza = 12 il fluido elettrico nello zinco, e il zinco spingendolo per sua propria virtù nell’acqua con una forza = 1, dovrebbe se avesse luogo l’indicato rapporto come per i metalli fra loro (§ XXIII), spingerlo esso argento nell’acqua con forza = 13, eppure non ve lo spinge che con forza = 1 anch’esso, poco più, o poco meno. Non trovasi dunque più tra i conduttori di prima e seconda classe quel rapporto, ossia non vi corrispondono le rispettive forze con giusta norma e tenore, come si osserva per quelli di prima classe tra loro (§ cit.).

§ XXVI. Che se avesse luogo così fatto rapporto, e corrispondente gra- dazione anche passando da una classe all’altra, ed ambe ne formassero così una sola, è chiaro che a nulla servirebbe l’interporre ad ogni coppia di metalli diversi un conduttore umido, qual egli si fosse, come a nulla serve l’interporre un terzo metallo qualunque (§ XXIII), e che giunto non sarei mai, moltipli- cando, tali coppie e strati umidi, ad avere maggior forza di elettricità di quella avea ottenuto da una coppia sola. Se vi son giunto pertanto, se ho potuto co- strurre degli apparati che danno segni elettrici tanto più forti, delle scosse gagliarde, scintille ec., è dunque in grazia di questo cambiamento di tenore nel passaggio dalla prima alla seconda classe de’ motori elettrici.

§ XXVII. Può domandarsi qui (e la questione è d’importanza), se il rapporto, ossia quella regolata giusta gradazione, che si osserva tra i condut- tori di prima classe, riguardo alle rispettive loro forze in qualità di motori del fluido elettrico (§ XXIII) e che manca poi nel passaggio da quella prima alla seconda classe (§ XXV) abbia luogo di nuovo per i conduttori di questa seconda classe tra loro, cioè non sortendo da tal classe. Supposto che avesse luogo, diverrebbe impossibile il costrurre un apparato con questi soli, che di- spiegasse una forza elettrica di qualche polso, atta a scuotere le braccia, ec., come abbiam mostrato (§ XXII, XXIII) esser impossibile costrurlo con soli della prima classe.

§ XXVIII. Eppure, se non l’arte, la natura ha trovato il modo di riuscirvi negli organi elettrici della Torpedine, dell’Anguilla tremante (Gymnotus elec- tricus), ec. costrutti di soli conduttori di questa seconda classe ossia umidi, senza alcuno della prima, senza alcun metallo; e forse non siam lontani che anche l’arte vi possa arrivare. Convien dunque dire che l’indicato rapporto e regolata gradazione rispetto alle forze motrici del fluido elettrico non si os- servi dai conduttori di seconda classe neppure fra loro, o almeno non abbia luogo per tutti, ma procedan le cose con altre leggi e tenor diverso, almeno riguardo ad alcuni; oppure che debbasi per avventura la seconda classe sud- dividere, e riconoscerne una terza, in cui i conduttori siano bensì in rapporto fra loro in qualità di motori, come lo sono quelli dentro ciascuna delle altre due classi, ma non lo siano coi conduttori della seconda.

§ XXIX. Potrebbe per avventura questa terza classe di conduttori, e motori tutt’insieme, essere formata da corpi, che contengono bensì qualche umore, ma o coagulato, o incorporato e fissato in modo, che non se lo può facilmente spremer fuori, onde neppure possono dirsi propriamente cotai corpi intrisi o bagnati; quali sono molte sostanze animali, muscolari cioè, tendinose, membranacee, nervee ec., che fresche e recenti si mostrano mi- gliori conduttori dell’acqua stessa, e di altri umori; e potrebbero negli organi elettrici della Torpedine quelle laminette, ossia pellicole sovrapposte le une alle altre in sì gran numero entro ciascuna delle colonnette, che compongono tali organi, potrebbero essere metà d’una, e metà d’altra di tali sostanze con- duttrici e motrici dell’accennata terza classe, disposte alternativamente, e interpolate ad ogni pajo o coppia eterogenea da uno de’ conduttori apparte- nenti alla seconda classe, da uno strato umido ec. Tale è l’idea ch’io mi formo di siffatti organi elettrici; i quali composti di sostanze tutte conduttrici, a niun altro apparato elettrico possono paragonarsi, fuorchè al mio, il quale imi- tando perfettamente essi organi negli effetti, vi rassomiglia finanche nella forma.

da J 65 a.

Or dunque si richiede una batteria molto capace, perchè imiti sensibil- mente le scariche dell’Elettromotore nella durata fino almeno a un certo segno. Qual debba essere cotesta durata acciò per cariche anche debolissime e non marcabili ai comuni elettrometri si possano avere scosse più o meno sensibili; non possiamo precisamente determinarla, le scariche delle nostre batterie anche più grandi contenendosi ancora entro i termini di un tempo brevissimo: comprendiamo però, che dovendo corrispondere la durata della scarica alla capacità della batteria ossia alla quantità di fluido elettrico ri- chiesto a formare quella data carica; quanto maggiore sarà dessa capacità, tanto più sensibile riuscirà la scossa oppure per produrne una data tanto più debole potrà essere la carica.

Per dare di tali rapporti una tal quale estimazione all’ingrosso; recheremo alcuni esempj; e cominciando da una batteria di circa 60 piedi quadrati di armatura faremo osservare; che il più breve contatto possibile di un buon arco conduttore, contatto che duri non più o forse meno di un minuto tanto è bastante per la di lui scarica presso a poco compita.

Supponiamo pertanto, che s’impieghi giusto tal brevissimo tempo dì 1 min. terzo a compiersi la scarica, di tale batteria; per altre batterie di 10 piedi di armatura, di 4, di 2, di 1, dureranno le scariche circa 10, 4, 2, 1 minuti quarti.

Ciò supposto quale è la carica richiesta per la batteria, o boccia di 1 solo piede di armatura, a far che dia una scossa leggerissima a due diti, che tengansi tuffati nell’acqua di due bicchieri in guisa di far parte dell’arco conduttore? Ho dunque trovato, che per una tale minima scossa che giunge appena alla seconda articolazione di essi diti, nè punto s’estende alla mano, è più che suf- ficiente la carica di 1 grado del mio elettrometro a paglie sottilissime, che di- vergono in punta di mezza linea per grado quella che si scarica in un solo mi- nuto quarto. Che se non un dito solo per parte ma due o tre peschino ne’ bic- chieri, o la mano intiera, divisa così la sensazione neppure questa minima scossa riuscirà percettibile. In qualunque caso essa è sempre di molto inferiore a quella, che vien data da una pila di 60 in 70 gruppi, la cui carica arriva simil- mente a circa 1 grado dell’istesso elettrometro in ragione di 1/60 od 1/70 di grado per gruppo, per ogni coppia cioè di rame e zinco, come ricavo da molte mie sperienze. La ragione di questa grande differenza è, che l’elettromotore non finisce già di scaricarsi come, la boccia, o picciola batteria suddetta, in 1 minuto quarto, ma continua indefinitamente: non è quindi maraviglia, che tante scariche che si succedano, 60 cioè in un minuto terzo eguali a quel- l’unico della boccia, che compiesi in 1 minuto quarto facendo altrettante im- pressioni ne’ nostri organi, che per un così breve tempo di cui non possiamo rimarcare la successione confondonsi in una sola sensazione, riesce questo tanto più forte, producesi cioè una scossa dolorosa e in.... abile ne’ due diti e grave ancora ai pugni, ai gomiti, e fino alle spalle, qualoraove si comunichi alle altre parti dell’arco conduttore, non più coi soli diti, ma con ampia super- ficie delle mani ben immollate, come tenendole tuffate addentro nell’acqua, o impugnando bene larghe lastre metalliche.

A fare si agguaglieranno però la scossa della boccia, e la scossa della pila, se o questa sia formata di un molto minor numero di gruppi, o elevata la carica di quella ad un grado molto più alta. Ridotta cioè la pila a 4 soli gruppi per cui non giugne la scarica o tensione elettrica, che ad 1/60 di grado circa, come ho potuto scoprire col mezzo del Condensatore darà pur essa una legge- rissima scossa sensibile ai soli due diti, eguale a quella che dà la boccia da 1 piede d’armatura carica ad 1 grado; e innalzata la carica di questa a 16 gradi, se ne avrà una valida scossa fino alle spalle, eguale a quella che dà la pila ben montata e composta di 60 a 70 gruppi.

Or procedendo alle boccie più grandi, o batterie, con una di 2 piedi di armatura la quale impiegherà corrispondentemente non 1 ma 2 minuti quarti a scaricarsi avremo la minima scossa ove sia stata caricata ad 1/2 grado sola- mente, a quel segno a cui giunge una pila di 70 a 75 gruppi; carica, che l’elet- trometro a paglie sottili non marca già più, se non si ricorre al condensatore; e così poi la forte e valida scossa suddetta ove siasi caricata a 8 gradi. Con una batteria di 4 piedi che pur 4 min. quarti dovrà impiegare a scaricarsi compiuta- mente, basterà la carica, se non di 1/4 di grado, di 1/3 a produrre la minima scossa, e per la forte, ossia eguale a quella di una pila di 60 a 70 gruppi, la carica di 4 o 5 gradi. Ad una di 10 piedi d’armatura di cui la scarica dee durare da 10 min. quarti, basterà per la minima scossa la carica di 1/6 o di 1/7 di grado, e per la potente di circa 3 gradi. Finalmente per la grande batteria di 50 o 60 piedi quadrati di armatura la di cui scarica si prolungherà a 50 e 60 min. quarti, cioè a circa 1 min. terzo, non vi vorrà più di 1/16 di grado, per la minima scossa, ed 1 grado solo per la scossa potente eguale a quella della migliore pila di 70 gruppi che ha pure la carica o tensione elettrica di 1 grado.

Pr . Tale è il confronto che vuol farsi della pila od elettromotore colle batterie; dal quale parallelo si vede, che per una carica, o tensione elettrica eguale, eguale ancora sensibilmente è la scossa che producono ambedue, quando però la capacità della batteria sia tanto grande, che a scaricarsi tutta impieghi circa un minuto terzo. In tal caso può anche essa batteria colla carica di un sol grado dell’elettrometro a pagliette, od anche con una minore, far scintillere un momento la punta di un sottil filo di ferro, e fon- derne un pochetto: (Pr .) Per una più estesa e lunga fusione non basta tale scarica che dura non più di un minuto terzo, non bastano le batterie di 50 o 60 piedi quadrati di armatura; ci vorrebbero di centinaja e migliaja di piedi, onde le scariche avessero a durare non uno ma più minuti terzi, anzi pure alcuni minuti secondi, ci vorrebbero dico, batterie di quasi infinita ca- pacità per imitare questi ed altri stupendi effetti, che ci offre l’elettromotore costrutto a dovere, mercè le sue scariche, tanto più a lungo protratte, anzi perenni, de’ quali effetti farem qui appresso brevi parole.

Pr . Intanto l’eguaglianza degli effetti prodotti, come dall’elettromotore, così dalle batterie cariche all’istesso debolissimo grado; tale perfetta egua- glianza per ciò che riguarda le scosse, e per quello ancora che riguarda la fu- sione dei fili e fogliette metalliche, portata fino a quel segno, che abbiam mo- strato, se non basta a porre in evidenza l’identità del fluido elettrico, e del preteso fluido Galvanico, e a convincere, che niun altro agente v’interviene che quello, domanderò cosa più desiderare si può. Pur io ho ancora a darvi per giunta altre prove, e sono le sperienze, con cui fo vedere a caricare una boccia di Leyden, due, tre, una batteria qualunque, con un semplice e breve toccamento fatto ad esse della pila; a caricarle al grado istesso della pila, nè più nè meno (come mi vien indicato dall’Elettrometro, mediante il soccorso del Condensatore, ed anche senza tal ajuto, ove la pila sia composta di un numero grande di gruppi, p. e. di 100, 150, 200, ecc., che fanno alzare a dirit- tura il mio elettrometro a paglie sottili a gradi 1 1/2, 2, 3, ecc.); con che poi la boccia, le due o tre boccie unite, e la batteria mi danno le scosse corrispon- denti a tal grado di carica, e alle rispettive loro capacità. Così è: le scosse che danno esse boccie sono eguali egualissime, sia ch’io le carichi supponiamo a 2 gradi colla macchina elettrica ordinaria, o coll’Elettroforo; sia con una pila di 130 gruppi circa, che marchi pure 2 gradi.