Volta, Alessandro Quattro Lettere al Canonico Fromond 1775-1776 Como it volta_4lettCF_995_it_1775.xml 995.xml

QUATTRO LETTERE AL CANONICO FROMOND

Como, 26 Ottobre, 14 Novembre, 21 Dicembre, 1775, 5 Febbraio 1776.

FONTI.

STAMPATE.

Am. Sc. di Op. in 12°. 1775. Vol. XII, pg. 94, 95; 1776. Vol. XIV, pg. 84. Am. Sc. di Op. in 4°.1781. T. I, pg. 415; 1782. T. II, pg. 64. Zan. V. Cart. «Il Rosmini », Milano, Vol. I,1887. pg. 603, 604, 605, 606, 607. Ant. Coll. 1816. T. I, P. I, pg. 130, 131, 137. Roz. Obs. T. VIII. Juillet. 1776, pg. 21.

MANOSCRITTE.

OSSERVAZIONI.

TITOLO: DATA: da Am. Sc. di Op. e da Zan. V. Cart.

Di queste quattro lettere che si pubblicano, le prime tre riguardano in particolar modo gli effetti dell’elettroforo in rapporto alle sue dimensioni ed ai mastici, nell’ultima il V. chiede informazioni.

Am. Sc. di Op. in 12°, Vol. XII, pag. 94: è una lettera, che si pubblica, del V. al Fro- mond in data 26 ottobre 1775, pubblicata pure nell’edizione in 4° Sc. di Op. 1781, T. I, pag. 415 ed in Ant. Coll. T. I, P. I, pag. 130.

Am. Sc. di Op. in 12°, Vol. XII, pag. 95: è la parte centrale di una lettera in data 14 Novembre 1775, del V. al Fromond, che compare pure nell’edizione in 4° di Sc. di Op. 1781, T. I, pag. 415 ed in Ant. Coll. 1816, T. I, P. I, pag. 131: l’introduzione e la chiusa di tale lettera, che si pubblica per intero, sono date da Zan. V. Cart. «Il Rosmini », 1887, pag. 603, 604. La parte di questa let- tera pubblicata in Sc. di Op. ed in Ant. Coll., tradotta in francese e corredata da note, che si pubblicano, venne dal V. inviata all’abate Rozier, che la pub- blicò in Roz. Obs. T. VIII, Juillet 1776, pag. 21.

Am. Sc. di Op. in 12°, 1776, Vol. XIV: è la parte centrale di una lettera del V. al Fromond in data 21 dicembre 1775, pubblicata pure in Sc. di Op. in 4°, T. II, 1782, pag. 64 ed in Ant. Coll. 1816, T. I, P. I, pag. 137: l’introduzione e la chiusa di tale lettera, che si pubblica per intero, sono date da Zan. V. Cart. « Il Rosmini », 1887, pag. 605.

Zan. V. Cart. « Il Rosmini », 1887, pag. 606: è una lettera che si pubblica, del V. al Fromond, in data 5 febbraio 1776, nella quale il V. prega il Fromond d’infor- marlo su voci che corrono e che riguardano la sua invenzione dell’Elettroforo.

A completare la corrispondenza del V. col Fromond intorno a quel tempo, verrebbe per ordine di data, un’altra lettera del V. del 20 marzo 1776, Zan. V. Cart. « Il Rosmini », 1887, pag. 607, che si pubblicherà nell’Epistolario.

Como 26. Ottobre 1775.

In Am. SC. di Op. 1775, Vol. XII, pag. 94, precede alla data il seguente titolo « Ar- « ticolo di lettera del Signor D. Alessandro Volta al Signor Canonico Fromond ». [Nota della Comm.].

Aspetto con impazienza le osservazioni vostre sulla migliore struttura dell’Elettroforo. Intanto vi darò io nuova della riuscita di quello che ho ulti- mamente terminato di legno del diametro poco meno di due piedi. In questi ultimi due giorni che spira una forte tramontana ho ottenute scintille a dieci, dodici, ed anche quattordici diti trasversi: v’immaginate com’eran guizzanti. Per averle di questa forma presento non più la nocca, ma la punta del dito. Sovente in luogo della scintilla sorte dal dito un grandissimo fiocco, collo scoppiettar in seguito di più scintille succedentisi. È tale la forza e la copia del fuoco, che le punte metalliche affatto ottuse, come d’una chiave, anzi l’anello di essa, e fin le palle, se non sono affatto grosse, fanno appunto l’officio di punte, e gettano il fiocco. Che più? Tre sole scintille dello scudo caricano una mezzana caraffa a dare una scossa penosa; e dieci in dodici la soprac- caricano a segno di scaricarsi spontaneamente.

Como 14. novembre 1775.

L’introduzione di questa lettera a partire da questo punto sino a quello indicato in successiva nota, trovasi in Zan. V. Cart. «Il Rosmini » 1887, pag. 603, mentre non appare in Am. Sc. di Op. 1775, Vol. XII, pag. 95. [Nota della Comm.].

Amico Cariss. e Prof. Stim.

Che vuol dire che non vedo vostre righe? È un pezzo che m’avete pro- messo di comunicarmi alcune osservazioni o direzioni per la miglior costru- zione del mio Elettroforo: le attendo con impazienza. Intanto v’ho già dato nuova del successo di quel mio di legno, grande circa due piedi. Siccome però intorno a questo, e ai mezzi d’ingrandirlo ancora di molto ho avuto occasione di scriverne più diffusamente a Don Marsilio, e al Padre Barletti, a’ quali avea promesso di farne saper l’esito, mi parrebbe mancare all’amicizia e ai patti nostri, se vi tenessi coperta alcuna cosa, e a voi comunicassi un zero meno, che ad altra persona qual si fosse. Dovea e volea anzi comunicar tutto a voi prima d’alcun altro; ma l’aspettar di vedere qualche vostra, ha fatto che anticipassi di tre o quattro dì le preparate notizie ai due sopranominati, cui era in debito di scrivere. Così procedendo il posporvi da colpa vostra, accontentatevi, caro Canonico, che vi trascriva il contenuto nella lettera al padre Barletti, e in quella a Don Marsilio, che è presso a poco la mede- sima

Qui finisce l’introduzione che si trova in Zan. V. Cart. « Il Rosmini » 1887, pag. 603: quanto segue di questa lettera del V., è pubblicato in Am. Sc. di Op. 1775, vol. XII, pag. 95, col seguente titolo: « Altro articolo di Lettera del medesimo. Como 14 Novembre 1775 ».

Tale articolo di lettera tradotto in francese comparve in Roz. Obs. t. VIII, 1776, pag. 21, col titolo: «Lettre de M. ALEXANDRE VOLTA, à l'Auteur de ce Recueil, sur l’Electrophore « perpétuel de son invention. Traduit de l’Italien par M. ABBÉ M*** ».

A richiamo di questo titolo Roz. Obs. presenti poi la seguente nota: « Il y a une lettre « sur ce sujet dans le Journal précédent, pag. 501 ».

La lettera richiamata in questa nota è precisamente:

« Lettre de M. l'Abbé J...., de Vienne en Autriche à l’Auteur de ce Recueil -Sur l’Elec- trophore perpétuel de M. VOLTA » (inserita in Roz. Obs. T, VII, Janvier 1776, Paris 1776, pag. 501).

L’abate J.... è Luigi Sebastiano Jaquet de Malzet: la stessa lettera questi aveva scritto ad un amico di Presburgo, pubblicata a Vienna. La lettera citata incomincia:

« Monsieur, on vous a dit vrai, en vous annonçant un nuovel appareil Electrique qui étonne les plus habiles Electriciens: on lui à donné le nom d’Electrophore perpétuel. Cet instrument est des plus simples et produit les phénomenes les plus singuliers.

« C’est un Gentilhomme de Côme, nommé ALEXANDRE VOLTA, qui a imaginé en 1775, le nouvel appareil dont je vais vous faire la description ». [Nota della Comm.].

.

Vi ho detto già come pensava d’or in avanti di costruire l’apparato por- tatile, per avere in un egual volume assai maggiore capacità. In luogo di stendere il mastice sopra un piatto, lo stendo nella cavità d’un emisfero, dando poi allo scudo la stessa conveniente figura. Trovo anche meglio del- l’emisfero divisato un cono troncato, che può esser lungo benissimo d’un palmo, e largo quanto porta l’apertura della tasca: un’altro cono ch’entri nella cavità del primo mi fa l’ufficio di scudo, e può chiudere in seno una boccia di discreta capacità e l’uno e l’altro facendoli di latta, oppur lastra di rame, ottone ec., e tutto insieme porta poco peso, e men imbarazzo. Ma io non voglio curarmi tanto di questi apparati portatili, nè dell’eleganza, quanto della grandiosità degli effetti di cui fan pompa i grandi: sicchè mi tratterrò a parlare dell’apparato mio massimo.

Ho dunque tralle mani il grande Elettroforo del diametro di quasi due piedi che ho fatto terminare tosto che ripatriai. L’attività di questo è ve- ramente sorprendente. Basta dire che ottengo non di rado scintille a dieci, dodici, e più diti trasversi: scintille che appajono in vaghissima forma guiz- zanti emulatrici appunto del telo di Giove. Per averle tali elettrizzo il ma- stice per eccesso

La traduzione francese in Roz. Obs. 1776, t. VIII, pag. 22, presenta in richiamo a questo punto la seguente nota:

« J’ai à ce sujet une chose très-singulière à vous faire Observer; c’est que le mastic de mon grand Electrophore, de quelque manière qu’on le frotte avec la main, un morceau d’étoffe, avec de la peau, du papier, ec. s’électrise constamment en plus, ce qui est non- seulement contraire aux idées reçues, touchant les propriétés des corps résineux, mais con- tredit en quelque sorte les effets des mastics que j’emploie dans mes autres machines: bien que la composition en soit à peu-près la même, si on les frotte avec les mêmes substances que je viens de nommer, ils s’électrisent scrupuleusement en moins.

Autre singularité; je trouve un mastic d’une composition peu différente dea premiers, qui s’est tellement voué, si je puis le aire, à l’électricité en moins, que c’est toujours celle-là qu’il acquiert, et jamais l’électricité en plus, bien qu’on le frotte avec des lames d’étain, du papier doré, de l’oripeau, ec. ». [Nota della Comm.].

, e presento allo scudo alzato la punta del dito, ovver facendomi ribrezzo, l’anello d’una chiave, da cui ora balza la scintilla lunga come dissi, e guizzante, or una serie di scintillette crepitanti succedonsi, or ne spiccia con leggier sibilo un lunghissimo fiocco.
Una canna spaccata della lunghezza di due braccia vestita nella parte convessa di carta dorata raschiata con pelle di pesce rappresenta ancor meglio e nella maggior esten- sione il balenar vivissimo della folgore su tra le nubi, mentre è percossa tutta o per gran tratto almeno, ad ogni scintilla che riceva dallo scudo, da una o più striscie di luce verde-lucenti. Finalmente una caraffa di me- diocre capacità in quattro, o sei volte che io faccia giuocar lo scudo, riceve una carica, che mi scuote validamente.

Nè crediate già che effetti cotanto strepitosi abbian luogo solamente ne’ tempi all’elettricità molto propizj: gli ho ottenuti di poco minori in que- sti ultimi giorni di nebbia, e pioggia incessante, mercè la sola attenzione di asciugare le lunghe cordicelle di seta, con cui alzo lo scudo. Nè pur te- miate che lasciando l’apparato in riposo, e senza ravvivarlo per molte ore, o per alcun giorno, vada a cader di molto la forza: dopo due o tre dì io ricavo ancora scintille tali, che il dito non può soffrirle che con pena, e con dieci o dodici di esse porto una discreta carica alla boccetta: così poi volendola metter a profitto col bel giuoco di rifonderla sul mastice, ottengo tosto la massima intensione. A finirla, non v’è più da dubitare, che col mio appa- rato non si possano creare ed avere ad ogn’ ora, e ne’ tempi singolarmente men propizj, effetti di gran lunga superiori a quelli della miglior macchina a globo, o a disco. A buon conto io posso fare il mio piatto di metallo o di legno magnitudine quantalibet ad effectus quantoslibet, come diceva il P. BEC- CARIA, vantando il suo tavolino fulminante.

Due sono solamente gl’inconvenienti che s’incontrano, volendosi far l’apparato di una smisurata grandezza: uno intrinseco e sostanziale, l’altro estrinseco e accidentale. Il primo è che crescendo in ragione dell’ampiezza della superficie la forza della carica, della scarica, e quella pure della scin- tilla, che tende a balzar dallo scudo mentre s’alza, il mastice ne vien tosto in alcun sito spezzato, o fuso, salvo che non sia di una comoda spessezza; ma che? la spessezza maggiore toglie molto della capacità della carica, e quindi anche della forza dell’elettricità permanente (dico elettricità perma- nente non più vindice, perchè l’idea che ci porta il termine vindice è meno al fatto, ed alla teoria confacente per non dire assolutamente erroneo, come avrò luogo di provare in altro tempo). Il secondo inconveniente riguarda l’incomodo nell’usare di un apparato assai grande. Per nulla dire, che con- vien tenersi col braccio allungato, e col corpo e vesti discoste nell’alzar lo scudo, pur troppo devo sentire, che il peso di questo, sebben sia di legno inar- gentato, stanca potentemente, e che m’impedisce di alzarlo, ed abbassarlo, come vorrei, con celerità.

Quanto però all’incomodo nel far agire cotesto scudo, penso di potervi agevolmente portar riparo: tra gli altri presidj quello mi propongo di un vette

In Roz. Obs. « levier ». [Nota della Comm.].

, o che verrà più opportuno, di alcune carrucole. Questo ingegno mi porrà in istato di vincere il peso con poca forza, e di far giuocar lo scudo standomi ad una comoda distanza, e con tutto agio della persona. Esso scudo poi ho già pensato a farlo dieci volte più leggiero che quel di legno: e vuol essere di tela stesa a foggia de’ nostri quadri sopra un cornice, ma questo rotondo (meglio anche del cornice di legno s’impiegherebbe un larghissimo collare di vimini che riuscirebbe e più leggiero, e men soggetto a gettarsi

In Roz. Obs. « déjeter » [Nota della Comm.].

) di tela, dissi, in tal maniera stesa, e poscia inargentata.
Avrà questa oltre la leggierezza un altro considerabilissimo vantaggio di adattarsi bene e sem- pre a combaciamento colla faccia del mastice assoggettata, e per la propria pieghevolezza, e per virtù dell’adesione elettrica.

Con tali espedientissimi sussidj io potrò costruire, e render maneggevole anche ad un uomo solo un apparato grande di sette, otto, e più piedi. Immagina- tevi un tavolo grande come quello per il giuoco del Bigliardo, ma rotondo, foderato convenientemente di latta o di rame con sopra steso bene in piano un mastice nero e lucente siccome specchio: vedetevi indosso posato un bel coperchio a plat-fond inargentato o dorato, pendente da quattro capi di corda di seta che terminano poi uniti in un solo a un congegno di carrucole e gui- dato nel salire e scendere da due altre corde di seta fisse verticalmente, che giuocano in altre due girelle annesse a due parti estreme ed opposte di esso coperchio, o scudo: ecco l’uomo a qualche passi dal tavolo, che col tirar una fune pendente, quasi in atto di suonar le campane, fa che suonino invece scintille fragorosissime, e fischino fiammelle e getti di luce a tutti i lati a distanza di più palmi contro i varj conduttori ad arte, o a caso d’in- torno disposti: dite, non è quel coperchio l’idea d’una nuvola fulminante? Non vi fa terrore l’accostarvi? Eppur io dato bando ad ogni spavento amo anzi pronosticare utili cose, e vantaggiose, e mi compiaccio a raffigurar ivi quella camera per la Medicina elettrica che vorrebbe il Sig. PRIESTLEY isti- tuita. Nè vaneggio io già decantando così grandi, e strepitosi gli effetti d’un così vasto apparato: oso predirli tali, incoraggito, e quasi rassicurato dall’azione di quello, sopra cui sto attualmente sperimentando, il quale sebben non giunga ancora a due piedi di diametro, è mirabile il vedere di quanto lungo tratto si lascia addietro tutti gli altri apparati di circa un piede, o minori.

Ma la spessezza del mastice per tanta estensione di superficie richiesta, che notai per primo, e intrinseco inconveniente mi dà ancor molto a pensare. Se non che ho fondamento di credere che una linea e mezza, o poco più sia per essere sufficiente per qualunque ampiezza, e il fondamento riposa sopra delle prove che ho fatte a quest’oggetto. Altronde per prove similmente fatte mi risulta che tale spessezza di una linea e mezza (sebbene si dimi- nuisca di molto la virtù dalla mezza linea in su) porta ancora una carica ab- bastanza forte.

Ho detto ch’io estimo poter bastare per qualunque grande apparato l’altezza nel mastice d’una linea e mezza: intendo però che questo sia dap- pertutto unito e sodo sopra un piano similmente eguale e liscio, che non abbia screpolature, nè vi si coprano sotto dei vacui, o bolle d’aria. Ma come emendar quelle e purgarlo affatto di queste? Non è difficil cosa il venirne a capo. Steso bene, e rassodato nel vostro tavolo il mastice, scorretevi sopra dappertutto, senza però toccarlo, con un largo, e grosso ferro rovente. In un subito vi si apriranno sulla superficie innumerabili buchi, i quali per forza dell’istesso calore di lì a poco si riempiranno, e spariranno. Non basta, avviene spesso che adoperando l’apparato, e tormentandolo, salti fuori quà e la una magagna, per cui avete ad ogni tratto una esplosione spontanea. Allora conviene andar in cerca colla lanterna del sito, ove s’asconde il vizio: e la lanterna è una boccia ben carica con cui scorrendo sopra, una scintilla che scappi furtivamente vi avverte a pelo di ciò che dovete correggere col vostro ferro rovente

Qui termina la parte centrale della lettera tratta da Am. Sc. di Op. e segue la chiusa data da Zan. V. Cart. « Il Rosmini », 1887, pag. 604. [Nota della Comm.].

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Mi resta appena una riga per fare i miei cordiali saluti a voi e al P. CAMPI, a cui direte d’indicarmi a chi devo consegnare l’importo del NU- SCHEMBROEK. Sono tutto vostro

A. VOLTA

P. S. Potete comunicare, se stimate, queste idee intorno alla costru- zione dell'Elettroforo in grande a quel Sig. VERNAZZA di Torino, che ve ne avea cercato, e per mezzo d’esso al medico CIGNA, il quale so che faceva molto caso di questo ritrovato, ed era impaziente di vederne l’effetto; come pure al Prof. BECCARIA, al quale devo molte grazie per il libro ultimamente fa- voritomi.

Como, 21 dicembre 1775.

Amico C.

Da Zan. V. Cart. « Il Rosmini » 1887, Vol. I, pg. 605. [Nota della Comm.].

Rimetto a voi i fogli del Rozier speditimi, e vi prego farmi avere gli altri che sieguono. A suo tempo poi spero di ricevere quelli dell’entrante anno, di cui ho ricercata l’associazione: mi resta solamente a sapere come, quanto e a chi dovrò passare il danaro

Questo primo periodo della lettera è dato da Zan. V. Cart. « Il Rosmini » 1887, Vol. I, pg. 605: la parte centrale che segue è tratta da Am. Sc. di Op. 1776, Vol. XIV, pg. 84, ove compare preceduta dal seguente titolo « Articolo di Lettera del Signor D. ALESSANDRO VOLTA al Signor Canonico FROMOND. Como, 21 Dicembre 1775 ». [Nota della Comm.].

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Ho provato a far lo scudo, giusta quanto avea divisato, con una tela stesa su d’un cornice. Ho scelto la tela incerata, e senza punto inargentarne la faccia stessa incerata che guarda, e bacia il mastice, mi sono contentato di vestire di foglia d’argento la faccia che resta scoperta, e il contorno del cornice. Trovo che questo scudo giuoca ottimamente, e corrisponde a tutta l’aspettazione mia. Dapprima avendo pensato che l’argentatura alla faccia che tocca il mastice era per lo manco inutile, credei il meglio non vestire di foglia metallica che il contorno del cornice da cui si cavano le scintille ec. Ma poi m’avvidi ben presto che essendo la tela incerata conduttore pochis- simo buono a stento, e lentamente dismetteva ella il suo nativo fuoco in ragione che l’eccesso del mastice lo esigeva, o viceversa: ciò era chiaro dal vedere che toccando col dito, o con catenella lo scudo posato, toccandone dico l’orlo inargentato, una piccola scintilla si estraeva: di lì a qualche mo- mento tornando a toccare, un’altra piccola scintilla; e così successivamente per alcuni minuti. Da ciò ne risultava, che alzando lo scudo dopo consumata dirò così la scarica, cioè dopo estratta tutta quella serie di scintillette, vi- bravasi scintilla fragorosissima guizzante ec.: ma alzando esso scudo dopo un sol toccamento, la scintilla non ne sortiva che men forte di molto.

Allora fu dunque che mi volsi al ripiego di vestir di foglia metallica la faccia tutta esterna della tela: così la scarica si fa sensibilmente tutta in un sol toccamento, non impedendola guari la poca spessezza della tela che prima l’impediva coll’estension sua. Del resto torno a dire, il dare una superficie metallica alla faccia che guarda il mastice, è inutile senz’altro, anzi può essere per alcun riguardo di nocumento. In prima l’estrema mobilità del fluido elettrico ne’ corpi metallici, e qualche picciola prominenza che si trovi in detta faccia inferiore, dà facilmente luogo a qualche disperdimento: sì, provoca più fortemente l’elettricità inerente nel mastice a tradursi per quella: non così però una superficie quasi coercente, qual è quella dell’incerata nuda. D’altra parte poi un simile scudo, che non affaccia metallo alla superficie del mastice, nè minaccia di romperlo, o fonderlo colla scintilla nel venir al- zato, nè sopra posandovi, e ricevendo la carica provoca sì facilmente per qualche sopraggiunta screpolatura al mastice medesimo l’esplosione spon- tanea, come d’ordinario addiviene cogli scudi sin quì usati, per poco che s’incalzi la carica.

Giacchè siamo sul punto di sopprimere la superficie metallica ad oggetto di toglier massimamente il luogo all’esplosioni spontanee, non debbo lasciare di farvi parte d’alcune altre mie osservazioni e avanzamenti circa la pra- tica, e la teoria dell’Elettroforo. Ho dunque sospettato che non fosse affatto necessario, che il mastice steso venisse sopra un metallo: e basterà bene, io mi dicea, che sia steso sopra un corpo non isolante. Ho provato dunque a ver- sare il mastice sopra un desco

Così pure in Am. Sc. di Op. in 4°, 1782, T. II, mentre in Ant. Coll. « disco ». [Nota della Comm.].

di legno nudo, e sopra uno di cartone: ed ho veduto difatti che si hanno i segni quasi egualmente forti di quando adope- rasi un piatto di metallo. Noto solamente che facendo un Elettroforo di legno grande non può farsi la scarica che lentamente (presso a poco come ho osservato nel caso dello scudo non vestito di metallo in ambe le facce) mer- cecchè il fuoco che si dismette dalla faccia superiore ossia dallo scudo non può tostamente restituirsi per entro al legno non molto permeabile e con- dursi alla faccia inferiore del mastice, o viceversa. Del resto dando tempo che ciò effettuar si possa, veggo che il legno si presta ottimamente a tutti gli effetti. Si potrebbe anche rimediare al difetto che nasce da questa len- tezza, versando sì il mastice sopra tavole di legno nudo, ma coprendo poi di metallo il di sotto delle tavole medesime le quali vorrebber essere grosse sol di poche linee. Ma la fermezza di esse? Mi pare che queste sottili tavole così guernite si potrebbero indi assoggettare a un gran tavolo fermo e sodo. Ma a che prò, mi dite, un tale macchinamento? Per istendere il mastice sul legno nudo, anzichè sul metallo? Appunto: giacchè per questo modo verremo (ciò che mi era proposto a principio) a dare niun luogo più alle esplosioni spontanee: e sì potremo stendere senza timore di questo il nostro mastice molto più sottile; che importa pur tanto per la miglior riuscita. Ec- covi, Amico, un nuovo indirizzo per la costruzione di quel tremendo Elettro- foro che vorrei pur vedere eseguito: ecco le correzioni che ho potuto imma- ginare tanto riguardo allo scudo, quanto riguardo al piatto o desco

Così pure in Am. Sc. di Op. in 4° 1782, T. II, mentre in Ant. Coll « disco ». [Nota della Comm.].

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Saranno queste le ultime? Non so. Ma non le chiamate perciò inutili: sono sempre passi che portano all’ingrandimento, e i dati fin qui non furono mai senza alcun progresso.

Non termino senza darvi un ragguaglio delle considerazioni mie sul raro fenomeno di elettrizzarsi costantemente in più

In una nota alla lettere antecedente stampata nel Tom. XII, avvisavami il Ch. Aut. che il mastice del suo grande Elettroforo, comunque stropicciato colla mano con panno, cuoio ec. elettrizzavasi sempre in più, contro il genio de’ resinosi, e la costante osservazione fatta da lui in tutti gli altri suoi apparati. Tal avviso mi sorprese, e volli accertarmene colla sperienza; ma in vano tentai d’elettrizzare collo stropicciamento alcuno de’ miei ap- parati in più: e grandi, e piccoli s’elettrizzavano costantemente in meno. Indi è che non osando allora far pubblicare l’osservazione sua, che venia smentita da tutte le mie spe- rienze, lo pregai d’esaminare il fenomeno con maggior attenzione, e d’indicarne la vera ca- gione, siccom’egli ha fatto

Questa nota compare pure in Am. di Op. in 4° 1781, T. II, pg. 66, memtre manca in Ant. Coll. T. I, p. I. [Nota della Comm.]

. F.

il mastice di quel mio grande Elettroforo

Quello di cui si fa menzione nel Vol. XII, p. 94.

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Io sono ben persuaso che voi non sarete riuscito ad os- servare il medesimo in qualunque maniera vi ci siate preso. L’essere l’ap- parato grande, o piccolo punto non rileva; nè io ho voluto insinuare che la grandezza mettesse quella differenza: indicai solo che il mastice il quale mi presentava tale singolarità era quello dell’apparato grande, sebbene ne fosse la composizione simile agli altri mastici che adoperava. Era difatto così la cosa riguardo agl’ingredienti, e manipolazione, ma io non poneva mente a un accidente sopravvenuto durante la cottura del mastice, che ha dovuto alterarlo: l’accidente fu che vi si appiccò la fiamma, e ne venne in molta parte consumato: il residuo contrasse dell’abbruciato o del carbone di maniera che lascia sempre tinta la mano, o la carta quando si stropiccia, e facilissimamente si sfregola. Dunque ho concluso che da questa alterazione dipenda l’indole mutata nel mastice di elettrizzarsi, cioè positivamente. Por- tando poi più addentro la considerazione ho preso a sospettare che codesta mutazione d’indole derivi dal deterioramento della virtù di Elettricità ori- ginaria o almen vi vada di paro: osservando che infatti cotesto mastice mezzo bruciato aveva pochissima virtù di elettrizzarsi per istropicciamento; laddove l’altro che costantemente contraeva per la via medesima elettricità in meno, e fino stropicciato con lamine metalliche, godeva di un’elettricità generosa. L’induzione per me felicemente si estendeva ad altri corpi i quali non meno che la resina affettano l’elettricità difettiva, e sono i legni abbru- stoliti. In questi aveva osservato già, e scritto nel 3. cap. della mia Disser- tazione latina 1771., che i legni abbrustoliti di fresco, e a dovere, danno a qual- sivoglia corpo anche metallico con cui si strofinano, finchè dura in quelli la massima virtù; ma che a misura che questa decade, degradano anche dal- l’indole loro, e ricevono prima da alcuni metalli solamente, poi da più, poi da tutti, e fin talvolta dal panno nero ec. Or nella resina mi si spiega più largo il campo di questo passaggio. Occupa un estremo il mastice che ho veramente ottimo, il quale con leggierissimo e breve stropicciamento con- seguisce una elettricità affatto generosa; tien l’altro estremo quel mastice mezzo bruciato, dal quale, sebbene stropicciato per una sì vasta estensione, qual è quella di due piedi nell’apparato grande, appena ottengo una scin- tilluzza (dico semplicemente stropicciato ch’eccita nello scudo una debo- lissima scintilla, perchè poi infondendovi maggior forza d’elettricità con al- tra macchina, o colla caraffa acquista non meno che il mastice migliore, tutti i gradi di forza). Di mezzo a questi tengo altri mastici, i quali conve- nientemente si elettrizzano per istropicciamento. Parallelamente dunque a questa originaria virtù il primo affetta sì fortemente l’elettricità in meno, che non consente di elettrizzarsi in più nemmeno dalla carta dorata, od al- tre foglie metalliche: solamente coll’amalgama di Mercurio ve lo costringo. Il secondo, o per dir meglio l’ultimo in ordine alla virtù, è passato a mutar affatto indole, e non che elettrizzarsi in più per l’affritto di corpi metallici, lo stesso fa con qualsivoglia corpo. I mezzani finalmento danno alla mano, carta nuda, panno cuojo ec., e ricevono dalla carta dorata, foglie di stagno ec. L’induzione dunque, e l’analisi vengono in conferma di quel mio sospetto circa il decadimento della virtù, cagione del rovesciarsi l’indole nei corpi resinosi.

Ma credete voi che di queste osservazioni possa contentarmi? L’indu- zione è ancor troppo poco estesa: d’altra parte io la vorrei confermata colla sintesi; e voglio dire che niente ho per istabilito finchè non giunga a com- porre a mia posta de’ mastici che abbian l’un’indole, e di que’ che abbiano l’altra, col solo mezzo di differenziarne la qualità, ossia virtù. Dirovvi per ora che mi ci sono provato, e in qualche parte con esito. Ho preso lo spe- diente per deteriorare la qualità del mastice, di meschiarvi del carbone messo in polvere. Il carbone come si sa è un corpo conduttore poco meno che i metalli: per questo lo scelsi, e dirollo pure per veder d’accostarmi alla alte- razione che dovette ricevere quel mio mastice che fu in preda qualche tempo alle fiamme. Il risultato fu che una certa dose di carbone meschiata all’altro mio mastice d’ottima condizione lo deteriorò d’assai, e lo ridusse difatti a ricevere dalle foglie metalliche a cui prima dava. Non potei però giammai ottenere che ricevesse dalla mano, carta nuda, panno ec., e in somma che mutasse affatto indole come il mastice mezzo bruciato. Provai dunque ad appiccicarvi la fiamma, e lasciarlo in buona parte consumare; ma nemmeno con questo mi riuscì. Accrebbi la dose del carbone; ma allora non si elettrizzò più nè per eccesso, nè per difetto. I tentativi fatti adunque non finiscono di appagarmi: non depongono però contro la concepita idea. Anzi mi resta ancor luogo a credere che il mastice alterato a segno di non vestir più sensibile elettricità per lo stropicciamento, abbia di poco oltrepassato il segno che cer- cava: può anche non averlo oltrepassato ed essersi elettrizzato realmente in più, ma così debolmente che non ne abbia avuti segni sensibili: i quali segni sono forse sensibili soltanto nel grade apparato per esser tanta la su- perficie stropicciata

Qui termina la parte di lettera pubblicata in Am. Sc. di Op. e segue la chiusa data da Zan. V. Cart. « Il Rosmiti », 1887, pag. 605. [Nota della Comm.].

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Eccovi, Canonico caro, le mie considerazioni sull’elettricità originaria della resina. Quanti tentativi restano a farsi ancora! Animo, fate qualche cosa ancor voi. Tempo fa mi prometteste di quel satin d’Inghilterra amal- gamato: fatemene avere. Datemi poi delle nuove letterarie, e datemi conto del successo che ha avuto fuori l’Elettroforo. I miei affettuosi saluti al Pa- dre CAMPI e a chi vi domanda di me. Sono

vostro affez. amico A. VOLTA

Como, li 5 febbraio 1776.

Cariss. A.

Da Zan. V. Cart. « Il Rosmini », 1887, pg. 606. [Nota della Comm.].

Io sempre resto in credito con voi: con questa crescerò il mio credito: ma resterà a voi il compensarlo in parte, prendendovi l’incomodo di man- darmi le Effemeridi per le Scuole, di cui abbisogno per regolar le ferie, mas- sime vicine al carnevale: potreste poi anche spedirmi gli ultimi fogli del Ro- zier, da 7bre in avanti, che vi ho replicatamente ricercato. Con questo, dico, compensereste parte del vostro debito di lettere con me, non già tutto; ch’io non vi voglio condonare le risposte, e sì le pretendo lunghe. Ma poi sarebbe ben spiacevole se non aveste ricevute ambedue le mie ultime. Io ne temo, e per il vostro ritardo a riscontrarmene, e per ciò che mi disse il C. REYNA venuto da Milano, che, recato avendovi egli la seconda, eravate tuttavia in aspettazione della supposta mia prima. Il cavallante, a cui l’avea conse- gnata, mi avrebbe mai burlato?

Per la mia associazione al giornale Rozier, farò la mia anticipazione di tutto, o della metà, se basta, all’occasione che farò una corsa a Milano dentro del carnevale.

Sento che da mano alta debban fra poco sortire delle obbiezioni al mio ritrovamento dell’Elettroforo; che si voglian proporre insigni miglioramenti, obbiezioni e miglioramenti, che mi faran grande onore. Cos’è questo? Dippiù non mi si dice; se ne fa un arcano; e col più geloso riguardo mi s’impone di non valermi tampoco di una tal notizia confusa. Sapreste voi dicifrarmelo l’arcano? Fatelo; imponetemi ogni più severa legge, nè dubitate ch’io non sia per religiosamente osservarla. Ne sapete voi meno di me, anzi nulla? Non andatene in ricerca, perchè potrebbe trasparire che ne è penetrato a me qualche cosa del mistero. Sono

tutto vostro A. VOLTA

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