Volta, Alessandro Memoria sull'Identita del Fluido Elettrico col Fluido Galvanico - Continuazione della Memoria it volta_memFluidEletCont_945_it.xml 945.xml

MEMORIA DEL PROF. ALESSANDRO VOLTA SULL’ IDENTITÀ DEL FLUIDO ELETTRICO COL FLUIDO GALVANICO CONTINUAZIONE DELLA MEMORIA

FONTI.

STAMPATE.

Br. Ann. T. XXI (1802) pg. 163. Ant. Coll. t. II. p. II, pg. 195.

MANOSCRITTE.

Cart. Volt. J 61; J 62; J 63; J 64; L. 22.

OSSERVAZIONI.

J 61. Prima minuta scritta in italiano. J 62. Minuta di un brano sul principio e della nota a § 30. J 63. Minuta di un breve brano verso la fine e della nota sulle esperienze del Van Marum. J 64. Vari fogli staccati di minute diverse di questa parte (tra questi un gruppo note- vole che deve essere una delle prime lezioni, e contenente paragrafi della prima e della seconda parte con qualche differenza sensibile dal testo che si stampa). In Cart. Volt. N. 41 è una lettera autografa del Brugnatelli in data «Pavia 29 settembre 1802 » nella quale si legge: « la v.a seconda Memoria letta all’Instituto mi preme- rebbe inserirla nel tomo XX Annali che si stampa: e se colle aggiunte è divenuta lunga, mandatemi la metà già tradotta, che in seguito stamperemo l’altra metà in compimento ». Quest’ultima non fu poi stampata dal Brugnatelli che interruppe con l’anno 1802 la pubblicazione del suo giornale.

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§ XXX. Resta pertanto provato ad evidenza, che ad ogni contatto di un pezzo di argento o di rame con uno di zinco, e finchè dura tale contatto, conforme si è fatto osservare (§ 19 e segg.), viene spinto il fluido elettrico da quello in questo metallo: nel quale (notisi ciò bene) non rimane già in riposo, impiegandosi a soddisfare qualsiasi di lui appetenza, attrazione, o capacità rispettivamente maggiore, come potrebbe credersi, (e come da taluni è stato male inteso ciò che di questo passaggio del fluido elettrico da uno in altro metallo per virtù del semplice loro contatto ho avanzato in tutte le antece- denti Memorie); ma tende continuamente ad uscirne con una forza eguale ad 1/60 circa di grado del mio elettrometro a paglie sottili, siccome l’argento tende con egual forza a ripigliare da altri corpi il fluido somministrato ad esso zinco. Insomma piuttosto che un’attrazione, che tiri il fluido elettrico dall’ar- gento nello zinco pel mutuo loro contatto, vuol dirsi un impulso, qual ei pur sia, che ve lo caccia a forza

Le prime mie sperienze, colle quali ottenea segni all’elettrometro da un piattello di metallo qualunque posto a combaciamento di un altro metallo diverso, e quindi staccatone, sperienze descritte ampiamente nelle Lettere a GREN, e ad ALDINI, pubblicate le prime fin dal 1797 in questi annali, e ricordate qui sopra (§ II), poteano per avventura lasciar dubbio, che il zinco per esempio prendendo del fluido elettrico all’argento, lo prendesse solo, e tanto solo quanto corrispondesse ad una certa qual sua appetenza, ossia bisogno di saturarsene in certo modo, e che amasse quindi ritenerlo, nè se ne mostrasse aggravato, ossia carico sopra il naturale suo stato, elettrico quindi per eccesso, se non dopo staccato dall’argento, da cui avea tratto tal dose di fluido. Io però non pensava così; ma bene, che durante ancora il suo accoppiamento coll’argento tendesse esso zinco a cacciar fuori d’altra parte il fluido elettrico ricevuto, o che andava ricevendo da quello, a sgravarsene cioè versandolo ne’ conduttori umidi, con cui avesse comunicazione: e così che l’argento tendesse a tirarne se sè dagli stessi, o da altri conduttori umidi, per risarcirsi di quello già da lui versato, o che andava versando nello zinco; con che venisse poi a formarsi, ove fosse compito il circolo conduttore, quella corrente continua di fluido elettrico, che ho sempre sostenuta, quella corrente che producea a mio avviso tutti fenomeni dell’in allora mal supposta elettricità animale, ossia di quello che anche in oggi vuol chiamarsi Galvanismo. Ora le sperienze, con cui ottengo segni sensibili all’elettrometro da due metalli diversi accoppiati, mentre, e per tutto il tempo che stanno effettivamente congiunti (§ 5 e segg.), e ne ottengo di tanto più forti dal nuovo apparato a colonna, a corona di tazze, ec. quanto maggiore è il numero de’ metalli diversi permanentemente accoppiati, e disposti in giusta serie (§ 20 e segg.), queste sperienze pongono la cosa fuori di dubbio, e coufermano nella più bella miniera le mie antiche idee.

. Tale dunque, e tanta elettricità manifestano, cioè 1/60 di grado di El. per eccesso (El. +) il zinco, di El. per difetto (El. -) l’argento, stando a tal mutuo contatto applicati, e finchè ci stanno; e a tanto di tensione possono quindi portarla in altri conduttori, o recipienti, cui si faccia comunicare questo o quello di tai metalli accoppiati, mentre l’altro comunica liberamente col suolo, condizione affatto necessaria (§ V, XVI e segg.).

§ XXXI. Questo principio è il fondamento di tutto. Al quale se si ag- giunge la supposizione, già non più supposizione, ma verità di fatto, che ad ognuno di tali contatti de' due metalli, riceve il fluido una tale e tanta spinta, che questi impulsi cioè si ripetono per ciascheduna di tali coppie metalliche poste in serie, e perseverano costantemente durando i contatti, come le spe- rienze han dimostrato (§ XX e segg.) niente più manca per la spiegazione di tutti i fenomeni, che presenta il mio apparato.

§ XXXII. Si spiega particolarmente per tal azione continuata indeficiente come non solamente un condensatore, ma una boccia di Leyden picciola o grande che sia, ed anche grandissima, e fino una capacissima batteria elettrica, si carichino da un tal apparato in pochi istanti alla medesima tensione di questo, cioè ad 1 grado circa del mio elettrometro a paglie sottili, ove esso apparato sia composto di circa 60 coppie di zinco e argento, o zinco e rame; a 2 gradi ove sia composto di 120 coppie ec.; giacchè l’apparato colla sua perseverante azione continua a comunicare l’elettricità ad essa boccia o batteria, a infon- dervi cioè via via fluido elettrico se le tocca coll’estremità sua che ne ridonda, semprechè l’altra estremità che ne scarseggia possa mediante le necessarie comunicazioni risarcirsi quanto bisogna; o viceversa continua a sottrarne, se con questa estremità negativamente elettrizzata le tocca, mentre l’altra gode di opportuno sfogo, ossia comunica a capace recipiente, in cui versare il fluido accumulato; continua, dico esso apparato elettromotore a comunicare la sua elettricità positiva o negativa a qualsisia recipiente, al condensatore, alla boccia, alla batteria, fino a che la carica vi sia portata ad una tensione equilibrata colla sua, finchè cioè la reazione sia eguale all’azione: locchè si compie in pochissimi istanti; rigorosamente però in tempo più lungo a misura che la capacità della boccia, o delle boccie riunite, che ricevono tal elettricità è più grande.

§ XXXIII. Or una boccia di vetro molto sottile, che abbia circa un piede quadrato di armatura, caricata ad 1 o 2 gradi del detto elettrometro a paglie sottilissime, che ne faccia cioè divergere le punta 1/2, od 1 linea può già dare una scossa, debolissima invero, ma pur sensibile, provocandone la scarica mercè il toccarne l’uncino procedente dall’interna armatura con una lastra di metallo, che tiensi impugnata in una mano ben umettata, mentre un dito dell’altra mano pesca in un vaso d’acqua comunicante per mezzo di altra lamina metallica al tondo, ossia armatura esterna di essa boccia; una scosse- rella cioè, che prende una o due articolazioni di quel dito intinto

Farò osservare qui che con questa maniera, la più acconcia a far sentire le picciolis- sime scosse, ne ottengo la minima, cioè una appena appena sensibile al dito mignolo, dalla giara di 1 piede quadrato di armatura, pur che sia di vetro ben sottile caricata a 1/2 grado; ed una parimenti minima dalla mia batteria di 10 piedi quadrati caricata ad 1/8, ed anche a 1/10 so- lamente di grado: le quali debolissime cariche ben si comprende che non possono manifestarsi nè all’elettrometro mio a paghe sottili, nè a quello pure di BENNET a listerelle di foglietta d’oro, se non coll’ajuto di un buon condensatore.

. Che se facciasi la prova con boccie o grandi giare, pur esse di vetro sottile, aventi 2, 3, 4 piedi quadrati di armatura, e caricate similmente, o con un breve contatto del mio apparato, o colle scintille di un elettroforo, o con macchina elettrica ordinaria, caricate, dico, ad 1 o 2 gradi dello stesso elettrometro a pagliette, la scossa notabilmente più risentita a proporzione prenderà tutto il dito, ed anche forse ambe le mani fino al carpo. Finalmente con una batteria di 10, 15, 20 piedi di armatura riuscirà assai più grave la commozione con la stessa carica di 1 ovvero 2 gradi, e si estenderà al gomito, e per avventura fino agli omeri. Nulla dico dell’effetto che produrrebbero batterie di 60, 100, 150, 200 ec. piedi quadrati caricate con apparati di 200, 300, o più coppie metalliche, e quindi a più di 3, 4, 5 gradi, perchè non ho ancora sperimentato con elettro- motori e batterie così grandiosi: del resto è facile predire che se ne avrebbero scosse tanto più valide ec.

Al tempo che stesi, e lessi all’Instituto Nazionale di Francia (in Novembre cioè del 1801) la presente Memoria, non avendo ancor potuto procurarmi delle più grandi batterie co- strutte colle attenzioni richieste, avea fatte delle prove soltanto con picciole, e al più di 10 piedi quadrati di armatura, ch’io mi era costrutte in mia casa a Como alcuni mesi prima. Or questa batteria di 10 piedi caricata con uno de’ miei apparati a colonna di circa 120 coppie di rame e zinco, mi dava una abbastanza forte commozione fin oltre al gomito. Intanto il Dott. VAN- MARUM da me eccitato a sperimentare più in grande, faceva le sue prove in compagnia del Prof. PFAFF con una batteria di circa 150 piedi quadrati di armatura, che caricava con varie pile, fino con una di 200 coppie, e ne avea scosse molto più gagliarde, non però tali ancora quali mi sarei aspettato, e quali ottenute si sarebbero, se fosse stata meglio costrutta la batteria stessa, e soprattutto il vetro delle giare più sottile.

.

§ XXXIV. Conviene, perchè riescano queste sperienze colle boccie di Leyden, e massime colle batterie di portata, che non vi sia fra i conduttori delle medesime che debbono comunicare fra loro, nè fra questi e le rispettive armature, la minima interruzione; giacchè altrimenti non potrebbe effettuarsi a dovere nè la carica, nè la scarica, essendo tale carica, che arriva ad 1, o 2 gradi solamente dell’elettrometro a paglie sottili, tanto debole, che non può lanciarsi all’intervallo di 1/60, e neppure forse di 1/600 di linea

In Cart. Volt. L 22 è scritto « ne saproit peut franchir un intervalle d’l/400 de ligne... ». E in Cart. Volt. J 61 è scritto «Seguendo una tal legge, o regola, per le cariche più piccole una di 4 gradi potrà appena passar alla distanza di 1/24 di lin., una di 10 gr. ad 1/48 lin., una di 6 gr. ad 1/100, una di 4 gr. ad 1/200 lin., una di 2 gr. ad 1/400, una di 1 gr. ad 1/800 lin. ». [Nota della Comm.].

, ossia spez- zare una lamina d’aria di tale grossezza, come mi sono con apposite sperienze assicurato

Queste sperienze, per cui ho congegnata a bella posta una macchinetta, che serve benissimo anche ad altre investigazioni, mi hanno mostrato: che per la scarica ossia per il salto della scintilla fra due palle metalliche di un pollice circa di diametro ad 1 linea di di- stanza, vi vuole che la carica tanto di un semplice conduttore, quanto di una boccia picciola o grande, ed anche grandissima, giunga a 12 in 13 gradi di un elettrometro di HENLY, ossia quadrante elettrometro, reso più leggiero dei comuni, e per altri riguardi da me perfezio- nato, colle debite correzioni alla scala, onde averne i gradi esattamente comparabili, che per il salto della scintilla di 2, 3, 4 linee vi vogliono proporzionatamente da 25, 34 1/2, 50 gradi di ca- rica; e così 6 gradi solamente, o poco più per il salto di 1/2 linea, 3 g. per quello di 1/4 lin. ec., insomma, che la distanza a cui può giungere la scintilla, ossia farsi la scarica, è in esatta o quasi in esatta proporzione col grado di elettricità che segna l’elettrometro corretto, almeno dentro gl’indicati limiti. La qual cosa è invero molto rimarcabile, come lo è più ancora che la lunghezza del tiro della scintilla per egual grado dell’elettrometro non differisca notabilmente, qualunque sia la capacità del recipiente che porta la carica, o picciola cioè di un semplice conduttore, o grande di una boccetta di Leyden, o grandissima di un’ampia giara, o di molte unite in una batteria, conforme abbiamo già accennato: così dunque tanto lanciasi la scintilla a due linee di distanza, e non più, da una batteria carica a 25 gradi del quadrante-elettrometro, la qual ca- rica importa una grandissima quantità di fluido elettrico; quanto da una sola mediocre o pic- ciola boccia, od anche da un semplice conduttore, la cui carica, segnando ugualmente all’e- lettrometro 25 gr., è formata da molto minor copia di fluido.

Ora 1 grado di quel quadrante-elettrometro valendone circa 12 dell’altro mio a paglie sottili, come da molti confronti fatti ho potuto rilevare, risultano 150 gradi di questo elettro- metro per la scarica che può farsi ad 1 linea di distanza: e ritenuta la giusta proporzione sopra- indicata per un sol grado di carica a questo stesso elettrometro (cioè 1/2 linea che si aprano le punte delle pagliette) ad 1/150 di linea potrà giugnere la scarica, e non più; per 2 gradi ad 1/75 lin. ec.

: nè superare qualsiasi altro equivalente ostacolo.
Di qui viene che fino le catene metalliche formate di più anelli, ed anche di pochi, se non siano molto tese, arrestano la scarica, o almeno non la lasciano passare abba- stanza liberamente per produrre la scossa, arrestano, dico, o ritardano la sca- rica della boccia o della batteria elettrizzata a così debole grado, come arre- stano o ritardano quella della Torpedine

Il Sig. CAVENDISH nella sua egregia memoria (inserita nelle Transazioni Anglicane per l’anno 1776), in cui paragona appunto la scarica elettrica della torpedine a quella di una grande batteria caricata debolissimamente, per ciò che dall’una, come dall’altra, una grandissima copia di fluido elettrico si scaglia con una picciolissima intensità, ha mostrato come si possono imi- tare appunto con una grande batteria carica ad un debolissimo grado, tutti gli accidenti della scossa della Torpedine, e segnatamente quelli di non trasmettersi essa commozione per archi conduttori aventi la più piccola interruzione, di non eccitare quindi scintilla visibile, di non produrre movimenti elettrometrici, ec.

, e del mio nuovo apparato, che [Figure]
[Empty Page] tanto vi rassomigliano, l’impediscono cioè i piccolissimi intervalli fra anello ed anello, o qualche patina che li ricopre e toglie l’immediato contatto me- tallico.

§ XXXV. Quindi anche i conduttori imperfetti, come l’aria diradata eziandio al sommo, il vetro rovente, e la fiamma stessa (la quale non è già un buon conduttore, siccome si è veduto), i legni, le pelli, ed altri corpi non molto umidi, se non impediscono del tutto, difficultano almeno e ritardano tale sca- rica, tanto che non si ha una scossa sensibile. Cosi è; l’interposizione ai migliori conduttori di una fiamma viva, anche per una sola mezza linea, toglie di sen- tire la scossa, sia da una grande boccia o batteria elettrica, sia dal mio appa- rato elettro-motore, ne’ quali la tensione arrivi a pochi gradi solamente del- l’elettrometro a pagliette

Le prove, che ho fatte a questo oggetto mi hanno mostrato, che acciò la fiamma traduca la scossa di una boccia o batteria, vuol essere la carica più di 20 o 30 gradi del detto mio elet- trometro.

comunque lasci tragittare essa fiamma, ma len- tamente, il fluido elettrico tantochè con un poco più di tempo si accumula nel condensatore in quantità sufficiente, per dar indi i soliti segni all’elettro- metro, come ho più volte sperimentato.

§ XXXVI. Ed ecco così spiegata naturalmente la cosa: ecco tolta l’ob- bjezione che la fiamma, ottimo conduttore dell’elettricità, qual si pretendea (ma che tale poi non è), pur non lo sia, o sembri non esserlo, dell’agente gal- vanico: ecco infine dimostrato, che tutto procede del pari per le boccie o bat- terie elettriche, e per il nuovo mio Apparato elettro-motore.

§ XXXVII. Così non dee più far meraviglia che una carta sottilissima interposta ad ottimi conduttori, la pelle asciutta del nostro corpo, e fin l’epi- dermide delle foglie verdi, bastino ad impedire la scossa che dovrebbe dare, o il detto Apparato, o la batteria elettrica, e che danno poi ove tal carta, o pelle, trovinsi umettate a dovere. Non dee insomma far meraviglia, che cariche co- tanto deboli non possano vincere la più picciola coibenza, e che i conduttori di lor natura molto imperfetti, o trattengano o ritardino assai il corso al fluido elettrico spinto con forza troppo debole, qual è quella che manifestasi con 1 grado o 2 di tensione.

§ XXXVIII. Ma nasce qui invece un’altra difficoltà. E come mai, dirassi, può una carica elettrica cotanto debole, e la di cui scarica non succede alla minima distanza visibile ma solo può elicersi coll’addurre degl’ottimi condut- tori al contatto, o quasi a contatto, come può tal meschinissima carica ecci- tare sì potente scossa? Questa difficoltà, comune parimenti alle grandi boccie o batterie, agli amplissimi conduttori, e ai miei nuovi apparati elettro-motori, mi propongo ora qui di togliere in un modo, che dovrà soddisfare chiunque voglia meco ben ponderare le cose, che vado ad esporre. Ma prima mi giova far osservare, che una tal difficoltà non milita dunque contro l’identità del fluido elettrico e del galvanico, ossia di quello che è messo in giuoco de’ detti miei apparati; giacchè è comune e a questi, ed alle grandi boccie o batterie; e che ho quindi avuto ragione di dire nel primo annunzio che diedi di tali apparati alla Società Reale di Londra nel mese di Marzo del 1800, che le scosse prodotte da’ medesimi sono simili, dell’istessa natura e polso di quelle delle grandi batterie elettriche debolissimamente cariche, supplendo, come in queste, così e meglio ancora in quelli, alla poca intensità, onde è spinto il fluido elettrico, la grandissima quantità del medesimo, che passa in una cor- rente continua per molti istanti successivi.

§ XXXIX. Si è creduto di spiegare sufficientemente come e perchè una batteria, od una boccia di Leyden di gran capacità, caricata a un grado debo- lissimo produce una forte scossa, quale non è prodotta da una picciola boccia caricata al medesimo grado, si è creduto di spiegar ciò in una maniera soddi- sfacente col dire semplicemente, che gli è perchè la capace boccia o batteria scarica in un istante una più grande quantità di fluido elettrico che la boccetta, e precisamente una copia tanto più grande, quanto ella ha più di capacità. Ma non si è fatto attenzione che questo termine in un istante non è rigorosa- mente giusto, che egli è anzi assolutamente falso, se si intende un momento indivisibile. Egli vi abbisogna sempre di un tempo finito per una scarica qua- lunque: che è quanto dire, essa deve durare un certo tempo: quantunque questo tempo possa essere, e sia infatti per le scariche ancora delle più grandi boccie o batterie, brevissimo, e tale che difficilmente potremmo noi misurarlo, tale insomma, che ci sembra un istante. Or questo tempo, questa durata della scarica debbe tirare più in lungo a carica eguale (al medesimo grado cioè del- l’elettrometro) per una grande che per una piccola boccia, e tanto appunto più in lungo, quanto la capacità dell’una, e quindi la quantità di fluido elet- trico che forma una tal carica, supera la capacità dell’altra; giacchè a carica eguale la tensione elettrica, e per conseguenza la velocità con cui il fluido elet- trico viene spinto, e deve scorrere scaricandosi, è la medesima. Per tal modo, supponendo che la capacità sia 10 volte più grande, siccome ha bisognato in questo caso 10 volte più di fluido elettrico per portarvi la carica al dato grado, così parimenti vi bisognerà 10 volte più di tempo acciò la scarica di tutto questo fluido si compia colla tensione e velocità data. Così è: per l’istessa ra- gione che vi va 10 volte più di tempo circa a caricare questa boccia, che ha 10 volte più di capacità, a caricarla, dico, a un dato grado, con una macchina elettrica di un attività data e costante, di quello ci vada a caricare una boccetta, la quale non abbia che 1 di capacità; ci andrà pure 10 volte più di tempo per compirne la scarica, che fassi con una tensione data.

§ XL. Non è dunque vero, che le boccie e batterie di una grande capacita versino collo scaricarsi una più grande quantità di fluido elettrico in un istante, ossia nel medesimo tempo che le picciole e di ristretta capacità, cariche le une e le altre al medesimo grado dell’elettrometro. Elleno non ne versano che la medesima quantità pel primo istante (attesochè la tensione elettrica, e quindi la velocità della corrente di questo fluido, è la medesima per le grandi boccie come per le picciole nella nostra supposizione); ma la scarica delle grandi, ossia molto capaci, dura più istanti che quella delle picciole boccie. Non v’ha dubbio: la scarica delle prime impiega più tempo; ella si estende, per così dire, a molte scariche successive, quantunque si compia ancora in un tempo cor- tissimo, tale che a noi pare un istante, come già si è detto (§ prec.).

§ XLI. Ciò ritenuto, parrebbe che una boccia di Leyden grandissima non dovesse dare una più forte commozione di quello faccia una boccia mezzana, o piccola, caricate al medesimo grado dell’elettrometro, s’egli è pur vero che la medesima quantità di fluido elettrico viene a versarsi sì dall’una che dal- l’altra in un istante; giacchè il fluido elettrico essendo animato egualmente, sollecitato dalla medesima tensione, spinto in una parola colla medesima velo- cità, tanto dalla picciola boccia quanto dalla grande, cariche ad egual grado di tensione, dovrebbe urtare o scuotere egualmente nell’uno e nell’altro caso la persona attraverso di cui si scarica. E di vero la corrente elettrica non è ella eguale in tali casi, o vogliam dire, non passa la medesima quantità di fluido elettrico in un dato tempo? Ciò è, che abbiamo stabilito, posta la tensione di carica eguale, vale a dire al medesimo grado dell’elettrometro. Come va dunque che la scossa è più forte quando viene da una boccia più grande, o da una batteria; e tanto più forte, quanto questa boccia o batteria ha maggiore capacità? Ciò viene da che la scarica è prolungata, cioè a dire che la corrente elettrica dura un tempo tanto più lungo, quanto la dose di fluido che forma la carica di detta grande boccia o batteria supera la dose che forma la carica della picciola boccia, portate al medesimo grado dell’elettrometro l’una e l’altra.

§ XLII. Si avrà forse della pena a credere che la forza della commozione sia dovuta alla continuazione del torrente elettrico, alla sua durata per un certo tempo, sembrando che siffatte commozioni elettriche, siccome le scariche delle boccie di Leyden che le producono, siano istantanee, ed essendo sempre state riguardate come tali. Ma ben riflettendo si comprenderà tosto che niente si può effettuare assolutamente in un istante indivisibile; e che in particolare la corrente di fluido elettrico prodotta da una scarica qualunque, deve in ogni caso durare un certo tempo, un tempo finito; comecchè questo tempo possa essere cortissimo, e non misurabile coi nostri mezzi, come si è già detto (§ XXXIX e seg.). Ora la cosa procede giusto così: il tempo che dura il tor- rente elettrico prodotto dalla scarica di una grande batteria, per es. di 40, 60, o più piedi quadrati di armatura, caricata a 1 o 2 gradi del mio elettro- metro a paglie sottili, scarica che può dare una assai forte commozione alla persona, cui questo torrente attraversi (§ XXXIII), un tal tempo non arriva sicuramente ad 1/20 di secondo, e forse neppure ad 1/50, o ad 1/100

Quando tengo ben impugnata in una mano umida una larga lastra di metallo annessa alla base di una buona pila, e porto il vertice di questa al contatto del conduttore procedente dalle armature interne della mia batteria ottimamente disposta per così caricarla, se nel me- desimo tempo comunico coll’altra mano parimenti umida colle armature esterne, all’atto di tale carica ne rilevo in ambe le mani una scossa, prodotta, come si comprende, dalla copia di fluido elettrico che viene estratto da una faccia delle bocce componenti la batteria, corrispon- dentemente a quello che si accumula nella faccia opposta, conforme alla nota teoria delle ca- riche di Leyden; rilevo, dico, una scossa da quella copia di fluido elettrico, che accorre così attraversando il mio corpo ad un capo della pila, a misura che l’altro capo ne versa nella bat- teria, e v’induce la carica; scossa, che riesce tanto più forte, quanto più è attiva essa pila, e quanto la batteria è più capace. Dopo questa scossa, che ricevo per un contatto della pila colla batteria, il quale avvegnachè brevissimo, e sensibilmente istantaneo, basta a compiere di questa la carica, a portarla cioè al grado di tensione che ha la pila medesima, non ho più altre scosse continuando, o replicando tali contatti; ma bene ne rilevo una eguale, ed anzi più gagliarda, provocando ora dell’istessa batteria la scarica con una semplice lamina metal- lica egualmente impugnata da una mano senza la pila. Così poi alternando i toccamenti, or colla pila, or colla semplice lamina, ho quante scosse voglio da altrettante cariche e scariche della batteria, ec.

Or la carica che s’induce nella batteria dalla scarica della pila (come vi s’indurrebbe dallo scaricarvi sopra un’altra batteria, ossia compartir a quella la carica di questa), abbiam già detto, ed è chiaro altronde per la scossa assai sensibile che cagiona all’atto stesso che vi si induce, che ciò compiesi in tempo così breve, che può quasi dirsi un istante. La scarica poi di essa batteria si fa in tempo ancora più breve, come indica la scossa più valida anzi che no di tale scarica; e come debb’essere, trovando la corrente elettrica più facile e spedito passaggio per l’arco conduttore formato della semplice lamina metallica e del corpo della persona, che per questo e la pila, nella quale i dischi umidi interposti ai piattelli metallici offrono, per essere conduttori molto meno perfetti (come vedremo meglio in seguito) altrettanti ostacoli al libero corso del fluido elettrico, e lo ritardano notabilmente. Con tutto questo passa esso da un capo all’altro della pila con tanta prestezza, se tali dischi siano ben intrisi di acqua, e meglio assai di qualche buona soluzione salina, e tanto ne passa continuamente, che a versarne nella mia batteria di 10 piedi quadrati di armatura tutta quella dose, che vi vuole per portarvi la carica ad 1, 2, 3 gradi dell’elettrometro a paglie, secondo che essa pila è composta di 60, 120, 180 coppie di rame e zinco, basta un contatto il più breve, ch’io abbia potuto finora effettuare, e la cui durata ho potuto calcolare che non arriva ad 1/50 di secondo, e basterebbe probabilmente anche molto molto. Il Sig. VAN-MARUM infatti portava la carica della sua batteria, otto o dieci volte più capace della mia, all’istesso grado delle sue pile tanto grandi che picciole, con un con- tatto delle medesime, che giugneva al più ad 1/20 di secondo (vegg. la sua Lettera a me diretta, ed inserita negli Annali di Chimica sì Francesi, che Italiani, e in estratto nell’ Histoire du Gal- vanisme di SUË).

Che se i dischi umidi dello pila lo sian poco, o trovinsi quasi asciutti, sicchè non possa questa dare, provocandola, che scosse leggieri, od anche insensibili affatto, pel ritardo che soffre la corrente elettrica da tali dischi troppo cattivi conduttori; marcando ciò nonostante essa pila la tensione corrispondente al numero e qualità delle coppie metalliche di cui è formata (cioè di 1 grado dell’elettrometro a paglie sottili per circa 60 coppie di rame e zinco, di 2 gradi per 120 coppie, ec.), varrà pur anche a caricare fino ad 1, 2 gradi ec., la batteria; ma si richie- derà per ciò un contatto che duri per avventura 1/4 di secondo, 1/2, un secondo intiero, od anche più secondi, come ho più volte sperimentato: e allora non si avrà scossa alcuna per l’atto di tale carica della batteria, che fassi troppo lentamente; ma bene poi si avrà scaricandola.

.
Non ostante si concepisce che può durare, e la ragione ci persuade, che dura effet- tivamente 100 volte più che il torrente prodotto da una boccia carica egual- mente ad 1, o 2 gradi, ma la cui capacità sia 100 volte più picciola. Or bene; egli è a cagione di questa durata troppo corta di un torrente elettrico eguale altronde in velocità, che la scossa riesce insensibile, o quasi insensibile con tal picciola boccia; laddove ella è non solamente sensibile, ma fortissima; al- lorquando un torrente della medesima forza o velocità dura 100 volte più, provenendo dalla batteria di una capacità 100 volte maggiore, da una batteria caricata del pari a 1, o 2 gradi soltanto del mio elettrometro a pagliette.

§ XLIII. Questo tiene infine alla natura, e disposizione dei nostri organi, i quali, per essere affetti sensibilmente da un agente qualunque, hanno bi- sogno d’essere sottoposti alla di lui azione per qualche tempo, e sì per un tempo più o men lungo, secondo la natura d’esso agente e il suo grado di attività; e secondo ancora l’eccitabilità propria a ciascun organo. Gli è così che voi non provate punto di impressione sensibile pel contatto passaggiero e momentaneo di un ferro caldo, che vi brucierà le dita ove duri alcuni istanti. La cosa è molto più marcata allorchè l’agente applicato ad alcuno de’ nostri organi, o sensi, è poco energico, come quando si applica alla lingua una sostanza leg- germente sapida, alla pelle un liquore debolmente caustico, ec., giacchè non si risente il sapore, e il dolore, che dopo alcuni istanti: vi bisogna dunque per eccitargli un’azione continuata per un certo tempo. La necessità di una tal continuazion di azione è ancora più osservabile allorchè (per riaccostarci al nostro soggetto) si vuol eccitare coll’apparecchio elettro-motore quella specie di pungimento, e di dolor cocente, che si sente facendo toccare una delle estre- mità di esso apparecchio (segnatamente quella che manifesta l’elettricità negativa)

Non si comprende facilmente la ragione per cui è molto più intenso e vivo il bruciore eccitato dal capo o polo negativo della pila, che dal positivo, quantunque la tensione elettrica marchi un egual grado. La differenza è grandissima, riuscendo più cocente il dolore con una pila di 20 coppie metalliche applicata in quella maniera, che con una di 60 applicata in questa.

alla punta del naso, alla fronte, o ad un’altra parte del volto; giacchè se detto apparecchio non è troppo attivo, s’egli non è composto che di 20 coppie metalliche incirca, il bruciore non comincia a farsi sentire, se non dopo che il contatto ha durato alcuni secondi.

§ XLIV

Da questo punto la numerazione dei §§ in Br. Ann. è errata: questo § porta il numero XLV, segue il XLVI ecc. Si corregge la numerazione, come è fatto anche in Ant. Coll. [Nota della Comm.]

. Egli è ben lungi, che l’azione elettrica, o la corrente di fluido pro- dotta o da una scarica di Leyden, o da uno de’ miei apparecchi debba durare sì lungo tempo per eccitare ciò che si chiama la commozione: questa non è sì tarda a comparire come l’anzidetta sensazione di dolore; al contrario è molto pronta. Noi abbiam detto (§ XLII) e l’esperienza lo dimostra, che non richiede forse più di 1/20, di 1/50, di 1/100 di secondo, o meno ancora, cioè di quel tempo che impiega la scarica di una grande batteria caricata ad 1, ov- vero 2 gradi: che un sì corto spazio di tempo basta per dare una scossa assai forte. Ma sempre sta che vi vuole un qualche tempo; e che un istante indivisi- bile non basta, e neppure un tempo finito eccessivamente corto, com’è quello che impiega a scaricarsi una boccia 100 volte meno capace, caricata simil- mente ad 1 ovvero 2 gradi soltanto (§ ivi), tempo, che non arriva forse ad 1/2000,ad 1/2000

Così in Br. Ann. ed in Ant. Coll.; probabilmente dovrebbe leggersi 1/5000: in Cart. Volt. L 22 la stima della durata di questo tempo si limita ad 1/2000, di secondo. [Nota della Comm.]

, o 1/10000 di secondo.

§ XLV. Coerentemente a ciò che veniamo di far osservare, si può, para- gonando la scarica della grande giara o batteria colla scarica della boccetta 100 volte meno capace, si può, dico, considerare la prima come la ripetizione di 100 scariche eguali a quella della boccetta, scariche le quali si succedono e colpiscono la persona 100 volte di seguito: e siccome tutti questi colpi repli- cati si succedono cotanto rapidamente, cioè nello spazio di 1/50, di 1/200 di se- condo o meno, si può riguardargli, sendo così prossimi gli uni agli altri, come riuniti e confusi in un sol colpo, che si fa sentire per tal guisa 100 volte più forte. È cosa ben sicura che le impressioni portate sopra i nostri organi non si estinguono all’istante, ma durano qualche tempo. Quando dunque e le prime impressioni sussistendo ancora, ne sopravvengono delle altre in seguito, tutte queste impressioni si accumulano, per così dire, e ne risulta un’impressione altrettanto più viva ed energica.

§ XLVI. Concludiamo, che la durata della scarica, o della corrente elet- trica, proporzionale alla capacità dei recipienti, supplendo alla debolezza, o picciola tensione della carica, possono ottenersi delle forti scosse, per debole che sia cotesta carica, fosse ella ancora di 1/2 grado, di 1/4, di 1/10 del mio elettrometro a paglie; purch’ella si trovi posseduta da recipienti proporzional- mente più grandi (come sarebbero delle batterie di 100, 200 ec. piedi quadrati di armatura), affine che il torrente prodotto dalla scarica abbia una durata tanto più lunga (quantunque non ancora misurabile a nostri sensi).

§ XLVII. Egli è facile al presente di fare l’applicazione di ciò che abbiamo fin qui considerato, al mio apparecchio. Se una batteria elettrica, caricata ad 1 o 2 gradi dell’elettrometro a paglie, può dare una buona scossa, allorchè avendo 10 piedi quadrati di armatura (§ XXXIII) ella produce colla sua sca- rica una corrente di fluido elettrico che, dura1/50, 1/100 di secondo, o meno (§ XLII); e se avendo 40, 60, 100 piedi, ella dà, per la medesima carica di 1, o 2 gradi, la quale si scaricherà per conseguenza in un tempo altrettanto più lungo, cioè di 1/400, di 1/600, di 1/1000 di secondo, dà dico delle scosse altrettanto più forti (§ XXXIII, XLI), e cosa

In Br. Ann. si legge erroneamente «così»: in Ant. Coll. l’errore è corretto: man- cano confronti possibili coi Mns. [Nota della Comm.]

non dobbiamo aspettarci da’ miei apparecchi elet- tro-motori, i quali siano composti di 60 a 120 coppie di rame e zinco, tanto cioè da manifestare anch’essi 1 in 2 gradi di tensione? Che non dobbiamo aspettarci da questi apparecchi, considerando, che il torrente elettrico eccitato da essi, in luogo di durare soltanto per qualche frazione picciolissima di minuto se- condo, è continuo, e indeficiente? Cosa non dobbiamo aspettarci, ripeto, da questi apparecchi, che in un istante quasi caricano a 1, 2, 3 gradi, secondo che sono essi composti di 60, 120, 200 coppie metalliche ec., le giare, e le batterie più grandi, e le portano così allo stato di dare delle potenti scosse, come abbiam veduto? È egli sorprendente che possano darne di egualmente forti, o più ancora, essi medesimi? Deve anzi far meraviglia, che non lo diano ancora più forti e più violente di molto, che alcuna delle più grandi batterie caricate al medesimo grado di tensione; giacchè, riguardo alla durata del tor- rente elettrico, debbono paragonarsi questi apparecchj, che sono elettro-motori perpetui, alle batterie di una grandezza immensa, o la di cui capacità sarebbe infinita

Nelle sperienze di VAN-MARUM sopracitate (nota seconda al § XXXIII) una batteria di 134 1/2

In J 63 si legge 147 1/2. [Nota della Comm.].

piedi quadrati di armatura., caricata col contatto di una colonna di 200 coppie metalliche, dava una commozione, la quale, avvegnachè bastantemente forte, lo era meno della scossa che dava essa medesima la colonna, minore, dico, della metà circa. Vi è pertanto luogo a credere che una batteria di 400, 500, o 600 piedi, caricata al medesimo punto, l’a- vrebbe data di egual polso che la colonna; e che una batteria più grande ancora, e gr. di 1000 piedi, portata al medesimo grado di carica della colonna, avrebbe prodotto una com- mozione più forte che non essa colonna.

Ma come mai potrebbe darsi che la commozione della batteria riuscisse più forte, la carica essendo tutt‘al più eguale, ossia portata alla medesima tensione di quella della pila? Come mai la pila darebbe essa medesima una commozione men forte che la batteria da lei caricata? Ciò viene da che nella pila la corrente elettrica non è mai del tutto libera, ch’ella vi è più o meno impedita e ritardata dalle interruzioni fra i metalli, cioè dagli strati umidi interposti, i quali non sono abbastanza buoni conduttori, come già indicammo (nota al § XLII), e come vedremo meglio in seguito; laddove nelle batterie ben costrutte non esistendo nè queste, nè altre cause di ritardo, le scariche si fanno più liberamente.

Così è: il fluido elettrico trova impedimento e ritardo nel suo corso, quand’anche i cartoni o panni interposti alle lamine metalliche nella pila, siano ben imbevuti d’acqua salata. Che se non lo sono a dovere, se trovinsi poco umidi, o se invece d’acqua salata sieno intrisi di acqua pura, la quale è conduttore molto più imperfetto, il torrente elettrico sarà tanto più ritardato, e voi dovete aspettarvi una commozione tanto più debole. In questi casi, non solamente la bat- teria di 400 o 600 piedi quadrati di armatura, ma una di 100, e di 50, ed anche solamente di 20 piedi, o di 10, ricevendo la carica da questa pila, vi darà una commozione più forte che non la pila medesima, o a meglio dire non così debole come questa. Finalmente, quando i cartoni si troveranno asciugati fino a un certo segno, voi non potrete più avere da essa pila alcuna commozione sensibile; e nullameno, facendola toccare al condensatore, lo caricherete, presso a poco, egualmente, come se i cartoni fossero ben umidi, e ne otterrete i segni all’elettrometro circa di egual forza; così pure caricherete al medesimo grado una boccia di Leyden, od anche una batteria, dalla quale otterrete la commozione corrispondente alla sua capacità, e al grado della carica, ec., commozione che, come pur ora diceva, voi non ottenete provocando diretta- mente la pila medesima. Solamente farà d’uopo per compire la carica del condensatore, della boccia, e soprattutto della batteria, che il contatto loro colla colonna duri un tempo tanto più lungo quanto i cartoni di questa si troveranno più asciutti. Non basterà dunque più allora di 1/2, nè di 1/10 di secondo; ma vi vorranno 1/2, 1, 2, 3 secondi, o più ancora.

Ho creduto dover aggiugnere qui queste sperienze, e queste osservazioni, che serviranno a spargere più di luce sopra i seguenti §§ della presente Memoria.

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§ XLVIII. Lungi pertanto dal maravigliarci della forte commozione, che eccitano con una tensione elettrica assai debole i miei apparecchj, la di cui capacità altronde può considerarsi come infinita, avendo riguardo alla durata della scarica, che è interminabile; dobbiamo piuttosto rintracciare la causa perchè non riesca ancora più forte tale commozione, e non superi di lunga mano quella della batteria la più grande che mai costruire si possa, caricata al medesimo grado; la di cui capacità sarebbe sempre finita, e la scarica limi- tata quindi a un tempo più o men corto; laddove interminabile è quella, ripe- tiamolo, de’ detti apparati elettromotori. Ma conviene osservare primiera- mente che la durata della scarica, ossia del torrente elettrico, oltre un certo tempo, che non è già lungo, che non arriva forse a 1/10 di secondo, non serve più ad accrescere o rinforzare la composizione. Non è che dentro certi limiti, i quali sarebbe difficile di determinare, che è riposta la continuazione dell’a- zione sopra i nostri organi. Gli urti e colpi che questi ne ricevono, colpi reite- rati che si succedono senza interruzione, confondonsi in certa maniera in un sol colpo, come ho cercato di spiegare qui sopra (§ XLV). Durando dipiù, oltrepassando p. e. 1/10 od 1/8 di secondo, cominciamo a distinguere la durata della sensazione dall’intensità. Così continuando la corrente elettrica a sti- molare l’apice della lingua, continua pure è la sensazione di sapore, continuo e crescente il bruciore sulla fronte, sul naso, o su altre parti delicate, se queste seguitino ad essere invase dal torrente elettrico di un apparecchio abbastanza forte

Ciò che accade alle parti sensibili, ai nervi cioè dei sensi, non succede egualmente alle parti dotate della sola irritabilità, ai muscoli, soffrendo questi una volta sola, e per breve tempo, la contrazione che vi cagiona lo stimolo elettrico, per quanto stia applicato ad essi mu- scoli, o ai nervi influenti sul loro moto, lungamente. Una tal contrazione, dalla quale dipende, nelle sperienze di cui si tratta, la scossa o commozione, succede dunque soltato alla prima inva- sione del torrente elettrico (e talvolta anche al momento che, rompendosi il circolo conduttore, si arresta tal corrente ad un tratto, o piuttosto per l’istantaneo impedimento che incontra dà addietro, come figurar ci possiamo). Col dire prima invasione non intendo già che un solo istante indivisibile produca tutto l’effetto, od uno così grande, come alcuni istanti che formino per es. la durata di 1/10, o di 1/8 di minuto secondo: ciò sarebbe contrario a quanto ho sopra avanzato (§ XXXIX e seg.). Intendo dire che la convulsione nè si sostiene nè si rinnova per tutto il tempo di più di quel 1/10 od 1/8 di secondo, che continui esso torrente elettrico a scor- rere con egual tenore. Per rieccitare le contrazioni muscolari, e quindi le scosse, fa d’uopo cambiare un tal tenore, frenare la corrente, o meglio arrestarla, e rimetterla alternativamente: il che si ottiene col rompere, e chiudere di nuovo il circolo conduttore ec.

Ma quantunque i muscoli sopo la prima volta non vengano più scossi e convulsi violente- mente dalla corrente elettrica malgrado il continuar di questa, non è perciò che non sieno in qualche modo essi medesimi, o i loro nervi, affetti durante un tal flusso, e non ne soffrano alterazione. Essi, avvegnachè non visibilmente offesi, ne rimangono dopo qualche tempo in certa maniera paralizzati. Curiosa molto, e rimarcabile è la sperienza di assoggettare ad una siffatta corrente continua, mantenuta da uno de’ miei apparecchj discretamente forte, le gambe di una rana dianzi trucidata, facendole entrare nella catena, ossia circolo conduttore, in guisa che tal corrente monti per una e discenda per l’altra gamba. Il miglior modo è di porle a caval- cione di due bicchieri pieni d’acqua collocati nel circolo, ec. Adunque in principio vi si eccitano le più violente convulsioni ogni volta che s’interrompe, e si torna a chiudere detto circolo. Ma restando questo costantemente chiuso, e continuando quindi la corrente elettrica senza inter- ruzione per lo spazio di mezz’ora circa, avviene che non si risentano più, ossia più non balzino quelle sì tormentate gambe, all’aprirsi e chiudersi del circolo come dianzi, talchè sembrano aver perduta ogni eccitabilità. Esse, cioè i loro muscoli o nervi, l’hanno perduta infatti; ma solo in un senso; giacchè se invertasi la corrente elettrica, se si rivolti o la pila o quelle gambe onde si presentino a tal corrente in senso opposto, onde cioè il fluido elettrico monti aor per la gamba per cui discendea, e discenda per quella per cui montava; ecco che di nuovo si scuo- tono col vigore di prima, od anche maggiore, ad ogni alternativa di aprirsi e chiudersi il circolo. Restando ora le stesse gambe della rana in questa nuova posizione, e mantenendosi la corrente elettrica un’altra mezz’ora circa, perdono i muscoli di dette gambe la facoltà di convellersi in questo secondo stato, ma riacquistano quella di convellersi nella primiera posizione, cioè rivoltate che sieno un’altra volta. E così poi, alternando le posizioni di mezza in mezz’ora, od anche più frequentemente si distrugge e si ristabilisce a vicenda una tale relativa eccitabilità quante volte si vuole per tutto un giorno, e più a lungo ancora.

Simili sperienze fatte sopra due diti della mia mano, o d’altro uomo, mi presentarono presso a poco i medesimi fenomeni, i quali sopra le intiere braccia ed altre grandi parti del corpo non furono così marcati. Vi fu però sempre quello di non eccitarsi la forte commozione che al chiudersi il circolo conduttore, e qualche volta un’altra men forte all’aprirsi del medesimo; ma niuna commozione, o scossa propriamente detta durante tutto il tempo, che stava chiuso il circolo, e manteneasi quindi la corrente elettrica. Dico niuna scossa propriamente; giacche alcune leggiere palpitazioni o subsulti parziali qua e là si osservano talora in questo tempo; e se la pila è delle più forti, composta di 100 o più coppie di argento e zinco, e ben in ordine, si prova per tutto il tempo che dura tal circolazione del fluido elettrico in tutte o in alcune delle parti che esso attraversa un corto fremito, o stupore, un senso di costrizione più o meno molesto, che riesce fino insopportabile, oltre il dolor vivo pungente nelle parti delicate, cui si applichi in pochi punti il conduttore.

Non ci tratterremo ad osservare quali e quante applicazioni si possono fare di queste ed altre sperienze variate su diversi organi alla medicina sì fisiologica che pratica, non essendo questo per ora il nostro scopo.

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§ XLIX. Avvi un’altra ragione per cui l’apparecchio, sia a colonna, sia a corona di tazze, non dà la commozione tanto valida, quanto aspettarcela potremmo dall’azione incessante di tal apparecchio, dalla scarica elettrica cioè continuata senza fine. Questa ragione è che gli strati umidi interposti a ciascuna coppia metallica riescono di un notabile ostacolo alla corrente elet- trica, cioè la rallentano non poco, essendo essi conduttori imperfetti, come indicato già abbiamo, (nota ai §§ XLII e XLVII), i liquori salini assai meno, a dir vero, dell’acqua semplice, ma pure imperfetti anch’essi in un grado con- siderabile.

§ L. Concludiamo da tutte queste osservazioni che le scosse prodotte dai miei apparecchi elettromotori ben lungi d’essere troppo forti, comparativa- mente al grado di tensione elettrica che si manifesta in essi, come potrebbe sembrare a prima giunta, o a chi non ponesse mente alle riflessioni sopra espo- ste ne’ §§ XXXVIII e seg., sono anzi molto meno valide di quello dovreb- bero essere in vista di tali riflessioni; e ciò per le ragioni accennate ne’ due ultimi §§ (XLVIII, XLIX). Ma ritorneremo ben presto su questo proposito.

§ LI. Farò qui osservare intanto che diverse esperienze riportate più sopra dimostrano che questi apparecchj, malgrado una tensione elettrica sì debole, che non arriva per avventura ad 1 o 2 gradi del mio elettrometro a paglie sottili, forniscono nulladimeno una quantità ben grande di fluido elettrico in pochissimo tempo; potrebbe quasi dirsi in un istante, una quantità invero prodigiosa. Son queste le sperienze medesime colle quali si riesce a caricare delle grandi boccie di Leyden, e fino delle batterie di molti piedi d’armatura, mediante il più corto contatto possibile d’uno di questi appa- recchj elettro-motori, un contatto, che non dura un 1/50 od 1/200 di secondo (§ XLII e nota); e si arriva a portarvi la carica alla medesima tensione che ha l’apparecchio, cioè di 1, 2, 3 gradi: carica, cui giungerebbe appena a dare una buona macchina elettrica con alcuni giri del suo globo o disco, e quindi nel tempo di parecchi secondi; o pure un buon Elettroforo con 20, 30, 40 delle sue scintille. Sarebbe infatti una macchina ben buona e possente quella, che caricasse nel tempo di 1 secondo una boccia di un piede quadrato di armatura fino a 5 gradi di un buon quadrante elettrometro, che corrispondono a 60 gradi circa del mio a paglie sottili (v. nota 1a al § XXXIV); e la quale cari- cherebbe quindi ad 1 solo di questi ultimi gradi nel detto tempo di un minuto secondo una batteria di 60 piedi quadrati. Certamente sarebbe una macchina molto possente quella che facesse tanto. Ora i miei apparecchj fanno anche di più in men tempo assai: essi caricano una tale batteria, ed eziandio delle più grandi, ad 1, 2, 3 gradi, secondo che sono essi apparecchj composti di 60, 120, 180 coppie metalliche (in ragione cioè di 1/60 di grado per coppia) in quanto tempo? In 1/20, 1/50, 1/100 di secondo, e forse più prontamente ancora. Egli è visibile da ciò che i miei apparecchj forniscono molto più abbondante- mente che la migliore macchina elettrica; voglio dire che ad ogni istante tramandano e fanno passare maggior quantità, di fluido elettrico in un reci- piente di grande capacità, od in un circolo conduttore, di quello far possa codesta macchina: che insomma il torrente elettrico eccitato e mantenuto dai detti apparecchj, è più grande, più copioso di quello che può eccitare e man- tenersi da una macchina elettrica la più grande e la meglio costrutta.

§ LII. Questa conclusione inaspettata sorprenderà forse e sembrerà pa- radossa a molti: (a quelli singolarmente che o nulla affatto o appena qualche segno elettrico aveano intraveduto ne’ miei apparecchi, onde poco o niun conto stimarono doversene fare, prevenuti altronde per un altro immaginario agente, o così detto fluido galvanico): essa però non lascia d’esser vera a tutto rigore, ed è resa evidente non solo dalle addotte sperienze, ma da altre egual- mente incontestabili. Essa spiega altronde assai bene e naturalmente come i medesimi apparecchj valgano a produrre certi effetti, o a portargli ad un più alto grado di quello possano le macchine elettriche ordinarie: quali effetti sono la decomposizione dell’acqua, e la termossidazione de’ fili metallici che vi pescano, la fusione dei medesimi all’aria, la combustione di quelli del ferro ec. Per comprenderne la ragione basta concepire, che vi abbisogna un torrente di fluido elettrico molto abbondante, al segno che questo fluido ri- stretto e coartato al sortire da uno de’ fili metallici, e passare nell’acqua, la quale come si è detto (note ai §§ XLII, XLVII e XLIX), è conduttore molto imperfetto, od all’entrare da questo liquido nell’altro filo parimenti metal- lico, lacera, per così dire, codesto liquido, ossia scompagina e decompone le di lui particelle, sulle quali porta la sua azione, quelle particelle che in pic- ciol numero toccano esso filo; basta, dico, concepire che per cagionare tali de- composizioni chimiche fa d’uopo d’un torrente elettrico molto copioso e con- tinuato; e ritenere che un tal torrente vien fornito e mantenuto molto me- glio dagli apparecchi elettro-motori di cui si tratta, che non da una mac- china elettrica ordinaria, e sia pure delle più potenti, come si è veduto (§ precedente).

§ LIII. Ho per altro creduto sempre che anche colla semplice corrente pro- dotta dal giuoco d’una buona macchina elettrica comune si potrebbe per av- ventura giugnere ad ottenere questi medesimi effetti (i quali altronde si erano già ottenuti colle scariche di Leyden

Sono note le bellissime sperienze de’Fisici Olandesi PAETS, VANTROOSTWICH e DEJMAN, colle quali facendo scoccare una serie di forti scintille elettriche provenienti dalle scariche suc- cessive di una boccia di Leyden tralle punte di due fili metallici introdotti in un tubo pieno d’acqua, ne svolgevano mano mano gas flogogene e gas termossigene, finchè la scintilla elettrica venendo a colpire il volume già formato di questi gas insieme confusi, e accendendolo, ne lo facea scomparire intieramente o quasi, riproducendosi l’acqua. Più note ancora e più comuni sono le sperienze di fondere delle sottili fogliette, o de’ fili metallici, colle scariche di grandi boccie o batterie elettriche. Non son dunque nuovi questi effetti prodotti dall’elettricità forte e scuo- tente. Nuovo è soltanto e maraviglioso che si producano da un’elettricità non altrimenti scin- tillante, non accumulata e condensata, ma che scorre in certo modo liberamente e con un flusso continuo, senza scoppio, da un’elettricità la cui tensione è così debole, che non affetta sensibil- mente, o appena, i più delicati elettrometri? Ma dee cessare la meraviglia riflettendo che ove tal corrente elettrica sia oltre modo copiosa, e tanto da trovar grande resistenza nell’angusto passaggio per un sottil filo metallico, o da questo nell’acqua, ec., può e dee rompere tali stroz- zamenti, decomporre, fondere, scagliare le parti, non altrimenti che fa la scarica d’una grande boccia incontrando simili angustie ed ostacoli. Ora che la corrente continua eccitata e mantenuta da miei apparati elettro-motori sia copiosa e ridondante a segno, che non si sarebbe creduto, superando quella che può prodursi dalle migliori macchine elettriche, egli è ciò che ho dimo- strato qui sopra in maniera da non potersene dubitare. Non è dunque maraviglia, che così fa- cilmente produca gli effetti or indicati; come non lo sarà, che in qualche modo arrivi a produrli anche la corrente elettrica continua eccitata e mantenuta dal giuoco sostenuto di una macchina elettrica ordinaria, ove giungasi a rendere tal corrente abbastanza copiosa: anche in questo modo cioè aver potremo, senza scoppio di scintille, scorrendo continuamente il fluido elettrico per una serie non interrotta di conduttori, di cui faccian parte de’ sottili fili metallici comuni- canti fra loro per mezzo di un conveniente strato d’acqua, aver, dico, potremo lo svolgimento da quest’acqua di alcune bolle di gas termossigene, e di gas flogogene.

Tali erano le mie congetture, ohe si sono poi compitamente verificate, come si accenna nel presente §.

; ond’è che invitato io avea particolar- mente il Dott. VAN-MARUM a farne la prova colla sua grande macchina del Gabinetto di TEYLER.
In oggi veniamo a sapere che la cosa è stata verificata in Inghilterra: è riuscito a taluno di quei Fisici di svolgere dall’acqua delle bolle di gas flogogene e di gas termossigene per mezzo della semplice corrente elettrica di una macchina ordinaria; la qual corrente resa continua col giuoco sostenuto di essa macchina, veniva obbligata ad attraversare un picciolo strato d’acqua sortendo od entrando per una sottilissima punta metallica, affine di concentrarvi tutta la forza.