Volta, Alessandro Della capacita de' conduttori coniugati 1778 it volta_capaCond_803_it_1778.xml 803.xml

DELLA CAPACITÀ DE' CONDUTTORI CONIUGATI

1778.

FONTI.

STAMPATE.

MANOSCRITTE.

Cart. Volt.: I 18.

OSSERVAZIONI.

TITOLO: da I 18. DATA: I 18 è senza data: però la natura degli argomenti, ed i raccordi che esso of- fre colla lettera al Sig. De Saussure (20 Agosto 1778) pubblicata al precedente N. XLVII (A), porterebbero a credere che I 18 fosse l’ultimo paragrafo di detta lettera, dalla quale sarebbe stato stralciato coll’intenzione di farne una tratta- zione a parte, come apparirebbe dai frequenti accenni ad altra Memoria, che si incontrano nella precitata lettera al Sig. De Saussure.

I 18: è una minuta ripetutamente corretta, che si presenta come il § III di una me- moria di forma epistolare, molto probabilmente la lettera al Sig. De Saussure, pubblicata al precedente N. Si pubblica fedelmente e per intero I 18 così ri- costruito attraverso alle numerose correzioni.

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Cart. Volt. I 18.

§ III. Della capacità de’ Conduttori coniugati.

Chiamo Conduttore conjugato quello in cui s’infonde l’elettricità, quando gli si affaccia un altro Conduttore isolato o non isolato che sia a così pic- cola distanza che questo sia involto nell’atmosfera elettrica di quello, e ne venga attuato. Così dunque Conduttori conjugati sono i piatti Epiniani, di cui sopra ho fatto menzione mentre uno elettrizzato fa sorgere nell’altro una corrispondente tensione di elettricità omologa. Or quì cercherò di spiegare in alcun modo siffatta reciproca influenza di due conduttori posti di fronte, qual sia codesta azione che s’estende anche a notabil distanza dall'uno al- l’altro; e di porre in miglior lume tralle molte conseguenze quella precipua- mente della differentissima capacità che ha l’istesso Conduttore o conjugato, o semplice e solitario. Veduta che avremo la straordinaria capacità che acqui- star può un Conduttore piccolo e non lunghissimo per questo diciam così connubio o consorzio, cioè per l’affacciarglisi più e più vicino d’un altro Con- duttore, non ci resterà che un passo a intendere perfettamente la teoria delle cariche, e scariche delle lastre isolanti solide; e già più non ci farà maravi- glia che tanta ce ne ha cagionata, cioè la strana quantità di elettricità che una meschina e minuta foglia metallica, una piccola superficie armata e. g. di 4 poll. in quadr. può ricevere fino a dare una scossa non men così grande di quella che dà un Conduttore solitario lungo 96. piedi

La lettera al DE SAUSSURE, 20 Agosto 1778, pubblicata al precedente N° XLVII (A) presenta gli stessi dati, che insieme al richiamo del conduttore solitario di 96 piedi di lun- ghezza, costituiscono un elemento di raccordo del manoscritto I 18 colla precitata lettera. [Nota della Comm.].

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L’esperimento dei due piatti, quale Epino ce lo descrive (Tentamen ecc.) voi il sapete, ed è abbastanza noto; ma come sembra vi è passato sopra troppo rapidamente, e che varie combinazioni ch’egli ha tralasciato di fare, quelle sono che al mio proposito fanno il più, stimo quì di farne a modo mio una breve analisi; e vi pongo sott’occhio la figura

In I 18 non appare la figura qui citata: le indicazioni di questo Mns. corrispondono alla figura che accompagna L 3 pubblicato al N° XLV (H). [Nota della Comm.].

la quale servirà non tanto a facilitare a voi l’intelligenza di quello che verrò dicendo, quanto ad agevolare a me medesimo il modo di spiegarmi, ed a risparmiarmi molti giri di parole. Siano dunque due gran piatti A e B (quelli di Epino erano tavole di legno vestite di foglietta metallica quadrati di superficie: tal enorme grandezza non essendo all’intento mio necessaria, io mi servo di due scudi d’Elettroforo, del diametro di due piedi circa), sostenuto ciascuno vertical- mente sopra un’alta colonna di vetro intonacata di ceralacca in faccia uno dell’altro, ma alla distanza di più piedi: sul dorso abbia questo e quello un leggier pendolino aa bb, atto a servir d’elettrometro. Si elettrizzi il piatto A, il suo Elettrometro aa che pendeva in aa salirà in ab ac, e se l’elettricità è ben forte in ad: supponiamo che questa sia la massima tensione a cui quando è giunta l’elettricità di A, schizza fuori spontanea da una punta ottusa annessavi. Allora dunque il detto corpo ha ricevuta tutta l’elettricità che può contenere in tale stato solitario.

Ma vi sarebbe mezzo di accrescerla questa sua capacità, lasciandolo pur qual è e a suo luogo di far sì che esso riceva nuova dose di elettricità, senza che sputi più nell’aria, di accumularvela a più alto grado?

Quest’ultimo pariodo nel Mns. appare attraversato da un tratto di penna. [Nota della Comm.].

Sì: quando il mezzo si trovi conservando esso tuttavia la dose di elettricità ricevuta, di far che l’elettrometro abbassi, ossia diminuisca in A e rallenti quella gran tensione, il che come far si possa tosto vedremo. Ora il piatto B non punto elettrizzato che dalla distanza a cui si trova nulla punto si risente dell’elettricità del piatto A si porti innanzi, e si accosti tanto che co- minci ad entrare nella sfera di attività di questa; si porti e. gr. a un piede di distanza osserverete che il pendolino che giaceva inerte in b b comincerà ad alzarsi in b c; avanzandolo ancora, e sempre di faccia, s’alzerà il filo di più in più sempre, finchè portato a poca distanza e. gr. poco più di un pol- lice avrà la tensione b d: intanto l’elettrometro del piatto A si manterrà presso a poco alla sua tensione a d. L’istesso pendolino di B, o qualunque altro filo similmente vibrato, accorrerà al dito o a qualunque altro corpo, che gli presentiate non elettrico, e più fortemente ad un corpo animato di elettricità contraria a quella del piatto A: e invece fuggirà da un corpo dotato di elettricità omologa. Che concludere da ciò? Che A influisce colla sua elettricità sopra B, senza però nulla perderne: che B si risente dell’elet- tricità di A in modo che tale elettricità egli stesso affetta senza punto averne ricevuto in proprio. Questo è che chiamo essere attuato ad elettricità omologa.

Col dire il corpo B attuato affetti l’elettricità del corpo A attuante, voglio significare, che se A è elettrico in più, tende a scagliare il fuoco ri- dondante, B, pur esso di ridondanza, abbenchè assolutamente non ne abbia, tende nulla meno a scagliare del fuoco. E similmente; se A è elettrico in meno e mira a tirar a sè il fuoco degli altri corpi, B dà segni esso pure di un difetto che risente, ma propriamente non ha, e tira a sè il fuoco non altrimenti, che se ne scarseggiasse.

Crederebbesi a prima giunta che parte del fuoco ridondante di A (fac- ciam il caso solamente dell’elettricità in più, l’applicazione offrendosi poi facile da sè per l’elettricità in meno) si fosse realmente trasmesso a B. Ma un tal passaggio di fuoco dovea pur annunziarsi o con strepito di scin- tilla, o con comparsa d’alcun raggio di luce: nulla di questo. Tuttavia si potrebbe supporre che tragittasse il fuoco da A in B chetamente ed invisibil- mente. Contro tale supposizione però parlan troppo chiaro i fatti. Quando ad un corpo elettrizzato ad una data tensione, se ne accosta un altro non elettrizzato, sicchè ne tragga una scintilla e veggiam l’elettricità si comparte veramente tra i due, allora minorasi di tanto la tensione in quello. Nel caso nostro però, in cui il piatto B accostato ad A è avvolto sì nell’atmo- sfera elettrica, ma fuor del tiro della scintilla, coll’esser B attuato ad elet- tricità omologa, coll’acquistare la tensione che abbiam veduto nulla ha perso della sua il corpo attuante A. Ma volete vedere ancor più chiaro che neppur la minima parte del fuoco ridondante del corpo A è passata al corpo B, ma che tutto quanto è rimasto com’era accumulato in quello? Ritirate B da A: a misura che s’accosta ai limiti dell’atmosfera elettrica il suo elet- trometro smonta dalla tensione b d finchè sortiti da questi limiti si abbatte del tutto e giace perfettamente inerte. Ma l’elettometro di A riman teso come prima in ad. (Avverto una volta per sempre che quando dico che non smonta la tensione, che non s’abbatte punto l’elettrometro, prescindo da quel che si perde poco a poco di elettricità chè dissipata o dall’aria o da- gl’imperfetti isolamenti. Supposto dunque anche l’isolamento il più per- fetto che aver si possa, e l’aria più propizia all’elettricità, si dee sempre aver qualche conto di un tal disperdimento dell’elettricità).

L’accidentale tensione pertanto, l’elettricità per eccesso che affetta il piatto B accostato a un certo segno al piatto A propriamente ed effetti- vamente ridondante di fuoco, proviene da ciò che sebbene, torniamolo a dire, non si trasfonda ad esso B nè punto nè poco del fluido elettrico ac- cumulato sopra A, vi giugne però, e fin là s’estende l’azione di questo fuoco, qualunque ella siasi questa azione, e in qualunque modo noi riguardar la vogliamo, come attrazione o come ripulsione

D’ambedue sembra godere il fluido elettrico. Di ripulsione mutua tralle parti di esso fluido, onde la sua espansibilità; e d’attrazione ossia affinità verso le parti degl’altri corpi; onde la tendenza a distribuirsi in tutti giusta la naturale esigenza, in modo cioè di portarvi un eguale rispettiva saturità, onde gli accostamenti de’ corpi tra quali, tro- vasi per accidente male distribuito. Tale forza di attrazione e di ripulsione ha supposto nel fluido elettrico e fatto servire alla sua teoria il grande FRANKLIN: e sopra queste ha fabbricato la sua, o piuttosto illustrata meravigliosamente ed ampliata quella del filosofo americano, EPINO nell’opera profonda incomparabile (Tentamem ec.), riducendo a calcolo, e assoggettando a formole questi due elementi dell’attrazione e ripulsione. Quanto a me credo che la sola mutua attrazione del fluido elettrico verso le parti de’ corpi potrebbe render ragione di tutti i fenomeni delle atmosfere elettriche, e conseguentemente di tutti quei delle cariche e scariche de’ strati isolanti, dell’elettricità vindice ec., come mi sono argomentato di spiegare in una dissertazione latina. Il che mi propongo di spiegare nella memoria sulle Atmosfere elettriche, . . . . . in cui diffusamente e con più esatta analisi di tutti i fenomeni che v’appartengono sarà ragionato.

Il corpo B dunque nell’un caso e nell’altro, cioè per essere immerso semplicemente nell’atmosfera di A elettrico per eccesso o per difetto, non contrae propriamente nè eccesso nè difetto, ma mantiene la sua dose naturale di fuoco. Ciò però vuol intendersi conside- rato tutto il corpo B insieme; perchè non in tutte le parti vi rimane il fuoco distribuito equabilmente come prima. E questo è l’effetto dell’atmosfera elettrica, ossia l’azione del corpo A che si fa sopra di B ne porta una parte più o men grande di fluido nativo ad abbandonare una parte dello stesso B ed addensarsi sull’altra. Se A è elettrico in più cioè ridondante di fuoco straniero, il fuoco nativo di B si ritira dalla faccia che sta a fronte di quello, e dalle parti più vicine s’addensa nelle più lontane, massime nell’opposta parte: quivi dunque si può dire che v’abbia vera elettricità per eccesso. Se all’incontro A è elet- trico per difetto, il fuoco nativo di B accorre massimamente alla faccia posta di contro a quello, e abbandona a proporzione le parti più lontane, le quali perciò rimanendo in parte vuote possono dirsi veramente elettriche per difetto. Che così succeda EPINO lo ha dimo- strato; ed io lo fo toccar

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Certo a me pare quella un’azion proveniente anzichè da impulso meccanico dai principj delle forzo mutue, il dominio delle quali quanto nella fisica e nella chimica si conosce oggimai generalmente esteso, nel particolare de’ fenomeni elettrici sempre più si manifesta

D’ambedue sembra godere il fluido elettrico. Di ripulsione mutua tralle parti di esso fluido, onde la sua espansibilità; e d’attrazione ossia affinità verso le parti degl’altri corpi; onde la tendenza a distribuirsi in tutti giusta la naturale esigenza, in modo cioè di portarvi un eguale rispettiva saturità, onde gli accostamenti de’ corpi tra quali, tro- vasi per accidente male distribuito. Tale forza di attrazione e di ripulsione ha supposto nel fluido elettrico e fatto servire alla sua teoria il grande FRANKLIN: e sopra queste ha fabbricato la sua, o piuttosto illustrata meravigliosamente ed ampliata quella del filosofo americano, EPINO nell’opera profonda incomparabile (Tentamem ec.), riducendo a calcolo, e assoggettando a formole questi due elementi dell’attrazione e ripulsione. Quanto a me credo che la sola mutua attrazione del fluido elettrico verso le parti de’ corpi potrebbe render ragione di tutti i fenomeni delle atmosfere elettriche, e conseguentemente di tutti quei delle cariche e scariche de’ strati isolanti, dell’elettricità vindice ec., come mi sono argomentato di spiegare in una dissertazione latina. Il che mi propongo di spiegare nella memoria sulle Atmosfere elettriche, . . . . . in cui diffusamente e con più esatta analisi di tutti i fenomeni che v’appartengono sarà ragionato.

Il corpo B dunque nell’un caso e nell’altro, cioè per essere immerso semplicemente nell’atmosfera di A elettrico per eccesso o per difetto, non contrae propriamente nè eccesso nè difetto, ma mantiene la sua dose naturale di fuoco. Ciò però vuol intendersi conside- rato tutto il corpo B insieme; perchè non in tutte le parti vi rimane il fuoco distribuito equabilmente come prima. E questo è l’effetto dell’atmosfera elettrica, ossia l’azione del corpo A che si fa sopra di B ne porta una parte più o men grande di fluido nativo ad abbandonare una parte dello stesso B ed addensarsi sull’altra. Se A è elettrico in più cioè ridondante di fuoco straniero, il fuoco nativo di B si ritira dalla faccia che sta a fronte di quello, e dalle parti più vicine s’addensa nelle più lontane, massime nell’opposta parte: quivi dunque si può dire che v’abbia vera elettricità per eccesso. Se all’incontro A è elet- trico per difetto, il fuoco nativo di B accorre massimamente alla faccia posta di contro a quello, e abbandona a proporzione le parti più lontane, le quali perciò rimanendo in parte vuote possono dirsi veramente elettriche per difetto. Che così succeda EPINO lo ha dimo- strato; ed io lo fo toccar

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