Volta, Alessandro Tre lettere a M. Landriani sull'Elettroforo 1775/1776/1778 Como it volta_3lettML_998_it_1778.xml 998.xml

TRE LETTERE

A

MARSILIO LANDRIANI SULL'ELETTROFORO

Como, 8 Luglio 1775, 27 Gennaio 1776, 11 Ottobre 1778.

FONTI.

STAMPATE.

Mont. pg. 91, 15. Ricc. pg. 29.

MANOSCRITTE.

Cart. Volt.: F 7 bis; F 7; F 5.

OSSERVAZIONI.

TITOLO: DATA: da Mont. e da Ricc.

Mont. pag. 91: è una lettera, che si pubblica, del V. al Landriani in data 8 luglio 1775, nella quale il V. dà comunicazione dell’invenzione dell’Elettroforo. F 7: è la risposta senza data del Landriani al V.: non si pubblica. F 5; è una lettera, che pure non si pubblica, del Landriani al V. in data 11 Agosto 1775, su argomenti varii riguardanti l’Elettroforo. F 7 bis: è una lettera senza data del Landriani al V., che risulta anteriore alla precedente: in F 7 bis il Landriani muove al V. delle obiezioni, la risposta alle quali trovasi nelle considerazioni svolte nella lettera del V. al Klinkosch in data maggio 1776 (pubblicata nel precedente N° XVL (F)), sulle quali il V. ritorna in Ricc. pg. 29. Mont. pag. 15: è una lettera, che si pubblica, del V. al Landriani in data 27 gennaio 1776, su varii argomenti di fisica e sull’Elettroforo. Ricc. pag. 29: è una lettera del V. in data 11 ottobre 1778; in essa manca il nome del destinatario; ma gli evidenti raccordi con altra lettera in data 13 luglio 1778 del V. al Landriani, pubblicata in Mont. pag. 31, la fanno ritenere diretta ancora al Landriani.

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Mont. pg. 91.

Ill. Sig. Sig. padrone col.mo

Como 8 luglio 1775.

Non ho potuto trovare altra copia della mia dissertazione De vi attractiva, che quest’unica che mi è restata senza frontispizio: ecco la cagione del ri- tardo. Or ho pensato di mandargliela così come ella è. Ella avrà ben altre mancanze intrinseche da compatire più che questa. Bramerò sentire qual giudizio porti sopra le mie idee intorno le atmosfere elettriche, ed elettricità vindice che argomentato mi sono di ridurre ad un sol principio, cioè all’a- zione del fuoco per via di forze mutue quand’e impedito dal trasfondersi. Le ho già detto che le mie novelle sperienze e ritrovati confermano maraviglio- samente quelle congetture

Vedasi nota [1] alla lettera del V. a Landriani in data 3 giugno 1775, pubblicata al N° XLIV. [Nota della Comm.].

; anzi pongono fuor d’ogni contestazione quel punto capitale dell’elettricità vindice, in cui m’oppongo al padre BECCARIA. Le aggiungo che il nuovo mio apparecchio, a cui darò il nome di elettroforo perpetuo, mi ha portato assai più oltre, a fissar con qualche precisione ed esattezza le leggi delle cariche e delle scariche, dell’eccitamento per via dello strofinare, delle atmosfere, in una parola, di tutti gli andamenti e vicende, a cui è soggetto il fluido elettrico intorno ai strati isolanti. Quanto all’eccel- lenza e semplicità del mio apparecchio, è tale che senza rinnovar più mai stropicciamento, ottengo perennemente i segni sì vivaci, anche in tempo men propizio, che una buona macchina non può darli maggiori: eppur l’ap- parecchio è piccolo, e stà comodamente rinchiuso in una scatola portatile in tasca. Penso a costruirne uno cinque o sei volte più grande, che non può mancare di darmi la scintilla a più di sei pollici. Aspetto a pubblicare la scoperta la risposta di PRIESTLEY, a cui ne ho scritto da un mese.

Ho scorse le nuove esperienze di COMUS nel giornale di ROZIER: vi ho trovata quella del pesaliquori sporgentesi ecc.: il non seguire il fenomeno nel vuoto, mostra appunto ciò ch’io ho sempre preteso, dipendere questo, come tutti gli altri movimenti di scostamento, dall’attrazione dell’aria. Del resto molte dell’esperienze dell’autore son messe in comparsa di nuovo, che nientemeno sono di questo. A cagion d’esempio l’esperienza di caricare una boccia sospesa nel vuoto è stata famigliare a NOLLET, e BECCARIA, ed è no- tissima.

Ho veduto anche negli opuscoli fisico-medici di Firenze la memoria del- l’abbate FONTANA, e mi son potuto accorgere ove nell’ultimo vuol usurparsi la gloria del bellissimo strumento di misurare la salubrità dell’aria da lei già prima ideato e costrutto. Ma, signor don MARSILIO, perchè aspettar tanto a pubblicarlo? E qual è ora il ritardo a pubblicare la sua memoria? Io l’a- spetto con impazienza eguale alla stima che ho della sagacità di Lei nelle ri- cerche dotte ed utili. Sono affettuosamente

suo div. obbl. servitore A. VOLTA.

La lettera del Landriani al V. (Cart. Volt. F 7 bis), che qui si pubblica in nota, do- vrebbe essere di poco posteriore alla qui sopra pubblicata lettera del V. apparendo detta lettera del Landriani anteriore ad altra lettera pure del Landriani al V. (Cart. Volt. F 5), in data 11 agosto 1775. [Nota della Comm.].

Cart. Volt. F 7 bis

Ill.mo Sig.re A. C.

Siccome io mi interesso moltissimo alla sua gloria, gli devo partecipare qualmente costi si pretenda esser di già da più anni conosciuto il suo apparato elettrico avendolo adoperato in più occasioni e specialmente l’anno passato il P. Lettor BINA monaco Benedettino il quale ne diede anche il disegno a vari suoi amici. Ecco il disegno del suo apparato.

A è una lastra piana di cristallo che posa a combaciamento sul piatto metallico B C il cui prolungamento E D non è altro che un’asta di ottone che termina in un globo pari- menti d’ottone D. Tutto questo apparato è sorretto dalla colonna F di cristallo che lo isola.

Strofinasi col palmo della mano la superficie A e si hanno vivissimi segni elettrici nel piatto e nel conduttore. Per non aver l’incomodo di rinnovare gli strofinamenti questo Rev.do armava la faccia soprana di una lastra grossa di ottone avente nel centro un ma- nico d’ottone per poterla alzare ed abbassare.

Dicesi di più che EPINO pure nel tentamen elettrico abbia usato dello stesso artificio a caricar le boccie riponendo e discostando l’armatura ec.

Io l’avviso di tutto ciò per sua regola. Poichè il can. FROMOND avendola pubblicata ha eccitati questi discorsi. Agradisca questo atto di amicizia e mi consideri qual suo. . . .

dev.mo ed Am. MARSILIO LANDRIANI.

Mont. pg. 15.

Carissimo amico.

Como 27 gennaio 1776.

Il mio ritardo a scrivervi procede unicamente dal trovarmi molto oc- cupato. Oltre il preparar le lezioni di giorno in giorno, mi si sono affollate molte lettere in queste ultime settimane: ne ho scarabocchiate di lunghis- sime al Padre Barletti, sul far di quelle che scrivea a Voi nell’estate pas- sata: da queste si andrà forse pescando fuori qualche cosa per gli opuscoli. Verbo opuscoli, ho vedute le vostre sperienze sulla diversa intensità del ca- lore ne’ raggi di diverso colore; mi pajon belle e delicate, e mi fan bramare di vedere quel dippiù che promettete. Una cosa mi par singolare, che l’in- tensità maggiore sia nel raggio giallo, non nel rosso. Il miglioramento o correzione, che indicate per il termometro, mercè l’allontanamento d’ogni umidità, arguisco qual sarà da ciò che già mi scriveste intorno la niuna sensibile attrazione che ha il solfo dell’umido dell’aria: egli vuol essere dun- que un’intonacatura alla palla del termometro di solfo.

Non ho risposto nulla alle sperienze che mi comunicaste dell’abbate FONTANA, credute poco favorevoli alla teoria Frankliniana. A dir vero ne fo poco caso; e certo niuna è nuova toltone forse l’esperimento del cre- scere la capacità della bottiglia per la carica. BECCARIA ha con somma dili- genza notata e decifrata l’apparenza equivoca del fiocco ne’ corpi elettriz- zati in meno, e lo ha chiamato fiocco spurio: di questo parmi avervi già scritto altra volta. Quanto alle fimbrie rivolte ad ambi i lati opposti nelle carte fo- rate da colpo elettrico, NOLLET avea già molt’anni sono fatta quest’obbiezione ai Franklinisti, vedendola una prova evidente delle sue opposte correnti simultanee; nell’istoria però di PRIESTLEY e nell’opera grande di BECCARIA del 1772 è sciolta pienamente l’obbiezione: nè ci vuol molto ad intendere come ciò accada; sapendosi gli effetti dell’esplosione laterale, dello scagliar in va- pori le parti ec. L’esperimento adunque della bottiglia mi par che meriti d’esser spiegato. Non bisogna però imprestare ai Frankliniani delle spiega- zioni, per poi confutarli. Io volendo essere Frankliniano non dirò più che la quantità di fluido elettrico aggiunta interiormente prema le pareti del vaso, e per tal verso ne allarghi la capacità: dirò che il vetro viene fortemente compresso tra le sue due superficie, e dalle due armature, cioè foglia me- tallica esteriore, ed acqua interiore, le quali superficie, ed armature siccome contrariamente elettriche pesano, dirò così, una contro l’altra. Nè è già una semplice supposizione che il vetro venga compresso per isfogo delle con- trarie elettricità applicate alla superficie interna ed esterna; perciocchè veg- giamo che per cotal pressione d’una carica oltremodo forte si spezza talora il vetro. Un’altra osservazione ancora vale di conferma, ed è: che i vetri poco buoni, cioè recenti, e quelli massimamente di pasta tenera, a forza di caricarsi molte volte divengon migliori: questo, secondo me, non d'altronde procede, che dal rendersi duri e compatti a forza di venir compressi dalle elettricità delle opposte superficie, che contratendono. Or se questa è la ra- gione del dilatarsi l’interna capacità d’una bottiglia quando vien caricata, voi ben vedete, che milita egualmente, e quando si carica interiormente per eccesso, e quando si carica per difetto. Io vedrò poi con piacere queste ed altre obiezioni esposte dall’abbate FONTANA, quando le pubblicherà.

Mi è stata mandata da Vienna una brochure stampata sul fine del pas- sato dicembre - Lettre d’un abbé de Vienne à un de ses amis de Presbourg sur l’éléctrophore perpétuel - potete farvela dare a vedere dal canonico Fro- mond, a cui l’ho trasmessa. Il miglioramento che questo signor Canonico propone per isolare consiste nel servirsi invece di cordicelle di seta, della matrice medesima della seta, cioè di quel filo tirato intiero dalla sostanza molle della seta cavata dal baco, del qual filo si servono i pescatori. Io non ho provato ancora se sia questo diffatto preferibile alle cordicelle; adopero bensì d’un’altra maniera, perchè tali cordicelle disperdano il meno possibile: le fo passare per la fiamma di un cerino, o, che è meglio, d’un candelino fatto di cera spagna; tanto che si abbrugia via i peli che spuntano.

Sono stato a trovare il vostro fratello, che mi pare di buon’indole e di talento: l’ho pure raccomandato ai Padri del collegio Gallio, e non mancherò di tenerlo raccomandato spesso e di andarlo a vedere. Vi sono obbligato che mi abbiate dato questo mezzo di servirvi, e vorrei poter influire più che non è in mia mano al vantaggio di lui per corrispondere alle vostre. Resto con tutta la stima ed affetto.

P. S. Mi congratulo che siete in prossimo ad avere un'incombenza uguale alla mia. Ma a Milano quanto starete meglio di me a Como per concorso maggiore di scolari, per comodo di libri, e di macchine, di cui io sinora ri- mango sprovveduto ! Avete nuova che l’ultimo vostro plico, in cui eranvi anche i miei scritti, sia pervenuto a PRIESTLEY? Vi ha egli più scritto? Io non ho avuto mai risposta.

Vostro aff. amico e servidore ALESSANDRO VOLTA.

Ricc. pg. 29.

C. A.

Como li 11 ottobre 1778.

Ritornato da un giro lungo che ho fatto in Valtellina ho trovato quì la vostra lettera, alla quale di fretta rispondo. Se chiamate Elettroforo ogni apparato, ed ogni sperienza di elettricità vindice, io convengo pure che l’E- lettroforo è non solamente di WILKE e di EPINO, ma dei Gesuiti di Pekin, dopo i quali son venuti gl’altri, SYMMER, CIGNA, BECCARIA. Ma se per Elet- troforo vuolsi intendere un apparato acconcio a far giuocare l’elettricità vindice in modo, che segni vigorosi e costanti si possano in ogni tempo ot- tenere, e tali da caricar boccie, e supplire generalmente ad altra macchina elettrica, quest’apparato è il mio, nè altro Elettroforo prima si è veduto comparabile a quello. Quindi è che così prodigiosamente si è divulgato, e tanto se n’è parlato e scritto, quando nessuno degl’altri apparati di WILKE, d’EPINO, di CIGNA è passato in uso. Nè poi è del tutto vero, che la diffe- renza stia solamente nel più e nel meno, non altrimenti che una batteria grande differisce da una picciola, come voi dite. La differenza è essen- ziale riguardo a ciò che al mio elettroforo solamente conviene il nome di perpetuo, mediante il giuoco di ritornare colla boccetta, che voi stesso converrete essere tutto mio. Dippiù l’aver sostituito alla sottil laminetta metallica per armatura, il mio scudo, è cosa così importante, che con quella prima non si sarebbe mai venuto a capo di ottener segni cotanto vigorosi, di caricar grosse boccie, di rifondere ec., insomma l’Elettroforo non avrebbe pur meritato tal nome, molto meno divenuto sarebbe quella macchina co- tanto comoda e usuale ch’egli è di presente. Nulla dico dell’aver io dimo- strata la ragione perchè tale consistenza, grossezza e rotondità d’orli con- venga dare all’armatura o Scudo, e con ciò provato che l’elettricità vindice altro non è che l’elettricità che resta permanentemente affetta alla fac- cia isolante inducendo, giusta la legge delle atmosfere elettriche, elettricità contraria nell’armatura quando è immersa nella sfera d’attività di quello, contro l’opinione fortemente sostenuta dal P.re BECCARIA, il qual volea, che tutta l’elettricità delle faccie isolanti nell’atto della scarica si togliesse; e poi nello staccar l’armatura, a spese di questa ritornasse addietro l’elettri- cità nella rispettiva faccia ec. In tutto quello che ho pubblicato intorno al mio Elettroforo, io ho sempre parlato dell’Elettricità vindice: fin nella dis- sertazione latina del 1769, ho spiegata la mia teoria opposta a quella del BECCARIA. Non ho dunque mai preteso alla scoperta di tale specie di elettri- cità, che nasce dallo snudare della sua veste una faccia isolante dopo la scarica: col pubblicare l’Elettroforo ho preteso unicamente di pubblicare un nuovo apparato comodissimo per trar partito da questa specie di elettri- cità, e che riuniva molti non più intesi vantaggi, massimamente la forza e la perpetuità dei segni mediante il bel giuoco della boccetta ec. Se vi pia- cerà di leggere la mia lettera al Consigliere KLINKOSCH Professore a Praga inserita in un volume non so quale della Scelta d’Opuscoli (e tradotta poscia e pubblicata dall’istesso Professore in Tedesco)

È la memoria citata nel precedente N° XLV (F): « Abhandlungen einer Privatgesell- schaft in Böhmen. Band. III. pg. 199. Prag. 1777 ». [Nota della Comm.].

vedrete se non fo giu- stizia a chiunque mi ha preparato la via all’Elettroforo, e restringo nel giu- sto le mie pretese all’invenzione.

Sentirò volentieri le vostre scoperte intorno all’Arsenico. Credo farvi piacere trascrivendovi questo passo dell’operetta tedesca dello Svezzese SCHEELE, che mi ha favorito il Dott. MOSCATI. « In un trattato dell’Arsenico comunicato alla R. Accademia delle Scienze di Svezia, io ho dimostrato, che questa velenosa sostanza è composta di un acido suo proprio, e di prin- cipio infiammabile. Nello stesso trattato ho pure dimostrato come quest’a- cido può essere sublimato in vero e genuino arsenico col solo mezzo di un calore continuato lungamente; e comechè fin d’allora io vedessi chiaramente di ciò la ragione, pur lasciai di esporla per evitare di esser troppo diffuso. Io posi un poco di questo acido fisso d’arsenico in una piccola storta a distil- lare, legata avendo una vescica al collo della storta. Tosto che questo acido fu fuso, e divenuto rovente, cominciò a bollire: durante un tal bollimento si sublimò dell’arsenico nel collo della storta, e la vescica andò gonfiandosi. Fu da me continuato senza punto rimettere il calore, e spinto a tutto quello che potea sostenere la storta. L’aria così raccolta fu non altrimenti che ne- gli altri processi, (cioè della distillazione del precipitato rosso, del minio, del precipitato del sublimato corrosivo ec.) l’aria del fuoco ». Con questo ter- mine intende di disegnare l’aria di cui il fuoco ha bisogno per vivere, anzi quella parte d’aria più pura, che nell’aria comune serve alla vita del fuoco, che è poi la nostra aria deflogisticata.

Già vi ho detto, che lo stesso autore riporta esperimenti d’aver rica- vato simile aria deflogisticata con tutti gli altri acidi, fin coll’acido fosforico.

Fra otto o dieci giorni penso di fare un’altra corsa a Milano: state ap- presso a SARUGGIA, perchè finalmente dia l’ultima mano al mio Eudiometro. Addio.

Vostro ec. A. VOLTA.

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