QUATTRO LETTERE
AL
CANONICO FROMOND
« ticolo di lettera del Signor D. Alessandro Volta al Signor Canonico Fromond ». [
della Comm.
Aspetto con impazienza le osservazioni vostre sulla migliore struttura
dell’Elettroforo. Intanto vi darò io nuova della riuscita di quello che ho ulti-
mamente terminato di legno del diametro poco meno di due piedi. In questi
ultimi due giorni che spira una forte tramontana ho ottenute scintille a dieci,
dodici, ed anche quattordici diti trasversi: v’immaginate com’eran guizzanti.
Per averle di questa forma presento non più la nocca, ma la punta del dito.
Sovente in luogo della scintilla sorte dal dito un grandissimo fiocco, collo
scoppiettar in seguito di più scintille succedentisi. È tale la forza e la copia
del fuoco, che le punte metalliche affatto ottuse, come d’una chiave, anzi
l’anello di essa, e fin le palle, se non sono affatto grosse, fanno appunto l’officio
di punte, e gettano il fiocco. Che più?
Tre sole scintille dello scudo caricano
una mezzana caraffa a dare una scossa penosa; e dieci in dodici la soprac-
caricano a segno di scaricarsi spontaneamente.
successiva nota, trovasi in Zan. V. Cart. «Il Rosmini »
in Am. Sc. di Op.
Che vuol dire che non vedo vostre righe?
È un pezzo che m’avete pro-
messo di comunicarmi alcune osservazioni o direzioni per la miglior costru-
zione del mio Elettroforo: le attendo con impazienza. Intanto v’ho già dato
Siccome però
intorno a questo, e ai mezzi d’ingrandirlo ancora di molto ho avuto occasione
di scriverne più diffusamente a Don Marsilio, e al Padre Barletti, a’ quali
avea promesso di farne saper l’esito, mi parrebbe mancare all’amicizia e ai
patti nostri, se vi tenessi coperta alcuna cosa, e a voi comunicassi un zero
meno, che ad altra persona qual si fosse. Dovea e volea anzi comunicar tutto
a voi prima d’alcun altro; ma l’aspettar di vedere qualche vostra, ha fatto
che anticipassi di tre o quattro dì le preparate notizie ai due sopranominati,
cui era in debito di scrivere. Così procedendo il posporvi da colpa vostra,
accontentatevi, caro Canonico, che vi trascriva il contenuto nella lettera al
padre Barletti, e in quella a Don Marsilio, che è presso a poco la mede-
sima
Altro articolo di Lettera del medesimo. Como 14 Novembre 1775 ».
Lettre de M. ALEXANDRE VOLTA, à l'Auteur de ce Recueil, sur l’Electrophore
« perpétuel de son invention. Traduit de l’Italien par M. ABBÉ M***Il y a une lettre
« sur ce sujet dans le Journal précédent, pag. 501 «
Lettre de M. l'Abbé J...., de Vienne en Autriche à l’Auteur de ce Recueil -Sur l’Elec-
trophore perpétuel de M. VOLTA
ad un amico di Presburgo, pubblicata a Vienna. La lettera citata incomincia:
« Monsieur, on vous a dit vrai, en vous annonçant un nuovel appareil Electrique qui
étonne les plus habiles Electriciens: on lui à donné le nom d’Cet
instrument est des plus simples et produit les phénomenes les plus singuliers.
le nouvel appareil dont je vais vous faire la description ».
Vi ho detto già come pensava d’or in avanti di costruire l’apparato por-
tatile, per avere in un egual volume assai maggiore capacità. In luogo di
stendere il mastice sopra un piatto, lo stendo nella cavità d’un emisfero,
dando poi allo scudo la stessa conveniente figura. Trovo anche meglio del-
l’emisfero divisato un cono troncato, che può esser lungo benissimo d’un
palmo, e largo quanto porta l’apertura della tasca: un’altro cono ch’entri
nella cavità del primo mi fa l’ufficio di scudo, e può chiudere in seno una
boccia di discreta capacità e l’uno e l’altro facendoli di latta, oppur lastra
di rame, ottone ec., e tutto insieme porta poco peso, e men imbarazzo. Ma
io non voglio curarmi tanto di questi apparati portatili, nè dell’eleganza,
quanto della grandiosità degli effetti di cui fan pompa i grandi: sicchè
mi tratterrò a parlare dell’apparato mio massimo.
Ho dunque tralle mani il grande Elettroforo del diametro di quasi due
piedi che ho fatto terminare tosto che ripatriai. L’attività di questo è ve-
ramente sorprendente. Basta dire che ottengo non di rado scintille a dieci,
dodici, e più diti trasversi: scintille che appajono in vaghissima forma guiz-
zanti emulatrici appunto del telo di Giove. Per averle tali elettrizzo il ma-
stice per eccesso
questo punto la seguente nota:« J’ai à ce sujet une chose très-singulière à vous faire Observer; c’est que le mastic
de mon grand Electrophore, de quelque manière qu’on le frotte avec la main, un morceau
d’étoffe, avec de la peau, du papier, ec. s’électrise constamment en plus, ce qui est non-
seulement contraire aux idées reçues, touchant les propriétés des corps résineux, mais con-
tredit en quelque sorte les effets des mastics que j’emploie dans mes autres machines: bien
que la composition en soit à peu-près la même, si on les frotte avec les mêmes substances
que je viens de nommer, ils s’électrisent scrupuleusement en moins.
qui s’est tellement voué, si je puis le aire, à l’électricité en moins, que c’est toujours celle-là
qu’il acquiert, et jamais l’électricité en plus, bien qu’on le frotte avec des lames d’étain,
du papier doré, de l’oripeau, ec. ».
facendomi ribrezzo, l’anello d’una chiave, da cui ora balza la scintilla lunga
come dissi, e guizzante, or una serie di scintillette crepitanti succedonsi,
or ne spiccia con leggier sibilo un lunghissimo fiocco. Una canna spaccata
della lunghezza di due braccia vestita nella parte convessa di carta dorata
raschiata con pelle di pesce rappresenta ancor meglio e nella maggior esten-
sione il balenar vivissimo della folgore su tra le nubi, mentre è percossa
tutta o per gran tratto almeno, ad ogni scintilla che riceva dallo scudo,
da una o più striscie di luce verde-lucenti. Finalmente una caraffa di me-
diocre capacità in quattro, o sei volte che io faccia giuocar lo scudo, riceve
una carica, che mi scuote validamente.
Nè crediate già che effetti cotanto strepitosi abbian luogo solamente
ne’ tempi all’elettricità molto propizj: gli ho ottenuti di poco minori in que-
sti ultimi giorni di nebbia, e pioggia incessante, mercè la sola attenzione
di asciugare le lunghe cordicelle di seta, con cui alzo lo scudo. Nè pur te-
miate che lasciando l’apparato in riposo, e senza ravvivarlo per molte ore,
o per alcun giorno, vada a cader di molto la forza: dopo due o tre dì io ricavo
ancora scintille tali, che il dito non può soffrirle che con pena, e con dieci
o dodici di esse porto una discreta carica alla boccetta: così poi volendola
metter a profitto col bel giuoco di rifonderla sul mastice, ottengo tosto la
massima intensione. A finirla, non v’è più da dubitare, che col mio appa-
rato non si possano creare ed avere ad ogn’ ora, e ne’ tempi singolarmente
men propizj, effetti di gran lunga superiori a quelli della miglior macchina
a globo, o a disco. A buon conto io posso fare il mio piatto di metallo o
CARIA, vantando il suo tavolino fulminante.
Due sono solamente gl’inconvenienti che s’incontrano, volendosi far
l’apparato di una smisurata grandezza: uno intrinseco e sostanziale, l’altro
estrinseco e accidentale. Il primo è che crescendo in ragione dell’ampiezza
della superficie la forza della carica, della scarica, e quella pure della scin-
tilla, che tende a balzar dallo scudo mentre s’alza, il mastice ne vien tosto
in alcun sito spezzato, o fuso, salvo che non sia di una comoda spessezza;
ma che? la spessezza maggiore toglie molto della capacità della carica, e
quindi anche della forza dell’elettricità permanente (dico elettricità
nente
al fatto, ed alla teoria confacente per non dire assolutamente erroneo, come
avrò luogo di provare in altro tempo). Il secondo inconveniente riguarda
l’incomodo nell’usare di un apparato assai grande. Per nulla dire, che con-
vien tenersi col braccio allungato, e col corpo e vesti discoste nell’alzar lo
scudo, pur troppo devo sentire, che il peso di questo, sebben sia di legno inar-
gentato, stanca potentemente, e che m’impedisce di alzarlo, ed abbassarlo,
come vorrei, con celerità.
Quanto però all’incomodo nel far agire cotesto scudo, penso di potervi
agevolmente portar riparo: tra gli altri presidj quello mi propongo di un
vette
porrà in istato di vincere il peso con poca forza, e di far giuocar lo scudo
standomi ad una comoda distanza, e con tutto agio della persona. Esso scudo
poi ho già pensato a farlo dieci volte più leggiero che quel di legno: e vuol
essere di tela stesa a foggia de’ nostri quadri sopra un cornice, ma questo
rotondo (meglio anche del cornice di legno s’impiegherebbe un larghissimo
collare di vimini che riuscirebbe e più leggiero, e men soggetto a gettarsi
di tela, dissi, in tal maniera stesa, e poscia inargentata. Avrà questa oltre la
leggierezza un altro considerabilissimo vantaggio di adattarsi bene e sem-
pre a combaciamento colla faccia del mastice assoggettata, e per la propria
pieghevolezza, e per virtù dell’adesione elettrica.
Con tali espedientissimi sussidj io potrò costruire, e render maneggevole
anche ad un uomo solo un apparato grande di sette, otto, e più piedi. Immagina-
tevi un tavolo grande come quello per il giuoco del Bigliardo, ma rotondo,
foderato convenientemente di latta o di rame con sopra steso bene in piano
un mastice nero e lucente siccome specchio: vedetevi indosso posato un bel
coperchio a
di seta che terminano poi uniti in un solo a un congegno di carrucole e gui-
che giuocano in altre due girelle annesse a due parti estreme ed opposte
di esso coperchio, o scudo: ecco l’uomo a qualche passi dal tavolo, che col
tirar una fune pendente, quasi in atto di suonar le campane, fa che suonino
invece scintille fragorosissime, e fischino fiammelle e getti di luce a tutti
i lati a distanza di più palmi contro i varj conduttori ad arte, o a caso d’in-
torno disposti: dite, non è quel coperchio l’idea d’una nuvola fulminante?
Non vi fa terrore l’accostarvi?
Eppur io dato bando ad ogni spavento amo
anzi pronosticare utili cose, e vantaggiose, e mi compiaccio a raffigurar ivi
quella camera per la Medicina elettrica che vorrebbe il Sig. PRIESTLEY isti-
tuita. Nè vaneggio io già decantando così grandi, e strepitosi gli effetti d’un
così vasto apparato: oso predirli tali, incoraggito, e quasi rassicurato dall’azione
di quello, sopra cui sto attualmente sperimentando, il quale sebben non
giunga ancora a due piedi di diametro, è mirabile il vedere di quanto lungo
tratto si lascia addietro tutti gli altri apparati di circa un piede, o minori.
Ma la spessezza del mastice per tanta estensione di superficie richiesta,
che notai per primo, e intrinseco inconveniente mi dà ancor molto a pensare.
Se non che ho fondamento di credere che una linea e mezza, o poco più sia
per essere sufficiente per qualunque ampiezza, e il fondamento riposa sopra
delle prove che ho fatte a quest’oggetto. Altronde per prove similmente
fatte mi risulta che tale spessezza di una linea e mezza (sebbene si dimi-
nuisca di molto la virtù dalla mezza linea in su) porta ancora una carica ab-
bastanza forte.
Ho detto ch’io estimo poter bastare per qualunque grande apparato
l’altezza nel mastice d’una linea e mezza: intendo però che questo sia dap-
pertutto unito e sodo sopra un piano similmente eguale e liscio, che non
abbia screpolature, nè vi si coprano sotto dei vacui, o bolle d’aria. Ma come
emendar quelle e purgarlo affatto di queste? Non è difficil cosa il venirne
a capo. Steso bene, e rassodato nel vostro tavolo il mastice, scorretevi
sopra dappertutto, senza però toccarlo, con un largo, e grosso ferro rovente.
In un subito vi si apriranno sulla superficie innumerabili buchi, i quali per
forza dell’istesso calore di lì a poco si riempiranno, e spariranno. Non basta,
avviene spesso che adoperando l’apparato, e tormentandolo, salti fuori quà
e la una magagna, per cui avete ad ogni tratto una esplosione spontanea.
Allora conviene andar in cerca colla lanterna del sito, ove s’asconde il vizio:
e la lanterna è una boccia ben carica con cui scorrendo sopra, una scintilla
che scappi furtivamente vi avverte a pelo di ciò che dovete correggere col
vostro ferro rovente
data da Zan. V. Cart. « Il Rosmini »
Mi resta appena una riga per fare i miei cordiali saluti a voi e al P.
CAMPI, a cui direte d’indicarmi a chi devo consegnare l’importo del NU-
SCHEMBROEK. Sono tutto vostro
A. VOLTA
P. S. Potete comunicare, se stimate, queste idee intorno alla costru-
zione dell'Elettroforo in grande a quel Sig. VERNAZZA di Torino, che ve ne
avea cercato, e per mezzo d’esso al medico CIGNA, il quale so che faceva molto
caso di questo ritrovato, ed era impaziente di vederne l’effetto; come pure
al Prof. BECCARIA, al quale devo molte grazie per il libro ultimamente fa-
voritomi.
Amico C.
Rimetto a voi i fogli del Rozier speditimi, e vi prego farmi avere gli
altri che sieguono. A suo tempo poi spero di ricevere quelli dell’entrante
anno, di cui ho ricercata l’associazione: mi resta solamente a sapere come,
quanto e a chi dovrò passare il danaro
pg.
compare preceduta dal seguente titolo
al Signor Canonico FROMOND. Como, 21 Dicembre 1775 ». [
Ho provato a far lo scudo, giusta quanto avea divisato, con una tela
stesa su d’un cornice. Ho scelto la tela incerata, e senza punto inargentarne
la faccia stessa incerata che guarda, e bacia il mastice, mi sono contentato
di vestire di foglia d’argento la faccia che resta scoperta, e il contorno del
cornice. Trovo che questo scudo giuoca ottimamente, e corrisponde a tutta
l’aspettazione mia. Dapprima avendo pensato che l’argentatura alla faccia
che tocca il mastice era per lo manco inutile, credei il meglio non vestire di
foglia metallica che il contorno del cornice da cui si cavano le scintille ec.
Ma poi m’avvidi ben presto che essendo la tela incerata conduttore pochis-
simo buono a stento, e lentamente dismetteva ella il suo nativo fuoco in
ragione che l’eccesso del mastice lo esigeva, o
vedere che toccando col dito, o con catenella lo scudo posato, toccandone
dico l’orlo inargentato, una piccola scintilla si estraeva: di lì a qualche mo-
mento tornando a toccare, un’altra piccola scintilla; e così successivamente
Da ciò ne risultava, che alzando lo scudo dopo consumata
dirò così la scarica, cioè dopo estratta tutta quella serie di scintillette, vi-
bravasi scintilla fragorosissima guizzante ec.: ma alzando esso scudo dopo
un sol toccamento, la scintilla non ne sortiva che men forte di molto.
Allora fu dunque che mi volsi al ripiego di vestir di foglia metallica la
faccia tutta esterna della tela: così la scarica si fa sensibilmente tutta in un
sol toccamento, non impedendola guari la poca spessezza della tela che prima
l’impediva coll’estension sua. Del resto torno a dire, il dare una superficie
metallica alla faccia che guarda il mastice, è inutile senz’altro, anzi può
essere per alcun riguardo di nocumento. In prima l’estrema mobilità del
fluido elettrico ne’ corpi metallici, e qualche picciola prominenza che si trovi
in detta faccia inferiore, dà facilmente luogo a qualche disperdimento: sì,
provoca più fortemente l’elettricità inerente nel mastice a tradursi per quella:
non così però una superficie quasi coercente, qual è quella dell’incerata nuda.
D’altra parte poi un simile scudo, che non affaccia metallo alla superficie
del mastice, nè minaccia di romperlo, o fonderlo colla scintilla nel venir al-
zato, nè sopra posandovi, e ricevendo la carica provoca sì facilmente per
qualche sopraggiunta screpolatura al mastice medesimo l’esplosione spon-
tanea, come d’ordinario addiviene cogli scudi sin quì usati, per poco che
s’incalzi la carica.
Giacchè siamo sul punto di sopprimere la superficie metallica ad oggetto
di toglier massimamente il luogo all’esplosioni spontanee, non debbo lasciare
di farvi parte d’alcune altre mie osservazioni e avanzamenti circa la pra-
tica, e la teoria dell’Elettroforo. Ho dunque sospettato che non fosse affatto
necessario, che il mastice steso venisse sopra un metallo: e basterà bene, io mi
dicea, che sia steso sopra un corpo non isolante. Ho provato dunque a ver-
sare il mastice sopra un desco
della Comm.
veduto difatti che si hanno i segni quasi egualmente forti di quando adope-
rasi un piatto di metallo. Noto solamente che facendo un Elettroforo di
legno grande non può farsi la scarica che lentamente (presso a poco come ho
osservato nel caso dello scudo non vestito di metallo in ambe le facce) mer-
cecchè il fuoco che si dismette dalla faccia superiore ossia dallo scudo non
può tostamente restituirsi per entro al legno non molto permeabile e con-
dursi alla faccia inferiore del mastice, o Del resto dando tempo
che ciò effettuar si possa, veggo che il legno si presta ottimamente a tutti
gli effetti. Si potrebbe anche rimediare al difetto che nasce da questa len-
tezza, versando sì il mastice sopra tavole di legno nudo, ma coprendo poi
di metallo il di sotto delle tavole medesime le quali vorrebber essere grosse
Ma la fermezza di esse?
Mi pare che queste sottili tavole
così guernite si potrebbero indi assoggettare a un gran tavolo fermo e sodo.
Ma a che prò, mi dite, un tale macchinamento?
Per istendere il mastice
sul legno nudo, anzichè sul metallo? Appunto: giacchè per questo modo
verremo (ciò che mi era proposto a principio) a dare niun luogo più alle
esplosioni spontanee: e sì potremo stendere senza timore di questo il nostro
mastice molto più sottile; che importa pur tanto per la miglior riuscita. Ec-
covi, Amico, un nuovo indirizzo per la costruzione di quel tremendo Elettro-
foro che vorrei pur vedere eseguito: ecco le correzioni che ho potuto imma-
ginare tanto riguardo allo scudo, quanto riguardo al piatto o desco
della Comm.Saranno
queste le ultime? Non so.
Ma non le chiamate perciò inutili: sono sempre
passi che portano all’ingrandimento, e i dati fin qui non furono mai senza
alcun progresso.
Non termino senza darvi un ragguaglio delle considerazioni mie sul
raro fenomeno di elettrizzarsi costantemente In una nota alla lettere antecedente stampata nel Tom. XII, avvisavami il Ch. Aut.
che il mastice del suo grande Elettroforo, comunque stropicciato colla mano con panno,
cuoio ec. elettrizzavasi sempre in più, contro il genio de’
fatta da lui in tutti gli altri suoi apparati. Tal avviso mi sorprese, e volli accertarmene
colla sperienza; ma in vano tentai d’elettrizzare collo stropicciamento alcuno de’ miei ap-
parati Indi è che non
osando allora far pubblicare l’osservazione sua, che venia smentita da tutte le mie spe-
rienze, lo pregai d’esaminare il fenomeno con maggior attenzione, e d’indicarne la vera ca-
gione, siccom’egli ha fatto
in Ant. Coll. T. I, p. I.
grande ElettroforoQuello di cui si fa menzione nel Vol. XII, p. 94.Io sono ben persuaso che voi non sarete riuscito ad os-
servare il medesimo in qualunque maniera vi ci siate preso. L’essere l’ap-
parato grande, o piccolo punto non rileva; nè io ho voluto insinuare che
la grandezza mettesse quella differenza: indicai solo che il mastice il quale
mi presentava tale singolarità era quello dell’apparato grande, sebbene ne
fosse la composizione simile agli altri mastici che adoperava. Era difatto
così la cosa riguardo agl’ingredienti, e manipolazione, ma io non poneva
mente a un accidente sopravvenuto durante la cottura del mastice, che ha
dovuto alterarlo: l’accidente fu che vi si appiccò la fiamma, e ne venne in
molta parte consumato: il residuo contrasse dell’abbruciato o del carbone
di maniera che lascia sempre tinta la mano, o la carta quando si stropiccia,
e facilissimamente si sfregola. Dunque ho concluso che da questa alterazione
dipenda l’indole mutata nel mastice di elettrizzarsi, cioè Por-
mutazione d’indole derivi dal deterioramento della virtù di Elettricità ori-
ginaria o almen vi vada di paro: osservando che infatti cotesto mastice
mezzo bruciato aveva pochissima virtù di elettrizzarsi per istropicciamento;
laddove l’altro che costantemente contraeva per la via medesima elettricità
generosa. L’induzione per me felicemente si estendeva ad altri corpi i quali
non meno che la resina affettano l’elettricità
stoliti. In questi aveva osservato già, e scritto nel 3. cap. della mia Disser-
tazione latina 1771., che i legni abbrustoliti di fresco, e a dovere,
sivoglia corpo anche metallico con cui si strofinano, finchè dura in quelli
la massima virtù; ma che a misura che questa decade, degradano anche dal-
l’indole loro, e
da tutti, e fin talvolta dal panno nero ec. Or nella resina mi si spiega più
largo il campo di questo passaggio. Occupa un estremo il mastice che ho
veramente ottimo, il quale con leggierissimo e breve stropicciamento con-
seguisce una elettricità affatto generosa; tien l’altro estremo quel mastice
mezzo bruciato, dal quale, sebbene stropicciato per una sì vasta estensione,
qual è quella di due piedi nell’apparato grande, appena ottengo una scin-
tilluzza (dico semplicemente stropicciato ch’eccita nello scudo una debo-
lissima scintilla, perchè poi infondendovi maggior forza d’elettricità con al-
tra macchina, o colla caraffa acquista non meno che il mastice migliore,
tutti i gradi di forza). Di mezzo a questi tengo altri mastici, i quali conve-
nientemente si elettrizzano per istropicciamento. Parallelamente dunque a
questa originaria virtù il primo affetta sì fortemente l’elettricità
che non consente di elettrizzarsi
tre foglie metalliche: solamente coll’amalgama di Mercurio ve lo costringo.
Il secondo, o per dir meglio l’ultimo in ordine alla virtù, è passato a mutar
affatto indole, e non che elettrizzarsi
lo stesso fa con qualsivoglia corpo. I mezzani finalmento
carta nuda, panno cuojo ec., e
L’induzione dunque, e l’analisi vengono in conferma di quel mio sospetto
circa il decadimento della virtù, cagione del rovesciarsi l’indole nei corpi
resinosi.
Ma credete voi che di queste osservazioni possa contentarmi?
L’indu-
zione è ancor troppo poco estesa: d’altra parte io la vorrei confermata colla
sintesi; e voglio dire che niente ho per istabilito finchè non giunga a com-
porre a mia posta de’ mastici che abbian l’un’indole, e di que’ che abbiano
l’altra, col solo mezzo di differenziarne la qualità, ossia virtù. Dirovvi per
ora che mi ci sono provato, e in qualche parte con esito. Ho preso lo spe-
diente per deteriorare la qualità del mastice, di meschiarvi del carbone messo
Il carbone come si sa è un corpo conduttore poco meno che i
metalli: per questo lo scelsi, e dirollo pure per veder d’accostarmi alla alte-
razione che dovette ricevere quel mio mastice che fu in preda qualche tempo
alle fiamme. Il risultato fu che una certa dose di carbone meschiata all’altro
mio mastice d’ottima condizione lo deteriorò d’assai, e lo ridusse difatti a
Non potei però giammai
ottenere che ricevesse dalla mano, carta nuda, panno ec., e in somma che
mutasse affatto indole come il mastice mezzo bruciato. Provai dunque ad
appiccicarvi la fiamma, e lasciarlo in buona parte consumare; ma nemmeno
con questo mi riuscì. Accrebbi la dose del carbone; ma allora non si elettrizzò
più nè per I tentativi fatti adunque non finiscono di
appagarmi: non depongono però contro la concepita idea. Anzi mi resta ancor
luogo a credere che il mastice alterato a segno di non vestir più sensibile
elettricità per lo stropicciamento, abbia di poco oltrepassato il segno che cer-
cava: può anche non averlo oltrepassato ed essersi elettrizzato realmente
in più, ma così debolmente che non ne abbia avuti segni sensibili: i quali
segni sono forse sensibili soltanto nel grade apparato per esser tanta la su-
perficie stropicciata
Zan. V. Cart. « Il Rosmiti »
Eccovi, Canonico caro, le mie considerazioni sull’elettricità originaria
della resina. Quanti tentativi restano a farsi ancora! Animo, fate qualche
cosa ancor voi. Tempo fa mi prometteste di quel
gamato: fatemene avere. Datemi poi delle nuove letterarie, e datemi conto
del successo che ha avuto fuori l’Elettroforo. I miei affettuosi saluti al Pa-
dre CAMPI e a chi vi domanda di me. Sono
vostro affez. amico
A. VOLTA
Cariss. A.
Io sempre resto in credito con voi: con questa crescerò il mio credito:
ma resterà a voi il compensarlo in parte, prendendovi l’incomodo di man-
darmi le Effemeridi per le Scuole, di cui abbisogno per regolar le ferie, mas-
sime vicine al carnevale: potreste poi anche spedirmi gli ultimi fogli del Ro-
zier, da 7bre in avanti, che vi ho replicatamente ricercato. Con questo, dico,
non vi voglio condonare le risposte, e sì le pretendo lunghe. Ma poi sarebbe
ben spiacevole se non aveste ricevute ambedue le mie ultime. Io ne temo,
e per il vostro ritardo a riscontrarmene, e per ciò che mi disse il C. REYNA
venuto da Milano, che, recato avendovi egli la seconda, eravate tuttavia
in aspettazione della supposta mia prima. Il cavallante, a cui l’avea conse-
gnata, mi avrebbe mai burlato?
Per la mia associazione al giornale Rozier, farò la mia anticipazione
di tutto, o della metà, se basta, all’occasione che farò una corsa a Milano
dentro del carnevale.
Sento che da mano alta debban fra poco sortire delle obbiezioni al mio
ritrovamento dell’Elettroforo; che si voglian proporre insigni miglioramenti,
obbiezioni e miglioramenti, che mi faran grande onore. Cos’è questo?
Dippiù
non mi si dice; se ne fa un arcano; e col più geloso riguardo mi s’impone di
non valermi tampoco di una tal notizia confusa. Sapreste voi dicifrarmelo
l’arcano? Fatelo; imponetemi ogni più severa legge, nè dubitate ch’io non
sia per religiosamente osservarla. Ne sapete voi meno di me, anzi nulla?
Non andatene in ricerca, perchè potrebbe trasparire che ne è penetrato a
me qualche cosa del mistero. Sono
tutto vostro
A. VOLTA
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