DESCRIZIONE
ED USO
DELL'ELETTROFORO
I. L’Eletroforo consta di uno strato non molto grosso o di solfo, o di
ceralacca, o di qualche altro mastice resinosoLo strato di solfo ottimo sarebbe attesa l’estrema facilità ad elettrizzarsi per isfre-
gamento; ma oltrecchè è soggetto a spezzarsi, e a screpolare per le vicende del caldo, e
del freddo, egli lascia sempre nel toccarlo, e fregarlo una polvere, e un’odor disgustoso.
La cera-spagna va esente da questi incommodi grata essendo all’occhio, e all'odore, meglio
si attacca al piatto, e non iscrepola così facilmente: altronde non è molto, o guari d’infe-
rior virtù allo zolfo; perciò io la preferisco e a questo, e ad ogn’altro per gli Elettrofori
piccioli. Ma per i grandi essa è di troppa spesa: per questi dunque m’appiglio a qualche
composto di sostanze resinose, e ne fo di varie sorti con ragia di pino, colofonia, o pece greca,
pece nera, trementina, cera, asfalto; impiegandovi or le une, or le altre, or due, or tre, or
più di tali sostanze; or maggior dose di questa, or di quella; mescendovi al bisogno pol-
vere sottile di marmo; facendo cuocere, e bollire l’impasto più, o men lungamente; tal che
ne risulti un mastice, che caldo possa scorrere, e distendersi ben uguale, e piano sopra il
suo piatto, e quinci indurirsi convenevolmente senza essere sottoposto a screpolamenti, e
venga a ritener la faccia il più che sia possibile liscia, e unita. Sebbene tali mastici riescano
per lo più meno eccitabili allo stropicciamento che il zolfo, e la cera-spagna, alcune volte
però adoperando materie ben purgate, e tirando a lungo la cottura ho ottenuto dei mastici
stupendi, che non la cedean punto nè alla ceralacca, nè allo zolfo. Gli altri poi tutti an-
che più imperfetti sono tuttavia obbedienti abbastanza per potervi senza difficoltà eccitare,
tanto di virtù elettrica, che mettendola a profitto si possa tosto far salire al sommo grado
come spiegheremo a suo luogo. Del resto l’essere alquanto più restii a concepire l’elettricità
per istropicciamento, non li fa già essere più duri a riceverla per comunicazione, nè men
tenaci a conservarla: nella quale tenacità, e durevolezza della virtù elettrica impressa con-
siste propriamente l’uso, e la prerogativa dell’Elettroforo.
metallo, la quale io chiamo
di
questo corretta, ed è perciò rispettata nella pubblicazione
me chiamata Questo scudo ha gli orli competentemente
grossi, e ben ritondati, ed è dappertutto liscio, e forbito; nel centro ha im-
doncini di setaPreferisco i cordoncini di seta al manico di vetro, il quale rare volte isola bene,
a cagion dell’umido, che facilmente la di lui superficie contrae. Se lo intonaco di ceralacca,
o di mastice, egli mi serve assai meglio; ma sempre riescono più bene i cordoncini di seta,
che sian mondi, i quali posso tener lunghissimi, e riescono al di più commodissimi per una
macchina picciola da tasca, dove il manico solido sarebbe imbarazzante.
II. A metter in azione l’Elettroforo, conviene imprimere l’Elettricità
sulla faccia resinosa. Ciò fassi od eccitandola sopra la medesima immedia-
tamente per
III. Per communicazione si può prendere da qualunque corpo elettriz-
zato, e. g. dal
di un altro Elettroforo già animato, da una
Leyden, dalla Ritenendo l’Elettroforo con tanta costanza l’elettricità una volta impressavi, e po-
tendosi anzi in esso perpetuare come vedremo, è pur bella, e stupenda cosa il poter dire
l’elettricità che qui giuoca è ancor di quella che vi ho tirata giù da una nuvola tempestosa
mesi sono, anni sono.
sinosa, sia questa nuda, o sia coperta dal suo scudo.
IV. Se è nuda, bisogna far piover le scintille, ossia imprimervi l’Elet-
tricità non sopra un sol punto, ma bene spargerla ampiamente sulla faccia
resinosa passandovi sopra il corpo Elettrico, cioè o la boccia carica, o il con-
duttore, o lo scudo (§ preced.), in modo che ne venga quella ad esser vi-
sitata in lungo, e in largo.
V. Se è ricoperta del suo scudo, basta che il corpo elettrico lo tocchi
anche per un sol punto; mentre l’elettricità ricevuta per qualunque punto
tosto si comunica a tutto il corpo dello scudo, e vi si carica; onde esso poi
ne imprime, e distribuisce su tutti i punti della faccia resinosa che copre.
VI. Ma non vi imprime già tutta quella che esso scudo riceve: una buona
parte ne ritiene per sè; com’è facile accertarsene alzandolo isolato. Ricer-
casi dunque più forte elettricità a metter in azione l’Elettroforo per questa
guisa, che per l’altra d’imprimere immediatamente l’elettricità sulla faccia
resinosa nuda (§ 4), facendovi girar sopra il corpo elettrico.
VII. Il modo d’eccitar l’elettricità per isfregamento, comecchè diversi
mezzi adoperar si possano, ed attitudini diverse per istropiciare, si riduce
poi sempre ad un solo, che è di fare scorrere più, o meno bruscamente, con
più, o meno di pressione, e di celerità un corpo sopra l’altroSenza ancora che un corpo scorra sopra l’altro, la sola percossa produce l’elettri-
cità; più difficilmente però, e in minor grado. È stato creduto, che il solo calore in varj corpi,
e la sola fusione nel zolfo, e nelle resine bastassero ad eccitarla. Ma tranne la
che gode di tale proprietà singolarissima di divenne elettrica col solo riscaldarla, e quello, che
è più notabile, riscaldandola fin anche col vapore dell’acqua bollente, tutti gli altri corpi
vengono bensì a ricevere, da un previo calore intenso, o da un’attuale moderato l’ottima
disposizione ad elettrizzarsi, ma con quel solo non è mai che l’elettrica virtù vi si desti. Tale
ottima disposizione dal calore indotta fa, che qualunque leggerissimo sfregamento, qua-
lunque impercettibile percossa, o pressione, poco o molto di elettricità tosto vi facciano
comparire. Così il zolfo, e certe resine di fresco fuse, e finchè nitidissime sono, toccar non
si possono neppur colle dita, senza che i punti toccati dian quinci alcun segno di elettri-
cità. Se poi la massa traesi dal vaso in cui è stata fusa, e modellata, ecco che in tutta
quella superficie che fu in contatto del vaso dispiega assai vigorosa elettricità. Qual ma-
raviglia? Essa ha pur sofferto più che leggiero toccamento, anzi vero sfregamento pria nel
raffreddarsi, e contrarsi delle sue parti nel vaso; e poi anche nell’ismoverla, e staccarnela.
Io ho fatto alcune sperienze per vedere qual più leggier toccamento, e compressione basti
ad eccitare qualche segno di elettricità anche sul vetro
dente, in facsimile. Tutta questa nota poi manca nell’appendice di
gran parte di detta nota, e quasi sempre anche colle stesse parole, appare nei
tatto a sbilanciare il fluido elettrico, a conclusione dei fatti esposti nel
Di qui appare che lo sfregamento agisce soltanto in ragione di ».
« pressione, cioè che questa propriamente sia la cagione prossima movente l’Elettricità
riore ad
Paolo Frisi al V., che si pubblica per l’accenno alla persistenza dei segni elettrici nell’Elet-
troforo, che il Frisi erroneamente riconoscerebbe al contattoAll'Ill.
Il Sig. Don Alessandro Volta
Como.Amico Car.
Ho inteso tutto dall’ultima sua, e me ne rallegro moltissimo. Quello che parmi diffi-
cile si è che non si abbia una diminuzione dell’elettricità nel cavare scintille, anche con
rinnovare sempre il giuoco del contatto. Quando poi non si avesse veramente nessuna di-
minuzione sensibile, questa sarebbe la prova che il contatto sia un equivalente strofinamento.
Avevo dato al GALEAZZI la sua lettera da mettere sulla gazzetta. Ma avendo trovato la
stessa negli opuscoli ho ritirato la lettera. Qui si sono già fatte molte macchine simili, e
per questa ragione le avevo suggerito di descrivere l’apparecchio. Ciò che ne dicono quelli,
a cui l'ha comunicata, lo potrà intendere da loro medesimi. Io sono qui per servirla, e per
renderle sempre ogni maggiore giustizia. Resto colla solita stima, e riconoscenza sottoscri-
vendomiSuo vero ed obblig.
FRISI.
cristallo nitidissima, ed asciugatala, bene al sole in giornata di freddissima tramontana, l’ho
prima esplorata per accertarmi che non desse alcun indizio di elettricità: in tale stato l’ho
posata per una delle sue faccie sopra un morbido cuscinetto di marrocchino: allora ac-
costando un sottilissimo e mobilissimo filo alla faccia superiore e a quella parte che corri-
spondeva al contatto dell’inferiore col cuscino nessun movimento benchè minimo ho po-
tuto osservare, che ad elettricità si potesse attribuire; bensì spiccando la lastra dal cu-
scinetto su cui riposava, appena ne lo ebbe abbandonato che coll’attrazione del filo mani-
festò si dall’una che dall’altra faccia sensibile elettricità. Egli non è a dire quanto compa-
risse più viva cotesta elettricità se al tempo che posava la lastra io la premeva alquanto
sul cuscino; ad ogni modo non compariva mai che allo staccarnela. Ho fatto la medesima
sperienza e coll’istesso successo, anzi migliore posando la lastra di cristallo sopra il mer-
curio; ogni volta che la levavo dal contatto di esso mi dava chiarissimi segni elettrici. Or
da queste sperienze rilevasi che una piccola pressione vale a far passare il fuoco elettrico
da un corpo all’altro, ne’ quali poi trovandosi sbilanciato manifestasi coi soliti segni sol
quando si separano: non vorrei neppure assicurare che di pressione faccia bisogno; basta
forse il
chè adduce più punti al contatto: così la percossa favorisce dippiù; e lo
tiplicando quasi infinitamente i contatti delle superficie.
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mano, carta, panno, pelle etcc.
Con qualunque dei mentovati corpi, e con altri pure si riesce, conve-
nientemente strofinandoli contro la faccia resinosa, ad eccitarvi l’elettricità,
simo un pezzo di pelliccia morbida di lepre, o di gatto, purchè asciugata
bene al sole, o al fuoco.
VIII. È mestieri ricorrere a questo mezzo dello stropicciamento, quando
altro non ve n’ha, onde prender l’elettricità, dirò così, ad imprestito, quando
non abbiamo in pronto altra machina elettrica, nè altro elettroforo che sia
già bello e animato; e dove quello che si vuol mettere in azione non possieda
nè punto, nè poco di elettricità. Che se egli pur ne avesse un picciol grado;
se godesse ancora di un comunque debole, e meschino residuo, tanto solo
basterebbe, mettendolo a profitto, per rinvigorire l’elettricità a quel più
alto segno, di cui è capace l’Elettroforo: e ciò mediante il giuoco di una pic-
ciola boccetta di Leyden, che chiamerò
Come tal cosa succeda di far rivivere l’elettricità illanguidita, e omai
venuta meno, mettendone coll’impiego della boccetta a profitto i deboli
avanzi, or or lo vedremo.
IX. Caricata la faccia resinosa, vale a dire impressavi in qualunque
modo l’elettricità, e passatovi sopra lo scudo isolato nel mezzo, toccate or
questo col dito, vi darà una piccola, ma pungente scintilla: Che se toccate
a un tempo con un’altro dito anche il piatto, ne rileverete una
proporzionata alla grandezza dell’Elettroforo (il quale, come ben si com-
prende, è un vero
X. Dopo il toccamento, ossia dopo tale scarica, con cui sembra estinta
ogni elettricità, alzando per i suoi cordoncini lo scudo, eccolo rivestito di
virtù elettrica: esso vi scaglia vivace scintilla contro la nocca del dito, o un
distanza che quella uscita prima dallo stesso scudo allorchè copriva la faccia
della resina, e fu toccato (§ preced.).
XI. Posato lo scudo un’altra volta sulla faccia resinosa, e toccato come
innanzi, vi torna a dare la piccola pungente scintilla, oppure la vera scossa
se toccate insiememente anche il piatto; ma la scintilla, e la scossa sono que-
sta volta men gagliarde d’assai, cioè quali può dar una piccola carica (§ 9). Sol-
levato di bel nuovo vibra lo scudo la sua scintilla forte e allegra nella mano
nulla meno che la prima volta (§ preced.): e così poi sempre proseguendo
ad alzarlo, ed abbassarlo cogli alternati toccamenti e dieci, e cento, e mille
volte, per ore, per giorni, per mesi, avrete sempre la piccola scarica dallo
scudo posato, e la vivace scintilla dal medesimo sollevato.
XII. È però vero che decade a poco a poco la virtù sì per forza di
replicate prove, che per le lunghezza di tempo: decade massimamente in
un'Elettroforo assai piccolo, cosicchè a capo di alcune settimane, e talvolta
solo di alcuni giorni viene a smarrirsi del tutto, o quasi; dove all’incontro
in un'Elettroforo grande rimane ancor sensibile dopo varii mesi di riposo.
Ma niente di più facile che il prevenire la totale estinzione, e ridurre al pri-
miero vigore l’infievolita elettricità senz'opera di strofinamento e il soccorso
d’elettricità straniera, senza ajuto d'altri corpi animati di elettricità, ricor-
rendo solo alla nostra boccetta di rinforzo, come accennato abbiamo § 8.
Ecco come si procede.
XIII. Fate scoccare le scintille dallo scudo alzato contro l’uncino della
boccetta. Da molte di tai scintille replicate avvegnachè debolissime, riceverà
la boccetta una qualche carica: ordinariamente con venti, o trenta di quelle
per debole ancor che sia cotesta carica, non di meno è sufficiente all’uopo.
Allora prendete la boccetta per il suo ventre, e posatela sopra la nuda fac-
cia resinosa; indi portate la mano all’uncino, ritiratala però prima dalla
pancia, altrimenti vi si scaricherebbe a un tratto col darvi la commozione.
Reggendo così per il solo uncino la boccetta conducetela leggermente sopra
la faccia resinosa, innanzi indietro, e d'intorno, in bella maniera, e sì, che
visiti molta parte di essa, e su tutti i punti, ove scorre, e tocca il fondo della
boccetta vi distribuisca, e comparta l'Elettricità (§ 4) ond’essa si va sca-
ricando. Questa scarica che si fa seguentemente, e che talora, quando cioè
la boccetta ricevè forte elettricità, si rende sensibile con crepiti, e raggi di
luce spiccianti come corona attorno al fondo della boccetta che rade la fac-
cia resinosa, questa scarica, dissi, di elettricità che già piove dal fondo della
boccetta dessa è che rinforza l’elettricità della faccia resinosa.
Or siccome tal rinforzo all'Elettroforo è portato a vero dire per mezzo
della boccetta; ma la carica di essa non altronde ha origine che dall’Elettro-
foro medesimo, così chiamo questo giuoco della boccetta il rifondere l’elet-
E come mercè un tal rifondere quella elettricità che la mia macchina
conserva già, da sè assai lungo tempo, si può rendere non che durevole per
lunghissimo tratto, ma perenne, così al nome di
per una tal machina, ho aggiunto il predicato di
diritto gli conviene.
XIV. Si può rifondere l’elettricità sulla faccia resinosa eziandio coperta
del suo scudo (§ 3), sol che su questo si posi la boccetta carica indi ritirata
la mano dalla pancia, come sopra (§ preced.) si tocchi con un dito, o comunque
l’uncino della boccetta medesima per provocarne la scarica: nè accade in
questo caso di menare la boccetta, e farla scorrere su e giù, mentre un sol
punto dello scudo che essa tocchi, è bastante (§ 5).
Ma procedendo per tal modo è necessario che la boccetta, la quale si
posa sullo scudo abbia una carica di elettricità abbastanza forte per giu-
gnere a rinvigorire quella della faccia resinosa; dappoichè una buona parte
si ferma nello scudo medesimo (§ 6). Egli è pertanto preferibile, quando
si tratta di rifondere, la prima maniera (§ preced.) che è di condur la boc-
cetta sopra la faccia nuda della resina; e preferibil tanto, che nell’altro modo
non è tampoco possibile venirne a capo allorquando abbiamo nell’Elettro-
foro un residuo di Elettricità assai meschino.
XV. Conviene adunque ricorrere
modo di adoperare con essa, ogni qualvolta si mette mano all’Elettroforo
dopo lungo tempo che è stato in riposo, o dopochè stancato sotto le prove
(§ 12), o per qualunque altra circostanza si trova la virtù elettrica molto
illanguidita. Nè basta talora il rifondere una sol volta, quando l’elettricità
sia venuta meno omai del tutto: in tal caso bisogna ripetere il giuoco due,
tre, quattro volte per portare l’elettricità al suo sommo. In ogni caso per
riuscir bene, e sicuramente, alcune attenzioni si ricercano.
XVI. E prima riguardo al semplice Elettroforo deesi osservare che lo
scudo s’addatti bene alla faccia resinosa, come da principio si è detto (§ 1).
Non già che sia necessario un esatto combaciamento; mentre anche posando
su pochi punti lo scudo, e fin tenendosi tutto sollevato dalla faccia resi-
nosa, quando ciò sia di picciol tratto, e in tale posizione toccandolo col
dito vi dà tuttavia la piccola scintilletta (§ 9); e conseguentemente bal-
zandolo molto più in alto, vi scaglia l’altra più vivace scintilla (§ 10); ma
e l’una, e l’altra diviene a proporzione più piccola, che tutta la superficie
inferiore dello scudo o molta parte di essa erasi meno accostata alla fac-
cia resinosa: più piccioli, dico, divengono i segni elettrici, a cagione del mi-
nore accostamento, in una proporzione grandissima; cosicchè dal tenersi lo
scudo di una linea, o di due alzato dalla faccia resinosa, dal venire ad un
ampio contatto, o dal rimanerne in molti punti fuori di esso, cresce, o scema
a molti doppii la forza d’elettricità che indi dispiega lo scudo balzato in alto.
XVII. Quanto lo strato resinoso è men grosso, tanto più davvicino
dee affacciarglisi lo scudo, e tanto maggior differenza risultane riguardo alla
forza degli effetti per picciola diversità di distanza, per un più, o meno esatto
combaciamento. Ma sebbene cotal differenza non sia tanto grande per gli
strati grossi, essa è però tale ancora da farci mettere ogni studio per otte-
nere negli Elettrofori il più esatto combaciamento che sia possibile dello
scudo colla faccia resinosa.
XVIII. Del resto lo strato vuol essere sottile anzichenò per conservar
meglio l’elettricità impressa, e per riceverne una più forte. Da altra parte
uno strato grosso fa che lo scudo, quand’anche per avventura non s’addatti
bene a combacciare la faccia resinosa, ciò non faccia così gran difetto
(§ preced.); ma poi fa mestieri per trarne la scintilla piena, e vigorosa, levar
lo scudo tanto più in alto, quanto lo strato resinoso è più grosso.
Così lo strato sottile, e lo strato grosso han ciascuno i suoi convenienti,
e i suoi inconvenienti: e tali, che bene ponderati ci deono portare a prefe-
rire per gli Elettrofori piccioli uno strato sottile di una linea più o meno;
per i grandi uno strato grossetto di due, tre linee, e più ancora.
XIX. Venendo ora alle avvertenze nel rifondere.
Bisogna far in modo
nel girare la boccetta, che il di lei fondo percorra sì la faccia resinosa (§ 13);
ma che non giunga prima d’averla bene percorsa, e visitata a toccar l’orlo
metallico del piatto; poichè allora si scaricherebbe essa boccetta a un tratto,
e senza prò. Lo stesso accader potrebbe, se lo strato resinoso fosse oltremodo
sottile, o in alcun luogo screpolato, cosicchè potesse saltare la scintilla dal
fondo della boccetta al piatto medesimo.
Perchè la scintilla non salti ove havvi per avventura qualche screpolo
nella resina, non vi vuol molto: basta schifarlo, cioè non passarvi nè sopra,
nè assai vicino col fondo della boccetta. Ma se imprimer si volesse l’elettri-
cità sulla faccia resinosa coperta del suo scudo, fa d’uopo che questo e ri-
manga nel mezzo isolato, cioè discosto sufficientemente dagli orli del piatto,
e che sotto non v’abbia nella resina screpoli, o fenditure.
XX. La boccetta dee essere ben asciutta.
Non vorrebbe neppure il collo
di essa esser nudo, ma intonacato di ceralacca, o d’altro mastice resinoso,
per essere questi corpi men soggetti all’umido, che non sia il vetro. Le cor-
dicelle di seta dello scudo hanno pur esse ad esser asciutte, e monde. Che sia
asciutta la faccia resinosa, non importa molto: si può anzi tutto appannare
coll’alito della bocca, o altrimenti con poco detrimento: importa molto più
che non sia grandemente sudiciaTal sudicezza quando abbisogni, si può facilmente togliere senza che faccia biso-
gno di fondere di nuovo tutto il mastice, mercè di raschiarlo soltanto, indi squagliare ap-
pena il fior della superficie, col tenerla rivolta contro i carboni accesi in un bragiere, od
anche solo contro la fiamma di un cerino, se il piatto non è così machinoso che regger non
si possa; o se lo è, col passar sopra a poca distanza un ferro rovente.
XXI. Quanto più è picciola la boccetta, tanto è meglio, atteso che più
presto si carica. Se fosse però picciola oltremodo, non varrebbe a compartire
elettricità che sopra poca estensione della faccia resinosa: dee dunque essere
più grandicella a misura dell’ampiezza dell'elettroforo. Una boccettina la
quale abbia due o tre pollici quadrati di
ciente per un elettroforo da tasca di circa sei pollici di diametro: nè per uno
di due, e fin tre piedi si ricerca più che una boccetta di sei pollici quadrati
d’armatura.
Così dunque vuol essere sempre picciola dal più al meno la
rinforzoMa un’altra boccia che si destini all’esperienza della commozione,
o ad altro uso, può essere, ed è bene che sia di mediocre grandezza, ed anche
assai grande qualora si opera con un Elettroforo machinoso; e questa si po-
trà caricare convenevolmente dopo che col giuoco della prima si abbia già
portata la forza dell’elettricità a un buon segno.
XXII. Acciò la scintilla dello scudo scocchi bella, e allegra contro l’un-
cino della boccetta, e prontamente, e vigorosamente la carichi, conviene
che esso uncino termini in un pomo, ossia palla metallica tonda, e liscia;
ma singolarmente che l'armatura esteriore della boccetta comunichi col
piatto dell’Elettroforo o immediatamente toccandolo, o per mezzo di un
filo metallico, o per l'interposizione della mano. Se communichin solamente
per mezzo d’un tavolo di legno su cui posano ambedue, la scintilla non bal-
zerà dallo scudo al pomo della boccetta piena, e vigorosa, bensì stridente, o
spezzata come se incontrasse ostacolo (ciò massimamente succede in un
Elettroforo grande): l’incontra diffatti un ostacolo, ed è la resistenza a ca-
ricarsi dell'interna superficie della boccetta corrispondente alla resistenza che
a prendere l’elettricità contraria (come vuole la teoria delle cariche) trova
la superficie esteriore dalla parte del legno cui solo è in contatto, e nel quale,
per essere esso legno imperfetto conduttore non può muoversi liberamente, e
colla necessaria rapidità tutta la dose di fuoco elettrico che vorrebbe. Che
sia così, si fa manifesto per lo scoppiare di viva scintilla dal fondo, ossia este-
rior veste della boccia contro l’orlo del piatto, se questo è di poco discosto,
o contro qualche altro buon conduttore metallico, o contro un dito, che a
quella si trovi vicino, all'atto che il pomo trae la sua scintilla dallo scudo,
lo scoppiar, dissi, a un tempo stesso viva scintilla dal fondo della boccia
anzi che scorrere il fluido elettrico in silenzio, ed invisibilmente per entro al
tavolo.
XXIII. Stando l’Elettroforo collocato, come d’ordinario, sopra un ta-
volo, non si ricerca più che il toccare con un dito, o con un pezzo di me-
di toccare unitamente anche il piatto (§ 9). Che se questo piatto si tenesse
per qualunque modo
non basterebbe questo solo toccamento. Egli è necessario stabilire una com-
municazione di corpi
mature
Elettroforo (§ id.). Ma anche quando il piatto non è assolutamente isolato,
ma posa sopra di un tavolo di legno, il toccar quello unitamente allo scudo
sebbene non necessario come dicemmo, giova però d’assai, massime trat-
tandosi di un Elettroforo grande; perocchè altrimenti non si compie bene
e in istante tale scarica quando dee condursi per il giro di tutto il corpo
di chi tocca, del pavimento, e del legno del tavolo, corpi non molto
renti
di un sol pezzo di metallo: e altronde noi abbiam bisogno che si compia
appunto in un istante, quando si fa giuocare l’Elettroforo in fretta.
XXIV. E appunto per riuscir bene dee ogni cosa farsi destramente,
e con ispeditezza. Celere sia l’alzare, ed abbassare alternatamente lo scudo,
ed agile il dito a toccarlo quando posa sulla faccia resinosa, e quinci a ri-
tirarsi.
XXV. Ma siccome questo giuoco medesimo del dito di toccar lo scudo,
e scappare, non sa farsi da alcuni, cui tali sperienze non sono ancor rese
famigliari, con tutta l’agilità che si richiederebbe, così tornerà a grado ad
essi il facile mezzo di supplirvi, che è o di fare lo scudo tanto grande, che
in posandolo sulla faccia resinosa giunga a toccare quà o là gli orli del piatto,
o di stendere un fil di rame, od una lastretta che communichi in qualunque
modo col piatto sulla faccia medesima, tanto che lo scudo venendo a posarvi
abbia a toccare tal corpo metallico, e per esso fare la scarica.
Disposto che sia così l’Elettroforo, altro giuoco, altro movimento non si
ricerca per averne gli effetti, che di alzare, ed abbassare lo scudo, ed ognuno
per inesperto che sia vi riesce senza imbarazzo. Ma conviene poi trattandosi
di rifondere l’Elettricità avere l’avvertenza girando la boccetta di non passar
troppo vicino alla lastretta metallica, poichè ivi si scaricherebbe essa boc-
cetta inutilmente (§ 19). Da tale lastretta metallica, che giace sulla faccia
resinosa il mezzo altresì viene impedito d’infondere l’elettricità su d’essa
faccia allorchè sopra vi posa lo scudo. Da altra parte ci è tolto il piacevole
giuoco, e diciam pure istruttivo, di fare a nostra posta che lo scudo dia,
o non dia la scintilla quando s’innalza, secondo che lo tocchiamo, o lasciam
di toccarlo quando posa. Per le quali cose chi ha la mano obbediente, e av-
vezza a simile giuoco, preferirà d’ordinario un Elettroforo, in cui convenga
toccare lo scudo quando posa: o veramente ciò, che è il meglio per tutti,
e in ogni caso, vi addatterà una lastretta da togliere, e riporre a volontà.
XXVI. Lo scudo dee alzarsi più che si può parallelo alla faccia resi-
nosa, e ricadervi sopra nel bel mezzo. S’alzi a quattro, a sei, a dieci, e più
pollici ancora secondo che l’Elettroforo è più grande, e più grosso lo strato
resinoso, e più poderosa l’elettricità: perocchè lo scudo tanto più dispiega
di forza quanto più alto si solleva fino al segno d’esser tratto fuori dalla
sfera di attività, o vogliam dire atmosfera elettrica della faccia resinosa.
Or questa sfera di attività è più estesa, ove l’elettricità impressa nella
faccia resinosa sia più forte: ciò ben si comprende. È parimenti più estesa,
ove la superficie della resina sia più ampia; ed eziandio qualora abbia mag-
gior spessezza. Il che sebbene non s’intenda a prima giunta così facilmente,
massime riguardo a quest’ultimo, pure si farà per noi chiaro a suo luogo.
Intanto sicuri del fatto cioè che per tutte le notate circostanze viene ad avere
maggiore estensione l’atmosfera elettrica, conchiuder dobbiamo, che con-
viene dunque, perchè non vi sia più immerso lo scudo, sollevarlo più in alto.
XXVII. Con nulla più delle accennate avvertenze, e con quella de-
strezza che presto si acquista famigliarizzandosi con ogni sorta di sperienze,
riuscirassi, com’io riesco sempre, a risuscitare senz’opera di strofinamento,
col mezzo della
smarrita, a risuscitarla dico dal più tenue grado di forza qual’è di non dare
lo scudo alzato neppure un’esile scintilla, e sol attrarre debolmente un leg-
gier filo, al massimo grado che acquistare mai possa, cioè fino a dar crepiti,
e scagliar fiocchi di luce tutt’all’intorno contro l’aria istessa, non che con-
tro i corpi, che gli si presentino.
XXVIII. Acciò però ritenga maggior dose di elettricità questo scudo,
nè sia così proclive a diffonderla da sè stesso onde non se ne possano a grado
nostro eccitare belle, e grosse scintille, convien che non abbia angoli, o
prominenze, che sia levigatissimo e brunito massime negli orli, i quali hanno
ad essere grossi, e ben ritondati, come accennato abbiamo da principio (§ 1).
XXIX. Un Elettroforo ben costruito, e ben maneggiato, che sia sol di
mediocre grandezza, può tener luogo di una machina elettrica ordinaria,
servendo non solo a vibrar semplici scintille, e a caricar boccie (§ 10, 11,
13, 21); ma ad elettrizzare conduttori, persone isolate, e generalmente per
ogni altra esperienza elettrica: con questa prerogativa di più, che anche
in tempi poco all’elettricità propizj, e quando le machine ordinarie punto,
o poco agiscono senza esporle al fuoco, l’Elettroforo giuoca sufficientemente,
e al più ricerca che si asciughino i cordoncini di seta, e la boccetta di rin-
forzo, poco altronde pregiudicando la più grande umidità alla faccia resinosa
(§ 20).
Se poi l’Elettroforo è assai grande, che porti e. g. lo scudo di due o tre
piedi di diametro, le scintille che se ne ottengono sorpassano di gran lunga
in forza quelle di qualsivoglia machina a globo, o a disco: si può facilmente
tallo etc.A far l’Elettroforo di qualunque grandezza non c’e grande difficoltà. Un gran ta-
volo di legno foderato di laminette di piombo, o di latta, tien luogo del Lo
può farsi similmente di legno, o se bramasi ancor più leggiero, di pastello, ossia carta ma-
sticata, vestito di sottil laminetta di stagno, od inargentato. Non così può costruirsi di
qualunque grandezza una macchina elettrica ordinaria; imperciocchè ove trovar globi, o di-
schi di molti piedi di diametro?In luogo di un solo gran piatto, molti assieme contigui, od anche alquanto discosti
l’un dall’altro possono servire, sui quali tutti posi un solo scudo; o viceversa molti piccioli
scudi connessi insieme, che posino sopra un solo gran piatto: o finalmente un complesso
quinci di scudi, quindi di piatti si potranno far agire a modo di un solo Elettroforo. E quante
altre combinazioni fare non si possono giuocar facendo molti, o pochi di tai pezzi, con
elettricità diverse, etc.? Ma per capirne gli effetti, è necessario comprender prima bene la
teoria, che in altro capo spiegheremo, mercè la quale non solo tutti gli effetti nelle sì varie
combinazioni s’intenderanno, ma si potranno sicuramente prevedere.In un Elettroforo grandissimo porta incomodo l’alzare colla mano l’enorme scudo, il
quale, ancorchè di legno, riesce pesante. Di carta masticata lo sarebbe assai meno; ma in-
comoda sempre la persona di molto quel dovere stendere il braccio per tener il ventre ab-
bastanza discosto dallo scudo che s’alza, onde non vi balzi da questo la scintilla, o gli abiti
non ne disperdano comunque l’elettricità. Io avea suggerito fin dai primi mesi che inventai
l’Elettroforo, di adattare o leva, o carrucole per alzare lo scudo standone da lungi: or posso
dire d’avere diretta l’esecuzione di uno a casa di un amico, col giuoco appunto di leva, e
carrucole insieme, che chiamerò il
periodi:« Alcuni fisici dietro alle mie idee hanno costrutto degli elettrofori di enorme grandezza,
« e ne hanno ottenuto effetti prodigiosi. Tra questi è il principe di KOWPER il quale mi
« scrive di averne fatto fabbricare uno di sette piedi di diametro, gli effetti di cui sorpassano
« ogni espettazione ».Eccone l’idea, e lo sbozzo.
quali si alzano alternatamente col moto facile dell’asta ossia leva
gli scudi
foggia di candeliere, che si regge ferma e inconcussa su tre piedi fissati su d’un tavolo con
tre forti viti L’asta
scavamenti arcuati
e le impediscono di muoversi innanzi e indietro. A ciascuna estremità dell’asta è attaccata
una corda
bracci
aventi in mezzo un piccol anello t, a cui s’appende per mezzo de’ soliti tre cordoncini di
seta Ma perchè annodando semplicemente questi cordoncini diffi-
cilmente farebbesi ciò in modo che lo scudo si alzasse parallelo al piatto, ed anche otte-
nuto una volta si perderebbe ben presto tale parallelismo per l’allungarsi od iscorciarsi più
o meno dell’ una o dell’altra cordicella, perciò è aggiustata una piccola lastra tonda di ot-
tone
o ritirandoli giusta l’occorrenza, rimettere al suo parallelismo lo scudo. Un altro più grosso
e largo uncino
il nostro scudo, e si leva, come piace.Conviene infatti levare uno dei due scudi, acciò ambi coprano la rispettiva faccia resi-
nosa, quando vuolsi lasciar lunga pezza in riposo la macchina, altrimenti la faccia scoperta
perderebbe in non molto tempo l’elettricità impressa. È inutile il dire, che tali debbono
essere le lunghezze delle due corde, che appesivi gli scudi, quando l’uno posa sul suo piatto
l’altro resti sollevato.Dietro la colonna, e alla distanza d’un piede, pende sospeso da due cordicelle di seta
raccomandate ai braccetti
termina alle estremità in due grosse sfere, tutto cavo, il quale fa l’officio di
riceve alternatamente le scintille dall’uno e dall’altro scudo, che vengono ad incontrare e
percuotere le palle In questa macchina più che in ogn’altro Elettroforo semplice riuscirebbe di grande in-
comodo il dover portare il dito od altro a toccar ciascheduno scudo quando posa; perciò
vi sono adattati al lungo della faccia resinosa due fili metallici
ma impressi a fondo nella resina medesima cosicchè sopravanzino appena il fior della super-
ficie, cioè tanto solo quanto basta perchè possano essere toccati dai rispettivi scudi nel venir
questi a posar sopra.Mi si domanderà a che servono le girelle
mente i due scudi alle estremità dell’asta Servono le girelle a far che la corda
e in conseguenza gli scudi appesi nel montare e discendere non vengano balzati dalla linea
perpendicolare: chè se fosser le corde attaccate unicamente all’estremità dell’asta, l’alzarsi
ed abbassarsi di questa le farebbe grandemente oscillare, e con esse gli scudi a destra e a
sinistra. Potrebbesi è vero correggere un tal difetto facendo terminare le estremità
l’asta in un arco o porzion di circolo, con che le corde attaccatevi, per il moto di alzare
ed abbassare non sortirebbero dalla lor linea. Ma nelle girelle io provo un altro vantaggio,
ed è che per l’interposizione di queste è assai più facile a regolare e temperar il moto degli
scudi così, che non cadano troppo bruscamente a percuotere i rispettivi piatti: oltredichè
mi è facile lasciar sospeso, e come voglio, ritirata anche la mano, qualunque dei scudi, senza
pur che siano esattamente equiponderati; l’affritto delle girelle a ciò supplendo.Una sola mano, come si vede, e con picciola forza basta a far giuocare questo doppio
Elettroforo a bilancia. Quando pur si volesse aver ambe le mani in libertà, e supplire col
moto d’un piede, egli è facilissimo adattarvi una calcola. Ma a questo e ad ogn’altro simile
mezzo io preferisco ancora di operare colla mano immediatamente applicata a un braccio
dell’asta; mercecchè con questa posso, e so meglio regolare il moto.
Finalmente un Elettroforo piccolo, e tale da portarsi commodamente
in tasca, se non può molto, può sempre più che una machina ordinaria di
egual mole: esso vi darà delle scintillette belle, e buone; e vi caricherà una
boccetta in modo da far sentire una discreta commozione. Commodissimo
poi riesce non che sufficiente per varie dilettevoli, e nuove sperienze, per le
quali si fa sempre più raccomandabile, e divenuto è oggigiorno cercatissimo:
e sono le sperienze della mia pistola, e della mia lucerna, o accendi-fuoco
ad aria infiammabile.