Volta, Alessandro Descrizione ed uso dell'Elettroforo it volta_descElet_800_it.xml 800.xml

DESCRIZIONE ED USO DELL'ELETTROFORO

FONTI.

STAMPATE.

MANOSCRITTE.

Cart. Volt.: I 1; O 12; F 4.

OSSERVAZIONI.

TITOLO: da I 1. DATA: I 1 risulterebbe posteriore ad O 12 (1779-1780), assorbendo letteralmente l’ap- pendice di quest’ultimo, e presentando in più varianti ed aggiunte: l’uso costante ed esclusivo dell’Elettrometro a fili, l’identità di espressioni generiche usate in I 1 e nell’Appendice di O 12 per quanto riguarda i propositi di interpretazione dei fenomeni in oggetto, e quindi la totale assenza di richiami alla teoria ed applicazione del Condensatore, farebbero ritenere I 1 anteriore, non solo ai la- vori del V. sugli Elettrometri a pagliette (1787), ma forse anche alla Memoria sul Condensatore. Comunque, gli accenni contenuti nella nota (d) del Mns. I 1, riguardanti la possibilità che il solo contatto basta forse a sbilanciare il fluido elettrico, e le esperienze relative, sono sicuramente anteriori di parecchi anni al 1792, come il V. stesso dichiara in una sua lettera al Van Marum in data 11 Ottobre 1792 (pubblicata al N° VIII (B). Vol. I, pag. 136).

I 1: è costituito da due copie non scritte dal V., ma da lui postillate e corrette: una è di 26 paragrafi, l’altra, che si pubblica, è di 29 paragrafi: quest’ultima ha in più l’ultima pagina, scritta interamente dal V., riguardante l’applicazione del sistema di due elettrofori a bilancia, con richiami a figure che mancano nel manoscritto. Un particolare di una nota (nota d), importante per l'accenno alla possibilità che il solo contatto fra corpi diversi basta forse a sbilanciare il fluido elettrico, è, nella sua parte più interessante, autografo del V. O 12: è costituito da un fascicolo non scritto dal V. La seconda metà di questo fa- scicolo contiene un « Saggio di Elettricità », che si pubblica al N° LXXXIII di questo volume: tale « Saggio di Elettricità » risulterebbe essere parte del corso tenuto dal V. all’Università di Pavia nell’anno scolastico 1779-1780; esso termina con una Appendice sulla costruzione ed uso dell’Elettroforo, che non si pubblica, perchè identica ad I 1, salvo qualche variante ed aggiunta che compare in più inI 1. F 4: è una lettera che si pubblica in nota; essa è scritta dal P. Frisi al V. in data 8 Agosto 1775, ed è in risposta ad altra del V. che non si conosce.

Cart. Volt. I 1.

I. L’Eletroforo consta di uno strato non molto grosso o di solfo, o di ceralacca, o di qualche altro mastice resinoso

Lo strato di solfo ottimo sarebbe attesa l’estrema facilità ad elettrizzarsi per isfre- gamento; ma oltrecchè è soggetto a spezzarsi, e a screpolare per le vicende del caldo, e del freddo, egli lascia sempre nel toccarlo, e fregarlo una polvere, e un’odor disgustoso. La cera-spagna va esente da questi incommodi grata essendo all’occhio, e all'odore, meglio si attacca al piatto, e non iscrepola così facilmente: altronde non è molto, o guari d’infe- rior virtù allo zolfo; perciò io la preferisco e a questo, e ad ogn’altro per gli Elettrofori piccioli. Ma per i grandi essa è di troppa spesa: per questi dunque m’appiglio a qualche composto di sostanze resinose, e ne fo di varie sorti con ragia di pino, colofonia, o pece greca, pece nera, trementina, cera, asfalto; impiegandovi or le une, or le altre, or due, or tre, or più di tali sostanze; or maggior dose di questa, or di quella; mescendovi al bisogno pol- vere sottile di marmo; facendo cuocere, e bollire l’impasto più, o men lungamente; tal che ne risulti un mastice, che caldo possa scorrere, e distendersi ben uguale, e piano sopra il suo piatto, e quinci indurirsi convenevolmente senza essere sottoposto a screpolamenti, e venga a ritener la faccia il più che sia possibile liscia, e unita. Sebbene tali mastici riescano per lo più meno eccitabili allo stropicciamento che il zolfo, e la cera-spagna, alcune volte però adoperando materie ben purgate, e tirando a lungo la cottura ho ottenuto dei mastici stupendi, che non la cedean punto nè alla ceralacca, nè allo zolfo. Gli altri poi tutti an- che più imperfetti sono tuttavia obbedienti abbastanza per potervi senza difficoltà eccitare, tanto di virtù elettrica, che mettendola a profitto si possa tosto far salire al sommo grado come spiegheremo a suo luogo. Del resto l’essere alquanto più restii a concepire l’elettricità per istropicciamento, non li fa già essere più duri a riceverla per comunicazione, nè men tenaci a conservarla: nella quale tenacità, e durevolezza della virtù elettrica impressa con- siste propriamente l’uso, e la prerogativa dell’Elettroforo.

applicato ad una lastra di metallo, la quale io chiamo Piatto; e di un’altra simile lastra, cui do nome di Scudo, che posa sopra in piano, e combaccia

La grafia qua e là errata, usata dall’amanuense o dallo scolaro del V., non è stata da questo corretta, ed è perciò rispettata nella pubblicazione. [Nota della Comm.].

la superficie dello strato da me chiamata Faccia Resinosa.
Questo scudo ha gli orli competentemente grossi, e ben ritondati, ed è dappertutto liscio, e forbito; nel centro ha im- piantato un manico di vetro, o di ceralacca, o invece è guernito di tre cor- doncini di seta

Preferisco i cordoncini di seta al manico di vetro, il quale rare volte isola bene, a cagion dell’umido, che facilmente la di lui superficie contrae. Se lo intonaco di ceralacca, o di mastice, egli mi serve assai meglio; ma sempre riescono più bene i cordoncini di seta, che sian mondi, i quali posso tener lunghissimi, e riescono al di più commodissimi per una macchina picciola da tasca, dove il manico solido sarebbe imbarazzante.

onde poterlo levare, e tener in alto isolato.

II. A metter in azione l’Elettroforo, conviene imprimere l’Elettricità sulla faccia resinosa. Ciò fassi od eccitandola sopra la medesima immedia- tamente per isfregamento; o portandovela per comunicazione.

III. Per communicazione si può prendere da qualunque corpo elettriz- zato, e. g. dal conduttore di una macchina Elettrica ordinaria, dallo scudo di un altro Elettroforo già animato, da una boccia carica per l’esperienza di Leyden, dalla spranga Frankliniana

Ritenendo l’Elettroforo con tanta costanza l’elettricità una volta impressavi, e po- tendosi anzi in esso perpetuare come vedremo, è pur bella, e stupenda cosa il poter dire l’elettricità che qui giuoca è ancor di quella che vi ho tirata giù da una nuvola tempestosa mesi sono, anni sono.

: e imprimere si può sulla faccia re- sinosa, sia questa nuda, o sia coperta dal suo scudo.

IV. Se è nuda, bisogna far piover le scintille, ossia imprimervi l’Elet- tricità non sopra un sol punto, ma bene spargerla ampiamente sulla faccia resinosa passandovi sopra il corpo Elettrico, cioè o la boccia carica, o il con- duttore, o lo scudo (§ preced.), in modo che ne venga quella ad esser vi- sitata in lungo, e in largo.

V. Se è ricoperta del suo scudo, basta che il corpo elettrico lo tocchi anche per un sol punto; mentre l’elettricità ricevuta per qualunque punto tosto si comunica a tutto il corpo dello scudo, e vi si carica; onde esso poi ne imprime, e distribuisce su tutti i punti della faccia resinosa che copre.

VI. Ma non vi imprime già tutta quella che esso scudo riceve: una buona parte ne ritiene per sè; com’è facile accertarsene alzandolo isolato. Ricer- casi dunque più forte elettricità a metter in azione l’Elettroforo per questa guisa, che per l’altra d’imprimere immediatamente l’elettricità sulla faccia resinosa nuda (§ 4), facendovi girar sopra il corpo elettrico.

VII. Il modo d’eccitar l’elettricità per isfregamento, comecchè diversi mezzi adoperar si possano, ed attitudini diverse per istropiciare, si riduce poi sempre ad un solo, che è di fare scorrere più, o meno bruscamente, con più, o meno di pressione, e di celerità un corpo sopra l’altro

Senza ancora che un corpo scorra sopra l’altro, la sola percossa produce l’elettri- cità; più difficilmente però, e in minor grado. È stato creduto, che il solo calore in varj corpi, e la sola fusione nel zolfo, e nelle resine bastassero ad eccitarla. Ma tranne la Tormalina, che gode di tale proprietà singolarissima di divenne elettrica col solo riscaldarla, e quello, che è più notabile, riscaldandola fin anche col vapore dell’acqua bollente, tutti gli altri corpi vengono bensì a ricevere, da un previo calore intenso, o da un’attuale moderato l’ottima disposizione ad elettrizzarsi, ma con quel solo non è mai che l’elettrica virtù vi si desti. Tale ottima disposizione dal calore indotta fa, che qualunque leggerissimo sfregamento, qua- lunque impercettibile percossa, o pressione, poco o molto di elettricità tosto vi facciano comparire. Così il zolfo, e certe resine di fresco fuse, e finchè nitidissime sono, toccar non si possono neppur colle dita, senza che i punti toccati dian quinci alcun segno di elettri- cità. Se poi la massa traesi dal vaso in cui è stata fusa, e modellata, ecco che in tutta quella superficie che fu in contatto del vaso dispiega assai vigorosa elettricità. Qual ma- raviglia? Essa ha pur sofferto più che leggiero toccamento, anzi vero sfregamento pria nel raffreddarsi, e contrarsi delle sue parti nel vaso; e poi anche nell’ismoverla, e staccarnela. Io ho fatto alcune sperienze per vedere qual più leggier toccamento, e compressione basti ad eccitare qualche segno di elettricità anche sul vetro

Quanto segue in questa nota (d) è autografo del V. e si riproduce nella pagina prece- dente, in facsimile. Tutta questa nota poi manca nell’appendice di O 12: però il contenuto di gran parte di detta nota, e quasi sempre anche colle stesse parole, appare nei § 34 e 35 di O 12. È da notare però che mentre nella nota (d) in oggetto non si esclude che basta forse il solo con- tatto a sbilanciare il fluido elettrico, a conclusione dei fatti esposti nel § 34, il successivo § 35 di O 12, dice invece così: « Di qui appare che lo sfregamento agisce soltanto in ragione di « pressione, cioè che questa propriamente sia la cagione prossima movente l’Elettricità ». Ciò permette di concludere che tale nota (d), e con essa la redazione definitiva di I 1 sia poste- riore ad O 12.

In Cart. Volt. F 4, si ha una lettera in data 8 agosto 1775, del Matematico Barnabita Paolo Frisi al V., che si pubblica per l’accenno alla persistenza dei segni elettrici nell’Elet- troforo, che il Frisi erroneamente riconoscerebbe al contatto [Nota della Comm.]

Cart. Volt. F 4.

All'Ill.mo Sig. Sig. P.ron Col.mo Il Sig. Don Alessandro Volta Como.

Amico Car.mo e Stim.mo

Milano, 8 Agosto 1775.

Ho inteso tutto dall’ultima sua, e me ne rallegro moltissimo. Quello che parmi diffi- cile si è che non si abbia una diminuzione dell’elettricità nel cavare scintille, anche con rinnovare sempre il giuoco del contatto. Quando poi non si avesse veramente nessuna di- minuzione sensibile, questa sarebbe la prova che il contatto sia un equivalente strofinamento. Avevo dato al GALEAZZI la sua lettera da mettere sulla gazzetta. Ma avendo trovato la stessa negli opuscoli ho ritirato la lettera. Qui si sono già fatte molte macchine simili, e per questa ragione le avevo suggerito di descrivere l’apparecchio. Ciò che ne dicono quelli, a cui l'ha comunicata, lo potrà intendere da loro medesimi. Io sono qui per servirla, e per renderle sempre ogni maggiore giustizia. Resto colla solita stima, e riconoscenza sottoscri- vendomi

Suo vero ed obblig.mo serv.re FRISI.

. Ho scelto una piccola lastra di cristallo nitidissima, ed asciugatala, bene al sole in giornata di freddissima tramontana, l’ho prima esplorata per accertarmi che non desse alcun indizio di elettricità: in tale stato l’ho posata per una delle sue faccie sopra un morbido cuscinetto di marrocchino: allora ac- costando un sottilissimo e mobilissimo filo alla faccia superiore e a quella parte che corri- spondeva al contatto dell’inferiore col cuscino nessun movimento benchè minimo ho po- tuto osservare, che ad elettricità si potesse attribuire; bensì spiccando la lastra dal cu- scinetto su cui riposava, appena ne lo ebbe abbandonato che coll’attrazione del filo mani- festò si dall’una che dall’altra faccia sensibile elettricità.
Egli non è a dire quanto compa- risse più viva cotesta elettricità se al tempo che posava la lastra io la premeva alquanto sul cuscino; ad ogni modo non compariva mai che allo staccarnela. Ho fatto la medesima sperienza e coll’istesso successo, anzi migliore posando la lastra di cristallo sopra il mer- curio; ogni volta che la levavo dal contatto di esso mi dava chiarissimi segni elettrici. Or da queste sperienze rilevasi che una piccola pressione vale a far passare il fuoco elettrico da un corpo all’altro, ne’ quali poi trovandosi sbilanciato manifestasi coi soliti segni sol quando si separano: non vorrei neppure assicurare che di pressione faccia bisogno; basta forse il contatto solo; e la pressione non per altro promove maggiormente l’effetto che per- chè adduce più punti al contatto: così la percossa favorisce dippiù; e lo sfregamento, mul- tiplicando quasi infinitamente i contatti delle superficie.

; ma ben

Vol. III, N° XLV (I).

Brano autografo di Cart. Volt. II, § VII, nota (d).

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varj, e moltissimi sono i corpi, che all’uopo nostro impiegar si possono, cioè mano, carta, panno, pelle etcc.

Con qualunque dei mentovati corpi, e con altri pure si riesce, conve- nientemente strofinandoli contro la faccia resinosa, ad eccitarvi l’elettricità, sol che sieno asciutti; con alcuni più, con altri men bene: sopra tutti fa benis- simo un pezzo di pelliccia morbida di lepre, o di gatto, purchè asciugata bene al sole, o al fuoco.

VIII. È mestieri ricorrere a questo mezzo dello stropicciamento, quando altro non ve n’ha, onde prender l’elettricità, dirò così, ad imprestito, quando non abbiamo in pronto altra machina elettrica, nè altro elettroforo che sia già bello e animato; e dove quello che si vuol mettere in azione non possieda nè punto, nè poco di elettricità. Che se egli pur ne avesse un picciol grado; se godesse ancora di un comunque debole, e meschino residuo, tanto solo basterebbe, mettendolo a profitto, per rinvigorire l’elettricità a quel più alto segno, di cui è capace l’Elettroforo: e ciò mediante il giuoco di una pic- ciola boccetta di Leyden, che chiamerò boccetta di rinforzo.

Come tal cosa succeda di far rivivere l’elettricità illanguidita, e omai venuta meno, mettendone coll’impiego della boccetta a profitto i deboli avanzi, or or lo vedremo.

IX. Caricata la faccia resinosa, vale a dire impressavi in qualunque modo l’elettricità, e passatovi sopra lo scudo isolato nel mezzo, toccate or questo col dito, vi darà una piccola, ma pungente scintilla: Che se toccate a un tempo con un’altro dito anche il piatto, ne rileverete una commozione proporzionata alla grandezza dell’Elettroforo (il quale, come ben si com- prende, è un vero quadro Frankliniano), e alla forza della carica.

X. Dopo il toccamento, ossia dopo tale scarica, con cui sembra estinta ogni elettricità, alzando per i suoi cordoncini lo scudo, eccolo rivestito di virtù elettrica: esso vi scaglia vivace scintilla contro la nocca del dito, o un pezzo di metallo che gli presentiate: scintilla che balza a molto maggior distanza che quella uscita prima dallo stesso scudo allorchè copriva la faccia della resina, e fu toccato (§ preced.).

XI. Posato lo scudo un’altra volta sulla faccia resinosa, e toccato come innanzi, vi torna a dare la piccola pungente scintilla, oppure la vera scossa se toccate insiememente anche il piatto; ma la scintilla, e la scossa sono que- sta volta men gagliarde d’assai, cioè quali può dar una piccola carica (§ 9). Sol- levato di bel nuovo vibra lo scudo la sua scintilla forte e allegra nella mano nulla meno che la prima volta (§ preced.): e così poi sempre proseguendo ad alzarlo, ed abbassarlo cogli alternati toccamenti e dieci, e cento, e mille volte, per ore, per giorni, per mesi, avrete sempre la piccola scarica dallo scudo posato, e la vivace scintilla dal medesimo sollevato.

XII. È però vero che decade a poco a poco la virtù sì per forza di replicate prove, che per le lunghezza di tempo: decade massimamente in un'Elettroforo assai piccolo, cosicchè a capo di alcune settimane, e talvolta solo di alcuni giorni viene a smarrirsi del tutto, o quasi; dove all’incontro in un'Elettroforo grande rimane ancor sensibile dopo varii mesi di riposo. Ma niente di più facile che il prevenire la totale estinzione, e ridurre al pri- miero vigore l’infievolita elettricità senz'opera di strofinamento e il soccorso d’elettricità straniera, senza ajuto d'altri corpi animati di elettricità, ricor- rendo solo alla nostra boccetta di rinforzo, come accennato abbiamo § 8. Ecco come si procede.

XIII. Fate scoccare le scintille dallo scudo alzato contro l’uncino della boccetta. Da molte di tai scintille replicate avvegnachè debolissime, riceverà la boccetta una qualche carica: ordinariamente con venti, o trenta di quelle per debole ancor che sia cotesta carica, non di meno è sufficiente all’uopo. Allora prendete la boccetta per il suo ventre, e posatela sopra la nuda fac- cia resinosa; indi portate la mano all’uncino, ritiratala però prima dalla pancia, altrimenti vi si scaricherebbe a un tratto col darvi la commozione. Reggendo così per il solo uncino la boccetta conducetela leggermente sopra la faccia resinosa, innanzi indietro, e d'intorno, in bella maniera, e sì, che visiti molta parte di essa, e su tutti i punti, ove scorre, e tocca il fondo della boccetta vi distribuisca, e comparta l'Elettricità (§ 4) ond’essa si va sca- ricando. Questa scarica che si fa seguentemente, e che talora, quando cioè la boccetta ricevè forte elettricità, si rende sensibile con crepiti, e raggi di luce spiccianti come corona attorno al fondo della boccetta che rade la fac- cia resinosa, questa scarica, dissi, di elettricità che già piove dal fondo della boccetta dessa è che rinforza l’elettricità della faccia resinosa.

Or siccome tal rinforzo all'Elettroforo è portato a vero dire per mezzo della boccetta; ma la carica di essa non altronde ha origine che dall’Elettro- foro medesimo, così chiamo questo giuoco della boccetta il rifondere l’elet- tricità. E come mercè un tal rifondere quella elettricità che la mia macchina conserva già, da sè assai lungo tempo, si può rendere non che durevole per lunghissimo tratto, ma perenne, così al nome di Elettroforo, il più acconcio per una tal machina, ho aggiunto il predicato di perpetuo che a tutto buon diritto gli conviene.

XIV. Si può rifondere l’elettricità sulla faccia resinosa eziandio coperta del suo scudo (§ 3), sol che su questo si posi la boccetta carica indi ritirata la mano dalla pancia, come sopra (§ preced.) si tocchi con un dito, o comunque l’uncino della boccetta medesima per provocarne la scarica: nè accade in questo caso di menare la boccetta, e farla scorrere su e giù, mentre un sol punto dello scudo che essa tocchi, è bastante (§ 5).

Ma procedendo per tal modo è necessario che la boccetta, la quale si posa sullo scudo abbia una carica di elettricità abbastanza forte per giu- gnere a rinvigorire quella della faccia resinosa; dappoichè una buona parte si ferma nello scudo medesimo (§ 6). Egli è pertanto preferibile, quando si tratta di rifondere, la prima maniera (§ preced.) che è di condur la boc- cetta sopra la faccia nuda della resina; e preferibil tanto, che nell’altro modo non è tampoco possibile venirne a capo allorquando abbiamo nell’Elettro- foro un residuo di Elettricità assai meschino.

XV. Conviene adunque ricorrere alla boccetta di rinforzo, e al miglior modo di adoperare con essa, ogni qualvolta si mette mano all’Elettroforo dopo lungo tempo che è stato in riposo, o dopochè stancato sotto le prove (§ 12), o per qualunque altra circostanza si trova la virtù elettrica molto illanguidita. Nè basta talora il rifondere una sol volta, quando l’elettricità sia venuta meno omai del tutto: in tal caso bisogna ripetere il giuoco due, tre, quattro volte per portare l’elettricità al suo sommo. In ogni caso per riuscir bene, e sicuramente, alcune attenzioni si ricercano.

XVI. E prima riguardo al semplice Elettroforo deesi osservare che lo scudo s’addatti bene alla faccia resinosa, come da principio si è detto (§ 1). Non già che sia necessario un esatto combaciamento; mentre anche posando su pochi punti lo scudo, e fin tenendosi tutto sollevato dalla faccia resi- nosa, quando ciò sia di picciol tratto, e in tale posizione toccandolo col dito vi dà tuttavia la piccola scintilletta (§ 9); e conseguentemente bal- zandolo molto più in alto, vi scaglia l’altra più vivace scintilla (§ 10); ma e l’una, e l’altra diviene a proporzione più piccola, che tutta la superficie inferiore dello scudo o molta parte di essa erasi meno accostata alla fac- cia resinosa: più piccioli, dico, divengono i segni elettrici, a cagione del mi- nore accostamento, in una proporzione grandissima; cosicchè dal tenersi lo scudo di una linea, o di due alzato dalla faccia resinosa, dal venire ad un ampio contatto, o dal rimanerne in molti punti fuori di esso, cresce, o scema a molti doppii la forza d’elettricità che indi dispiega lo scudo balzato in alto.

XVII. Quanto lo strato resinoso è men grosso, tanto più davvicino dee affacciarglisi lo scudo, e tanto maggior differenza risultane riguardo alla forza degli effetti per picciola diversità di distanza, per un più, o meno esatto combaciamento. Ma sebbene cotal differenza non sia tanto grande per gli strati grossi, essa è però tale ancora da farci mettere ogni studio per otte- nere negli Elettrofori il più esatto combaciamento che sia possibile dello scudo colla faccia resinosa.

XVIII. Del resto lo strato vuol essere sottile anzichenò per conservar meglio l’elettricità impressa, e per riceverne una più forte. Da altra parte uno strato grosso fa che lo scudo, quand’anche per avventura non s’addatti bene a combacciare la faccia resinosa, ciò non faccia così gran difetto (§ preced.); ma poi fa mestieri per trarne la scintilla piena, e vigorosa, levar lo scudo tanto più in alto, quanto lo strato resinoso è più grosso.

Così lo strato sottile, e lo strato grosso han ciascuno i suoi convenienti, e i suoi inconvenienti: e tali, che bene ponderati ci deono portare a prefe- rire per gli Elettrofori piccioli uno strato sottile di una linea più o meno; per i grandi uno strato grossetto di due, tre linee, e più ancora.

XIX. Venendo ora alle avvertenze nel rifondere. Bisogna far in modo nel girare la boccetta, che il di lei fondo percorra sì la faccia resinosa (§ 13); ma che non giunga prima d’averla bene percorsa, e visitata a toccar l’orlo metallico del piatto; poichè allora si scaricherebbe essa boccetta a un tratto, e senza prò. Lo stesso accader potrebbe, se lo strato resinoso fosse oltremodo sottile, o in alcun luogo screpolato, cosicchè potesse saltare la scintilla dal fondo della boccetta al piatto medesimo.

Perchè la scintilla non salti ove havvi per avventura qualche screpolo nella resina, non vi vuol molto: basta schifarlo, cioè non passarvi nè sopra, nè assai vicino col fondo della boccetta. Ma se imprimer si volesse l’elettri- cità sulla faccia resinosa coperta del suo scudo, fa d’uopo che questo e ri- manga nel mezzo isolato, cioè discosto sufficientemente dagli orli del piatto, e che sotto non v’abbia nella resina screpoli, o fenditure.

XX. La boccetta dee essere ben asciutta. Non vorrebbe neppure il collo di essa esser nudo, ma intonacato di ceralacca, o d’altro mastice resinoso, per essere questi corpi men soggetti all’umido, che non sia il vetro. Le cor- dicelle di seta dello scudo hanno pur esse ad esser asciutte, e monde. Che sia asciutta la faccia resinosa, non importa molto: si può anzi tutto appannare coll’alito della bocca, o altrimenti con poco detrimento: importa molto più che non sia grandemente sudicia

Tal sudicezza quando abbisogni, si può facilmente togliere senza che faccia biso- gno di fondere di nuovo tutto il mastice, mercè di raschiarlo soltanto, indi squagliare ap- pena il fior della superficie, col tenerla rivolta contro i carboni accesi in un bragiere, od anche solo contro la fiamma di un cerino, se il piatto non è così machinoso che regger non si possa; o se lo è, col passar sopra a poca distanza un ferro rovente.

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XXI. Quanto più è picciola la boccetta, tanto è meglio, atteso che più presto si carica. Se fosse però picciola oltremodo, non varrebbe a compartire elettricità che sopra poca estensione della faccia resinosa: dee dunque essere più grandicella a misura dell’ampiezza dell'elettroforo. Una boccettina la quale abbia due o tre pollici quadrati di superficie armata, è più che suffi- ciente per un elettroforo da tasca di circa sei pollici di diametro: nè per uno di due, e fin tre piedi si ricerca più che una boccetta di sei pollici quadrati d’armatura.

Così dunque vuol essere sempre picciola dal più al meno la boccetta di rinforzo. Ma un’altra boccia che si destini all’esperienza della commozione, o ad altro uso, può essere, ed è bene che sia di mediocre grandezza, ed anche assai grande qualora si opera con un Elettroforo machinoso; e questa si po- trà caricare convenevolmente dopo che col giuoco della prima si abbia già portata la forza dell’elettricità a un buon segno.

XXII. Acciò la scintilla dello scudo scocchi bella, e allegra contro l’un- cino della boccetta, e prontamente, e vigorosamente la carichi, conviene che esso uncino termini in un pomo, ossia palla metallica tonda, e liscia; ma singolarmente che l'armatura esteriore della boccetta comunichi col piatto dell’Elettroforo o immediatamente toccandolo, o per mezzo di un filo metallico, o per l'interposizione della mano. Se communichin solamente per mezzo d’un tavolo di legno su cui posano ambedue, la scintilla non bal- zerà dallo scudo al pomo della boccetta piena, e vigorosa, bensì stridente, o spezzata come se incontrasse ostacolo (ciò massimamente succede in un Elettroforo grande): l’incontra diffatti un ostacolo, ed è la resistenza a ca- ricarsi dell'interna superficie della boccetta corrispondente alla resistenza che a prendere l’elettricità contraria (come vuole la teoria delle cariche) trova la superficie esteriore dalla parte del legno cui solo è in contatto, e nel quale, per essere esso legno imperfetto conduttore non può muoversi liberamente, e colla necessaria rapidità tutta la dose di fuoco elettrico che vorrebbe. Che sia così, si fa manifesto per lo scoppiare di viva scintilla dal fondo, ossia este- rior veste della boccia contro l’orlo del piatto, se questo è di poco discosto, o contro qualche altro buon conduttore metallico, o contro un dito, che a quella si trovi vicino, all'atto che il pomo trae la sua scintilla dallo scudo, lo scoppiar, dissi, a un tempo stesso viva scintilla dal fondo della boccia anzi che scorrere il fluido elettrico in silenzio, ed invisibilmente per entro al tavolo.

XXIII. Stando l’Elettroforo collocato, come d’ordinario, sopra un ta- volo, non si ricerca più che il toccare con un dito, o con un pezzo di me- tallo lo scudo mentre posa sulla faccia resinosa; e non è punto necessario di toccare unitamente anche il piatto (§ 9). Che se questo piatto si tenesse per qualunque modo isolato, o isolato fosse il corpo con cui si tocca lo scudo, non basterebbe questo solo toccamento. Egli è necessario stabilire una com- municazione di corpi deferenti tra lo scudo e il piatto, che sono le due ar- mature, per fare la scarica del quadro, quale abbiam detto che è il nostro Elettroforo (§ id.). Ma anche quando il piatto non è assolutamente isolato, ma posa sopra di un tavolo di legno, il toccar quello unitamente allo scudo sebbene non necessario come dicemmo, giova però d’assai, massime trat- tandosi di un Elettroforo grande; perocchè altrimenti non si compie bene e in istante tale scarica quando dee condursi per il giro di tutto il corpo di chi tocca, del pavimento, e del legno del tavolo, corpi non molto defe- renti, come allorchè si eseguisce e termina per il breve arco di due diti, o di un sol pezzo di metallo: e altronde noi abbiam bisogno che si compia appunto in un istante, quando si fa giuocare l’Elettroforo in fretta.

XXIV. E appunto per riuscir bene dee ogni cosa farsi destramente, e con ispeditezza. Celere sia l’alzare, ed abbassare alternatamente lo scudo, ed agile il dito a toccarlo quando posa sulla faccia resinosa, e quinci a ri- tirarsi.

XXV. Ma siccome questo giuoco medesimo del dito di toccar lo scudo, e scappare, non sa farsi da alcuni, cui tali sperienze non sono ancor rese famigliari, con tutta l’agilità che si richiederebbe, così tornerà a grado ad essi il facile mezzo di supplirvi, che è o di fare lo scudo tanto grande, che in posandolo sulla faccia resinosa giunga a toccare quà o là gli orli del piatto, o di stendere un fil di rame, od una lastretta che communichi in qualunque modo col piatto sulla faccia medesima, tanto che lo scudo venendo a posarvi abbia a toccare tal corpo metallico, e per esso fare la scarica.

Disposto che sia così l’Elettroforo, altro giuoco, altro movimento non si ricerca per averne gli effetti, che di alzare, ed abbassare lo scudo, ed ognuno per inesperto che sia vi riesce senza imbarazzo. Ma conviene poi trattandosi di rifondere l’Elettricità avere l’avvertenza girando la boccetta di non passar troppo vicino alla lastretta metallica, poichè ivi si scaricherebbe essa boc- cetta inutilmente (§ 19). Da tale lastretta metallica, che giace sulla faccia resinosa il mezzo altresì viene impedito d’infondere l’elettricità su d’essa faccia allorchè sopra vi posa lo scudo. Da altra parte ci è tolto il piacevole giuoco, e diciam pure istruttivo, di fare a nostra posta che lo scudo dia, o non dia la scintilla quando s’innalza, secondo che lo tocchiamo, o lasciam di toccarlo quando posa. Per le quali cose chi ha la mano obbediente, e av- vezza a simile giuoco, preferirà d’ordinario un Elettroforo, in cui convenga toccare lo scudo quando posa: o veramente ciò, che è il meglio per tutti, e in ogni caso, vi addatterà una lastretta da togliere, e riporre a volontà.

XXVI. Lo scudo dee alzarsi più che si può parallelo alla faccia resi- nosa, e ricadervi sopra nel bel mezzo. S’alzi a quattro, a sei, a dieci, e più pollici ancora secondo che l’Elettroforo è più grande, e più grosso lo strato resinoso, e più poderosa l’elettricità: perocchè lo scudo tanto più dispiega di forza quanto più alto si solleva fino al segno d’esser tratto fuori dalla sfera di attività, o vogliam dire atmosfera elettrica della faccia resinosa.

Or questa sfera di attività è più estesa, ove l’elettricità impressa nella faccia resinosa sia più forte: ciò ben si comprende. È parimenti più estesa, ove la superficie della resina sia più ampia; ed eziandio qualora abbia mag- gior spessezza. Il che sebbene non s’intenda a prima giunta così facilmente, massime riguardo a quest’ultimo, pure si farà per noi chiaro a suo luogo. Intanto sicuri del fatto cioè che per tutte le notate circostanze viene ad avere maggiore estensione l’atmosfera elettrica, conchiuder dobbiamo, che con- viene dunque, perchè non vi sia più immerso lo scudo, sollevarlo più in alto.

XXVII. Con nulla più delle accennate avvertenze, e con quella de- strezza che presto si acquista famigliarizzandosi con ogni sorta di sperienze, riuscirassi, com’io riesco sempre, a risuscitare senz’opera di strofinamento, col mezzo della boccetta di rinforzo, l’elettricità, di un Elettroforo già quasi smarrita, a risuscitarla dico dal più tenue grado di forza qual’è di non dare lo scudo alzato neppure un’esile scintilla, e sol attrarre debolmente un leg- gier filo, al massimo grado che acquistare mai possa, cioè fino a dar crepiti, e scagliar fiocchi di luce tutt’all’intorno contro l’aria istessa, non che con- tro i corpi, che gli si presentino.

XXVIII. Acciò però ritenga maggior dose di elettricità questo scudo, nè sia così proclive a diffonderla da sè stesso onde non se ne possano a grado nostro eccitare belle, e grosse scintille, convien che non abbia angoli, o prominenze, che sia levigatissimo e brunito massime negli orli, i quali hanno ad essere grossi, e ben ritondati, come accennato abbiamo da principio (§ 1).

XXIX. Un Elettroforo ben costruito, e ben maneggiato, che sia sol di mediocre grandezza, può tener luogo di una machina elettrica ordinaria, servendo non solo a vibrar semplici scintille, e a caricar boccie (§ 10, 11, 13, 21); ma ad elettrizzare conduttori, persone isolate, e generalmente per ogni altra esperienza elettrica: con questa prerogativa di più, che anche in tempi poco all’elettricità propizj, e quando le machine ordinarie punto, o poco agiscono senza esporle al fuoco, l’Elettroforo giuoca sufficientemente, e al più ricerca che si asciughino i cordoncini di seta, e la boccetta di rin- forzo, poco altronde pregiudicando la più grande umidità alla faccia resinosa (§ 20).

Se poi l’Elettroforo è assai grande, che porti e. g. lo scudo di due o tre piedi di diametro, le scintille che se ne ottengono sorpassano di gran lunga in forza quelle di qualsivoglia machina a globo, o a disco: si può facilmente con tal Elettroforo caricar batterie, ammazzar animali, fonder fili di me- tallo etc.

A far l’Elettroforo di qualunque grandezza non c’e grande difficoltà. Un gran ta- volo di legno foderato di laminette di piombo, o di latta, tien luogo del piatto. Lo scudo può farsi similmente di legno, o se bramasi ancor più leggiero, di pastello, ossia carta ma- sticata, vestito di sottil laminetta di stagno, od inargentato. Non così può costruirsi di qualunque grandezza una macchina elettrica ordinaria; imperciocchè ove trovar globi, o di- schi di molti piedi di diametro?

In luogo di un solo gran piatto, molti assieme contigui, od anche alquanto discosti l’un dall’altro possono servire, sui quali tutti posi un solo scudo; o viceversa molti piccioli scudi connessi insieme, che posino sopra un solo gran piatto: o finalmente un complesso quinci di scudi, quindi di piatti si potranno far agire a modo di un solo Elettroforo. E quante altre combinazioni fare non si possono giuocar facendo molti, o pochi di tai pezzi, con elettricità diverse, etc.? Ma per capirne gli effetti, è necessario comprender prima bene la teoria, che in altro capo spiegheremo, mercè la quale non solo tutti gli effetti nelle sì varie combinazioni s’intenderanno, ma si potranno sicuramente prevedere.

In un Elettroforo grandissimo porta incomodo l’alzare colla mano l’enorme scudo, il quale, ancorchè di legno, riesce pesante. Di carta masticata lo sarebbe assai meno; ma in- comoda sempre la persona di molto quel dovere stendere il braccio per tener il ventre ab- bastanza discosto dallo scudo che s’alza, onde non vi balzi da questo la scintilla, o gli abiti non ne disperdano comunque l’elettricità. Io avea suggerito fin dai primi mesi che inventai l’Elettroforo, di adattare o leva, o carrucole per alzare lo scudo standone da lungi: or posso dire d’avere diretta l’esecuzione di uno a casa di un amico, col giuoco appunto di leva, e carrucole insieme, che chiamerò il doppio Elettroforo a bilancia

La parte che segue non appare nella Appendice di O 12, ed è ivi sostituita dai seguenti periodi:

« Alcuni fisici dietro alle mie idee hanno costrutto degli elettrofori di enorme grandezza, « e ne hanno ottenuto effetti prodigiosi. Tra questi è il principe di KOWPER il quale mi « scrive di averne fatto fabbricare uno di sette piedi di diametro, gli effetti di cui sorpassano « ogni espettazione ».

In O 12 trovasi « Kowper » invece di « Cowper ». [Nota della Comm.].

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Eccone l’idea, e lo sbozzo.

Quanto segue è autografo del V., e la figura ivi richiamata manca in I 1. [Nota della Comm.].

A B A B son due Elettrofori di quasi tre piedi di diametro, amendue gli scudi dei quali si alzano alternatamente col moto facile dell’asta ossia leva F F, facile, dico, comunque gli scudi B B siano pesanti, poichè l’uno bilancia l’altro. C è una forte colonna di legno a foggia di candeliere, che si regge ferma e inconcussa su tre piedi fissati su d’un tavolo con tre forti viti p p p. L’asta F F mobile sul perno b della colonna giuoca altresì dentro i due scavamenti arcuati c c, i quali le fissano i termini dell’innalzamento e dell’abbassamento, e le impediscono di muoversi innanzi e indietro. A ciascuna estremità dell’asta è attaccata una corda l o l o che passando a cavallo delle rispettive girelle G G fissate in alto a due bracci E E che sorgono dall’istessa colonna C, giù pendono, e terminano in due fiocchi o o aventi in mezzo un piccol anello t, a cui s’appende per mezzo de’ soliti tre cordoncini di seta i i i il rispettivo scudo. Ma perchè annodando semplicemente questi cordoncini diffi- cilmente farebbesi ciò in modo che lo scudo si alzasse parallelo al piatto, ed anche otte- nuto una volta si perderebbe ben presto tale parallelismo per l’allungarsi od iscorciarsi più o meno dell’ una o dell’altra cordicella, perciò è aggiustata una piccola lastra tonda di ot- tone m, in cui si muovono a vite tre uncini n n n, onde si possa agevolmente, avanzandoli o ritirandoli giusta l’occorrenza, rimettere al suo parallelismo lo scudo. Un altro più grosso e largo uncino r sorge dal centro della lastretta, ed è per esso che si appende all’anello t il nostro scudo, e si leva, come piace.

Conviene infatti levare uno dei due scudi, acciò ambi coprano la rispettiva faccia resi- nosa, quando vuolsi lasciar lunga pezza in riposo la macchina, altrimenti la faccia scoperta perderebbe in non molto tempo l’elettricità impressa. È inutile il dire, che tali debbono essere le lunghezze delle due corde, che appesivi gli scudi, quando l’uno posa sul suo piatto l’altro resti sollevato.

Dietro la colonna, e alla distanza d’un piede, pende sospeso da due cordicelle di seta u u raccomandate ai braccetti h h sporgenti da’ bracci E E un grosso cilindro d’ottone H, che termina alle estremità in due grosse sfere, tutto cavo, il quale fa l’officio di Conduttore, e riceve alternatamente le scintille dall’uno e dall’altro scudo, che vengono ad incontrare e percuotere le palle s s pendenti da pieghevole fil di rame.

In questa macchina più che in ogn’altro Elettroforo semplice riuscirebbe di grande in- comodo il dover portare il dito od altro a toccar ciascheduno scudo quando posa; perciò vi sono adattati al lungo della faccia resinosa due fili metallici a a (§ 25) abbastanza grossi; ma impressi a fondo nella resina medesima cosicchè sopravanzino appena il fior della super- ficie, cioè tanto solo quanto basta perchè possano essere toccati dai rispettivi scudi nel venir questi a posar sopra.

Mi si domanderà a che servono le girelle G G; e se non basterebbe appendere semplice- mente i due scudi alle estremità dell’asta F F. Servono le girelle a far che la corda Go Go, e in conseguenza gli scudi appesi nel montare e discendere non vengano balzati dalla linea perpendicolare: chè se fosser le corde attaccate unicamente all’estremità dell’asta, l’alzarsi ed abbassarsi di questa le farebbe grandemente oscillare, e con esse gli scudi a destra e a sinistra. Potrebbesi è vero correggere un tal difetto facendo terminare le estremità ll del- l’asta in un arco o porzion di circolo, con che le corde attaccatevi, per il moto di alzare ed abbassare non sortirebbero dalla lor linea. Ma nelle girelle io provo un altro vantaggio, ed è che per l’interposizione di queste è assai più facile a regolare e temperar il moto degli scudi così, che non cadano troppo bruscamente a percuotere i rispettivi piatti: oltredichè mi è facile lasciar sospeso, e come voglio, ritirata anche la mano, qualunque dei scudi, senza pur che siano esattamente equiponderati; l’affritto delle girelle a ciò supplendo.

Una sola mano, come si vede, e con picciola forza basta a far giuocare questo doppio Elettroforo a bilancia. Quando pur si volesse aver ambe le mani in libertà, e supplire col moto d’un piede, egli è facilissimo adattarvi una calcola. Ma a questo e ad ogn’altro simile mezzo io preferisco ancora di operare colla mano immediatamente applicata a un braccio F dell’asta; mercecchè con questa posso, e so meglio regolare il moto.

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Finalmente un Elettroforo piccolo, e tale da portarsi commodamente in tasca, se non può molto, può sempre più che una machina ordinaria di egual mole: esso vi darà delle scintillette belle, e buone; e vi caricherà una boccetta in modo da far sentire una discreta commozione. Commodissimo poi riesce non che sufficiente per varie dilettevoli, e nuove sperienze, per le quali si fa sempre più raccomandabile, e divenuto è oggigiorno cercatissimo: e sono le sperienze della mia pistola, e della mia lucerna, o accendi-fuoco ad aria infiammabile.