Volta, Alessandro Lettera al Padre Giovanni Battista Beccaria 1765 Como it volta_lettGBB_986_it_1765.xml 986.xml

LETTERA AL PADRE GIOVANNI BATTISTA BECCARIA

Como, 2 Aprile 1765.

FONTI.

STAMPATE.

MANOSCRITTE.

Biblioteca di S. M. il Re. Torino. Cart. Volt. E fot. 8.

OSSERVAZIONI.

TITOLO: DATA: dal Mns.

È una lettera al P. Beccaria in data 2 aprile 1765 nella quale il V., appena ventenne, espone le sue idee sui fenomeni elettrici suscitati collo strofinamento, e sulle applicazioni da lui fatte in proposito. È la prima lettera scientifica del V. che si possiede, nella quale sono richiamate lettere precedenti che non furono ancora rintracciate: in Cart. Volt. E fot. 8, è copia fotografica di parte di questa lettera del V.

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M.to R.do P.re P.ron Col.mo

Eccomi di nuovo ad incomodare V. P. M. R. Quantunque le avessi promesso di non più importunarla con mie lettere, questa volta però ho sti- mato di farle cosa non affatto disaggradevole comunicandole alcune mie osservazioni sopra l’elettricità originaria delle sete, e alcune scoperte, se pur tali dir si possono, che a proposito mi è accaduto di fare; le quali scoperte, comunque a prima giunta sembrar possono per sè stesse di poco momento, e da farsene niun conto; avuto però riguardo ai lumi, che recar ci possono per ischiarire altri più rilevanti fenomeni, e atteso soprattutto l’aiuto che son per apprestarci ad iscoprire la cagion prossima ed immediata delle due contrarie elettricità, Vitrea e Resinosa; mi persuado, che averansi in qualche considerazione. Però è, che non a torto mi lusingo d’incontrare l’aggradi- mento, e l’approvazione di V. P. M. R., tanto più, che potrà Ella vedere da ciò che son per riferire, che in tutto mi son appigliato al partito da Essolei suggeritomi di tener dietro in ogni mia ricerca all’esperienza, anzichè abban- donarmi a capriccio alle mie idee, ed a’ miei pensamenti.

Sopra la seta avendo io dunque preso a fare i miei tentativi son venuto a scoprire per la prima, che detta seta, la quale stropicciata colla mano, o con altro corpo degl’elettrizzabili per comunicazione riceve al par del vetro, e si elettrizza quindi per eccesso; stropicciata col vetro medesimo vi perde, e contra il suo solito viene ad elettrizzarsi per difetto. E per pruova: un nastro di seta stropicciato con qualsivoglia corpo purchè non sia della classe dei vetri ripelle un filo elettrizzato alla catena, ossia per eccesso, e in vece attrae un filo elettrizzato alla machina, ossia per difetto; tutto all’opposto un nastro di seta stropicciato col vetro attrae il filo della catena, e ripelle quello della machina. Elettrizzo a un tempo due conduttori isolati da cui pendono alcuni fili a forza di stropicciare un nastro di seta, ed applicarlo replicatamente a’ detti conduttori, con questa diferenza però, che per uno adopero la seta stropicciata colla mano, per l’altro mi servo della seta stropicciata con un tubo di vetro: m’accorgo facilmente che il primo conduttore è divenuto elet- trico per eccesso, il secondo per difetto, dall’osservare, che i fili di quello son respinti da un tubo di vetro stropicciato di fresco, e in quella vece attratti da un bastone di solfo parimenti stropicciato; all’incontro i fili di questo respinti vengono dal solfo, e attratti in vece dal vetro. Oltre di ciò, che questi due conduttori sian divenuti elettrici in una maniera tutta opposta si scorge anche da questo, che trovandosi in una convenevole distanza i fili dell’uno si attraggono vicendevolmente coi fili dell’altro, ove dovrebbero anzi respi- gnersi se l’elettricità fosse la medesima in amendue. Stropiccio contro la mia mano un nastro di seta, ed applicandolo replicatamente a un conduttore isolato, da cui come nella sperienza precedente pendono alcuni fili, questi cominciano a scostarsi l’uno dall’altro, e seguitano sempre a farsi vieppiù divergenti; se poscia in vece di continuare in questa forma a stropicciare la seta colla mano mi metto a stropicciarla con un tubo di vetro, a poco a poco scema la divergenza ne’ fili, finchè cessa affatto, e vengono a cader paralleli: Seguitando così, da lì a poco ripigliano di bel nuovo i fili a dilungarsi, ma sosti- tuendo ancor la mano al vetro torna a cessare la divergenza, e così sempre finchè dura l’alternativa della mano, e del vetro. Dal che appare, che l’elet- tricità della seta stropicciata col vetro distrugge l’elettricità della seta stro- picciata colla mano, e viceversa. Ora è cosa evidente che due elettricità al- lora soltanto si distruggono vicendevolmente quando una è opposta all’altra, vale a dire quando altra è elettricità di eccesso, altra di difetto. Queste e mill’altre sperienze hanno luogo anche ove si tratti di un grado di elettricità assai debole: che se poi quello, che si può eccitare colla seta è forte abbastanza per manifestarsi colla luce, l’apparenza sola del fiocco, o della stelletta ci scuopre senza più di qual sorta sia l’elettricità. Voglio dire che si ha certa indubbitata pruova che l’elettricità comunicata a un conduttore per mezzo della seta stropicciata colla mano ella è elettricità di eccesso, mentre da una punta annessavi ne spiccia il fiocco, e che all’incontro l’elettricità di un altro conduttore, cui per elettrizzare ha servito la seta stropicciata col vetro è elettricità di difetto, mentre su d’una punta parimenti annessavi compare la stelletta.

Non farei mai fine se riferir volessi le molte esperienze da me fatte, e le moltissime dippiù, che si posson fare tutte tendenti a dimostrare questa pro- prietà, che ha la seta di elettrizzarsi in due contrarie guise: ma stimo superfluo l’accumular più pruove ove una sola delle rapportate quì sopra è più che ba- stante per convincere chicchesia; tanto più, che qualora V. P. M. R. si prenda studio di verificare tal fatto saprà da sè stessa come farne i tentativi, e ben le ne sovveranno tutte le strade, e tutte le combinazioni possibili, senza che vi sia bisogno, ch’io glie le suggerisca. Mi contenterò adunque di aggiungere al fin qui detto un altra sperienza, che oltre all’essere una riprova della verità fin qui stabilita ci scuopre un vantaggio non disprezzabile che se ne può trarre; una sperienza insomma, l’esito della quale può dirsi un frutto della scoperta proprietà della seta. Stabilita la massima, che la seta stropicciata coi corpi elettrici per comunicazione acquista del fuoco elettrico, all’incontro stropic- ciata col vetro vi perde, ne didussi, che stropicciando a un tempo la medesima seta contro un tubo di vetro e contro un conduttore isolato in maniera, che le parti della seta stropicciate prima col vetro passassero successivamente a stropicciare il conduttore, ne didussi, dico, che si verrebbe con ciò ad elet- trizzare detto conduttore molto più presto, e molto più gagliardamente di quello che sarebbe per elettrizzarsi stropicciando la seta sol contro il vetro, e facendo passare successivamente le parti di essa stropicciate in vicinanza bensì di esso conduttore, ma senza punto stropicciarlo: e la ragione si è, che laddove in quest’ultimo caso il conduttore diviene elettrico per ciò solo, che la seta stropicciata prima col vetro, e che ha perso quindi del suo vapore cerca di rifarsene a spese del conduttore in vicinanza di cui passa; nel primo caso oltre questa ragione che ha la seta di smungere del fuoco al conduttore un altra ragione vi s’aggiunge ancora, cioè il nuovo stropicciamento che soffre la seta medesima con esso conduttore, mercè del quale stropicciamento i corpi elettrici per comunicazione vengono determinati a dare alla seta. Mi spiego ancor più chiaro: la seta in due maniere può elettrizzare per difetto un conduttore: la prima è stropicciandosi essa seta col conduttore medesimo con che vien determinato questo a dare a quella: l’altra è stropicciandosi prima la seta contro un tubo di vetro, ed applicandosi successivamente le parti di essa stropicciate al conduttore, con che egli parimente vien determi- nato a dare alla seta per risarcire la perdita fatta da questa in occasione di stropicciarsi che fu prima col vetro. Ora egli è chiaro, che lo scapito che ne risulterà al conduttore sarà molto maggiore se non in una sola, ma in tutte due queste maniere venga egli obbligato a dare del suo; il che appunto suc- cede nel riferito caso, ove si fa sì, che le parti della seta stropicciate prima contra il vetro non solo passino in vicinanza del conduttore, o leggermente il tocchino, ma contro di esso ancora premendosi soggiacciano a un nuovo stropicciamento. Questo è ciò, ch’io diduceva, nè andò fallita la mia aspet- tazione, perchè ho sempre trovato, che così appunto facendo, cioè stropic- ciando la seta contra un tubo di vetro, e contra un conduttore isolato nel tempo stesso, questi diviene più presto, e più fortemente elettrico, di quello farebbe se stropicciando la seta sol contra il vetro applicassi successivamente le parti di essa stropicciate a detto conduttore, ma senza però stropicciarlo. La maniera di fare l’esperienza, e di chiarirsi di tal fatto è troppo facile perchè stimi indispensabile il dar conto del modo con cui ho io proceduto; ma perchè si tratta quì d’una esperienza affatto nuova, quale credo d’esser stato io il primo a fare, non è del tutto superfluo; ecco dunque com’io mi ci adopero: Alla distanza di poco più di un pollice da un conduttore isolato colloco un tubo di vetro, quindi per stropicciare e l’uno e l’altro a un tempo mi servo di un nastro di seta attaccato alle due estremità di un legno curvo a foggia di un archetto da violino: per tal guisa in dodici o quattordici volte al più, che fo andare innanzi e indietro con una convenevole prestezza questa spezie d’archetto il conduttore diviene elettrico a segno di darmi alcune scintillette, ciocchè non potrei così presto ottenere se premendo coll’archetto sol contra il vetro mi contentassi di passarlo leggermente sopra il conduttore senza però stropicciarlo.

Ed ecco per qual guisa son venuto a scoprire nella seta questa proprietà ben singolare (a cui credo che da alcuno non si sia fatta per anche attenzione) ed è la disposizione ch’ella ha di elettrizzarsi per via di strofinamento in due contrarie maniere. Nè credo io già, che tale scoperta sia per esser sterile di cognizioni. Non si sa per anco da che proceda, che il vetro mercè dello stro- finamento sia atto solo a ricevere, gli zolfi a dare alla mano stropicciante. Ora un corpo, qual è la seta, che si può dire che partecipi e tenga sì del vetro, che dei zolfi, e che racchiuda in sè i principj delle due contrarie elettricità Vitrea, e Resinosa, poichè in tale circostanza è atta a ricevere come il vetro, in tal altra a dare come i zolfi non potrà forse condurci a fissare il principio da cui deriva la diferenza fra i corpi vitrei medesimi, e i corpi resinosi? Se non altro ne trarremo noi questo vantaggio di poter con franchezza abbattere, e rigettare qualunque ipotesi, qualunque teoria immaginata per spiegare cotesta ignota cagione onde i vetri ricevono, e gli zolfi dànno alla mano stro- picciante, di poter, dico, rigettare qualunque teoria, che pienamente non si accordi, o conciliare non si possa appuntino con questa proprietà medesima, che nella seta abbiamo riconosciuta. Mi sia però permesso di accennare qui di passaggio che detta proprietà della seta non solo mirabilmente consente, e si concilia coi principj ch’io ho fissato circa l’elettricità originaria dei vetri, e dei solfi, ma ne è anzi una necessaria diduzione, e conseguenza. Conside- rando io il vetro come un corpo scarseggiante al maggior segno, il solfo per un corpo estremamente ridondante di fuoco elettrico, intendo come gl’altri corpi tutti elettrici per comunicazione ossia indiferenti posti fra questi due estremi debbano contribuire al vetro, che ne ha meno, e ricevere dal zolfo, che ne ha più. Venendo ora alla seta non la metto io già a paro col vetro mentre non è suscettibile di un grado sì intenso di elettricità, ma le assegno il posto di mezzo fra il vetro medesimo e i corpi elettrici per comunicazione, onde age- volmente si capisce per l’istessa ragione ch’ella debba ricevere da questi, che più di fuoco contengono, e dare al vetro, che ne contiene meno. Ma io non mi fermo quì con questa supposizione; vado più oltre, e mi fo strada più avanti a nuove ricerche. Se tra il vetro ch’è uno degl’estremi e i corpi indife- renti si truova collocata la seta, non troverassi pure qualche altro corpo che tenga il luogo di mezzo fra il zolfo che è l’altro estremo, e questi corpi medesimi indiferenti? Voglio dire: se da una parte vi è la seta, che comunque si stro- picci si elettrizza sempre come il vetro, purchè non si stropicci col vetro me- desimo; non saravvi pure dall’altra parte qualche corpo, che stropicciato si elettrizzi sempre come il solfo, purchè non stropicciato col solfo medesimo? O per spiegarmi ancor meglio, se sia possibile: se vi ha un corpo qual è la seta, che tiene bensì alla natura del vetro perchè com’esso riceve dai corpi indiferenti, ma al confronto però del vetro stesso la cede, perchè è determinato suo malgrado a dare al medesimo vetro; non vi avrà pure qualche altro corpo, che tenga bensì alla natura del zolfo dando com’esso ai corpi indiferenti, ma che però in confronto del zolfo medesimo la ceda anch’egli assoggettandosi suo malgrado a ricevere? Più: farà ella la natura tutto ad un tratto, e come per salto il passaggio dal vetro alla seta, e da questa ai corpi indiferenti; oppure avrà ella, com’è solita di fare in tutte le sue produzioni, disposta una scada di corpi per discendervi a grado a grado, e come insensibilmente? Ed ecco qual vasto campo mi si apre dinnanzi a nuove esperienze!.....

Poche però finora ne ho io fatte a quest’oggetto; e per render conto del risultato di esse senza diffondermi a farne il detaglio, dirò in poche parole ch’io ho trovato, che in primo luogo i peli della schiena di un gatto, di un cane, di un cavallo ecc. s’accostano più davvicino alla natura del vetro, e tengono un rango superiore alla seta poichè la si assoggettano, e l’obbligano a suo dispetto a dare, nè la cedono, essi peli, che in confronto del vetro mede- simo. Dopo i peli del gatto ecc. vengono in seguito i capegli i quali pure ten- gono un rango superiore alla seta, e la portano sopra di essa. Questi corpi ho io dunque trovato discendendo dal vetro alla seta; venendo poi giù da questa ai corpi elettrici per comunicazione ne ho pure riscontrati degl’altri, cioè il canape, il lino, la lana, le unghie, le corna, ecc. i quali tengono un rango inferiore alla seta, e subordinati si lasciano da questa predominare. In somma ecco la cosa come sta: il vetro riceve da qualunque corpo con cui si stropicci: i peli del gatto ricevono non che dai corpi indiferenti, ma dai capegli, dalla seta, dalle unghie ecc.; ma danno al vetro: i capegli danno al vetro, ed ai peli, e ricevono dalla seta dalle unghie, ecc.: la seta dà al vetro, ai peli, ai ca- pegli, e riceve dalle unghie, ecc.: finalmente le unghie, le corna, il canape e varii altri corpi danno alla seta, ai capegli, ai peli, ed al vetro, nè ricevono che dai corpi indiferenti. Devo confessare, che finora non mi è venuto fatto di riscontrare una simile gradazione nella classe dei corpi resinosi; ma ciò procede da che finora non ho trovato il modo di sottometter tai corpi alle medesime prove. Per esempio come fare a stropicciare l’un con l’altro un bastone di solfo, e un bastone di ceraspagna, un pezzo d’ambra, e un pezzo di colofonio? La rigidezza di tai corpi è in causa, che strofinandosi l’un l’altro non si tocchino che in alcuni punti, onde nasce anche un altro inconveniente, che si rodono, e si collimano; il che rende vano ogni tentativo per eccitare un grado sensibile di elettricità. Bisognerebbe che nella classe dei corpi resi- nosi uno almeno ve ne avesse flessibile, ed arrendevole come la seta, i capegli ecc. per adattarsi al zolfo, all’ambra, al colofonio e stropicciarsi convenevolmente con ciascuno di essi. Comechè dunque l’esperienza non ci fornisca delle prove immediate che nella classe dei corpi resinosi si truovi quella gradazione, che ci si mostra nella classe dei vitrei, l’analogia però vuol, che punto non se ne dubiti. Ma che diss’io che l’esperienza non ci fornisce delle pruove? O non ne è questa una più che sufficiente il mostrarci elle l’esperienza che nella classe dei corpi resinosi non tutti ugualmente, ma un più dell’altro è suscet- tibile di un grado più intenso di elettricità? Dal che s’inferisce, che uno tiene un rango superiore sopra dell’altro, e s’accosta più d’appresso alla natura del solfo, mentre così appunto nella classe dei vitrei quegli tengono un rango superiore sopra degl’altri, e si accostano più davvicino alla natura del vetro, quegli, dico, che son suscettibili di un grado più intenso di elettricità. E certo se il zolfo per esempio è suscettibile di un grado più intenso di elettricità che la ceraspagna, chiaro è che la forza di trasfondere nel corpo stropicciante del fuoco elettrico è maggiore nel solfo, che nella ceraspagna. Venuti dunque a confronto questi due corpi, e stropicciati fra di loro, che ne avverrà? Il maggiore di forza, cioè il zolfo dovrà prevalere, e portarla sopra la ceraspagna, e questa cedendo, e lasciandosi predominare dovrà obbedire, cosichè il solfo al suo solito, e seconda è di natura disposto tramanderà del vapore elettrico, e la cera spagna sarà assoggettata suo malgrado a riceverlo. Così vedasi di- scorrendo degl’altri corpi. Ma è tempo di tornare alla seta, e di passare ad un’altra non meno feconda scoperta.

Quando osservai, che la seta stropicciata contro il vetro diveniva elet- trica per difetto punto non mi maravigliai, poichè diducendo da’ miei prin- cipj avea già preveduto dover ciò succedere, e senz’altro me l’aspettava; restai però grandemente sorpreso quando fuori d’ogni mia aspettazione mi dovetti accorgere, che il grado di elettricità, che sì il vetro, che la seta aveano per tal guisa acquistato era di gran lunga superiore a quello, che avrebber potuto acquistare se ciascuno separatamente si fosse stropicciato colla mano, o con altro qualsivoglia corpo elettrizzabile per comunicazione. Se mai na- scesse, come a me infatti avvenne, qualche ripugnanza a crederlo, e si durasse fatica a convenirne, non v’ha per accertarsene, che passar sopra premendo un tubo di vetro a un nastro di seta ben teso; facendo l’esperienza al bujo si veggono apparire ne’ luoghi stropicciati alcune striscie di luce somiglianti a quelle, che appaiono stropicciando parimenti all’oscuro la schiena di un gatto, o di un cane; accostando poscia il tubo al volto, o al rovescio della mano la materia elettrica si fa sentire col soffio, e rendesi ancor visibile colla luce accompagnata da un certo stridore, e scoppiettamento: i quali segni elettrici non si potrebbero certo ottenere nè così presto, nè così vivaci stropicciando il medesimo tubo colla mano, o con altro simile. Per riguardo poi alla seta quantunque i segni elettrici non si manifestino colla luce (il che io stimo pro- ceder possa dall’esser la seta tutta ricoperta da una lanugine di fili sottilis- simi, i quali, tostochè arriva qualche corpo a toccargli, spogliano, senza però gittar luce, poichè i fili comunque elettrizzati assai intensamente non ho mai visto, che gettino luce alcuna, spogliano, dico, la seta di tutta la elettricità prima che giunga detto corpo a toccare il consistente, e pieno della seta), è facile però lo scorgere che il grado di elettricità è ancor in essa come nel vetro assai notabile, poichè ad una distanza ben grande agita i minuzzoli di paglia, le fogliette d’oro, od altri leggeri corpicelli. Finalmente stropicciando un nastro di seta contro un tubo di vetro, ed applicando successivamente le parti della seta stropicciate a un conduttore isolato, vengo ad elettrizzare questo conduttore medesimo assai più presto, e più fortemente di quello che si elettrizzerebbe stropicciando la seta colla mano. Il medesimo intendasi del vetro, cioè che stropicciato colla seta elettrizza più fortemente un con- duttore, che stropicciato con qualsivoglia altro corpo. Che più? La seta stro- picciata col vetro si elettrizza più forte che il vetro medesimo stropicciato colla mano, od altro simile, poichè si elettrizza tanto per difetto quanto il vetro stropicciato con essa seta si elettrizza per eccesso, ossia tanto dà la seta quanto riceve il vetro. Ciò posto mi è venuto in mente che nelle machine elettriche solite ad adoperarsi se si sostituisse al globo di vetro che gira sul suo asse, un drappo di seta, e a questa invece della mano, o del cuscinetto si applicasse per istropicciarlo un pezzo di vetro, si otterrebbero con ciò più presti, e più vivaci i segni elettrici nella catena. Dippiù si potrebbe ancora facilitare in questo modo l’elettrizzazione, e suscitarla più viva facendo sì, che i punti della seta già stropicciati col vetro non solo passino in vicinanza della catena, ma con essa pure di nuovo si stropiccino; mentre abbiamo ve- duto, che per via di questo doppio stropicciamento, che soffre la seta, un conduttore diviene più presto, e più facilmente elettrico. Una machina adun- que costruita per tal guisa colla seta sarebbe per questo conto preferibile alla machina del globo di vetro, di cui sogliamo servirci. Ma il male sta, che una machina siffatta finora non l’ho che desiderata essendo impossibile di co- struirne una, che vada esente da parecchj inconvenienti; ed ecco quei sono: non può la seta elettrizzarsi da dovero se molte parti di essa a un tempo non soggiacciono a un forte stropicciamento. Ora ciò è impossibile ottenere stro- picciandola col vetro, perchè se la seta è aggiustata, e avvolta in forma di fascia intorno a un tubo di vetro per esempio, o a un tubo di solfo (poichè fa d’uopo, che le parti della seta, che si vogliono stropicciare restino isolate, altrimenti se toccassero a corpi elettrizzabili per comunicazione non potreb- bero conservare punto di elettricità, ma tantosto se ne spoglierebbero) egli è chiaro, che nè essa potendo cedere, nè il vetro con cui si vuol stropicciare potendosi arrendere detta seta non si stropiccerà che in alcuni soli punti. Bisognerebbe dunque, che il drappo di seta per tutto quel tratto, che vuolsi stropicciare non appoggiasse sopra alcun corpo acciò fosse flessibile, ed arren- devole: ma per questo stesso, che la seta si arrende, e cede non potrebbe sog- giacere a un forte stropicciamento. Che fare dunque? È manifesto, che l’uno o l’altro di questi convenienti è inevitabile: ma desiderando pure di costruire una machina qualunque fosse per riuscire ho stimato spediente di cercare di scansare il primo, e maggiore di questi inconvenienti, ed appigliarmi al minor male; nè suggerendomi maniera più comoda ecco com’io mi son ingegnato di costruire la mia machina da seta. Due rotelle di legno del diametro di dodeci pollici incirca le ho fissate alla distanza di pollici otto l’una dall’altra per mezzo di un asse ossia cilindro di legno, che le attraversa passando pel centro di esse, e le tiene ferme, ed immobili a detta distanza. Ciò fatto ho attaccato di qua, e di là alla periferia delle due rotelle una pezza di lustrino in maniera, che stesse convenevolmente tesa. Mettendo dunque quest’or- digno, ed aggiustandolo in luogo del globo di vetro lo fo girare, e stropiccio la banda di seta alla meglio che posso col ventre di una boccia di vetro avendo riguardo di muovere di tratto in tratto, e voltare questa boccia, acciò non presenti sempre i medesimi punti alla seta (questa avvertenza è necessaria, altrimenti se fossero sempre i medesimi punti del vetro che stropicciassero, a capo di un certo tempo, e ricevuto che hanno dalla seta del vapore a un certo segno non sarebbero più in caso di riceverne più oltre); dall’altra parte un uomo isolato sulle resine stropiccia egli pure con la man nuda la seta me- desima. Per tal maniera quest’uomo viene ad elettrizzarsi assai fortemente, e a dare dei segni ben vivaci, quantunque non tanto per avventura, quanto se si eccitasse la elettricità col solito globo di vetro: ma ciò ben si vede che procede da questo, che la seta non soggiace a uno stropicciamento abbastanza forte, e pari a quello cui soggiace il vetro. Questa macchina da seta, ch’io mi son costrutta comunque non vada esente da un grosso inconveniente, nè sia quale io la desiderava, ella ha però ancora questo vantaggio sopra delle machine da vetro, che ove con queste non si può elettrizzare daddovero che in tempi secchi, in giornate favorevoli all’elettricismo; colla machina da seta ci si riesce anche in giornate poco favorevoli, in tempi umidi e piovosi. E ciò io stimo proceda da questo, che il vetro attira, e ritiene l’umidità più assai che la seta, mentre osservo che il vetro esposto per qualche tempo all’umido, o appannato sol col fiato, o semplicemente dalla traspirazione della mano non è atto più ad isolare se prima non si rasciuga; la seta non così di leggeri si guasta po- tendo ancor servire ad isolare convenevolmente quantunque stata per più lungo tratto in sito umido, quantunque vi si fiati sopra, quantunque si palpi colla mano. Questo vantaggio che ha la seta di non risentirsi tanto all’umi- dità che regna nell’aria non parmi affatto disprezzabile. V’ha di quei giorni, che invano io tenterei di caricare una boccia adoperando la solita machina instrutta del globo vitreo, anzi che io sudo per ottenere soltanto dalla catena qualche debbole scintilla; colla mia machina da seta però non duro gran fa- tica ad eccitare le scintille, e a caricare anche la boccia se fa di bisogno. Ora per ridurre le molte in poche una machina da seta stando le altre cose pari per tre capi è preferibile ad una machina da vetro: primo perchè la seta stro- picciata col vetro acquista un grado di elettricità più forte, che non il globo di vetro, che si stropiccia colla mano, o col cuscinetto: secondo perchè si può accrescere, e suscitar più viva ancora l’elettricità della catena facendo sì che le parti della seta stropicciate prima col vetro si stropiccino ancora un’altra volta colla catena medesima: finalmente perchè l’elettricità originaria della seta non soffre tanta alterazione dai cangiamenti che arrivano nell’atmosfera: ho detto stando le altre cose pari acciò s’intenda, che affinchè la machina da seta abbia tutti questi vantaggi sopra la machina da vetro, si richiede, che la seta soggiaccia ad uno stropicciamento eguale a quello che soffre il vetro, e in un egual numero di parti, ciò che importa molto. Se trovar si potesse la maniera di costruire una machina sì perfetta, e così compiuta in tutte le sue parti qual comodo non ne arriverebbe a tutti quelli che fanno professione, o si dilettano di elettricità? Ma torniamo al nostro proposito.

Ho detto, che restai grandemente sorpreso all’osservare, che stropic- ciando la seta contro il vetro amendue questi corpi acquistavano un grado di elettricità assai maggiore di quello, che acquistar possano stropicciando cia- scuno d’essi a parte colla mano, o con altro simile. Lo stupore mio non fu tanto riguardo la seta, mentre supponendo solo, che questa si accostasse più alla natura dei corpi elettrici per comunicazione, che alla natura del vetro; vale a dire supponendo che la seta scarseggiasse meno a proporzione di fuoco elet- trico rispetto ai corpi indiferenti, di quello abbondasse rispetto il vetro, con- cepivo benissimo come essa seta fosse più disposta a dare al vetro, che a ri- cevere dai corpi indiferenti: bensì lo stupore fu riguardo il vetro, imperocchè se stropicciato colla seta si elettrizza più forte che non stropicciato colla mano, o con altro corpo simile convien dire, che il vetro per via dello strofinamento sia disposto a ricevere più dalla seta, che dai corpi elettrici per comunica- zione. Ma come ciò, se la seta mercè dello stropicciamento è men atta a dare, che detti corpi elettrici per comunicazione, anzi di sua natura è disposta piuttosto a ricevere?

E infatti messa a confronto la seta coi corpi indiferenti, e stropicciata con essi, questi danno, ed ella riceve. Come va che la seta la quale ha bisogno anch’essa di ricevere dia al vetro più di quello che non fanno i corpi indife- renti che non hanno questo bisogno? Questo è ciò che a prima giunta credetti, che nessuno arriverebbe mai a spiegare; ma in seguito facendovi più attenta considerazione ho trovato, che poteva stare benissimo, che il vetro si elet- trizzasse più fortemente colla seta stropicciato, che stropicciato coi corpi indiferenti una volta, che si supponesse, che quantunque detti corpi diano al vetro più di vapore elettrico di quello possa dare la seta in virtù dello stro- picciamento, i medesimi però in virtù di qualche altro principio ne riassu- mono buona parte, ove la seta di quel poco che da, non ne ricupera niente, cosichè al fin dei fatti si truova il vetro aver acquistato più di vapore da questa, che da quelli. Ora un tal supposto chi non vede, che appunto si verifica, cioè che i corpi elettrici per comunicazione quel vapore che danno al vetro in virtù dello stropicciamento lo vanno di mano in mano ricuperando, e sen rifanno in buona parte? E la ragione di ciò si è, che del corpo stropicciante non potendovi essere che alcuni punti, i quali toccano immediatamente il vetro e contro di esso si adoprano stropicciando, questi soli vengono deter- minati a contribuire del suo vapore ad esso vetro, gl’altri punti poi che non istropicciano rubano al vetro medesimo quello ch’ha ricevuto dai primi; sicchè può dirsi in certa maniera, che un corpo applicato a stropicciare il vetro faccia ad un tempo l’ufficio di machina e di catena. Per mettere sot- t’occhio questa verità facciamo mente a ciò che addiviene stropicciando nella solita maniera il globo di vetro: applico la mano piana, e distesa su l’equatore del globo, che va in giro: ognuno vede che non tutta la mano, ma un tratto solo di essa è che stropiccia: Che ne avviene perciò? Finchè un dato punto del vetro passa sotto i punti della mano che propriamente si esercitano a stropicciare, attrae per sè, e riceve del vapore; ma ove giungendo più avanti passa sotto i punti della mano, che non istropicciano, vi si spoglia del di già ricevuto. E che altro sono infatti que’ pennoncelli di luce, che stropicciandosi il globo all’oscuro appajono fra la mano di esso globo se non il fluido elettrico, che dal vetro si porta alla mano? Che se mi si dicesse che questa luce è anzi tutto all’opposto materia che sorte dalla mano per portarsi al globo; così mi farei innanzi: la luce non appare già in que’ siti ove la mano tocca immedia- tamente il vetro; e ciò è evidente, poichè la materia elettrica passando da uno in un altro corpo contiguo non si manifesta già colla luce, ma solo pas- sando da un corpo in un altro a qualche distanza: appajono dunque i pennon- celli di luce sotto que’ punti della mano, che non toccano il vetro; che se non toccano, nemmeno stropicciano; se non stropicciano, non danno neppure poichè non v’ha, che lo stropicciamento, il quale determini un corpo a dare al vetro, ed è contraddizione volere che diano al vetro in virtù di stropiccia- mento quei punti che non stropicciano. Insomma il vetro è di tal natura, che ove cessi in lui lo stropicciamento anela a spogliarsi del vapore, che tro- vasi in esso accumulato sicchè lo scarica nel primo corpo elettrizzabile per comunicazione in cui s’imbatta. Ora il primo corpo per comunicazione elet- trizzabile in cui s’imbatte il vetro dopo sofferto lo stropicciamento della mano, è la mano stessa, o per meglio dire le parti della mano che non istropicciano; in esse dunque si scarica del vapore ch’ha in sè accumulato. Ed ecco come i corpi elettrici per comunicazione stropicciati col vetro di quel vapore che ad esso danno ne riacquistano buona parte. Non è bisogno ch’io qui faccia riflettere come la cosa medesima non ha luogo stropicciando il vetro colla seta: e chi non ne vede la diferenza? La seta non essendo elettrizzabile per comunicazione, non può fare le parti di catena, ossia i punti di essa non stro- piccianti non ponno riscuotere dal vetro il vapore accumulatovi dai punti, che stropicciano, d’onde nasce, come diceva fin dapprincipio, che quantunque in virtù dello stropicciamento la seta non sia atta a dare tanto, quanto i corpi elettrici per comunicazione, pure al fin dei fatti si truova essa seta aver dato dippiù, perchè di quel poco che contribuisce punto non ne riacquista, ove detti corpi elettrici per comunicazione danno bensì molto in virtù dello stropicciamento, ma lo ricuperano anche, e sen rifanno in buona parte.

So ben io quello, che da alcuno mi si potrebbe rispondere: se la mano stropicciante fa essa sola l’ufficio di machina, e di catena, cioè dà al vetro, e ripiglia quindi quello che ha dato, come rimane ancor tanto di vapore al vetro di divenirne elettrico? Voi pretendete, dirassi, che ideo il vetro stro- picciato coi corpi elettrici per comunicazione si elettrizza più debolmente di quello che faccia stropicciato colla seta, perchè detti corpi elettrici per comu- nicazione ricuperano dal vetro medesimo il vapore ad esso compartito; ma questo pruova troppo, mentre prova che il vetro stropicciato con siffatti corpi non solo dovrebbe acquistare un grado di elettricità men forte, ma punto non si dovrebbe elettrizzare.

Certamente, che così dovrebbe accadere, che il vetro punto non si elet- trizzasse stropicciato colla mano, o con altro simile; se quel vapore, che esso vetro acquista per lo stropicciamento tutto lo rifondesse nel primo corpo elet- trizzabile per comunicazione in cui s’imbatte; poichè in tal caso i punti della mano, che non istropicciano essendo essi propriamente il primo corpo elet- trizzabile per comunicazione a cui il vetro dopo sofferto lo stropicciamento passa da vicino, in essi si spoglierebbe detto vetro di tutto il vapore di cui truovasi carico. Ma non va così la bisogna, poichè il vetro non del tutto si spoglia nel primo corpo che incontra, ma in buona parte, come fin da principio ho avanzato non inconsideratamente: in pruova di che vaglia quest’espe- rienza. In vece di una sola catena ne accomodo due al solito globo di vetro, la prima non isolata, la seconda isolata, e dispongole in maniera, che i mede- simi punti del vetro che son passatti in contatto alla frangetta della catena non isolata, passino pure in contatto alla frangetta della catena isolata: stro- picciando il globo osservo che la catena isolata è divenuta, debbolmente sì, ma pure è divenuta elettrica. Dunque io inferisco quei punti del vetro non si sono scaricati del vapore accumulatovi tutto nel primo corpo a cui sono pas- sati in contatto, cioè nella prima catena non isolata, ma ritenuto ne hanno ancora da rifondere nel secondo corpo, cioè nella catena isolata. Applichiamo ciò alla mano stropicciante: il primo corpo che incontra il vetro dopo sofferto lo stropicciamento della mano, è la mano stessa, ossia quelle parti della mano, che punto non stropicciano: che ne avviene perciò? Ivi si scarica bensì di buona parte del vapore, ma non se ne spoglia affatto ritenendone ancora qualche porzione. Ma e donde mai procede questo, che il vetro non scarichi tutto il vapore ch’è in esso accumulato nel primo corpo, in vicinanza di cui passa? Proviene da che il vetro non già tutto ad un tratto si spoglia, ma a poco a poco, e lentamente, e col tempo, sicchè non ha luogo di spogliarsi af- fatto in un corpo, se lunga pezza non vi si ferma in contatto; e che ciò sia il vero eccone una pruova cavata pure dall’esperienza: stropicciato che ho il globo per qualche tempo cavo dalla catena tutte le scintille ch’essa mi può dare, e la spoglio affatto di elettricità; da lì a qualche tempo senza più nè girare, nè stropicciare il globo, ma lasciando tutto nella stessissima posizione esploro di nuovo la catena, e truovo, che torna a darmi qualche scintilletta: questo giuoco dura per la terza, quarta, quinta volta, e più ancora se la gior- nata è molto favorevole all’elettrizzazione, con questo però, che i segni elet- trici vanno scemando di volta in volta: e ciò saprei io volentieri da che altro proceder possa se non da questo, che i punti del vetro, che guardano la fran- getta della catena non tutto alla prima vi rifondono il vapore di cui trovansi carichi, ma richiedono un tratto successivo di tempo per spogliarsene affatto. Passando ora ancor quì a considerare ciò che avvenga alla mano stropicciante è facile lo scorgere, che i punti del vetro passando con somma rapidità sotto i punti della mano, che non istropicciano non hanno tempo di rifondervi tutto il vapore, e di spogliarsene affatto.

Ed ecco fin dove le mie ricerche mi hanno insensibilmente, e come per mano condotto a riformare, se pur tanto oso avanzare, la teoria dell’elettri- cità originaria: imperocchè questa teoria essendo fondata su questo, che il vetro riceve dalla mano stropicciante, e rifonde tutto il ricevuto nel primo corpo che incontra, ho trovato, che nè l’una, nè l’altra di queste due posizioni è assolutamente vera, e senza limitazione. Non la prima, che il vetro riceva dalla mano stropicciante; poichè il vetro non solo riceve, ma ridona ancora alla mano stessa buona parte del già ricevuto. Non la seconda, che il vetro rifonda tutto il vapore accumulatovi a forza di stropicciamento nel primo corpo, che incontra; poichè se ciò fosse, essendochè il primo corpo che in- contra il vetro sofferto lo stropicciamento della mano, è la mano stessa, ossia le parti della mano che non istropicciano, sarebbe esso vetro obbligato a re- stituire il vapore ove l’ha tolto, cioè alla mano stessa, ond’è che punto non si elettrizzerebbe. Che più? Il principio da cui dipende l’elettrizzazione egl’è quest’unico principio che il vetro smunge dalla mano stropicciante una copia assai grande di vapore, ed ove dovrebbe giusta le leggi dell’elettricità comu- nicativa restituirnelo intieramente alla mano stessa non lo restituisce tutto, e questo in virtù di una certa, dirò così, forza ritentiva che ha esso vetro per cui del vapore di cui si truova carico non si spoglia tutto in un fiato, ma a poco a poco, e col tempo. Che se mi si domandi ora da che proceda questa virtù ritentiva nel vetro, confesso ingenuamente di non saperlo. Sarebbe forse, che il vetro peni a spogliarsi, e difficoltosamente vi consenta perchè scarseggiando esso vetro naturalmente di vapore elettrico vorrebbe pure rite- nerne di quello accumulatovi per arte tanto da supplire alla sua mancanza, da rifarsene, ed emendare il natural suo difetto? Ma io devio dal mio propo- sito, che è non già di produrre semplici conghietture, o di trattenermi inutil- mente in far ipotesi, ma di ridurmi unicamente, e semplicemente a ciò, che decide l’esperienza. Lasciando dunque da parte simili conghietture giacchè l’esperienza non mi dà tanto in mano di scoprire il principio da cui dipende questa virtù retentiva del vetro, e bastandomi solo d’averla provata avendo fatto vedere, che il vetro non tutto ad un tratto, ma a poco a poco, e col tempo si spoglia di tutto il vapore accumulatovi; passo ad alcune cose, che mi re- stano ancor a dire della seta.

Abbiam veduto ciò che accada alla seta stropicciata or con corpi indi- ferenti, or con corpi della classe dei vitrei: cosa avverrà pertanto di questa stropicciandola col zolfo, od altri corpi resinosi? Niente più facile da indovi- narsi diducendo dalle premesse. La seta è già per sè stessa più disposta a ricevere che a dare, mentre dai corpi indiferenti appunto riceve. Dunque stropicciata col solfo (poichè la natura di questo è di dare) riceverà in virtù dello stropicciamento più di quello che possan ricevere i corpi indiferenti. Dunque il solfo stropic- ciato colla seta si elettrizzerà più fortemente. Ma ciò non basta; v’è ancor di più: il solfo non solo si elettrizza più forte stropicciato colla seta, che con corpi indiferenti, perchè in virtù dello stropicciamento quella è più atta a ricevere, che questi, ma anche perchè di quello che dà alla seta punto esso solfo non ne riacquista non essendo la seta elettrizzabile per comunicazione, onde le parti di essa che non istropicciano fornir non possono porzione alcuna di vapore per risarcire detto zolfo; all’incontro il zolfo stropicciato con corpi indiferenti oltrechè dà a questi meno di vapore in virtù dello stropicciamento, di quel poco che dà una buona parte ancora ne riassume restituita venendogli dai punti del medesimo corpo, i quali non stropicciano.

E questo è quanto ho stimato di comunicare a V. P. M. R; molte altre cose avrei voluto aggiungere massime intorno all’elettricità dei peli del gatto, e del cane che mi par singolare per più ragioni, ma me ne astengo perchè m’ac- corgo d’avere oltrepassato i limiti dell’onesto, e di averla troppo annojata con una lettera così lunga; del che la prego a volermi scusare, mentre posso assicurarla d’avervi messo tutto lo studio perchè non riuscisse di tante pagine; condoni questo ad una infelicità ch’io ho di non potermi spiegare con preci- sione, e nettezza, d’esser molto confuso nell’enunciare i miei pensieri, tal quali stanno in mia testa, insomma di non avere il dono della brevità. Con quest’occasione la prego di nuovo a volermi attendere la promessa, che con tanta e bontà, e gentilezza mi fece, di comunicarmi tosto che sortirà alla luce l’opera indicata, e le rinnovo le premure di dar opera, che il pubblico presto ne goda. Con quale impazienza io ne stia in attenzione può argomen- tarlo e dalla stima grande ch’io fo di V. P. M. R. e della sua espertezza in siffatte materie, e dal genio ch’io ho per la elettricità. Intanto col più pro- fondo ossequio mi dichiaro Di V. P. M. R.da

Como li 2 Aprile 1765.

Umil.mo Devot.mo Obbl.mo Servitore ALESSANDRO VOLTA.