MEMORIA
DEL PROF. ALESSANDRO VOLTA
SULL’ IDENTITÀ DEL FLUIDO ELETTRICO
COL
FLUIDO GALVANICO
CONTINUAZIONE DELLA MEMORIA
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§ XXX. Resta pertanto provato ad evidenza, che ad ogni contatto di
un pezzo di argento o di rame con uno di zinco, e finchè dura tale contatto,
conforme si è fatto osservare (§ 19 e segg.), viene spinto il fluido elettrico da
quello in questo metallo: nel quale (notisi ciò bene) non rimane già in riposo,
impiegandosi a soddisfare qualsiasi di lui appetenza, attrazione, o capacità
rispettivamente maggiore, come potrebbe credersi, (e come da taluni è stato
male inteso ciò che di questo passaggio del fluido elettrico da uno in altro
metallo per virtù del semplice loro contatto ho avanzato in tutte le antece-
denti Memorie); ma tende continuamente ad uscirne con una forza eguale ad
1/60 circa di grado del mio elettrometro a paglie sottili, siccome l’argento tende
con egual forza a ripigliare da altri corpi il fluido somministrato ad esso
zinco. Insomma piuttosto che un’attrazione, che tiri il fluido elettrico dall’ar-
gento nello zinco pel mutuo loro contatto, vuol dirsi un impulso, qual ei pur
sia, che ve lo caccia a forzaLe prime mie sperienze, colle quali ottenea segni all’elettrometro da un piattello di
metallo qualunque posto a combaciamento di un altro metallo diverso, e quindi staccatone,
sperienze descritte ampiamente nelle Lettere a GREN, e ad ALDINI, pubblicate le prime fin dal
1797 in questi annali, e ricordate qui sopra (§ II), poteano per avventura lasciar dubbio, che
il zinco per esempio prendendo del fluido elettrico all’argento, lo prendesse solo, e tanto solo
quanto corrispondesse ad una certa qual sua appetenza, ossia bisogno di saturarsene in certo
modo, e che amasse quindi ritenerlo, nè se ne mostrasse aggravato, ossia carico sopra il naturale
suo stato, elettrico quindi per eccesso, se non dopo staccato dall’argento, da cui avea tratto
tal dose di fluido. Io però non pensava così; ma bene, che durante ancora il suo accoppiamento
coll’argento tendesse esso zinco a cacciar fuori d’altra parte il fluido elettrico ricevuto, o che
andava ricevendo da quello, a sgravarsene cioè versandolo ne’ conduttori umidi, con cui avesse
comunicazione: e così che l’argento tendesse a tirarne se sè dagli stessi, o da altri conduttori
umidi, per risarcirsi di quello già da lui versato, o che andava versando nello zinco; con che
venisse poi a formarsi, ove fosse compito il circolo conduttore, quella corrente continua di
fluido elettrico, che ho sempre sostenuta, quella corrente che producea a mio avviso tutti
fenomeni dell’in allora mal supposta elettricità animale, ossia di quello che anche in oggi vuol
chiamarsi Ora le sperienze, con cui ottengo segni sensibili all’elettrometro da due
metalli diversi accoppiati, mentre, e per tutto il tempo che stanno effettivamente congiunti
(§ 5 e segg.), e ne ottengo di tanto più forti dal nuovo apparato a colonna, a corona di tazze, ec.
quanto maggiore è il numero de’ metalli diversi permanentemente accoppiati, e disposti in
giusta serie (§ 20 e segg.), queste sperienze pongono la cosa fuori di dubbio, e coufermano nella
più bella miniera le mie antiche idee. Tale dunque, e tanta elettricità manifestano,
l’argento, stando a tal mutuo contatto applicati, e finchè ci stanno; e a tanto
di tensione possono quindi portarla in altri conduttori, o recipienti, cui si
faccia comunicare questo o quello di tai metalli accoppiati, mentre l’altro
comunica liberamente col suolo, condizione affatto necessaria (§ V, XVI
e segg.).
§ XXXI. Questo principio è il fondamento di tutto.
Al quale se si ag-
giunge la supposizione, già non più supposizione, ma verità di fatto, che ad
ognuno di tali contatti de' due metalli, riceve il fluido una tale e tanta spinta,
che questi impulsi cioè si ripetono per ciascheduna di tali coppie metalliche
poste in serie, e perseverano costantemente durando i contatti, come le spe-
rienze han dimostrato (§ XX e segg.) niente più manca per la spiegazione di
tutti i fenomeni, che presenta il mio apparato.
§ XXXII. Si spiega particolarmente per tal azione continuata indeficiente
come non solamente un condensatore, ma una boccia di Leyden picciola o
grande che sia, ed anche grandissima, e fino una capacissima batteria elettrica,
si carichino da un tal apparato in pochi istanti alla medesima
cioè ad 1 grado circa del mio elettrometro a paglie sottili, ove esso apparato
sia composto di circa 60 coppie di zinco e argento, o zinco e rame; a 2 gradi
ove sia composto di 120 coppie ec.; giacchè l’apparato colla sua perseverante
azione continua a comunicare l’elettricità ad essa boccia o batteria, a infon-
dervi cioè via via fluido elettrico se le tocca coll’estremità sua che ne ridonda,
semprechè l’altra estremità che ne scarseggia possa mediante le necessarie
comunicazioni risarcirsi quanto bisogna; o viceversa continua a sottrarne,
se con questa estremità negativamente elettrizzata le tocca, mentre l’altra
gode di opportuno sfogo, ossia comunica a capace recipiente, in cui versare
il fluido accumulato; continua, dico esso apparato elettromotore a comunicare
la sua elettricità positiva o negativa a qualsisia recipiente, al condensatore,
alla boccia, alla batteria, fino a che la carica vi sia portata ad una
equilibrata colla sua, finchè cioè la reazione sia eguale all’azione: locchè si
compie in pochissimi istanti; rigorosamente però in tempo più lungo a misura
che la capacità della boccia, o delle boccie riunite, che ricevono tal elettricità
è più grande.
§ XXXIII. Or una boccia di vetro molto sottile, che abbia circa un piede
quadrato di armatura, caricata ad 1 o 2 gradi del detto elettrometro a paglie
sottilissime, che ne faccia cioè divergere le punta 1/2, od 1 linea può già dare
mercè il toccarne l’uncino procedente dall’interna armatura con una lastra
di metallo, che tiensi impugnata in una mano ben umettata, mentre un dito
dell’altra mano pesca in un vaso d’acqua comunicante per mezzo di altra
lamina metallica al tondo, ossia armatura esterna di essa boccia; una scosse-
rella cioè, che prende una o due articolazioni di quel dito intintoFarò osservare qui che con questa maniera, la più acconcia a far sentire le picciolis-
sime scosse, ne ottengo la minima, cioè una appena appena sensibile al dito mignolo, dalla giara
di 1 piede quadrato di armatura, pur che sia di vetro ben sottile caricata a 1/2 grado; ed una
parimenti minima dalla mia batteria di 10 piedi quadrati caricata ad 1/8, ed anche a 1/10 so-
lamente di grado: le quali debolissime cariche ben si comprende che non possono manifestarsi
nè all’elettrometro mio a paghe sottili, nè a quello pure di BENNET a listerelle di foglietta
d’oro, se non coll’ajuto di un buon condensatore. Che se
facciasi la prova con boccie o grandi giare, pur esse di vetro sottile, aventi 2,
3, 4 piedi quadrati di armatura, e caricate similmente, o con un breve contatto
del mio apparato, o colle scintille di un elettroforo, o con macchina elettrica
ordinaria, caricate, dico, ad 1 o 2 gradi dello stesso elettrometro a pagliette,
la scossa notabilmente più risentita a proporzione prenderà tutto il dito, ed
anche forse ambe le mani fino al carpo. Finalmente con una batteria di 10,
15, 20 piedi di armatura riuscirà assai più grave la commozione con la stessa
carica di 1 ovvero 2 gradi, e si estenderà al gomito, e per avventura fino agli
omeri. Nulla dico dell’effetto che produrrebbero batterie di 60, 100, 150,
200 ec. piedi quadrati caricate con apparati di 200, 300, o più coppie metalliche,
e quindi a più di 3, 4, 5 gradi, perchè non ho ancora sperimentato con elettro-
motori e batterie così grandiosi: del resto è facile predire che se ne avrebbero
scosse tanto più valide ec.Al tempo che stesi, e lessi all’Instituto Nazionale di Francia (in Novembre cioè del
1801) la presente Memoria, non avendo ancor potuto procurarmi delle più grandi batterie co-
strutte colle attenzioni richieste, avea fatte delle prove soltanto con picciole, e al più di 10 piedi
quadrati di armatura, ch’io mi era costrutte in mia casa a Como alcuni mesi prima. Or questa
batteria di 10 piedi caricata con uno de’ miei apparati a colonna di circa 120 coppie di rame e
zinco, mi dava una abbastanza forte commozione fin oltre al gomito. Intanto il Dott. VAN-
MARUM da me eccitato a sperimentare più in grande, faceva le sue prove in compagnia del
Prof. PFAFF con una batteria di circa 150 piedi quadrati di armatura, che caricava con varie
pile, fino con una di 200 coppie, e ne avea scosse molto più gagliarde, non però tali ancora quali
mi sarei aspettato, e quali ottenute si sarebbero, se fosse stata meglio costrutta la batteria
stessa, e soprattutto il vetro delle giare più sottile.
§ XXXIV. Conviene, perchè riescano queste sperienze colle boccie di
Leyden, e massime colle batterie di portata, che non vi sia fra i conduttori
delle medesime che debbono comunicare fra loro, nè fra questi e le rispettive
armature, la minima interruzione; giacchè altrimenti non potrebbe effettuarsi
a dovere nè la carica, nè la scarica, essendo tale carica, che arriva ad 1, o 2
lanciarsi all’intervallo di 1/60, e neppure forse di 1/600 di linea
una di 4 gradi potrà appena passar alla distanza di 1/24 di lin., una di 10 gr. ad 1/48 lin., una
di 6 gr. ad 1/100, una di 4 gr. ad 1/200 lin., una di 2 gr. ad 1/400, una di 1 gr. ad 1/800 lin. ».
[
zare una lamina d’aria di tale grossezza, come mi sono con apposite sperienze
assicuratoQueste sperienze, per cui ho congegnata a bella posta una macchinetta, che serve
benissimo anche ad altre investigazioni, mi hanno mostrato: che per la scarica ossia per il
salto della scintilla fra due palle metalliche di un pollice circa di diametro ad 1 linea di di-
stanza, vi vuole che la carica tanto di un semplice conduttore, quanto di una boccia picciola o
grande, ed anche grandissima, giunga a 12 in 13 gradi di un elettrometro di HENLY, ossia
quadrante elettrometro, reso più leggiero dei comuni, e per altri riguardi da me perfezio-
nato, colle debite correzioni alla scala, onde averne i gradi esattamente comparabili, che per il
salto della scintilla di 2, 3, 4 linee vi vogliono proporzionatamente da 25, 34 1/2, 50 gradi di ca-
rica; e così 6 gradi solamente, o poco più per il salto di 1/2 linea, 3 g. per quello di 1/4 lin. ec.,
insomma, che la distanza a cui può giungere la scintilla, ossia farsi la scarica, è in esatta o quasi
in esatta proporzione col grado di elettricità che segna l’elettrometro corretto, almeno dentro
gl’indicati limiti. La qual cosa è invero molto rimarcabile, come lo è più ancora che la lunghezza
del tiro della scintilla per egual grado dell’elettrometro non differisca notabilmente, qualunque
sia la capacità del recipiente che porta la carica, o picciola cioè di un semplice conduttore, o
grande di una boccetta di Leyden, o grandissima di un’ampia giara, o di molte unite in una
batteria, conforme abbiamo già accennato: così dunque tanto lanciasi la scintilla a due linee
di distanza, e non più, da una batteria carica a 25 gradi del quadrante-elettrometro, la qual ca-
rica importa una grandissima quantità di fluido elettrico; quanto da una sola mediocre o pic-
ciola boccia, od anche da un semplice conduttore, la cui carica, segnando ugualmente all’e-
lettrometro 25 gr., è formata da molto minor copia di fluido. Ora 1 grado di quel quadrante-elettrometro valendone circa 12 dell’altro mio a paglie
sottili, come da molti confronti fatti ho potuto rilevare, risultano 150 gradi di questo elettro-
metro per la scarica che può farsi ad 1 linea di distanza: e ritenuta la giusta proporzione sopra-
indicata per un sol grado di carica a questo stesso elettrometro (cioè 1/2 linea che si aprano le
punte delle pagliette) ad 1/150 di linea potrà giugnere la scarica, e non più; per 2 gradi ad 1/75
lin. ec. Di qui viene
che fino le catene metalliche formate di più anelli, ed anche di pochi, se non
siano molto tese, arrestano la scarica, o almeno non la lasciano passare abba-
stanza liberamente per produrre la scossa, arrestano, dico, o ritardano la sca-
rica della boccia o della batteria elettrizzata a così debole grado, come arre-
stano o ritardano quella della TorpedineIl Sig. CAVENDISH nella sua egregia memoria (inserita nelle Transazioni Anglicane per
l’anno 1776), in cui paragona appunto la scarica elettrica della torpedine a quella di una grande
batteria caricata debolissimamente, per ciò che dall’una, come dall’altra, una grandissima copia
di fluido elettrico si scaglia con una picciolissima intensità, ha mostrato come si possono imi-
tare appunto con una grande batteria carica ad un debolissimo grado, tutti gli accidenti della
scossa della Torpedine, e segnatamente quelli di non trasmettersi essa commozione per archi
conduttori aventi la più piccola interruzione, di non eccitare quindi scintilla visibile, di non
produrre movimenti elettrometrici, ec.
ed anello, o qualche patina che li ricopre e toglie l’immediato contatto me-
tallico.
§ XXXV. Quindi anche i conduttori imperfetti, come l’aria diradata
eziandio al sommo, il vetro rovente, e la fiamma stessa (la quale non è già
un buon conduttore, siccome si è veduto), i legni, le pelli, ed altri corpi non molto
umidi, se non impediscono del tutto, difficultano almeno e ritardano tale sca-
rica, tanto che non si ha una scossa sensibile. Cosi è; l’interposizione ai migliori
conduttori di una fiamma viva, anche per una sola mezza linea, toglie di sen-
tire la scossa, sia da una grande boccia o batteria elettrica, sia dal mio appa-
rato elettro-motore, ne’ quali la
l’elettrometro a paglietteLe prove, che ho fatte a questo oggetto mi hanno mostrato, che acciò la fiamma traduca
la scossa di una boccia o batteria, vuol essere la carica più di 20 o 30 gradi del detto mio elet-
trometro.
tamente, il fluido elettrico tantochè con un poco più di tempo si accumula
nel condensatore in quantità sufficiente, per dar indi i soliti segni all’elettro-
metro, come ho più volte sperimentato.
§ XXXVI. Ed ecco così spiegata naturalmente la cosa: ecco tolta l’ob-
bjezione che la fiamma, ottimo conduttore dell’elettricità, qual si pretendea
(ma che tale poi non è), pur non lo sia, o sembri non esserlo, dell’agente gal-
vanico: ecco infine dimostrato, che tutto procede del pari per le boccie o bat-
terie elettriche, e per il nuovo mio Apparato elettro-motore.
§ XXXVII. Così non dee più far meraviglia che una carta sottilissima
interposta ad ottimi conduttori, la pelle asciutta del nostro corpo, e fin l’epi-
dermide delle foglie verdi, bastino ad impedire la scossa che dovrebbe dare,
o il detto Apparato, o la batteria elettrica, e che danno poi ove tal carta, o pelle,
trovinsi umettate a dovere. Non dee insomma far meraviglia, che cariche co-
tanto deboli non possano vincere la più picciola coibenza, e che i conduttori
di lor natura molto imperfetti, o trattengano o ritardino assai il corso al fluido
elettrico spinto con forza troppo debole, qual è quella che manifestasi con
1 grado o 2 di
§ XXXVIII. Ma nasce qui invece un’altra difficoltà.
E come mai, dirassi,
può una carica elettrica cotanto debole, e la di cui scarica non succede alla
minima distanza visibile ma solo può elicersi coll’addurre degl’ottimi condut-
tori al contatto, o quasi a contatto, come può tal meschinissima carica ecci-
tare sì potente scossa? Questa difficoltà, comune parimenti alle grandi boccie
mi propongo ora qui di togliere in un modo, che dovrà soddisfare chiunque
voglia meco ben ponderare le cose, che vado ad esporre. Ma prima mi giova
far osservare, che una tal difficoltà non milita dunque contro l’identità del
fluido elettrico e del galvanico, ossia di quello che è messo in giuoco de’ detti
miei apparati; giacchè è comune e a questi, ed alle grandi boccie o batterie;
e che ho quindi avuto ragione di dire nel primo annunzio che diedi di tali
apparati alla Società Reale di Londra nel mese di Marzo del 1800, che le
scosse prodotte da’ medesimi sono simili, dell’istessa natura e polso di quelle
delle
queste, così e meglio ancora in quelli, alla poca intensità, onde è spinto il
fluido elettrico, la grandissima quantità del medesimo, che passa in una cor-
rente continua per molti istanti successivi.
§ XXXIX. Si è creduto di spiegare sufficientemente come e perchè una
batteria, od una boccia di Leyden di gran capacità, caricata a un grado debo-
lissimo produce una forte scossa, quale non è prodotta da una picciola boccia
caricata al medesimo grado, si è creduto di spiegar ciò in una maniera soddi-
sfacente col dire semplicemente, che gli è perchè la capace boccia o batteria
scarica
e precisamente una copia tanto più grande, quanto ella ha più di capacità.
Ma non si è fatto attenzione che questo termine
mente giusto, che egli è anzi assolutamente falso, se si intende un momento
indivisibile. Egli vi abbisogna sempre di un tempo finito per una scarica qua-
lunque: che è quanto dire, essa deve durare un certo tempo: quantunque
questo tempo possa essere, e sia infatti per le scariche ancora delle più grandi
boccie o batterie, brevissimo, e tale che difficilmente potremmo noi misurarlo,
tale insomma, che ci sembra un istante. Or questo tempo, questa durata della
scarica debbe tirare più in lungo a carica eguale (al medesimo grado cioè del-
l’elettrometro) per una grande che per una piccola boccia, e tanto appunto
più in lungo, quanto la capacità dell’una, e quindi la quantità di fluido elet-
trico che forma una tal carica, supera la capacità dell’altra; giacchè a carica
eguale
trico viene spinto, e deve scorrere scaricandosi, è la medesima. Per tal modo,
supponendo che la capacità sia 10 volte più grande, siccome ha bisognato in
questo caso 10 volte più di fluido elettrico per portarvi la carica al dato grado,
così parimenti vi bisognerà 10 volte più di tempo acciò la scarica di tutto
questo fluido si compia colla Così è: per l’istessa ra-
gione che vi va 10 volte più di tempo circa a caricare questa boccia, che ha
10 volte più di capacità, a caricarla, dico, a un dato grado, con una macchina
elettrica di un attività data e costante, di quello ci vada a caricare una boccetta,
la quale non abbia che 1 di capacità; ci andrà pure 10 volte più di tempo
per compirne la scarica, che fassi con una
§ XL. Non è dunque vero, che le boccie e batterie di una grande capacita
versino collo scaricarsi una
ossia nel medesimo tempo che le picciole e di ristretta capacità, cariche le une
e le altre al medesimo grado dell’elettrometro. Elleno non ne versano che la
medesima quantità pel primo istante (attesochè la
la velocità della corrente di questo fluido, è la medesima per le grandi boccie
come per le picciole nella nostra supposizione); ma la scarica delle grandi,
ossia molto capaci, dura più istanti che quella delle picciole boccie. Non v’ha
dubbio: la scarica delle prime impiega più tempo; ella si estende, per così dire,
a molte scariche successive, quantunque si compia ancora in un tempo cor-
tissimo, tale che a noi pare un istante, come già si è detto (§ prec.).
§ XLI. Ciò ritenuto, parrebbe che una boccia di Leyden grandissima
non dovesse dare una più forte commozione di quello faccia una boccia mezzana,
o piccola, caricate al medesimo grado dell’elettrometro, s’egli è pur vero che
la medesima quantità di fluido elettrico viene a versarsi sì dall’una che dal-
l’altra
sollecitato dalla medesima tensione, spinto in una parola colla medesima velo-
cità, tanto dalla picciola boccia quanto dalla grande, cariche ad egual grado
di
la persona attraverso di cui si scarica. E di vero la corrente elettrica non è ella
eguale in tali casi, o vogliam dire, non passa la medesima quantità di fluido
elettrico in un dato tempo? Ciò è, che abbiamo stabilito, posta la
di carica eguale, vale a dire al medesimo grado dell’elettrometro. Come va
dunque che la scossa è più forte quando viene da una boccia più grande, o da
una batteria; e tanto più forte, quanto questa boccia o batteria ha maggiore
capacità? Ciò viene da che la scarica è prolungata, cioè a dire che la corrente
elettrica dura un tempo tanto più lungo, quanto la dose di fluido che forma la
carica di detta grande boccia o batteria supera la dose che forma la carica
della picciola boccia, portate al medesimo grado dell’elettrometro l’una e l’altra.
§ XLII. Si avrà forse della pena a credere che la forza della commozione
sia dovuta alla continuazione del torrente elettrico, alla sua durata per un
certo tempo, sembrando che siffatte commozioni elettriche, siccome le scariche
delle boccie di Leyden che le producono, siano istantanee, ed essendo sempre
state riguardate come tali. Ma ben riflettendo si comprenderà tosto che niente
si può effettuare assolutamente in un istante indivisibile; e che in particolare
la corrente di fluido elettrico prodotta da una scarica qualunque, deve in ogni
caso durare un certo tempo, un tempo finito; comecchè questo tempo possa
essere cortissimo, e non misurabile coi nostri mezzi, come si è già detto
(§ XXXIX e seg.). Ora la cosa procede giusto così: il tempo che dura il tor-
rente elettrico prodotto dalla scarica di una grande batteria, per es. di 40,
60, o più piedi quadrati di armatura, caricata a 1 o 2 gradi del mio elettro-
persona, cui questo torrente attraversi (§ XXXIII), un tal tempo non arriva
sicuramente ad 1/20 di secondo, e forse neppure ad 1/50, o ad 1/100Quando tengo ben impugnata in una mano umida una larga lastra di metallo annessa
alla base di una buona pila, e porto il vertice di questa al contatto del conduttore procedente
dalle armature interne della mia batteria ottimamente disposta per così caricarla, se nel me-
desimo tempo comunico coll’altra mano parimenti umida colle armature esterne, all’atto di
tale carica ne rilevo in ambe le mani una scossa, prodotta, come si comprende, dalla copia di
fluido elettrico che viene estratto da una faccia delle bocce componenti la batteria, corrispon-
dentemente a quello che si accumula nella faccia opposta, conforme alla nota teoria delle ca-
riche di Leyden; rilevo, dico, una scossa da quella copia di fluido elettrico, che accorre così
attraversando il mio corpo ad un capo della pila, a misura che l’altro capo ne versa nella bat-
teria, e v’induce la carica; scossa, che riesce tanto più forte, quanto più è attiva essa pila, e
quanto la batteria è più capace. Dopo questa scossa, che ricevo per un contatto della pila
colla batteria, il quale avvegnachè brevissimo, e sensibilmente istantaneo, basta a compiere
di questa la carica, a portarla cioè al grado di tensione che ha la pila medesima, non ho più
altre scosse continuando, o replicando tali contatti; ma bene ne rilevo una eguale, ed anzi
più gagliarda, provocando ora dell’istessa batteria la scarica con una semplice lamina metal-
lica egualmente impugnata da una mano senza la pila. Così poi alternando i toccamenti, or
colla pila, or colla semplice lamina, ho quante scosse voglio da altrettante cariche e scariche
della batteria, ec. Or la carica che s’induce nella batteria dalla scarica della pila (come vi s’indurrebbe
dallo scaricarvi sopra un’altra batteria, ossia compartir a quella la carica di questa), abbiam
già detto, ed è chiaro altronde per la scossa assai sensibile che cagiona all’atto stesso che vi
si induce, che ciò compiesi in tempo così breve, che può quasi dirsi un istante. La scarica poi
di essa batteria si fa in tempo ancora più breve, come indica la scossa più valida anzi che no
di tale scarica; e come debb’essere, trovando la corrente elettrica più facile e spedito passaggio
per l’arco conduttore formato della semplice lamina metallica e del corpo della persona, che
per questo e la pila, nella quale i dischi umidi interposti ai piattelli metallici offrono, per essere
conduttori molto meno perfetti (come vedremo meglio in seguito) altrettanti ostacoli al libero
corso del fluido elettrico, e lo ritardano notabilmente. Con tutto questo passa esso da un capo
all’altro della pila con tanta prestezza, se tali dischi siano ben intrisi di acqua, e meglio assai
di qualche buona soluzione salina, e tanto ne passa continuamente, che a versarne nella mia
batteria di 10 piedi quadrati di armatura tutta quella dose, che vi vuole per portarvi la carica
ad 1, 2, 3 gradi dell’elettrometro a paglie, secondo che essa pila è composta di 60, 120, 180 coppie
di rame e zinco, basta un contatto il più breve, ch’io abbia potuto finora effettuare, e la cui
durata ho potuto calcolare che non arriva ad 1/50 di secondo, e basterebbe probabilmente
anche molto molto. Il Sig. VAN-MARUM infatti portava la carica della sua batteria, otto o dieci
volte più capace della mia, all’istesso grado delle sue pile tanto grandi che picciole, con un con-
tatto delle medesime, che giugneva al più ad 1/20 di secondo (vegg. la sua Lettera a me diretta,
ed inserita negli
vanismeChe se i dischi umidi dello pila lo sian poco, o trovinsi quasi asciutti, sicchè non possa
questa dare, provocandola, che scosse leggieri, od anche insensibili affatto, pel ritardo che soffre
la corrente elettrica da tali dischi troppo cattivi conduttori; marcando ciò nonostante essa
pila la
(cioè di 1 grado dell’elettrometro a paglie sottili per circa 60 coppie di rame e zinco, di 2 gradi
per 120 coppie, ec.), varrà pur anche a caricare fino ad 1, 2 gradi ec., la batteria; ma si richie-
derà per ciò un contatto che duri per avventura 1/4 di secondo, 1/2, un secondo intiero, od anche
più secondi, come ho più volte sperimentato: e allora non si avrà scossa alcuna per l’atto di
tale carica della batteria, che fassi troppo lentamente; ma bene poi si avrà scaricandola. Non
tivamente 100 volte più che il torrente prodotto da una boccia carica egual-
mente ad 1, o 2 gradi, ma la cui capacità sia 100 volte più picciola. Or bene;
egli è a cagione di questa durata troppo corta di un torrente elettrico eguale
altronde in velocità, che la scossa riesce insensibile, o quasi insensibile con
tal picciola boccia; laddove ella è non solamente sensibile, ma fortissima; al-
lorquando un torrente della medesima forza o velocità dura 100 volte più,
provenendo dalla batteria di una capacità 100 volte maggiore, da una batteria
caricata del pari a 1, o 2 gradi soltanto del mio elettrometro a pagliette.
§ XLIII. Questo tiene infine alla natura, e disposizione dei nostri organi,
i quali, per essere affetti sensibilmente da un agente qualunque, hanno bi-
sogno d’essere sottoposti alla di lui azione per qualche tempo, e sì per un tempo
più o men lungo, secondo la natura d’esso agente e il suo grado di attività;
e secondo ancora l’eccitabilità propria a ciascun organo. Gli è così che voi non
provate punto di impressione sensibile pel contatto passaggiero e momentaneo
di un ferro caldo, che vi brucierà le dita ove duri alcuni istanti. La cosa è
molto più marcata allorchè l’agente applicato ad alcuno de’ nostri organi, o
sensi, è poco energico, come quando si applica alla lingua una sostanza leg-
germente sapida, alla pelle un liquore debolmente caustico, ec., giacchè non
si risente il sapore, e il dolore, che dopo alcuni istanti: vi bisogna dunque per
eccitargli un’azione continuata per un certo tempo. La necessità di una tal
continuazion di azione è ancora più osservabile allorchè (per riaccostarci al
nostro soggetto) si vuol eccitare coll’apparecchio elettro-motore quella specie
di pungimento, e di dolor cocente, che si sente facendo toccare una delle estre-
mità di esso apparecchio (segnatamente quella che manifesta l’elettricità
negativa)Non si comprende facilmente la ragione per cui è molto più intenso e vivo il bruciore
eccitato dal capo o polo negativo della pila, che dal positivo, quantunque la
marchi un egual grado. La differenza è grandissima, riuscendo più cocente il dolore con una
pila di 20 coppie metalliche applicata in quella maniera, che con una di 60 applicata in questa.
giacchè se detto apparecchio non è troppo attivo, s’egli non è composto che
di 20 coppie metalliche incirca, il bruciore non comincia a farsi sentire, se
non dopo che il contatto ha durato alcuni secondi.
§ XLIV
numero XLV, segue il XLVI ecc. Si corregge la numerazione, come è fatto anche in Ant.
Coll. [Nota della Comm.] Egli è ben lungi, che l’azione elettrica, o la corrente di fluido pro-
sì lungo tempo per eccitare ciò che si chiama la
sì tarda a comparire come l’anzidetta sensazione di dolore; al contrario è
molto pronta. Noi abbiam detto (§ XLII) e l’esperienza lo dimostra, che non
richiede forse più di 1/20, di 1/50, di 1/100 di secondo, o meno ancora, cioè di
quel tempo che impiega la scarica di una grande batteria caricata ad 1, ov-
vero 2 gradi: che un sì corto spazio di tempo basta per dare una scossa assai
forte. Ma sempre sta che vi vuole un qualche tempo; e che un istante indivisi-
bile non basta, e neppure un tempo finito eccessivamente corto, com’è quello
che impiega a scaricarsi una boccia 100 volte meno capace, caricata simil-
mente ad 1 ovvero 2 gradi soltanto (§ ivi), tempo, che non arriva forse ad
1/2000,ad 1/2000
Volt. L 22 la stima della durata di questo tempo si limita ad 1/2000, di secondo. [Nota della
Comm.]
§ XLV. Coerentemente a ciò che veniamo di far osservare, si può, para-
gonando la scarica della grande giara o batteria colla scarica della boccetta
100 volte meno capace, si può, dico, considerare la prima come la ripetizione
di 100 scariche eguali a quella della boccetta, scariche le quali si succedono e
colpiscono la persona 100 volte di seguito: e siccome tutti questi colpi repli-
cati si succedono cotanto rapidamente, cioè nello spazio di 1/50, di 1/200 di se-
condo o meno, si può riguardargli, sendo così prossimi gli uni agli altri, come
riuniti e confusi in un sol colpo, che si fa sentire per tal guisa 100 volte più
forte. È cosa ben sicura che le impressioni portate sopra i nostri organi non
si estinguono all’istante, ma durano qualche tempo. Quando dunque e le
prime impressioni sussistendo ancora, ne sopravvengono delle altre in seguito,
tutte queste impressioni si accumulano, per così dire, e ne risulta un’impressione
altrettanto più viva ed energica.
§ XLVI. Concludiamo, che la durata della scarica, o della corrente elet-
trica, proporzionale alla capacità dei recipienti, supplendo alla debolezza, o
picciola
che sia cotesta carica, fosse ella ancora di 1/2 grado, di 1/4, di 1/10 del mio
elettrometro a paglie; purch’ella si trovi posseduta da recipienti proporzional-
mente più grandi (come sarebbero delle batterie di 100, 200 ec. piedi quadrati
di armatura), affine che il torrente prodotto dalla scarica abbia una durata
tanto più lunga (quantunque non ancora misurabile a nostri sensi).
§ XLVII. Egli è facile al presente di fare l’applicazione di ciò che abbiamo
fin qui considerato, al mio apparecchio. Se una batteria elettrica, caricata ad
1 o 2 gradi dell’elettrometro a paglie, può dare una buona scossa, allorchè
avendo 10 piedi quadrati di armatura (§ XXXIII) ella produce colla sua sca-
e se avendo 40, 60, 100 piedi, ella dà, per la medesima carica di 1, o 2 gradi, la
quale si scaricherà per conseguenza in un tempo altrettanto più lungo, cioè di
1/400, di 1/600, di 1/1000 di secondo, dà dico delle scosse altrettanto più forti
(§ XXXIII, XLI), e cosa
cano confronti possibili coi Mns. [Nota della Comm.]
tro-motori, i quali siano composti di 60 a 120 coppie di rame e zinco, tanto cioè
da manifestare anch’essi 1 in 2 gradi di Che non dobbiamo aspettarci
da questi apparecchi, considerando, che il torrente elettrico eccitato da essi,
in luogo di durare soltanto per qualche frazione picciolissima di minuto se-
condo, è continuo, e indeficiente? Cosa non dobbiamo aspettarci, ripeto, da
questi apparecchi, che in un istante quasi caricano a 1, 2, 3 gradi, secondo
che sono essi composti di 60, 120, 200 coppie metalliche ec., le giare, e le
batterie più grandi, e le portano così allo stato di dare delle potenti scosse,
come abbiam veduto? È egli sorprendente che possano darne di egualmente
forti, o più ancora, essi medesimi? Deve anzi far meraviglia, che non lo diano
ancora più forti e più violente di molto, che alcuna delle più grandi batterie
caricate al medesimo grado di tensione; giacchè, riguardo alla durata del tor-
rente elettrico, debbono paragonarsi questi apparecchj, che sono
perpetui
infinitaNelle sperienze di VAN-MARUM sopracitate (nota seconda al § XXXIII) una batteria
di 134 1/2
metalliche, dava una commozione, la quale, avvegnachè bastantemente forte, lo era meno
della scossa che dava essa medesima la colonna, minore, dico, della metà circa. Vi è pertanto
luogo a credere che una batteria di 400, 500, o 600 piedi, caricata al medesimo punto, l’a-
vrebbe data di egual polso che la colonna; e che una batteria più grande ancora, e gr. di
1000 piedi, portata al medesimo grado di carica della colonna, avrebbe prodotto una com-
mozione più forte che non essa colonna. Ma come mai potrebbe darsi che la commozione della batteria riuscisse più forte, la carica
essendo tutt‘al più eguale, ossia portata alla medesima Come mai
la pila darebbe essa medesima una commozione men forte che la batteria da lei caricata?
Ciò viene da che nella pila la corrente elettrica non è mai del tutto libera, ch’ella vi è più o
meno impedita e ritardata dalle interruzioni fra i metalli, cioè dagli strati umidi interposti,
i quali non sono abbastanza buoni conduttori, come già indicammo (nota al § XLII), e come
vedremo meglio in seguito; laddove nelle batterie ben costrutte non esistendo nè queste, nè
altre cause di ritardo, le scariche si fanno più liberamente. Così è: il fluido elettrico trova impedimento e ritardo nel suo corso, quand’anche i cartoni
o panni interposti alle lamine metalliche nella pila, siano ben imbevuti d’acqua salata. Che
se non lo sono a dovere, se trovinsi poco umidi, o se invece d’acqua salata sieno intrisi di acqua
pura, la quale è conduttore molto più imperfetto, il torrente elettrico sarà tanto più ritardato,
e voi dovete aspettarvi una commozione tanto più debole. In questi casi, non solamente la bat-
teria di 400 o 600 piedi quadrati di armatura, ma una di 100, e di 50, ed anche solamente di
20 piedi, o di 10, ricevendo la carica da questa pila, vi darà una commozione più forte che non
la pila medesima, o a meglio dire non così debole come questa. Finalmente, quando i cartoni
si troveranno asciugati fino a un certo segno, voi non potrete più avere da essa pila alcuna
commozione sensibile; e nullameno, facendola toccare al condensatore, lo caricherete, presso
a poco, egualmente, come se i cartoni fossero ben umidi, e ne otterrete i segni all’elettrometro
circa di egual forza; così pure caricherete al medesimo grado una boccia di Leyden, od anche
una batteria, dalla quale otterrete la commozione corrispondente alla sua capacità, e al grado
della carica, ec., commozione che, come pur ora diceva, voi non ottenete provocando diretta-
mente la pila medesima. Solamente farà d’uopo per compire la carica del condensatore, della
boccia, e soprattutto della batteria, che il contatto loro colla colonna duri un tempo tanto più
lungo quanto i cartoni di questa si troveranno più asciutti. Non basterà dunque più allora
di 1/2, nè di 1/10 di secondo; ma vi vorranno 1/2, 1, 2, 3 secondi, o più ancora. Ho creduto dover aggiugnere qui queste sperienze, e queste osservazioni, che serviranno
a spargere più di luce sopra i seguenti §§ della presente Memoria.
§ XLVIII. Lungi pertanto dal maravigliarci della forte commozione,
che eccitano con una
capacità altronde può considerarsi come infinita, avendo riguardo alla durata
della scarica, che è interminabile; dobbiamo piuttosto rintracciare la causa
perchè non riesca ancora più forte tale commozione, e non superi di lunga
mano quella della batteria la più grande che mai costruire si possa, caricata
al medesimo grado; la di cui capacità sarebbe sempre finita, e la scarica limi-
tata quindi a un tempo più o men corto; laddove interminabile è quella, ripe-
tiamolo, de’ detti apparati elettromotori. Ma conviene osservare primiera-
mente che la durata della scarica, ossia del torrente elettrico, oltre un certo
tempo, che non è già lungo, che non arriva forse a 1/10 di secondo, non serve più
ad accrescere o rinforzare la composizione. Non è che dentro certi limiti,
i quali sarebbe difficile di determinare, che è riposta la continuazione dell’a-
zione sopra i nostri organi. Gli urti e colpi che questi ne ricevono, colpi reite-
rati che si succedono senza interruzione, confondonsi in certa maniera in
un sol colpo, come ho cercato di spiegare qui sopra (§ XLV). Durando dipiù,
oltrepassando p. e. 1/10 od 1/8 di secondo, cominciamo a distinguere la durata
della sensazione dall’intensità. Così continuando la corrente elettrica a sti-
molare l’apice della lingua, continua pure è la sensazione di sapore, continuo
e crescente il bruciore sulla fronte, sul naso, o su altre parti delicate, se queste
seguitino ad essere invase dal torrente elettrico di un apparecchio abbastanza
forteCiò che accade alle parti sensibili, ai nervi cioè dei sensi, non succede egualmente
alle parti dotate della sola irritabilità, ai muscoli, soffrendo questi una volta sola, e per breve
tempo, la contrazione che vi cagiona lo stimolo elettrico, per quanto stia applicato ad essi mu-
scoli, o ai nervi influenti sul loro moto, lungamente. Una tal contrazione, dalla quale dipende,
nelle sperienze di cui si tratta, la scossa o commozione, succede dunque soltato alla prima inva-
sione del torrente elettrico (e talvolta anche al momento che, rompendosi il circolo conduttore,
si arresta tal corrente ad un tratto, o piuttosto per l’istantaneo impedimento che incontra
dà addietro, come figurar ci possiamo). Col dire
istante indivisibile produca tutto l’effetto, od uno così grande, come alcuni istanti che formino
per es. la durata di 1/10, o di 1/8 di minuto secondo: ciò sarebbe contrario a quanto ho sopra
avanzato (§ XXXIX e seg.). Intendo dire che la convulsione nè si sostiene nè si rinnova per
tutto il tempo di più di quel 1/10 od 1/8 di secondo, che continui esso torrente elettrico a scor-
rere con egual tenore. Per rieccitare le contrazioni muscolari, e quindi le scosse, fa d’uopo
cambiare un tal tenore, frenare la corrente, o meglio arrestarla, e rimetterla alternativamente:
il che si ottiene col rompere, e chiudere di nuovo il circolo conduttore ec. Ma quantunque i muscoli sopo la prima volta non vengano più scossi e convulsi violente-
mente dalla corrente elettrica malgrado il continuar di questa, non è perciò che non sieno
in qualche modo essi medesimi, o i loro nervi, affetti durante un tal flusso, e non ne soffrano
alterazione. Essi, avvegnachè non visibilmente offesi, ne rimangono dopo qualche tempo in
certa maniera paralizzati. Curiosa molto, e rimarcabile è la sperienza di assoggettare ad una
siffatta corrente continua, mantenuta da uno de’ miei apparecchj discretamente forte, le gambe
di una rana dianzi trucidata, facendole entrare nella catena, ossia circolo conduttore, in guisa
che tal corrente monti per una e discenda per l’altra gamba. Il miglior modo è di porle a caval-
cione di due bicchieri pieni d’acqua collocati nel circolo, ec. Adunque in principio vi si eccitano
le più violente convulsioni ogni volta che s’interrompe, e si torna a chiudere detto circolo. Ma
restando questo costantemente chiuso, e continuando quindi la corrente elettrica senza inter-
ruzione per lo spazio di mezz’ora circa, avviene che non si risentano più, ossia più non balzino
quelle sì tormentate gambe, all’aprirsi e chiudersi del circolo come dianzi, talchè sembrano
aver perduta ogni eccitabilità. Esse, cioè i loro muscoli o nervi, l’hanno perduta infatti; ma
solo in un senso; giacchè se invertasi la corrente elettrica, se si rivolti o la pila o quelle gambe
onde si presentino a tal corrente in senso opposto, onde cioè il fluido elettrico monti aor per
la gamba per cui discendea, e discenda per quella per cui montava; ecco che di nuovo si scuo-
tono col vigore di prima, od anche maggiore, ad ogni alternativa di aprirsi e chiudersi il circolo.
Restando ora le stesse gambe della rana in questa nuova posizione, e mantenendosi la corrente
elettrica un’altra mezz’ora circa, perdono i muscoli di dette gambe la facoltà di convellersi
in questo secondo stato, ma riacquistano quella di convellersi nella primiera posizione, cioè
rivoltate che sieno un’altra volta. E così poi, alternando le posizioni di mezza in mezz’ora, od
anche più frequentemente si distrugge e si ristabilisce a vicenda una tale relativa eccitabilità
quante volte si vuole per tutto un giorno, e più a lungo ancora. Simili sperienze fatte sopra due diti della mia mano, o d’altro uomo, mi presentarono
presso a poco i medesimi fenomeni, i quali sopra le intiere braccia ed altre grandi parti del corpo
non furono così marcati. Vi fu però sempre quello di non eccitarsi la forte commozione che al
chiudersi il circolo conduttore, e qualche volta un’altra men forte all’aprirsi del medesimo; ma
niuna commozione, o scossa propriamente detta durante tutto il tempo, che stava chiuso il
circolo, e manteneasi quindi la corrente elettrica. Dico niuna scossa propriamente; giacche
alcune leggiere palpitazioni o subsulti parziali qua e là si osservano talora in questo tempo;
e se la pila è delle più forti, composta di 100 o più coppie di argento e zinco, e ben in ordine,
si prova per tutto il tempo che dura tal circolazione del fluido elettrico in tutte o in alcune
delle parti che esso attraversa un corto fremito, o stupore, un senso di costrizione più o meno
molesto, che riesce fino insopportabile, oltre il dolor vivo pungente nelle parti delicate, cui si
applichi in pochi punti il conduttore. Non ci tratterremo ad osservare quali e quante applicazioni si possono fare di queste ed
altre sperienze variate su diversi organi alla medicina sì fisiologica che pratica, non essendo
questo per ora il nostro scopo.
§ XLIX. Avvi un’altra ragione per cui l’apparecchio, sia a colonna, sia
a corona di tazze, non dà la commozione tanto valida, quanto aspettarcela
potremmo dall’azione incessante di tal apparecchio, dalla scarica elettrica
cioè continuata senza fine. Questa ragione è che gli strati umidi interposti
a ciascuna coppia metallica riescono di un notabile ostacolo alla corrente elet-
trica, cioè la rallentano non poco, essendo essi conduttori imperfetti, come
indicato già abbiamo, (nota ai §§ XLII e XLVII), i liquori salini assai meno,
a dir vero, dell’acqua semplice, ma pure imperfetti anch’essi in un grado con-
siderabile.
§ L. Concludiamo da tutte queste osservazioni che le scosse prodotte dai
miei apparecchi elettromotori ben lungi d’essere troppo forti, comparativa-
mente al grado di
sembrare a prima giunta, o a chi non ponesse mente alle riflessioni sopra espo-
ste ne’ §§ XXXVIII e seg., sono anzi molto meno valide di quello dovreb-
bero essere in vista di tali riflessioni; e ciò per le ragioni accennate ne’ due
ultimi §§ (XLVIII, XLIX). Ma ritorneremo ben presto su questo proposito.
§ LI. Farò qui osservare intanto che diverse esperienze riportate più
sopra dimostrano che questi apparecchj, malgrado una
debole, che non arriva per avventura ad 1 o 2 gradi del mio elettrometro
a paglie sottili, forniscono nulladimeno una quantità ben grande di fluido
elettrico in pochissimo tempo; potrebbe quasi dirsi in un istante, una quantità
invero prodigiosa. Son queste le sperienze medesime colle quali si riesce a
caricare delle grandi boccie di Leyden, e fino delle batterie di molti piedi
d’armatura, mediante il più corto contatto possibile d’uno di questi appa-
recchj elettro-motori, un contatto, che non dura un 1/50 od 1/200 di secondo
(§ XLII e nota); e si arriva a portarvi la carica alla medesima tensione che ha
l’apparecchio, cioè di 1, 2, 3 gradi: carica, cui giungerebbe appena a dare una
buona macchina elettrica con alcuni giri del suo globo o disco, e quindi nel
tempo di parecchi secondi; o pure un buon Elettroforo con 20, 30, 40 delle
sue scintille. Sarebbe infatti una macchina ben buona e possente quella, che
caricasse nel tempo di 1 secondo una boccia di un piede quadrato di armatura
fino a 5 gradi di un buon quadrante elettrometro, che corrispondono a 60
gradi circa del mio a paglie sottili (v. nota 1a al § XXXIV); e la quale cari-
cherebbe quindi ad 1 solo di questi ultimi gradi nel detto tempo di un minuto
secondo una batteria di 60 piedi quadrati. Certamente sarebbe una macchina
molto possente quella che facesse tanto. Ora i miei apparecchj fanno anche
più grandi, ad 1, 2, 3 gradi, secondo che sono essi apparecchj composti di 60,
120, 180 coppie metalliche (in ragione cioè di 1/60 di grado per coppia) in
quanto tempo? In 1/20, 1/50, 1/100 di secondo, e forse più prontamente ancora.
Egli è visibile da ciò che i miei apparecchj forniscono molto più abbondante-
mente che la migliore macchina elettrica; voglio dire che ad ogni istante
tramandano e fanno passare maggior quantità, di fluido elettrico in un reci-
piente di grande capacità, od in un circolo conduttore, di quello far possa
codesta macchina: che insomma il torrente elettrico eccitato e mantenuto
dai detti apparecchj, è più grande, più copioso di quello che può eccitare e man-
tenersi da una macchina elettrica la più grande e la meglio costrutta.
§ LII. Questa conclusione inaspettata sorprenderà forse e sembrerà pa-
radossa a molti: (a quelli singolarmente che o nulla affatto o appena qualche
segno elettrico aveano intraveduto ne’ miei apparecchi, onde poco o niun
conto stimarono doversene fare, prevenuti altronde per un altro immaginario
agente, o così detto
rigore, ed è resa evidente non solo dalle addotte sperienze, ma da altre egual-
mente incontestabili. Essa spiega altronde assai bene e naturalmente come i
medesimi apparecchj valgano a produrre certi effetti, o a portargli ad un più
alto grado di quello possano le macchine elettriche ordinarie: quali effetti
sono la decomposizione dell’acqua, e la termossidazione de’ fili metallici che
vi pescano, la fusione dei medesimi all’aria, la combustione di quelli del
ferro ec. Per comprenderne la ragione basta concepire, che vi abbisogna un
torrente di fluido elettrico molto abbondante, al segno che questo fluido ri-
stretto e coartato al sortire da uno de’ fili metallici, e passare nell’acqua, la
quale come si è detto (note ai §§ XLII, XLVII e XLIX), è conduttore molto
imperfetto, od all’entrare da questo liquido nell’altro filo parimenti metal-
lico, lacera, per così dire, codesto liquido, ossia scompagina e decompone le
di lui particelle, sulle quali porta la sua azione, quelle particelle che in pic-
ciol numero toccano esso filo; basta, dico, concepire che per cagionare tali de-
composizioni chimiche fa d’uopo d’un torrente elettrico molto copioso e con-
tinuato; e ritenere che un tal torrente vien fornito e mantenuto molto me-
glio dagli apparecchi elettro-motori di cui si tratta, che non da una mac-
china elettrica ordinaria, e sia pure delle più potenti, come si è veduto (§
precedente).
§ LIII. Ho per altro creduto sempre che anche colla semplice corrente pro-
dotta dal giuoco d’una buona macchina elettrica comune si potrebbe per av-
ventura giugnere ad ottenere questi medesimi effetti (i quali altronde si erano
già ottenuti colle scariche di LeydenSono note le bellissime sperienze de’Fisici Olandesi PAETS, VANTROOSTWICH e DEJMAN,
colle quali facendo scoccare una serie di forti scintille elettriche provenienti dalle scariche suc-
cessive di una boccia di Leyden tralle punte di due fili metallici introdotti in un tubo pieno
d’acqua, ne svolgevano mano mano gas flogogene e gas termossigene, finchè la scintilla elettrica
venendo a colpire il volume già formato di questi gas insieme confusi, e accendendolo, ne lo
facea scomparire intieramente o quasi, riproducendosi l’acqua. Più note ancora e più comuni
sono le sperienze di fondere delle sottili fogliette, o de’ fili metallici, colle scariche di grandi boccie
o batterie elettriche. Non son dunque nuovi questi effetti prodotti dall’elettricità forte e scuo-
tente. Nuovo è soltanto e maraviglioso che si producano da un’elettricità non altrimenti scin-
tillante, non accumulata e condensata, ma che scorre in certo modo liberamente e con un flusso
continuo, senza scoppio, da un’elettricità la cui
mente, o appena, i più delicati elettrometri? Ma dee cessare la meraviglia riflettendo che ove
tal corrente elettrica sia oltre modo copiosa, e tanto da trovar grande resistenza nell’angusto
passaggio per un sottil filo metallico, o da questo nell’acqua, ec., può e dee rompere tali stroz-
zamenti, decomporre, fondere, scagliare le parti, non altrimenti che fa la scarica d’una grande
boccia incontrando simili angustie ed ostacoli. Ora che la corrente continua eccitata e mantenuta
da miei apparati elettro-motori sia copiosa e ridondante a segno, che non si sarebbe creduto,
superando quella che può prodursi dalle migliori macchine elettriche, egli è ciò che ho dimo-
strato qui sopra in maniera da non potersene dubitare. Non è dunque maraviglia, che così fa-
cilmente produca gli effetti or indicati; come non lo sarà, che in qualche modo arrivi a produrli
anche la corrente elettrica continua eccitata e mantenuta dal giuoco sostenuto di una macchina
elettrica ordinaria, ove giungasi a rendere tal corrente abbastanza copiosa: anche in questo
modo cioè aver potremo, senza scoppio di scintille, scorrendo continuamente il fluido elettrico
per una serie non interrotta di conduttori, di cui faccian parte de’ sottili fili metallici comuni-
canti fra loro per mezzo di un conveniente strato d’acqua, aver, dico, potremo lo svolgimento
da quest’acqua di alcune bolle di gas termossigene, e di gas flogogene. Tali erano le mie congetture, ohe si sono poi compitamente verificate, come si accenna
nel presente §.
Gabinetto di TEYLER. In oggi veniamo a sapere che la cosa è stata verificata
in Inghilterra: è riuscito a taluno di quei Fisici di svolgere dall’acqua delle
bolle di gas flogogene e di gas termossigene per mezzo della semplice corrente
elettrica di una macchina ordinaria; la qual corrente resa continua col giuoco
sostenuto di essa macchina, veniva obbligata ad attraversare un picciolo strato
d’acqua sortendo od entrando per una sottilissima punta metallica, affine di
concentrarvi tutta la forza.