LETTERA
AL
PADRE GIOVANNI BATTISTA BECCARIA
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M.
Eccomi di nuovo ad incomodare V. P. M. R.
Quantunque le avessi
promesso di non più importunarla con mie lettere, questa volta però ho sti-
mato di farle cosa non affatto disaggradevole comunicandole alcune mie
osservazioni sopra l’elettricità originaria delle sete, e alcune scoperte, se pur
tali dir si possono, che a proposito mi è accaduto di fare; le quali scoperte,
comunque a prima giunta sembrar possono per sè stesse di poco momento,
e da farsene niun conto; avuto però riguardo ai lumi, che recar ci possono
per ischiarire altri più rilevanti fenomeni, e atteso soprattutto l’aiuto che
son per apprestarci ad iscoprire la cagion prossima ed immediata delle due
contrarie elettricità,
considerazione. Però è, che non a torto mi lusingo d’incontrare l’aggradi-
mento, e l’approvazione di V. P. M. R., tanto più, che potrà Ella vedere da
ciò che son per riferire, che in tutto mi son appigliato al partito da Essolei
suggeritomi di tener dietro in ogni mia ricerca all’esperienza, anzichè abban-
donarmi a capriccio alle mie idee, ed a’ miei pensamenti.
Sopra la seta avendo io dunque preso a fare i miei tentativi son venuto
a scoprire per la prima, che detta seta, la quale stropicciata colla mano, o
con altro corpo degl’elettrizzabili per comunicazione riceve al par del vetro,
e si elettrizza quindi per eccesso; stropicciata col vetro medesimo vi perde,
e contra il suo solito viene ad elettrizzarsi per difetto. E per pruova: un nastro
di seta stropicciato con qualsivoglia corpo purchè non sia della classe dei vetri
ripelle un filo elettrizzato alla catena, ossia per eccesso, e in vece attrae un
filo elettrizzato alla machina, ossia per difetto; tutto all’opposto un nastro
di seta stropicciato col vetro attrae il filo della catena, e ripelle quello della
machina. Elettrizzo a un tempo due conduttori isolati da cui pendono alcuni
fili a forza di stropicciare un nastro di seta, ed applicarlo replicatamente a’
detti conduttori, con questa diferenza però, che per uno adopero la seta
stropicciata colla mano, per l’altro mi servo della seta stropicciata con un
tubo di vetro: m’accorgo facilmente che il primo conduttore è divenuto elet-
respinti da un tubo di vetro stropicciato di fresco, e in quella vece attratti
da un bastone di solfo parimenti stropicciato; all’incontro i fili di questo
respinti vengono dal solfo, e attratti in vece dal vetro. Oltre di ciò, che questi
due conduttori sian divenuti elettrici in una maniera tutta opposta si scorge
anche da questo, che trovandosi in una convenevole distanza i fili dell’uno
si attraggono vicendevolmente coi fili dell’altro, ove dovrebbero anzi respi-
gnersi se l’elettricità fosse la medesima in amendue. Stropiccio contro la mia
mano un nastro di seta, ed applicandolo replicatamente a un conduttore
isolato, da cui come nella sperienza precedente pendono alcuni fili, questi
cominciano a scostarsi l’uno dall’altro, e seguitano sempre a farsi vieppiù
divergenti; se poscia in vece di continuare in questa forma a stropicciare la
seta colla mano mi metto a stropicciarla con un tubo di vetro, a poco a poco
scema la divergenza ne’ fili, finchè cessa affatto, e vengono a cader paralleli:
Seguitando così, da lì a poco ripigliano di bel nuovo i fili a dilungarsi, ma sosti-
tuendo ancor la mano al vetro torna a cessare la divergenza, e così sempre
finchè dura l’alternativa della mano, e del vetro. Dal che appare, che l’elet-
tricità della seta stropicciata col vetro distrugge l’elettricità della seta stro-
picciata colla mano, e viceversa. Ora è cosa evidente che due elettricità al-
lora soltanto si distruggono vicendevolmente quando una è opposta all’altra,
vale a dire quando altra è elettricità di eccesso, altra di difetto. Queste e
mill’altre sperienze hanno luogo anche ove si tratti di un grado di elettricità
assai debole: che se poi quello, che si può eccitare colla seta è forte abbastanza
per manifestarsi colla luce, l’apparenza sola del fiocco, o della stelletta ci
scuopre senza più di qual sorta sia l’elettricità. Voglio dire che si ha certa
indubbitata pruova che l’elettricità comunicata a un conduttore per mezzo
della seta stropicciata colla mano ella è elettricità di eccesso, mentre da una
punta annessavi ne spiccia il fiocco, e che all’incontro l’elettricità di un altro
conduttore, cui per elettrizzare ha servito la seta stropicciata col vetro è
elettricità di difetto, mentre su d’una punta parimenti annessavi compare
la stelletta.
Non farei mai fine se riferir volessi le molte esperienze da me fatte, e le
moltissime dippiù, che si posson fare tutte tendenti a dimostrare questa pro-
prietà, che ha la seta di elettrizzarsi in due contrarie guise: ma stimo superfluo
l’accumular più pruove ove una sola delle rapportate quì sopra è più che ba-
stante per convincere chicchesia; tanto più, che qualora V. P. M. R. si prenda
studio di verificare tal fatto saprà da sè stessa come farne i tentativi, e ben
le ne sovveranno tutte le strade, e tutte le combinazioni possibili, senza che
vi sia bisogno, ch’io glie le suggerisca. Mi contenterò adunque di aggiungere
al fin qui detto un altra sperienza, che oltre all’essere una riprova della verità
fin qui stabilita ci scuopre un vantaggio non disprezzabile che se ne può trarre;
proprietà della seta. Stabilita la massima, che la seta stropicciata coi corpi
elettrici per comunicazione acquista del fuoco elettrico, all’incontro stropic-
ciata col vetro vi perde, ne didussi, che stropicciando a un tempo la medesima
seta contro un tubo di vetro e contro un conduttore isolato in maniera, che
le parti della seta stropicciate prima col vetro passassero successivamente a
stropicciare il conduttore, ne didussi, dico, che si verrebbe con ciò ad elet-
trizzare detto conduttore molto più presto, e molto più gagliardamente di
quello che sarebbe per elettrizzarsi stropicciando la seta sol contro il vetro,
e facendo passare successivamente le parti di essa stropicciate in vicinanza
bensì di esso conduttore, ma senza punto stropicciarlo: e la ragione si è, che
laddove in quest’ultimo caso il conduttore diviene elettrico per ciò solo, che
la seta stropicciata prima col vetro, e che ha perso quindi del suo vapore
cerca di rifarsene a spese del conduttore in vicinanza di cui passa; nel primo
caso oltre questa ragione che ha la seta di smungere del fuoco al conduttore
un altra ragione vi s’aggiunge ancora, cioè il nuovo stropicciamento che soffre
la seta medesima con esso conduttore, mercè del quale stropicciamento i
corpi elettrici per comunicazione vengono determinati a dare alla seta. Mi
spiego ancor più chiaro: la seta in due maniere può elettrizzare per difetto
un conduttore: la prima è stropicciandosi essa seta col conduttore medesimo
con che vien determinato questo a dare a quella: l’altra è stropicciandosi
prima la seta contro un tubo di vetro, ed applicandosi successivamente le
parti di essa stropicciate al conduttore, con che egli parimente vien determi-
nato a dare alla seta per risarcire la perdita fatta da questa in occasione di
stropicciarsi che fu prima col vetro. Ora egli è chiaro, che lo scapito che ne
risulterà al conduttore sarà molto maggiore se non in una sola, ma in tutte
due queste maniere venga egli obbligato a dare del suo; il che appunto suc-
cede nel riferito caso, ove si fa sì, che le parti della seta stropicciate prima
contra il vetro non solo passino in vicinanza del conduttore, o leggermente
il tocchino, ma contro di esso ancora premendosi soggiacciano a un nuovo
stropicciamento. Questo è ciò, ch’io diduceva, nè andò fallita la mia aspet-
tazione, perchè ho sempre trovato, che così appunto facendo, cioè stropic-
ciando la seta contra un tubo di vetro, e contra un conduttore isolato nel
tempo stesso, questi diviene più presto, e più fortemente elettrico, di quello
farebbe se stropicciando la seta sol contra il vetro applicassi successivamente
le parti di essa stropicciate a detto conduttore, ma senza però stropicciarlo.
La maniera di fare l’esperienza, e di chiarirsi di tal fatto è troppo facile perchè
stimi indispensabile il dar conto del modo con cui ho io proceduto; ma perchè
si tratta quì d’una esperienza affatto nuova, quale credo d’esser stato io il
primo a fare, non è del tutto superfluo; ecco dunque com’io mi ci adopero:
Alla distanza di poco più di un pollice da un conduttore isolato colloco un
di un nastro di seta attaccato alle due estremità di un legno curvo a foggia
di un archetto da violino: per tal guisa in dodici o quattordici volte al più,
che fo andare innanzi e indietro con una convenevole prestezza questa spezie
d’archetto il conduttore diviene elettrico a segno di darmi alcune scintillette,
ciocchè non potrei così presto ottenere se premendo coll’archetto sol contra
il vetro mi contentassi di passarlo leggermente sopra il conduttore senza però
stropicciarlo.
Ed ecco per qual guisa son venuto a scoprire nella seta questa proprietà
ben singolare (a cui credo che da alcuno non si sia fatta per anche attenzione)
ed è la disposizione ch’ella ha di elettrizzarsi per via di strofinamento in due
contrarie maniere. Nè credo io già, che tale scoperta sia per esser sterile di
cognizioni. Non si sa per anco da che proceda, che il vetro mercè dello stro-
finamento sia atto solo a ricevere, gli zolfi a dare alla mano stropicciante.
Ora un corpo, qual è la seta, che si può dire che partecipi e tenga sì del vetro,
che dei zolfi, e che racchiuda in sè i principj delle due contrarie elettricità
in tal altra a dare come i zolfi non potrà forse condurci a fissare il principio
da cui deriva la diferenza fra i corpi vitrei medesimi, e i corpi resinosi? Se
non altro ne trarremo noi questo vantaggio di poter con franchezza abbattere,
e rigettare qualunque ipotesi, qualunque teoria immaginata per spiegare
cotesta ignota cagione onde i vetri ricevono, e gli zolfi dànno alla mano stro-
picciante, di poter, dico, rigettare qualunque teoria, che pienamente non si
accordi, o conciliare non si possa appuntino con questa proprietà medesima,
che nella seta abbiamo riconosciuta. Mi sia però permesso di accennare qui
di passaggio che detta proprietà della seta non solo mirabilmente consente,
e si concilia coi principj ch’io ho fissato circa l’elettricità originaria dei vetri,
e dei solfi, ma ne è anzi una necessaria diduzione, e conseguenza. Conside-
rando io il vetro come un corpo scarseggiante al maggior segno, il solfo per
un corpo estremamente ridondante di fuoco elettrico, intendo come gl’altri
corpi tutti elettrici per comunicazione ossia indiferenti posti fra questi due
estremi debbano contribuire al vetro, che ne ha meno, e ricevere dal zolfo,
che ne ha più. Venendo ora alla seta non la metto io già a paro col vetro mentre
non è suscettibile di un grado sì intenso di elettricità, ma le assegno il posto
di mezzo fra il vetro medesimo e i corpi elettrici per comunicazione, onde age-
volmente si capisce per l’istessa ragione ch’ella debba ricevere da questi, che
più di fuoco contengono, e dare al vetro, che ne contiene meno. Ma io non
mi fermo quì con questa supposizione; vado più oltre, e mi fo strada più
avanti a nuove ricerche. Se tra il vetro ch’è uno degl’estremi e i corpi indife-
renti si truova collocata la seta, non troverassi pure qualche altro corpo che
tenga il luogo di mezzo fra il zolfo che è l’altro estremo, e questi corpi medesimi
Voglio dire: se da una parte vi è la seta, che comunque si stro-
picci si elettrizza sempre come il vetro, purchè non si stropicci col vetro me-
desimo; non saravvi pure dall’altra parte qualche corpo, che stropicciato si
elettrizzi sempre come il solfo, purchè non stropicciato col solfo medesimo?
O per spiegarmi ancor meglio, se sia possibile: se vi ha un corpo qual è la
seta, che tiene bensì alla natura del vetro perchè com’esso riceve dai corpi
indiferenti, ma al confronto però del vetro stesso la cede, perchè è determinato
suo malgrado a dare al medesimo vetro; non vi avrà pure qualche altro corpo,
che tenga bensì alla natura del zolfo dando com’esso ai corpi indiferenti, ma
che però in confronto del zolfo medesimo la ceda anch’egli assoggettandosi
suo malgrado a ricevere? Più: farà ella la natura tutto ad un tratto, e come
per salto il passaggio dal vetro alla seta, e da questa ai corpi indiferenti;
oppure avrà ella, com’è solita di fare in tutte le sue produzioni, disposta una
scada di corpi per discendervi a grado a grado, e come insensibilmente? Ed
ecco qual vasto campo mi si apre dinnanzi a nuove esperienze!.....
Poche però finora ne ho io fatte a quest’oggetto; e per render conto del
risultato di esse senza diffondermi a farne il detaglio, dirò in poche parole
ch’io ho trovato, che in primo luogo i peli della schiena di un gatto, di un
cane, di un cavallo ecc. s’accostano più davvicino alla natura del vetro, e
tengono un rango superiore alla seta poichè la si assoggettano, e l’obbligano
a suo dispetto a dare, nè la cedono, essi peli, che in confronto del vetro mede-
simo. Dopo i peli del gatto ecc. vengono in seguito i capegli i quali pure ten-
gono un rango superiore alla seta, e la portano sopra di essa. Questi corpi
ho io dunque trovato discendendo dal vetro alla seta; venendo poi giù da
questa ai corpi elettrici per comunicazione ne ho pure riscontrati degl’altri,
cioè il canape, il lino, la lana, le unghie, le corna, ecc. i quali tengono un rango
inferiore alla seta, e subordinati si lasciano da questa predominare. In somma
ecco la cosa come sta: il vetro riceve da qualunque corpo con cui si stropicci:
i peli del gatto ricevono non che dai corpi indiferenti, ma dai capegli, dalla
seta, dalle unghie ecc.; ma danno al vetro: i capegli danno al vetro, ed ai
peli, e ricevono dalla seta dalle unghie, ecc.: la seta dà al vetro, ai peli, ai ca-
pegli, e riceve dalle unghie, ecc.: finalmente le unghie, le corna, il canape e
varii altri corpi danno alla seta, ai capegli, ai peli, ed al vetro, nè ricevono
che dai corpi indiferenti. Devo confessare, che finora non mi è venuto fatto
di riscontrare una simile gradazione nella classe dei corpi resinosi; ma ciò
procede da che finora non ho trovato il modo di sottometter tai corpi alle
medesime prove. Per esempio come fare a stropicciare l’un con l’altro un
bastone di solfo, e un bastone di ceraspagna, un pezzo d’ambra, e un pezzo
di colofonio? La rigidezza di tai corpi è in causa, che strofinandosi l’un l’altro
non si tocchino che in alcuni punti, onde nasce anche un altro inconveniente,
che si rodono, e si collimano; il che rende vano ogni tentativo per eccitare
Bisognerebbe che nella classe dei corpi resi-
nosi uno almeno ve ne avesse flessibile, ed arrendevole come la seta, i capegli ecc.
per adattarsi al zolfo, all’ambra, al colofonio e stropicciarsi convenevolmente
con ciascuno di essi. Comechè dunque l’esperienza non ci fornisca delle prove
immediate che nella classe dei corpi resinosi si truovi quella gradazione, che
ci si mostra nella classe dei vitrei, l’analogia però vuol, che punto non se
ne dubiti. Ma che diss’io che l’esperienza non ci fornisce delle pruove?
O
non ne è questa una più che sufficiente il mostrarci elle l’esperienza che nella
classe dei corpi resinosi non tutti ugualmente, ma un più dell’altro è suscet-
tibile di un grado più intenso di elettricità? Dal che s’inferisce, che uno tiene
un rango superiore sopra dell’altro, e s’accosta più d’appresso alla natura
del solfo, mentre così appunto nella classe dei vitrei quegli tengono un rango
superiore sopra degl’altri, e si accostano più davvicino alla natura del vetro,
quegli, dico, che son suscettibili di un grado più intenso di elettricità. E certo
se il zolfo per esempio è suscettibile di un grado più intenso di elettricità
che la ceraspagna, chiaro è che la forza di trasfondere nel corpo stropicciante
del fuoco elettrico è maggiore nel solfo, che nella ceraspagna. Venuti dunque
a confronto questi due corpi, e stropicciati fra di loro, che ne avverrà? Il
maggiore di forza, cioè il zolfo dovrà prevalere, e portarla sopra la ceraspagna,
e questa cedendo, e lasciandosi predominare dovrà obbedire, cosichè il solfo
al suo solito, e seconda è di natura disposto tramanderà del vapore elettrico,
e la cera spagna sarà assoggettata suo malgrado a riceverlo. Così vedasi di-
scorrendo degl’altri corpi. Ma è tempo di tornare alla seta, e di passare ad
un’altra non meno feconda scoperta.
Quando osservai, che la seta stropicciata contro il vetro diveniva elet-
trica per difetto punto non mi maravigliai, poichè diducendo da’ miei prin-
cipj avea già preveduto dover ciò succedere, e senz’altro me l’aspettava;
restai però grandemente sorpreso quando fuori d’ogni mia aspettazione mi
dovetti accorgere, che il grado di elettricità, che sì il vetro, che la seta aveano
per tal guisa acquistato era di gran lunga superiore a quello, che avrebber
potuto acquistare se ciascuno separatamente si fosse stropicciato colla mano,
o con altro qualsivoglia corpo elettrizzabile per comunicazione. Se mai na-
scesse, come a me infatti avvenne, qualche ripugnanza a crederlo, e si durasse
fatica a convenirne, non v’ha per accertarsene, che passar sopra premendo
un tubo di vetro a un nastro di seta ben teso; facendo l’esperienza al bujo
si veggono apparire ne’ luoghi stropicciati alcune striscie di luce somiglianti
a quelle, che appaiono stropicciando parimenti all’oscuro la schiena di un gatto,
o di un cane; accostando poscia il tubo al volto, o al rovescio della mano la
materia elettrica si fa sentire col soffio, e rendesi ancor visibile colla luce
accompagnata da un certo stridore, e scoppiettamento: i quali segni elettrici
non si potrebbero certo ottenere nè così presto, nè così vivaci stropicciando
Per riguardo poi alla seta
quantunque i segni elettrici non si manifestino colla luce (il che io stimo pro-
ceder possa dall’esser la seta tutta ricoperta da una lanugine di fili sottilis-
simi, i quali, tostochè arriva qualche corpo a toccargli, spogliano, senza però
gittar luce, poichè i fili comunque elettrizzati assai intensamente non ho mai
visto, che gettino luce alcuna, spogliano, dico, la seta di tutta la elettricità
prima che giunga detto corpo a toccare il consistente, e pieno della seta), è
facile però lo scorgere che il grado di elettricità è ancor in essa come nel vetro
assai notabile, poichè ad una distanza ben grande agita i minuzzoli di paglia,
le fogliette d’oro, od altri leggeri corpicelli. Finalmente stropicciando un
nastro di seta contro un tubo di vetro, ed applicando successivamente le
parti della seta stropicciate a un conduttore isolato, vengo ad elettrizzare
questo conduttore medesimo assai più presto, e più fortemente di quello che
si elettrizzerebbe stropicciando la seta colla mano. Il medesimo intendasi
del vetro, cioè che stropicciato colla seta elettrizza più fortemente un con-
duttore, che stropicciato con qualsivoglia altro corpo. Che più?
La seta stro-
picciata col vetro si elettrizza più forte che il vetro medesimo stropicciato
colla mano, od altro simile, poichè si elettrizza tanto per difetto quanto il
vetro stropicciato con essa seta si elettrizza per eccesso, ossia tanto dà la
seta quanto riceve il vetro. Ciò posto mi è venuto in mente che nelle machine
elettriche solite ad adoperarsi se si sostituisse al globo di vetro che gira sul
suo asse, un drappo di seta, e a questa invece della mano, o del cuscinetto
si applicasse per istropicciarlo un pezzo di vetro, si otterrebbero con ciò più
presti, e più vivaci i segni elettrici nella catena. Dippiù si potrebbe ancora
facilitare in questo modo l’elettrizzazione, e suscitarla più viva facendo sì,
che i punti della seta già stropicciati col vetro non solo passino in vicinanza
della catena, ma con essa pure di nuovo si stropiccino; mentre abbiamo ve-
duto, che per via di questo doppio stropicciamento, che soffre la seta, un
conduttore diviene più presto, e più facilmente elettrico. Una machina adun-
que costruita per tal guisa colla seta sarebbe per questo conto preferibile alla
machina del globo di vetro, di cui sogliamo servirci. Ma il male sta, che una
machina siffatta finora non l’ho che desiderata essendo impossibile di co-
struirne una, che vada esente da parecchj inconvenienti; ed ecco quei sono:
non può la seta elettrizzarsi da dovero se molte parti di essa a un tempo non
soggiacciono a un forte stropicciamento. Ora ciò è impossibile ottenere stro-
picciandola col vetro, perchè se la seta è aggiustata, e avvolta in forma di
fascia intorno a un tubo di vetro per esempio, o a un tubo di solfo (poichè
fa d’uopo, che le parti della seta, che si vogliono stropicciare restino isolate,
altrimenti se toccassero a corpi elettrizzabili per comunicazione non potreb-
bero conservare punto di elettricità, ma tantosto se ne spoglierebbero) egli
è chiaro, che nè essa potendo cedere, nè il vetro con cui si vuol stropicciare
Bisognerebbe dunque, che il drappo di seta per tutto quel tratto, che vuolsi
stropicciare non appoggiasse sopra alcun corpo acciò fosse flessibile, ed arren-
devole: ma per questo stesso, che la seta si arrende, e cede non potrebbe sog-
giacere a un forte stropicciamento. Che fare dunque?
È manifesto, che l’uno
o l’altro di questi convenienti è inevitabile: ma desiderando pure di costruire
una machina qualunque fosse per riuscire ho stimato spediente di cercare di
scansare il primo, e maggiore di questi inconvenienti, ed appigliarmi al minor
male; nè suggerendomi maniera più comoda ecco com’io mi son ingegnato
di costruire la mia machina da seta. Due rotelle di legno del diametro di
dodeci pollici incirca le ho fissate alla distanza di pollici otto l’una dall’altra
per mezzo di un asse ossia cilindro di legno, che le attraversa passando pel
centro di esse, e le tiene ferme, ed immobili a detta distanza. Ciò fatto ho
attaccato di qua, e di là alla periferia delle due rotelle una pezza di lustrino
in maniera, che stesse convenevolmente tesa. Mettendo dunque quest’or-
digno, ed aggiustandolo in luogo del globo di vetro lo fo girare, e stropiccio
la banda di seta alla meglio che posso col ventre di una boccia di vetro avendo
riguardo di muovere di tratto in tratto, e voltare questa boccia, acciò non
presenti sempre i medesimi punti alla seta (questa avvertenza è necessaria,
altrimenti se fossero sempre i medesimi punti del vetro che stropicciassero,
a capo di un certo tempo, e ricevuto che hanno dalla seta del vapore a un
certo segno non sarebbero più in caso di riceverne più oltre); dall’altra parte
un uomo isolato sulle resine stropiccia egli pure con la man nuda la seta me-
desima. Per tal maniera quest’uomo viene ad elettrizzarsi assai fortemente,
e a dare dei segni ben vivaci, quantunque non tanto per avventura, quanto
se si eccitasse la elettricità col solito globo di vetro: ma ciò ben si vede che
procede da questo, che la seta non soggiace a uno stropicciamento abbastanza
forte, e pari a quello cui soggiace il vetro. Questa macchina da seta, ch’io
mi son costrutta comunque non vada esente da un grosso inconveniente, nè
sia quale io la desiderava, ella ha però ancora questo vantaggio sopra delle
machine da vetro, che ove con queste non si può elettrizzare daddovero che in
tempi secchi, in giornate favorevoli all’elettricismo; colla machina da seta ci si
riesce anche in giornate poco favorevoli, in tempi umidi e piovosi. E ciò io stimo
proceda da questo, che il vetro attira, e ritiene l’umidità più assai che la seta,
mentre osservo che il vetro esposto per qualche tempo all’umido, o appannato
sol col fiato, o semplicemente dalla traspirazione della mano non è atto più
ad isolare se prima non si rasciuga; la seta non così di leggeri si guasta po-
tendo ancor servire ad isolare convenevolmente quantunque stata per più
lungo tratto in sito umido, quantunque vi si fiati sopra, quantunque si palpi
colla mano. Questo vantaggio che ha la seta di non risentirsi tanto all’umi-
dità che regna nell’aria non parmi affatto disprezzabile. V’ha di quei giorni,
instrutta del globo vitreo, anzi che io sudo per ottenere soltanto dalla catena
qualche debbole scintilla; colla mia machina da seta però non duro gran fa-
tica ad eccitare le scintille, e a caricare anche la boccia se fa di bisogno. Ora
per ridurre le molte in poche una machina da seta stando le altre cose pari
per tre capi è preferibile ad una machina da vetro: primo perchè la seta stro-
picciata col vetro acquista un grado di elettricità più forte, che non il globo
di vetro, che si stropiccia colla mano, o col cuscinetto: secondo perchè si
può accrescere, e suscitar più viva ancora l’elettricità della catena facendo sì
che le parti della seta stropicciate prima col vetro si stropiccino ancora un’altra
volta colla catena medesima: finalmente perchè l’elettricità originaria della
seta non soffre tanta alterazione dai cangiamenti che arrivano nell’atmosfera:
ho detto
seta abbia tutti questi vantaggi sopra la machina da vetro, si richiede, che
la seta soggiaccia ad uno stropicciamento eguale a quello che soffre il vetro, e
in un egual numero di parti, ciò che importa molto. Se trovar si potesse la
maniera di costruire una machina sì perfetta, e così compiuta in tutte le sue
parti qual comodo non ne arriverebbe a tutti quelli che fanno professione,
o si dilettano di elettricità? Ma torniamo al nostro proposito.
Ho detto, che restai grandemente sorpreso all’osservare, che stropic-
ciando la seta contro il vetro amendue questi corpi acquistavano un grado
di elettricità assai maggiore di quello, che acquistar possano stropicciando cia-
scuno d’essi a parte colla mano, o con altro simile. Lo stupore mio non fu tanto
riguardo la seta, mentre supponendo solo, che questa si accostasse più alla
natura dei corpi elettrici per comunicazione, che alla natura del vetro; vale
a dire supponendo che la seta scarseggiasse meno a proporzione di fuoco elet-
trico rispetto ai corpi indiferenti, di quello abbondasse rispetto il vetro, con-
cepivo benissimo come essa seta fosse più disposta a dare al vetro, che a ri-
cevere dai corpi indiferenti: bensì lo stupore fu riguardo il vetro, imperocchè
se stropicciato colla seta si elettrizza più forte che non stropicciato colla mano,
o con altro corpo simile convien dire, che il vetro per via dello strofinamento
sia disposto a ricevere più dalla seta, che dai corpi elettrici per comunica-
zione. Ma come ciò, se la seta mercè dello stropicciamento è men atta a dare,
che detti corpi elettrici per comunicazione, anzi di sua natura è disposta
piuttosto a ricevere?
E infatti messa a confronto la seta coi corpi indiferenti, e stropicciata
con essi, questi danno, ed ella riceve. Come va che la seta la quale ha bisogno
anch’essa di ricevere dia al vetro più di quello che non fanno i corpi indife-
renti che non hanno questo bisogno? Questo è ciò che a prima giunta credetti,
che nessuno arriverebbe mai a spiegare; ma in seguito facendovi più attenta
considerazione ho trovato, che poteva stare benissimo, che il vetro si elet-
indiferenti una volta, che si supponesse, che quantunque detti corpi diano al
vetro più di vapore elettrico di quello possa dare la seta in virtù dello stro-
picciamento, i medesimi però in virtù di qualche altro principio ne riassu-
mono buona parte, ove la seta di quel poco che da, non ne ricupera niente,
cosichè al fin dei fatti si truova il vetro aver acquistato più di vapore da questa,
che da quelli. Ora un tal supposto chi non vede, che appunto si verifica, cioè
che i corpi elettrici per comunicazione quel vapore che danno al vetro in
virtù dello stropicciamento lo vanno di mano in mano ricuperando, e sen
rifanno in buona parte? E la ragione di ciò si è, che del corpo stropicciante
non potendovi essere che alcuni punti, i quali toccano immediatamente il
vetro e contro di esso si adoprano stropicciando, questi soli vengono deter-
minati a contribuire del suo vapore ad esso vetro, gl’altri punti poi che non
istropicciano rubano al vetro medesimo quello ch’ha ricevuto dai primi;
sicchè può dirsi in certa maniera, che un corpo applicato a stropicciare il
vetro faccia ad un tempo l’ufficio di machina e di catena. Per mettere sot-
t’occhio questa verità facciamo mente a ciò che addiviene stropicciando nella
solita maniera il globo di vetro: applico la mano piana, e distesa su l’equatore
del globo, che va in giro: ognuno vede che non tutta la mano, ma un tratto
solo di essa è che stropiccia: Che ne avviene perciò? Finchè un dato punto
del vetro passa sotto i punti della mano che propriamente si esercitano a
stropicciare, attrae per sè, e riceve del vapore; ma ove giungendo più avanti
passa sotto i punti della mano, che non istropicciano, vi si spoglia del di già
ricevuto. E che altro sono infatti que’ pennoncelli di luce, che stropicciandosi
il globo all’oscuro appajono fra la mano di esso globo se non il fluido elettrico,
che dal vetro si porta alla mano? Che se mi si dicesse che questa luce è anzi
tutto all’opposto materia che sorte dalla mano per portarsi al globo; così mi
farei innanzi: la luce non appare già in que’ siti ove la mano tocca immedia-
tamente il vetro; e ciò è evidente, poichè la materia elettrica passando da
uno in un altro corpo contiguo non si manifesta già colla luce, ma solo pas-
sando da un corpo in un altro a qualche distanza: appajono dunque i pennon-
celli di luce sotto que’ punti della mano, che non toccano il vetro; che se non
toccano, nemmeno stropicciano; se non stropicciano, non danno neppure
poichè non v’ha, che lo stropicciamento, il quale determini un corpo a dare
al vetro, ed è contraddizione volere che diano al vetro in virtù di stropiccia-
mento quei punti che non stropicciano. Insomma il vetro è di tal natura,
che ove cessi in lui lo stropicciamento anela a spogliarsi del vapore, che tro-
vasi in esso accumulato sicchè lo scarica nel primo corpo elettrizzabile per
comunicazione in cui s’imbatta. Ora il primo corpo per comunicazione elet-
trizzabile in cui s’imbatte il vetro dopo sofferto lo stropicciamento della mano,
è la mano stessa, o per meglio dire le parti della mano che non istropicciano;
Ed ecco come i
corpi elettrici per comunicazione stropicciati col vetro di quel vapore che
ad esso danno ne riacquistano buona parte. Non è bisogno ch’io qui faccia
riflettere come la cosa medesima non ha luogo stropicciando il vetro colla
seta: e chi non ne vede la diferenza? La seta non essendo elettrizzabile per
comunicazione, non può fare le parti di catena, ossia i punti di essa non stro-
piccianti non ponno riscuotere dal vetro il vapore accumulatovi dai punti,
che stropicciano, d’onde nasce, come diceva fin dapprincipio, che quantunque
in virtù dello stropicciamento la seta non sia atta a dare tanto, quanto i
corpi elettrici per comunicazione, pure al fin dei fatti si truova essa seta aver
dato dippiù, perchè di quel poco che contribuisce punto non ne riacquista,
ove detti corpi elettrici per comunicazione danno bensì molto in virtù dello
stropicciamento, ma lo ricuperano anche, e sen rifanno in buona parte.
So ben io quello, che da alcuno mi si potrebbe rispondere: se la mano
stropicciante fa essa sola l’ufficio di machina, e di catena, cioè dà al vetro,
e ripiglia quindi quello che ha dato, come rimane ancor tanto di vapore al
vetro di divenirne elettrico? Voi pretendete, dirassi, che
picciato coi corpi elettrici per comunicazione si elettrizza più debolmente di
quello che faccia stropicciato colla seta, perchè detti corpi elettrici per comu-
nicazione ricuperano dal vetro medesimo il vapore ad esso compartito; ma
questo pruova troppo, mentre prova che il vetro stropicciato con siffatti
corpi non solo dovrebbe acquistare un grado di elettricità men forte, ma punto
non si dovrebbe elettrizzare.
Certamente, che così dovrebbe accadere, che il vetro punto non si elet-
trizzasse stropicciato colla mano, o con altro simile; se quel vapore, che esso
vetro acquista per lo stropicciamento tutto lo rifondesse nel primo corpo elet-
trizzabile per comunicazione in cui s’imbatte; poichè in tal caso i punti della
mano, che non istropicciano essendo essi propriamente il primo corpo elet-
trizzabile per comunicazione a cui il vetro dopo sofferto lo stropicciamento
passa da vicino, in essi si spoglierebbe detto vetro di tutto il vapore di cui
truovasi carico. Ma non va così la bisogna, poichè il vetro non del tutto si
spoglia nel primo corpo che incontra, ma
ho avanzato non inconsideratamente: in pruova di che vaglia quest’espe-
rienza. In vece di una sola catena ne accomodo due al solito globo di vetro,
la prima non isolata, la seconda isolata, e dispongole in maniera, che i mede-
simi punti del vetro che son passatti in contatto alla frangetta della catena
non isolata, passino pure in contatto alla frangetta della catena isolata: stro-
picciando il globo osservo che la catena isolata è divenuta, debbolmente sì,
ma pure è divenuta elettrica. Dunque io inferisco quei punti del vetro non
si sono scaricati del vapore accumulatovi tutto nel primo corpo a cui sono pas-
sati in contatto, cioè nella prima catena non isolata, ma ritenuto ne hanno
Applichiamo
ciò alla mano stropicciante: il primo corpo che incontra il vetro dopo sofferto
lo stropicciamento della mano, è la mano stessa, ossia quelle parti della mano,
che punto non stropicciano: che ne avviene perciò? Ivi si scarica bensì di
buona parte del vapore, ma non se ne spoglia affatto ritenendone ancora
qualche porzione. Ma e donde mai procede questo, che il vetro non scarichi
tutto il vapore ch’è in esso accumulato nel primo corpo, in vicinanza di cui
passa? Proviene da che il vetro non già tutto ad un tratto si spoglia, ma a
poco a poco, e lentamente, e col tempo, sicchè non ha luogo di spogliarsi af-
fatto in un corpo, se lunga pezza non vi si ferma in contatto; e che ciò sia il
vero eccone una pruova cavata pure dall’esperienza: stropicciato che ho il
globo per qualche tempo cavo dalla catena tutte le scintille ch’essa mi può
dare, e la spoglio affatto di elettricità; da lì a qualche tempo senza più nè
girare, nè stropicciare il globo, ma lasciando tutto nella stessissima posizione
esploro di nuovo la catena, e truovo, che torna a darmi qualche scintilletta:
questo giuoco dura per la terza, quarta, quinta volta, e più ancora se la gior-
nata è molto favorevole all’elettrizzazione, con questo però, che i segni elet-
trici vanno scemando di volta in volta: e ciò saprei io volentieri da che altro
proceder possa se non da questo, che i punti del vetro, che guardano la fran-
getta della catena non tutto alla prima vi rifondono il vapore di cui trovansi
carichi, ma richiedono un tratto successivo di tempo per spogliarsene affatto.
Passando ora ancor quì a considerare ciò che avvenga alla mano stropicciante
è facile lo scorgere, che i punti del vetro passando con somma rapidità sotto i
punti della mano, che non istropicciano non hanno tempo di rifondervi tutto
il vapore, e di spogliarsene affatto.
Ed ecco fin dove le mie ricerche mi hanno insensibilmente, e come per
mano condotto a riformare, se pur tanto oso avanzare, la teoria dell’elettri-
cità originaria: imperocchè questa teoria essendo fondata su questo, che il
vetro riceve dalla mano stropicciante, e rifonde tutto il ricevuto nel primo
corpo che incontra, ho trovato, che nè l’una, nè l’altra di queste due posizioni
è assolutamente vera, e senza limitazione. Non la prima, che il vetro riceva
dalla mano stropicciante; poichè il vetro non solo riceve, ma ridona ancora
alla mano stessa buona parte del già ricevuto. Non la seconda, che il vetro
rifonda tutto il vapore accumulatovi a forza di stropicciamento nel primo
corpo, che incontra; poichè se ciò fosse, essendochè il primo corpo che in-
contra il vetro sofferto lo stropicciamento della mano, è la mano stessa, ossia
le parti della mano che non istropicciano, sarebbe esso vetro obbligato a re-
stituire il vapore ove l’ha tolto, cioè alla mano stessa, ond’è che punto non
si elettrizzerebbe. Che più?
Il principio da cui dipende l’elettrizzazione egl’è
quest’unico principio che il vetro smunge dalla mano stropicciante una copia
assai grande di vapore, ed ove dovrebbe giusta le leggi dell’elettricità comu-
e questo in virtù di una certa, dirò così, forza ritentiva che ha esso vetro per
cui del vapore di cui si truova carico non si spoglia tutto in un fiato, ma a
poco a poco, e col tempo. Che se mi si domandi ora da che proceda questa
virtù ritentiva nel vetro, confesso ingenuamente di non saperlo. Sarebbe
forse, che il vetro peni a spogliarsi, e difficoltosamente vi consenta perchè
scarseggiando esso vetro naturalmente di vapore elettrico vorrebbe pure rite-
nerne di quello accumulatovi per arte tanto da supplire alla sua mancanza,
da rifarsene, ed emendare il natural suo difetto? Ma io devio dal mio propo-
sito, che è non già di produrre semplici conghietture, o di trattenermi inutil-
mente in far ipotesi, ma di ridurmi unicamente, e semplicemente a ciò, che
decide l’esperienza. Lasciando dunque da parte simili conghietture giacchè
l’esperienza non mi dà tanto in mano di scoprire il principio da cui dipende
questa virtù retentiva del vetro, e bastandomi solo d’averla provata avendo
fatto vedere, che il vetro non tutto ad un tratto, ma a poco a poco, e col tempo
si spoglia di tutto il vapore accumulatovi; passo ad alcune cose, che mi re-
stano ancor a dire della seta.
Abbiam veduto ciò che accada alla seta stropicciata or con corpi indi-
ferenti, or con corpi della classe dei vitrei: cosa avverrà pertanto di questa
stropicciandola col zolfo, od altri corpi resinosi? Niente più facile da indovi-
narsi diducendo dalle premesse. La seta è già per sè stessa più disposta a ricevere
che a dare, mentre dai corpi indiferenti appunto riceve. Dunque stropicciata col
solfo (poichè la natura di questo è di dare) riceverà in virtù dello stropicciamento
più di quello che possan ricevere i corpi indiferenti. Dunque il solfo stropic-
ciato colla seta si elettrizzerà più fortemente. Ma ciò non basta; v’è ancor di
più: il solfo non solo si elettrizza più forte stropicciato colla seta, che con
corpi indiferenti, perchè in virtù dello stropicciamento quella è più atta a
ricevere, che questi, ma anche perchè di quello che dà alla seta punto esso
solfo non ne riacquista non essendo la seta elettrizzabile per comunicazione,
onde le parti di essa che non istropicciano fornir non possono porzione alcuna
di vapore per risarcire detto zolfo; all’incontro il zolfo stropicciato con corpi
indiferenti oltrechè dà a questi meno di vapore in virtù dello stropicciamento,
di quel poco che dà una buona parte ancora ne riassume restituita venendogli
dai punti del medesimo corpo, i quali non stropicciano.
E questo è quanto ho stimato di comunicare a V. P. M. R; molte altre
cose avrei voluto aggiungere massime intorno all’elettricità dei peli del gatto,
e del cane che mi par singolare per più ragioni, ma me ne astengo perchè m’ac-
corgo d’avere oltrepassato i limiti dell’onesto, e di averla troppo annojata
con una lettera così lunga; del che la prego a volermi scusare, mentre posso
assicurarla d’avervi messo tutto lo studio perchè non riuscisse di tante pagine;
condoni questo ad una infelicità ch’io ho di non potermi spiegare con preci-
quali stanno in mia testa, insomma di non avere il dono della brevità. Con
quest’occasione la prego di nuovo a volermi attendere la promessa, che con
tanta e bontà, e gentilezza mi fece, di comunicarmi tosto che sortirà alla
luce l’opera indicata, e le rinnovo le premure di dar opera, che il pubblico
presto ne goda. Con quale impazienza io ne stia in attenzione può argomen-
tarlo e dalla stima grande ch’io fo di V. P. M. R. e della sua espertezza in
siffatte materie, e dal genio ch’io ho per la elettricità. Intanto col più pro-
fondo ossequio mi dichiaro Di V. P. M. R.
Umil.
ALESSANDRO VOLTA.