Volta, Alessandro Lettera del A. Volta al G. Klinkosch 1776 it volta_lettGK_997_it_1776.xml 997.xml

LETTERA

DEL SIGNOR

D.ALESSANDRO VOLTA

AL SIGNOR

GIUSEPPE KLINKOSCH

R. CONSIGLIERE, PUBBLICO E PRIMARIO PROFESSORE DI ANATOMIA NELL’ UNIVERSITÀ DI PRAGA, E MEMBRO DELLA REALE SOCIETÀ DELLE SCIENZE DI GOTTINGA

Maggio 1776

FONTI.

STAMPATE.

Am. Sc. di Op. in 12°. 1776. Vol. XX, pg, 32. Am. Sc. di Op. in 4°, T. II, 1782, pg. 271. Abhandlungen einer Privatgesellschaft in Böhmen. Band. III, pg. 199, 213. Prag. 1777. Ant. Coll. 1816, T. I, P. I, pg. 144.

MANOSCRITTE.

Cart. Volt.: F 10; E 2; F 9; R 2.

OSSERVAZIONI.

TITOLO: da Am. Sc. di Op. DATA: da Am. Sc. di Op.

Am. Sc. di Op. in 12°, Vol. XX, pg. 32: è la lettera, che si pubblica, del V. al Klinkosch in data maggio 1776 (ripubblicata poi nell’edizione in 4° di Sc. di Op., T. II, pag. 271, ed in Ant. Coll. T. I, P. I, pag. 144): tale lettera, originariamente scritta in francese, è in risposta ad altra del Klinkosch al conte Kinski, Cart. Volt. F 10.

F 10: consta di due parti che si pubblicano in nota: la prima è la traduzione ita- liana, richiamata in E 2, della lettera sul Magnetismo Animale del Klinkosch al conte Kinski in data 15 gennaio 1776, contestante al V. la priorità ed il merito dell’invenzione dell’Elettroforo, e che determinò da parte del V. la ri- sposta in data maggio 1776, che si pubblica nel presente N°: la seconda parte di F 10 è la traduzione italiana della lettera in data 20 giugno 1776, colla quale il Klinkosch risponde alla lettera del V. in data maggio 1776, dissipando ogni equivoco.

F 9: è una lettera che non si pubblica, in data 23 marzo 1776, del Landriani al V., sulle esperienze di S. A. R. il principe Carlo di Lorena, nei riguardi dello spes- sore più utile dello strato isolante dell’Elettroforo, esperienze che portarono il V. alle rettifiche alle quali accenna sulla fine della lettera al Klinkosch.

Abhandlungen: è la traduzione in tedesco della lettera del V. al Klinkosch, in data maggio 1776, pubblicata sotto il titolo: « Schreiben an den Herrn Joseph Klin- kosch den beständigen Elektricitätsträger betreffend »; tale traduzione venne fatta dal Klinkosch stesso, come appare anche da un accenno contenuto nella lettera del V. al Landriani in data 11 ottobre 1778, che viene pubblicata nel successivo N° XLV (G). A questa lettera del V. al Klinkosch segue in Abhand- lungen la risposta del Klinkosch, della quale F 10 è la traduzione italiana che in parte si pubblica.

E 2: è la minuta di una lettera, in cui manca la data ed il nome del destinatario; però i ringraziamenti che contiene per l’invio della traduzione italiana della lettera sul Magnetismo Animale (Cart. Volt. F 10. 1a parte), ed il richiamo che presenta alle particolari esperienze riguardanti il modo di eccitare un elet- troforo con un altro (esposto nella lettera del Klinkosoh al V., Cart. Volt. F 10. 2a parte), insieme ad altri raccordi che emergono, autorizzano a ritenere che E 2 sia la minuta della risposta del V. alla lettera del Klinkosch (Cart. Volt. F 10. 2a parte), che trovasi pubblicata in tedesco in « Abhandlungen einer Pri- vatgesellschaft. 1777 ».

R 2: è un manoscritto con cenni autobiografici del V., nel quale a proposito del- l’Elettroforo, il V. scrive di sè stesso quanto segue: « Del 1775 ha pubblicata la descrizione del suo Elettroforo in due lettere al Si- « gnor Priestley stampate nella Scelta di Opuscoli di Milano. 1776, nell’istessa « scelta d’opuscoli una lunga lettera ancora sull’Elettroforo al Sig. Klinkosch « Consigliere e professore nell’Università di Praga: in questa espone come è « stato condotto all’invenzione dell’Elettroforo perpetuo e cosa era stato fatto « prima di lui analogo all’Elettroforo, lasciando a chi si deve la scoperta della « così detta Elettricità vindice, ed altre venute in seguito colle belle altrui spe- « rienze ».

Am. Sc. di Op. 1776, Vol. XX, pg. 32.

Maggio 1776.

Questa lettera fu ricevuta dal destinatario a Praga il 20 maggio, come risulta dalla lettera del Klinkosch al V. in data Praga 20 giugno 1776, della quale si riprodurrà in questo N° la parte relativa all’Elettroforo insieme ad un brano di lettera dello stesso Klinkosch al Conte Kinski. Cart. Volt. F 10. [Nota della Commissione].

Ho ricevuto alcune settimane sono sotto coperta a me diretta, e mar- cata dall’officio di Praga uno Scritto tedesco, che tratta in parte del mio Elettroforo perpetuo

Il titolo di tale scritto è il seguente: « Schreiben den thierischen Magnetismus, und die sich selbst wieder ersetzende elektri- sche Kraft betreffend, von JOSEPH THAD. KLINKOSCH K. K. RATH, ecc. an Herrn FRANZ GRAFEN von KINSKI MALTHESER RITTER K. K. KAMMERER und General wachtmeister Prag. 1776. » cioè: Lettera concernente il Magnetismo animale, e la per sè stessa rimettentesi Eletticità di GIUSEPPE TAD. KLINKOSCH, Consigliere ecc., al Sig. Conte FRANCESCO KINSKI Cavaliere di Malta, Maresciallo di Campo, ecc.

. Siccome ho fermo nell’opinione, essere l’autor me- desimo, che abbia voluto obbligarmi coll’inviare a me questa operetta; così mi credo permesso di trasmettergli io pure alcuni fogli italiani da me pub- blicati l’anno scorso in un’Opera periodica

Si accenna questa Scelta d’opuscoli ec.

concernenti il medesimo Elet- troforo.
Non senza difficoltà ho potuto intendere, Signore, cotesto vostro tedesco, attesa la poca cognizione, che ho di cotal lingua; di che mi duole pur assai. Se voi trovaste mai la medesima difficoltà rispetto al mio Ita- liano, starebbero tra di noi le cose pari. Se non che io voglio pur procurare di rendermi o più scusabile, o benanche più benemerito di voi, accompa- gnando i fogli impressi con alcuna cosa scritta di mia mano, e alla meglio che mi verrà fatto in una lingua, che non è nè la vostra nè la mia, ma che saravvi senza dubbio più famigliare che l’italiana

La presente lettera fu dall’autore scritta in Francese.

.

Non mi sorprende punto, Signore, che voi stimiate dover diffalcar molto da quel merito e vanto dell’Elettroforo, che il volgo de’ Fisici, siccome voi dite, troppo precipitosamente gli ha accordato. L’ammirazione, che molti ne presero ha oltrepassato e quello ch’io poteva a buon dritto pretendere, e ciò che avrei mai potuto sperare. Si è tenuto in conto di una scoperta mia propria quello, ch’io fui ben lontano dall’attribuirmi, val a dire un nuovo genere di Elettricità, ossia una nuova maniera di eccitarla. Si può vedere per altro, ch’io faceva intendere assai chiaro col primo annunzio che uscì del mio nuovo apparecchio nella Scelta d’Opuscoli di Milano per il mese d’A- gosto

Vol. VIII, pag. 127 e seg.

, e più apertamente ancora colla lettera al Dr. PRIESTLEY in data de’ 10. Giugno, pubblicata in appresso nella medesima Scelta

Vol. IX, pag. 91, e Vol. X, pag. 84, ec.

, ch’io non avea fatto altro più, che tener dietro, e dar risalto a un ramo di Elettricità, che già era noto sotto il nome di Elettricità Vindice.
Tanto non vien egli indicato dai termini stessi, onde ho cognominata l’elettricità del mio appa- rato Vindice indeficiente? Ma poi anche in termini più formali mi esprimeva nella succennata lettera a PRIESTLEY: basta vederne il secondo paragrafo, ove, dopo avergli detto, che i fatti ch’io era per riferire appartengono al- l’Elettricità Vindice; e che egli da ciò immaginerebbe tosto, che si tratta d’una lastra isolante vestita e snudata a vicenda della sua armatura, vengo a spie- gare in qual maniera sono riuscito coll’ajuto d’un’armatura più conveniente, e col surrogare alle consuete lastre di cristallo altre di resinosa materia a ren- dere cotesta elettricità di una forza stupenda, e di una durevolezza ancor più maravigliosa.

Ma non solamente ho io fatta menzione dell’Elettricità Vindice nel modo che si è veduto: ho parlato eziandio della teoria di essa, e fatto capo

Così in Am. Sc. di Op. in 12° ed in, mentre in Ant. Coll. trovasi « caso ». [Nota della Comm.].

delle sue leggi come di già stabilite. Ho detto in un luogo: siccome richiede la teo- ria dell'Elettricità Vindice: sul fine poi della lettera mi trattengo a parlare d’una contrarietà di sentimenti tra me e il Padre BECCARIA sul conto del- l’elettricità dell’armatura in virtù della scarica, e per l’atto dello snudamento; e mi argomento di comprovare con nuovi fatti quella mia opinione avanzata già in una lettera latina al medesimo Padre BECCARIA impressa fin dall’anno 1769

De vi attractiva ignis electrici ac phaenomenis inde pendentibus.

, nella quale molto mi occupava a sviluppare cotesto principio del- l’Elettricità Vindice.

Egli è dunque fuor d’ogni dubbio e contrasto, ch’io era ben lungi dal pre- tendere alla scoperta della sovente menzionata Elettricità Vindice, od a quelle sue leggi già conosciute e stabilite; comechè io volgessi in mente già da gran tempo, ed or più di proposito mi studii di riformarne alcuna, anzi pure un de’ precipui capi della teoria. Che se poi alcuni, come voi dite, mi hanno gratuitamente attribuito un merito e una lode, che per nulla ragione mi si devono, e contro cui io protesto, a chi dovrassene far carico? a me non già. D’uopo è però convenire, che molte persone dovettero formare appunto quel giudizio, che ne formarono, attesochè le sperienze dell’Elettricità Vin- dice lungi ben erano dall’esser famigliari: infatti il numero di coloro, che aveanle viste non è già grande, e assai più scarso si troverà di chi le avesse da sè stesso eseguite compitamente sopra le consuete lastre di vetro; non essendo il riuscir di questa maniera sì agevole, bensì frutto di somma dili- genza e destrezza, concesso soltanto alla mano de’ più esperimentati. Ora tostochè comparve il mio apparato, i di lui effetti tanto più grandi e sor- prendenti, quanto facili ad ottenersi, dovettero colpire e fermar gli occhi di tutti: il nome imponente di Elettroforo Perpetuo concorse pur anche a far crescere quella specie di stordimento; infine l’amore del nuovo e del maraviglioso indusse a credere, che tutto lo fosse, di sorte che accoppiando all’invenzione del nome e dell’apparato quella puranco del genere di elet- tricità, venne così indistintamente attribuita ogni cosa al medesimo autore.

Giusto è bene, che per rivendicare il merito a chi è dovuto, io venga spogliato di quello che mal mi conviene; ed io con pieno animo acconsento a questo, e mi fo sollecito ancora di contribuirvi. Guardimi per tanto il Cielo, ch’io muova lamento contro di voi, Signore, perchè impreso abbiate di farlo; debbo, e voglio anzi sapervene grado: solo mi credo permesso di porvi sott’occhio che non si son fatte da voi le parti in tutto giuste, perciòcchè attribuito avete al Padre BECCARIA ben più di quello, che non gli si compete, ponendo l’Elettricità Vindice in vista di scoperta tutta sua. EPINO dietro il celebre sperimento de’ Gesuiti di Pekino

Comment. Petrop. 1755.

, SYMMER con le sue calze di seta

Transact. Philos. 1759.

, CIGNA con una serie di sperienze analoghe prodigiosamente combinate e variate, e in gran parte nuove

Miscel. Taurin. 1765.

hanno aperta questa bella carriera, nella quale entrato il Padre BECCARIA vi ha ha fatto di vero i più gran progressi, giugnendo a stabilire delle leggi semplici e luminose.
Parlo di alcune di que- ste leggi ossia canoni, non già di tutte e nullamente delle sue Teorie, cui ho avuto sempre in mira di oppugnare rispetto ad uno de’ precipui capi (ciò che anche mi provai di fare nella lettera latina menzionata), e cui mi ap- plico presentemente più di proposito a riformare, come già accennai.

Ritornando ora al mio apparato, mi pare aver lasciato abbastanza in- tendere, che io ne riduco tutta la novità, per quanto è della sua costruzione, alla miglior foggia d’armatura, ed allo strato resinoso sostituito alla lastra di vetro: quanto poi sia degli effetti, all’intensità costante dei segni elettrici, e vera perennità di essi: ciò che vale ad esprimere per sè solo il nome di Elet- troforo perpetuo. Non deggio però dissimulare le opposizioni, che intorno a ciò so essermi state fatte; e sono: che la disposizione propria dei corpi resinosi ben più che del vetro a ritenere l’elettricità, è stata osservata, e conosciuta gran tempo prima di me da GREY, Du-FAY, EPINO ec.: che que- st’ultimo inoltre in compagnia di WILKE

Nella Raccolta delle Opere di G. Ch. Lichtenberg: « G. Ch. Lichtenberg’s Vermischte Schrif- ten » Wien 1844, J. Klang, si legge:

« Unter die merkwürdigsten Erfindungen, durch welche die Lehre von der Elektricität neuerlich bereichert worden ist, gehört unstreitig der Elektrophor, für dessen Efinder man nicht ohne Grund den jetzigen Professor der Physik zu Stockholm, Hrn. WILKE, unsern ehema- ligen Mitbürger, zu halten hat. Denn VOLTA hat dieses Instrument nicht eigentlich erfunden, sondern ihm nur seine jetzige bequemere Einrichtung und seinen Namen gegeben, und es dadurch zum Range eines elektrischen Werkzeuges erhoben, da WILKE sich schon früher, im Jahre 1762, zum Behuf einiger Versuche mit der Leydener Flache, einen ähnlichen Appa- rat hatte verfertigen lassen, bei welchem anstatt des Harzes Glas gebraucht war. Indessen ist zu bemerken, dass der italienische Physiker höchst wahrscheinlich von den Versuchen des schwedischen nie etwas gehört hatte, und dass die Verdienste desselben um dieses In- strument noch immer so gross sind, dass ihm, wenn auch nicht der Name des Erfinders, doch ein gleiches Lob und gleicher Ruhm als diesem gebührt ». [Nota della Comm.].

ci avea dato l’esempio di un vero Elettroforo con quel bellissimo esperimento dello zolfo fuso in una coppa di metallo, ond’egli traeva i segni elettrici sì dal recipiente, come dal corpo di zolfo, ogni volta che ne li disgiungeva: e ciò anche dopo settimane, e mesi.

Nulla io ho a ridire riguardo a questa anteriorità di tempo; ciò che posso assicurare si è, che non son già io partito dalle sperienze di WILKE o d’EPINO (delle quali non era nemmanco informato) per giugnere alla co- struzione del mio apparato; bensì partii da quelle, che si faceano comune- mente per la Vindice Elettricità servendosi di lamine di vetro: quì vera- mente io seguiva le sperienze di BECCARIA ad oggetto di confutare, come ho sopra indicato, un fondamento della sua teoria; e così dietro ai miei prin- cipj fui condotto primieramente a dar una forma più convenevole all’ ar- matura, onde ottenere valida e intiera forza di elettricità

Il P. BECCARIA nella grande sua Opera dell’Elettricismo Artificiale 1772 n. 953 propone le seguenti questioni. « I. Quando stropiccio un nastro sopra di un piano, e dopo « lo stropicciamento gli resta aderente, ritiene egli in tale stato l'elettricità sua, ovvero « la smarrisce in esso, e non ritiene che la disposizione di ripigliarla quando nè è disgiunto? « II. Quando il nastro bianco, o nero per l’attuale elettricità contraria, cui hanno, volano « ad unirsi l’uno all’altro, o quando uno di essi vola ad unirsi alla tavola, al muro ec., ri- « tengono essi in tale stato di adesione le attuali loro elettricità ovvero vogliamo dire, « che le smarriscano, e che non ritengano che la disposizione di riacquistarla nell’attuale « disgiungimento ? » Prosiegue n. 954. « Pare, che siasi opinato, che gl’isolanti elettrizzati « condotti al detto stato di adesione ritengano le attuali loro elettricità; e ognuno ha dovuto « tanto più facilmente condiscendere a tale opinione, quantochè la particolare adesione non « insorge tra un corpo isolante, e un altro isolante, o tra un corpo isolante, e uno deferente, « se non in quanto gl’isolanti sono attualmente elettrizzati; sicchè l’adesione particolare « permanente pare un indicio della permanente elettricità. Oltrechè la elettricità, che si « osserva di nuovo dopo il disgiungimento, pare, se non si facciano altre considerazioni, che « ne addimandi la permanenza nello stato di adesione ».

Queste infatti sono le ragioni ch’io avea esposte e incalzate nella già nominata disser- tazione De vi attractiva ignis electrici, per sostenere la permanenza d’una dose di elettricità ne’ coibenti nello stato di adesione, e conseguentemente nelle lastre dopo la scarica: alle quali ragioni aggiugneva pur quella della difficoltà e lentezza di moto, con cui, sebbene sbilanciato entra o esce il fluido elettrico ne’ detti corpi coibenti, per condursi al naturale equilibrio; a cui perciò non può giugnere, che dopo lungo tratto di tempo. Il P. BECCARIA non ha creduto per tante ragioni addotte dover receder dall’opinione sua, ma contrappo- nendone altre a suo giudizio di maggior peso, che vien esponendo dal n. 955 al 960, ha con- chiuso novellamente: « I. Che gl’isolanti elettrizzati nel passare allo stato di adesione smar- riscono l’attuale loro elettricità. II. E che nell’atto del disgiungimento la ripigliano » Ora studiandomi io di ribattere queste sue ragioni, mi fermai singolarmente intorno alla prima, la risoluzion della quale credetti bastar potesse a decider la questione. Ecco come da lui si propone. « Primamente io osservo che nell’atto che al bujo disgiungo un nastro da un « tavolino, sopra cui l’ho stropicciato, ne’ successivi luoghi del progressivo disgiungimento « appare un solco di luce, in conseguenza del quale ogni parte ultimamente disgiunta dà « già i convenienti segni di elettricità a differenza della parte, che resta ancora aderente, « la quale, fintantochè resta aderente, non dà niunissimo segno. E però il detto solco, cui « ho osservato anche ne’ successivi disgiungimenti, a me vale di prova significantissima della « elettricità, che il nastro dopo lo stropicciamento aveva dismessa nel deferente piano, e « che nell’atto dello stropicciamento (deve dir disgiungimento) sta ripigliando » Egli opina adunque (facciam il caso più determinato, ed esperimentiamo sopra un quadro di vetro; giacchè conviene egli nello stabilire n. 964. « Che la legge della elettricità vindice nelle la- « mine isolanti compatte, v. g. nelle lastre di cristallo, generalmente è la stessa, che la legge « della elettricità vindice ne’ corpi isolanti rari, v. g. ne’ nastri »), che quando la faccia del vetro è elettrica in più, e le si applica la sua veste, ossia una sottil lamina metallica, vi de- ponga realmente tutta la sua elettricità, cioè il fuoco ridondante, che poi venga a ripigliare dalla veste medesima nell’atto del disgiungimento; in conseguenza, che i tratti di luce, che ne spuntano seguano lo scorrimento del fluido elettrico dalla detta veste alla faccia del vetro snudata. Non poteva egli altrimenti conchiudere ne’ suoi principj: io conchiuder do- veva l’opposito ne’ miei. Stabilendo io, che la faccia isolante del vetro sebben applicata alla lamina metallica non deponga già tutto il fuoco ridondante, ma ne ritenga buona parte; che perciò miri a scacciare altrettanto di nativo dalla stessa lamina, onde ottenere, in luogo del vero ed assoluto equilibrio (che non le si dà per l’impedito moto del fluido incappato dirò così nelle parti del vetro medesimo) un supplemento a questo, o, come amerei chia- marlo, un equilibrio di compenso; che indi nasca l’adesione della veste colla faccia del vetro, l’azione tutta rivolta indentro, e la niuna apparenza de’ segni al di fuori ec.; che in una parola, divenga la veste elettrica per difetto, mentre la faccia del vetro persevera ad esserlo per eccesso, standosi unite: stabilendo, dico, tali principj ne veniva in seguito, che la luce, che appare per lo snudamento, debba essere luce del fluido che scorre dal vetro elettrico in più alla lamina elettrica in meno. In mio senso adunque que’ discorrimenti di luce non dinotano l’elettricità, che estinta già, venga di bel nuovo ad indursi; ma sibbene la per- manente ed attuale nella faccia del vetro con la contraria nella veste, che scappa in parte e si dissipa.

Fra queste contrarietà il fatto semplicemente dovea decidere; e ben mi parve, che il solo contemplar attentamente la forma, che veston que’ tratti di luce bastar potesse a por la cosa in chiaro. Osservai diffatto, che caricata una lastra di vetro, e scaricatala, nell’atto indi di alzar con fili di seta la laminetta metallica, che vestiva la faccia ridondante, i piccoli getti di luce non avevan più la figura di fiocchi spandentisi dalla lamina al vetro (come esser dovrebbono nella supposizione del P. BECCARIA), ma quella anzi di luce affluente alla stessa veste, con apparire più che altrove distintissime le stellette agli orli, e sugli angoli di essa. Il contrario accadeva snudando l’altra faccia deficiente del vetro: la foglietta metal- lica divenuta nella scarica, secondo i miei principj, elettrica in più tostochè alzavasi span- deva d’attorno bellissimi fiocchi. Fui dunque sicuro non per conseguenza solo de’ meditati principj, ma per dirette osservazioni, e prove di fatto, che la faccia della lastra all’atto dello snudamento non ripigliava il suo primo fuoco ridondante a spese dirò così della veste, che anzi questa ne tirava a sè per rifarsi d’un già sofferto spogliamento (il contrario s’intenda nello snudamento della faccia difettiva): che dunque la luce trallo disgiungimento mirava non già ad indurre elettricità in ambedue, bensì a dissipar la esistente, segnatamente quella della veste. Allora conchiusi, che ove trovassi mezzo di soffocare, od impedire in molta parte questa luce, che vuol dire un cotal disperdimento di elettricità, ottenuta l’avrei più vigo- rosa nella veste separata, e di tanto appunto più vigorosa, quanto a minor effusione di luce fosse lasciato luogo. Il mezzo mi suggerì ben tosto, come era ovvio: si trattava di scansar ogni angolo nell’armatura, essendo dagli angoli, e dalle punte singolarmente, che scappa l’elettricità: tanto ho io praticato, surrogando alle sottili lamine metalliche per armatura quella foggia di scudo convenientemente grosso ben ritondato, e forbito.

Or l’evento rispondendo per intiero all’aspettazione, nuovamente e invincibilmente con- fermò la opinion mia: che l’atto dello snudamento non va inducendo elettricità piuttosto ne eccita a dissiparsi; che in conseguenza quella, che mostrano rispettivamente contraria la faccia isolante, e l’armatura separate, l’aveano già prima stando unite; che finalmente nell’isolante è parte della stessa, e propria sua elettricità, di quella cioè, che regnava prima della scarica (onde pare, che converrebbe di chiamarla col termine piano di permanente, anzichè con quello più specioso che proprio di vindice); nell’armatura si è l’elettricità con- traria indotta mercè il toccamento o scarica, per l’azione appunto di quella permanente intesa a portare tal fatta di equilibrio, che son venuto a distinguer col nome di equilibrio per compenso. Ma non è qui luogo di stendermi intorno a questo fecondissimo principio, che abbraccia quello delle atmosfere elettriche, anzi è lo stesso in fondo, e che verrò ampia- mente svolgendo e confermando nella memoria già da qualche tempo promessa.

; e ben tosto a sostituire le resine al vetro, acciò mi si mantenessero più durevoli i segni; richiamandomi allora come io mi era già assicurato della disposizione singo- lare, che hanno questi corpi di conservare tenacemente l’elettricità impressa; e rivolgendo pure in mente le idee, onde io mi era argomentato di spiegare questa tenacità medesima in una lettera al Dr. PRIESTLEY fino dal Maggio del 1772

« Un corpo (diceva io), che la strofinamento ha reso elettrico, è un corpo, in cui « la dose di fuoco elettrico è alterata, e che si sforza continuamente di ristabilirsi. Si con- « viene generalmente, che questo sforzo sia corrispondente alla quantità di fuoco tolto od « accresciuto; ma io vado più innanzi, e sostengo aver altresì un rapporto colla costituzione « del corpo medesimo. E non si ha egli fondamento di supporre, che quanto più un corpo « avrà di elaterio, di solidità, che è quanto dire più parti riunite, le quali reagiscano con- « tro un dato grado di elettricità, tanto più presto giugnerà a scuoterla di dosso, e a libe- « rarsene? In questa supposizione, e per tal verso ben si vede, che il vetro la vince sopra « ogn’altro corpo elettrico, come resine, legno tosto (di cui ora parliamo) seta ec...... Lo « forzo, che fa il vetro per vomitar in seno del conduttore il fuoco, onde tende a disfarsi « è il più vivo ed energico...... per breve che sia il tempo in cui sta a fronte del Conduttore, « troppo v’incalza di scaricarsi di questo fuoco, per non isgorgarne una quantità conside- « rabile...... la quantità del fuoco posto in moto negli altri corpi (legni, resine ec.) è spesse « fiate più grande, ma questo moto è men vivo, e pigro anzichè no...... In questa inerzia, « se mi è lecito dir così, che hanno tai corpi di cacciar fuora, e comunicare ad altri la loro « elettricità, io trovo la spiegazione di alcune altre particolarità molto considerabili: a ca- « gion d’esempio come un cilindro di legno tosto, un bastone di ceralacca strofinati, seb- « bene attirino una leggier foglia in distanza assai più grande, che non fa un bastone di « vetro, non s’affrettino poi di rispignerla, nè con tanta vivacità, come si fa da esso vetro: « come togliendo, e riponenendo alternativamente le armature a una lastra di legno o di « resina dopo la scarica, le vicende dell’elettricità, che si è chiamata vindice, si protrag- « gano a più lungo tempo, e i segni non s’estinguano che assai lentamente ».

Queste idee potran sembrare ardite, e non abbastanza sviluppate: confesso io pure, che non rendono adequatamente ragione della prodigiosa differenza, che passa tra le resine e il vetro, rispetto alla virtù di ritenere l'elettricità: in questo ordinariamente non si man- tiene che pochi minuti, in quelle non giorni, ma settimane e mesi. Ciò nondimeno le ho volute qui recare, per esser quelle idee che mi han messo sulla via di giugnere a farmi pa- drone d’un elettricità, che ho potuto a buon dritto chiamare indeficiente. Ad assegnare però la compiuta ragione della succennata differenza, altro non rimane, che di far conto del- l’umido, e della grande affinità che ha con quello il vetro, laddove pochissima ve n’hanno corpi resinosi. Ma come? Se anche appannata coll’alito della bocca, o col vapore di acqua bollente la faccia della resina punto o poco smarrisce della sua elettricità; quando al con- trario il vetro spogliato ne viene senza pur contrarre visibile appannamento? Non importa: ho detto, doversi far conto dell’umido, e dell’affinità del corpo elettrico con questo umido: qui sta il forte. Nella memoria, che sto preparando verrò a rischiarare questo punto impor- tante: qui solo dirò essermi accertato con esperienze dirette, che il vetro può trovarsi in circostanze di mantenere a più giorni l’elettricità, e quel ch’è più, di non lasciarsela invo- lare tampoco dall’alito della bocca, che lo appanni visibilmente, appunto come un simile appannamento non l’invola alle resine.

.
Del rimanente pare non si possano metter in confronto i piccoli saggi di EPINO, e di WILKE sopra lo zolfo, e altre resine fuse, col mio Elettroforo per conto della grandezza degli effetti. E forse che gli si vorranno paragonare le sperienze di Beccaria colle sue lastre di cristallo vestite di sottili lamine metalliche? Ognuno, io credo, ha dovuto riconoscere la superiorità a questo riguardo del mio apparato: voi, Signore, sì, voi medesimo la riconoscete, e mi fate l’onor di dire, che gli amatori me ne deggiono saper grado. Grado dunque mi sapranno (tal’è la mia lusinga) della costruzione d’un apparec- chio così semplice, che tien luogo d’una buona macchina per tutte le spe- rienze ordinarie, col quale anzi si possono diversificare di più maniere, e fa- cilissimamente; apparecchio, che può farsi tanto piccolo da essere portatile in tasca, oppur grande a qual si voglia segno, onde averne effetti superiori a quelli di qualunque altra macchina

Vedi il Vol. XII di questa Scelta d'Opusc., pag. 94, ec.

; di cui l’attività malgrado i tempi e l’aria men propizia poco o punto vien a perdere; che infine (e questo è il massimo suo pregio) può conservar per sempre l’elettricità, una volta im- pressavi, cioè a dire senza che faccia mestieri ricorrere ad un novello stro- picciamento, o ad elettricità straniera.

Ecco dunque ove mette capo tutta la mia pretesa alla novità: egli è d’aver inventato, o (se questo ancora sembra troppo forte) perfezionato cotal apparato al segno di riunire tutti gli accennati vantaggi, e ridotto a grandissimo comodo per tutti. Infatti quanti di questi apparati veduti non si sono sparsi, e moltiplicati in poco tempo? Tanto già non succedette cogli apparecchi di EPINO, di CIGNA, di BECCARIA, che pur qualcuno, invidioso forse della considerazione e grido, che si acquistò il mio Elettroforo, non cessan per anco di porgli incontro.

Ho nominato CIGNA, perchè se v’ha persona, che si sia portata più vi- cina alle sperienze mie sull'Elettroforo, e, dirò così, vi abbia preluso, egli è desso Sig. CIGNA

Miscel. Taurin. tom. 3, 1765. De novis quibusdam experimentis electricis.

. È certo almeno, ch’ei pervenne avanti di me a cari- care la caraffa per mezzo dell’elettricità vindice, o simmeriana, com’egli amò appellarla: e ciò ricevendo nel pomo della caraffa la scintilla di una lamina di piombo tenuta con fili di seta isolata, allorchè dopo avervi applicato od accostato ben davvicino un nastro fortemente elettrizzato, e dopo aver toccata col dito essa lamina, ne ritirava bruscamente il nastro, replicando poi tante volte questo giuoco, quante bastassero scintille ad una tal carica. Ma non è meno certo, che con un simile apparecchio non si può sperare di caricare una boccia che debolmente, e ciò anche con molta pena ed imba- razzo, laddove nulla v’ha di più facile che il caricarla convenientemente, e ad ogn’ora coll’Elettroforo, e sì anche con uno da tasca.

Mi cade ora a proposito di domandare, se un tal nome, che conviene tanto propriamente al mio apparecchio, e che è stato comunemente addot- tato, converrebbe di pari a quello di CIGNA, o a quel d’EPINO, o alle lastre del P. BECCARIA. Accordiamolo loro pure: sicuramente però, che quest’altro termine di perpetuo, il qual compete a tutto rigore al mio Elettroforo, niuno pensa tampoco di appropriarlo a qualsisia degli altri. Sfido tutti gli elettriz- zanti, se alcun d’essi con lastre di cristallo, o con calze di seta applicate a laminette sottili di metallo può perpetuare l’elettricità, anzi solo man- tenerla, senza nuovo strofinamento, o senza prenderne altronde in impre- stito, a molti giorni. Vi si giugnerebbe, ne son ben d’accordo, colla coppa e massa di zolfo d'EPINO, mercè il giuoco di caricar la boccetta, e portarne indi il fondo a scorrere sulla faccia stessa dello zolfo: al qual giuoco però nè esso, nè alcun altro ha giammai pensato, avendolo io, per confessione degli stessi miei oppositori, e ritrovato ed insegnato il primo.

Non è già poco per me, che essi faccian caso di questo giuoco della boccetta, intantochè ne apporta la perpetuità dei segni elettrici: s’eglino ristringono a ciò tutto il merito della mia scoperta, e i pregi dell’Elettroforo, non me ne chiamerò scontento, quantunque vi sia apparenza almeno, ch’io potessi pretendere a qualche cosa dippiù. Ella è finalmente questa peren- nità dei segni, e cotesto giuoco singolare della boccetta, che ho fatto tanto valere, e su cui ho più di tutto appoggiato ne’ miei primi scritti.

A questo luogo non posso lasciar di manifestare, che non fui già soddi- sfatto del conto, che rende dell’Elettroforo la lettera dell’Ab. JACQUET

« Lettre d’un Abbé de Vienne à un de ses amis de Presbourg sur l’Electrophore per- pétuel. Vienne 1775 »

Pubblicata in Roz. Obs. T. VII, 1776, pg. 501. [Nota della Comm.].

.

, nella quale niente truovo detto di questa importante operazione della boccetta, sia ad oggetto di rianimare per sè stessa l’elettricità indebolita, ed innalzarla al più alto grado d’intensità, sia per renderla realmente perpetua.
Egli però nulla verisimilmente veduto avea di quanto erasi da me scritto e pubbli- cato, e non conosceva l’Elettroforo, che sul rumore pervenutogliene, e dietro alcune poche sperienze di fresco da lui fatte. Non so attribuire ad altra ca- gione che questa, da una parte la confidenza, con cui parla di qualche fe- nomeno come fosse da lui scoperto, dall’altra il silenzio tenuto riguardo a tante altre sperienze, di cui io avea dato il dettaglio. Non vi si parla punto della maniera di animare un con l’altro una serie di Elettrofori; nè della facilità di cambiare a talento, ossia rovesciare l’elettricità sullo strato re- sinoso: niuna parola della sua mirabile tenacità, che regge non che a dispetto d’un’aria vaporosa, ma all’insulto dell’alito della bocca; nulla del mezzo singolare di spegnerla cotesta ostinata elettricità ec. Torno a dire, non son punto soddisfatto del ragguaglio, che il Sig. Ab. JACQUET si è accinto a dare del mio Elettroforo, comechè egli ne abbia molto innalzato il pregio, dichia- randolo un nuovo apparecchio, che stordisce i più abili Elettrizzanti. Rico- nosco, che questa espressione è alquanto esagerata: e apprendo da voi, Signore, che lo stordimento non fu, nè è di tutti, conciossiachè abbiate saputo te- nervene voi così in guardia, che preso non ne rimaneste. Avete fatto ancor più: sorto siete colla vostra lettera stampata a fare svenir cotesto abba- gliante stupore dagli occhi pure dei prevenuti; e io non dubito punto, che la riputazion grande di cui godete, non abbia prodotto l’effetto preteso, e forse, chi sa? oltre il giusto. Non intendo qui parlare della scoperta del- l’Elettricità vindice: ho abbastanza palesato sopra ciò i miei sentimenti, cioè, che ben lungi di dolermi con voi d’alcun torto, ho occasione anzi d’esservi tenuto. Mi lagno soltanto di ciò, che questo vostro scritto tende di più a di- minuire il pregio dell’Elettroforo, preso anche in qualità di semplice appa- recchio o stromento, giacchè ne lo fa comparire senza il corredo de’ suoi più singolari vantaggi: mi lagno, dico, unicamente dello scritto, non già di voi, Signore, cui fo la giustizia di credere, che non avete voi cercato di celare questi vantaggi, ma che non li conoscevate per anco, giudicato avendo del- l’Elettroforo dietro la lettera di Vienna, e un picciol numero di sperienze.

Or dunque, Signore, io mi prometto da voi un giudizio più favorevole, quando ricavate abbiate delle notizie più complete da questa parte di de- scrizione accompagnata da alcune figure, che vi trasmetto, e dopo che ripe- tute avrete da voi medesimo le mie sperienze più capitali. Sono in vero im- paziente d’intendere ciò che sarete per dire di quel giuoco singolare della boccetta per rianimare l’elettricità languente, ritorcendola a modo di dire contro sè stessa; e della durazione perpetua dei segni, che per tal mezzo si viene a procurare.

Dopo la descrizione succinta, che voi quì vedete nei fogli stampati, ho fatto un gran numero di sperienze, le quali somministrano molto lume per la teoria delle Atmosfere, e dell'Elettricità vindice, che ho pubblicate in parte, e in più gran parte riservo per la Memoria, che ho promesso. Amerei pure farvene parte, se i limiti di una lettera me lo permettessero: per angusti però che siano vuo’ farmi luogo a comunicarvi un’osservazione, che concerne di- rettamente la costruzione dell’Elettroforo. Con tutta la buona fede deggio confessar un inganno da me preso. Ho inculcato in più d’un luogo, che lo strato resinoso debba essere sottile, in difetto di che non agirebbe di lunga mano così bene: in vero io riguardava ciò come il più essenziale alla gran- dezza degli effetti; m’ingannai. Non mi rincresce la confessione d’un errore, massime che a rinvenir sul giusto m’insegnarono le sperienze d’un Principe illuminato, che in mezzo alle cognizioni estese in ogni genere di utili e su- blimi scienze, e a quella più difficile di governare, nutre un gusto parti- colare per le naturali cose e sa trovar de’ momenti da consecrare ai tratte- nimenti di Fisica, e che non ha poco contribuito a dar grido e voga al mio Elettroforo, per mezzo d’uno che ne inviò al Sig. INGEN-HOUSZ. Egli è dun- que provato e costante, che la spessezza di più linee, e fin d'alcuni pollici nello strato resinoso non toglie all’Elettroforo di agire vigorosissimamente, come io avea avanzato; sebbene poi, a dir tutto, una minore spessezza sia preferibile per altri riguardi, e sono: primieramente che uno strato sottile, oltre l’uso come Elettroforo, può servire di un buon Quadro Magico, vale a dire ricevere una grande carica, e dare una violenta esplosione; ciò che uno strato troppo grosso non giugne mai a fare, com’è noto per i principj delle cariche. Per un medesimo principio lo strato sottile vi offrirà lo spettacolo della comparsa dei segni elettrici dalla parte del piatto, o lastra inferiore (tenendola isolata) pressochè tanto vivi quanto quelli che dà lo scudo ossia lastra superiore; ma se lo strato di resina sia assai grosso, il giuoco del piatto verrà meno in tutto, o in parte della forza. Da ultimo quello che ancor più merita d’essere considerato si è, che la virtù di ritenere l’elettricità è minore in uno strato grosso, che in un sottile: in un di questi potrete trovar elettri- cità ancor inerente dopo tre o quattro mesi senza averla mai in tutto quel- l’intervallo rianimata, come ho io esperimentato, laddove in quelli non vi si manterrà un mese. Del rimanente per quanto riguarda le sperienze ordi- narie dell’Elettroforo, lo strato di resina grosso può servir a un dipresso egual- mente, col vantaggio anzi di non essere così soggetto a screpolare; le scin- tille che darà lo scudo sollevato saranno abbastanza forti per mettere in vi- sta l’errore, in che io son caduto avanzando il contrario, e di cui ho avuto già luogo a disingannarmi, ed or l’ho di ritrattarmi, e ne godo, come anche godrò di farlo pubblicamente.

Ho l’onore di essere ec.

Qui si dà in nota, fedelmente riproducendo le grafie del Mns, un brano della lettera del Klinkosch al Conte Kinsky, Cart. Volt. F 10, in data 15 gennaio 1776, che determini la ri- sposta del Volta, pubblicala in questo N°.

Cart. Volt. F 10.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

« La prima notizia e descrizione dell’Elettrophoro perpetuo io ebbi in una lettera del si- gnor JUGENHOUSZ, a cui fu mandata da Milano da Sua Altezza Reale l’Arciduca Ferdinando, e questi giorni mi venne anche nelle mani la lettera d’un abbate in Vienna ad un suo amico in Presburgo sopra l’Elettrophoro perpetuo precipitosamente concepita, e stampata in lingua francese.

Egli primieramente consiste in uno piatto di metallo della grossezza di una o due linee, e della larghezza a piacimento, la di cui estremità aa elevata e di dentro arcatamente pie- gata, tienne in mezzo un alzamento per fermezza d’una stanga di ceralacca o di vetro c per esempio

Secondariamente in uno piatto piano di metallo d, della medesima grossezza, ma più largo di due dita, il quale sia coperto in una superficie di mastice della grossezza di una linea o di una e mezza. Per farne lo sperimento, si rende il mastice elettrico per via di fregamento vi si appone il primo piatto (detto lo scudo) colla stanga di ceralacca, se lo tocca al piegato margine, o dove piace, colla mano, si ritira di nuovo la mano, e poi con una mano si alza mediante la ceralacca lo scudo, coll’altra mano si cava la scintilla, ch’è forte, e rumoreggiante; e così replicatamente coll’apporre, toccare, ed alzare si può fare uscire più di alcune mille faville senza che sia necessario di rinnovare la forza elettrica per via di strofinamento, o altro modo.

Prendasi ora invece dello scudo coperto di mastice, una lastra di vetro della stessa grandezza, che sia da una parte coperta con foglia di stagno, ma nell’altra parte pongasi invece della foglia di stagno, proveduta da fili di seta, o stanga di ceralacca, che fece il Si- gnor BECCARIA, vi si apponga esattamente il piatto superiore di metallo del Signor VOLTA colla ceralacca, e se lo renda elettrico d’eccesso per mezzo del conduttore, con che viene co- municata al vetro l’istessa forza, come per lo strofinamento; così si trova intieramente l’istesso successo, conseguentemente l’Elettricità da se medesima rinascente (Electricitas Vindex), in tutta perfezione, e si riconosce ciò in grande, che BECCARIA insegnò in piccolo.

Che il Signor BECCARIA abbia comunicata alla sua lastra la virtù elettrica mediante un conduttore caricato, ed abbia intrappreso lo sperimento in vetro; il signor VOLTA all’incon- tro in mastice, e lo renda elettrico mediante lo strofinamento, non vi è altra differenza, se non che comparisca presso BECCARIA l’elettricità di eccesso, presso VOLTA di difetto, e vicendevolmente.

Per olteriore prova ho replicati gli sperimenti del Signor BECCARIA dal primo insino al- l’ultimo coll’Elettrophoro del Signor VOLTA, tutti sono riusciti, al settimo ed ottavo sperimento coprii la superficie inferiore dello scudo col mastice ». . . . . . . . .

Alla lettera del V., pubblicata in questo N°, il Klinkosch rispondeva con un’altra lettera, Cart. Volt. F 10, in data 20 giugno 1776, della quale qui si pubblica la parte che riguarda più specialmente l’argomento in oggetto, fedelmente riproducendo le grafie del Mns.

Cart. Volt. F 10.

Praga 20 giugno 1776.

Stimatissimo Signore

« Nella di lei dotta lettera a me scritta, che con altre achiuse scritture ottenni il di 20 maggio con sommo piacere, si demostra chiaramente una doglianza, quale pare Ella habbia verso di me, come se io havessi nel mio scritto sopra il magnetismo animale, oppresso il merito, che a Lei per l’invenzione e perfezione dell’Elettrophoro perpetuo, e per la scoperta de suoi vantagi, e singolari proprietà giustamente compette.

Ho l’honore d’assicurarla, che mai mi è venuto in mente, di assalire i letterati e veri fisici, fra i quali Ella già da gran tempo occupa un buon posto. Ma tutto il di lei sospetto svanirà, se confronterà queste espressioni, che da me addotte potrebbero parerle offensive, coll’intero contenuto della lettera, il di cui delineamento e scopo consiste, in conoscere la fermezza de sostegni, su quali riposa il systema del magnetismo animale. Ho fatto men- zione dell’Elettrophoro considerando solamente quella qualità, per la quale si fa, e si può spiegare il moto dell’ago da bossola sopra una verniciata tavola di latta o pure anche so- pra la mia artificiosa tavola, e come ancora con ciò potrebbero essere delusi i protettori del magnetismo animale. Cotesta Elettrica qualità, per la quale viene animato l’ago da bos- sola, e lo stesso Elettrophoro è la forza elettrica da se medesima rinascente, la quale così in latino nominò il Celebre P. BECCARIA Electricitas vindex, quia vindicat locum suum, ne delineò le leggi secondo la natura, ed accese con ciò ai Fisici in questa materia un nuovo lume; benchè alcuni prima di lui habbiano descritte tali semplici osservazioni, pure non possono in verun modo diminuire la dovuta fama al Signor BECCARIA non avendone tratta veruna legge. La minor cognizione di cotesta proprietà elettrica fu anche il motivo della meraviglia, che presso molti sopra dell’Elettrophoro ascese a si alto grado; poichè la più parte lo stimarono infatti un’istromento nuovo d’una nuova specie di elettricità, che però in se considerato è il cangiato apparato di BECCARIA, nel quale invece del vetro occupa il luogo il mastice (resina), e conseguemente il di lui primo effetto esser deve l’elettricità vin- dice. La plebe Fisicale dovette dunque essere istruta di cotesta elettrica qualità, e della vera costituzione dell’Elettrophoro.

Non facendo in oltre io nella mia lettera veruna menzione de vantaggi e singolari qua- lità dell’Elettrophoro, ciò accade, perchè non ebbero diretto influsso nel moto dell’ago di bossola, ed allora non era mia intenzione di descrivere l’elettrophoro con tutte le sue appar- tenenze. Ignote però non mi erano; poichè allor quando ricevetti nel mese di dicembre 1775 notizia del vostro Elettrophoro, fui anche, tuttavia brevemente, informato delle altre di lui qualità, ma la di lei ampia descrizione leggo solamente addesso nel giornale di Milano.

Richiamandomi dunque all’elettricità vindice, dimostrata da BECCARIA, toccante la na- tura e primo effetto dell’Elettrophoro, e passandone in silenzio le singolari qualità da Lei scoperte, non fu mai la mia intenzione di levare alcuna parte ai meriti, e fama, ch’Ella vi acquistò. No! Ella si affaticò di propagare ed amplificare la cognizione dell’elettricità vindice. Ella non solo, sostituendo il mastice in luogo del vetro, e cambiando la forma del- l’armatura ha reso noto al mondo un’istromento semplice per ottenere una più forte e più durevole elettricità, che non ottenne BECCARIA; ma di più ha scoperto con altre qualità il ravivamento, e la durevolezza dell’Elettricità, ed ha attribuito per questa qualità a tal istro- mento il devuto nome di Elettrophoro perpetuo. Tutto ciò le fa onore, e nessuno, secondo il mio sentimento, glielo impugnerà.

Ella poi Signor mio è desideroso di sapere la mia opinione, che tengo dell’aumento e rinovamento della virtù elettrica colla caraffa armata, per la quale la sua propria languente forza quasi si raccoglie, gli viene nuovamente ristituita, ed in tal modo l’intero Elettro- phoro di nuovo con maggior forza ravivato.

Certamente! un’apparenza degna di amirazione, la prossima caggione di questo mira- bile giuoco deve essere spiegata per altre note e dimostrate qualità elettriche, e però, come io stimo, parte per la fuga e ritirata della materia elettrica dallo scudo, nel mastice del piatto, che accade toccando lo scudo; parte per l’accesso d'una nuova affluente materia elettrica nello scudo dalla mano toccante, di modo che l’elettricità caricante la caraffa non sia quella del mastice, ma bensì quella, che al toccare passò dalla mia mano nello scudo, e fu posta in moto. Siccome dunque questa ora affluente materia elettrica per il replicato toccare dello scudo al conduttore cresce in eccesso e vigore nell’interna parte della caraffa: in tal proporzione cresce parimente nella parte esterna della caraffa la detta Elettricità di difetto, che pure nuovamente rinasce, e non è proceduta dal mastice dell’Elettrophoro. Quando dunque questa caraffa caricata d’eccesso sia posta sopra il mastice del piatto, e con- dotta colla mano mediante il conduttore, in tal modo l’elettricità di eccesso si dilaterà in uguale mesura dalla caraffa per il conduttore nel mio corpo, ed anche più oltre, come que- sta di difetto parimente di nuovo rimasta alla parte esterna della caraffa si comunica al mastice, e lo rende di nuovo elettrico. Nello stesso modo va la cosa, quando l’interna parte della caraffa sia elettrica di difetto e l’esterna di eccesso. In breve: cotesto rinnovamento, e ravvivamento nasce per la comunicazione della forza elettrica nuovamente nata, quale fu posta in moto per l’elettricità che risiede nel mastice dell’Elettrophoro, come per una causa rimota. Tutto ciò può facilmente essere dimostrato con chiari esperimenti ».

Intanto le notificherò la mia maniera ed il modo di ravivare l’Elettrophoro, che mi pare più semplice, e che conduce più vicino al di lui svilupamento. Ella consiste solo in un vicendevole passagio dello scudo sopra due piatti coperti di mastice, che stanno l’uno ap- presso all’altro, dopo che un piatto a per lo strofinamento o altra maniera fu reso elettrico. Apposto e toccato lo scudo, passo io collo scudo (che alzai mediante il manico isolante e tengo alquanto obliquo c) sopra il mastice del secondo piatto b. Poi che ho passato alcune volte il mastice b, qua e la, appogio lo scudo sopra il medesimo piatto, come al solito, lo tocco, e passo nuovamente col suo margine c sopra il primo piatto a al suddetto modo; poi parimenti lo appogio, e dopo averlo toccato, passo nuovamente sopra il secondo piatto b, e così via piu spesse volte. Sovente non ho replicato sette volte questa operazione del pas- sagio di un piatto all’altro collo scudo, che ambedue divennero assai forte elettrici, e al- zatone lo scudo spinse il suo fuoco elettrico da se stesso fortemente da tutti i lati ».....

Nel seguito della lettera, il Klinkosch descrive esperienze da lui eseguite con lastre di ma- stice e di stagno, allo scopo « di dimostrare che l’elettricità di difetto, così nominata da Fran- « klin sia una cosa positiva e reale, e che la stessa materia elettrica mossa in diversi modi « costituisca il detto eccesso e difetto.... ».

Dopo di aver dichiarato che allorchè compiva queste esperienze gli era ignoto quanto il V. aveva già in quel tempo comunicato al Priestley sulla costruzione e proprietà dell’Elettroforo, ravvisando ora analogie fra le sue esperienze e quelle del V., conclude dicendo: « Sarebbe stato « assai mirabile, se io le fossi con questi sperimenti venuto incontro un’anno prima, io me « ne sarei rallegrato certamente di cuore ».

Il Klinkosch tradusse e pubblicò in « Abhandlungen einer Privatgesellschaft. 1777 », la lettera che il V. gli aveva scritto in data « Maggio 1776 », facendovi seguire la sua risposta in data « 20 Giugno 1776 », della quale inviò al V. la traduzione (Cart. Volt. F 10. 2a parte), che per metà è stata pubblicata qui in nota. Cart. Volt. E 2, che segue nel testo, sarebbe la ri- sposta del V. a quest'ultima lettera del Klinkosch. [Nota della Comm.].

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Cart. Volt. E 2.

La pubblicaziome del Mns è stata fatta riproducendo fedelmente le grafie del medesimo. [Nota della Comm.].

Monsieur

Il y a quelques mois que j’ai reçu, Monsieur, votre obbligeante réponse à ma lettre, et la traduction italienne de la votre sur le Magnetisme Ani- mal. Je vous suis doublement redevable, et de ce que vous me faites part des recherches qui vous avoient conduit à des experiences analogues aux miennes et de ce que vous vous interessez, vous-même à m’assurer la préce-l’ ante- dencerioritéde tems et l’honneur de la découverte, que plusieures étoient prêts à vous attribuer, en voulant bien publier ma lettre et ma description de l’Electrophore. J’aurais voulu, Monsieur, outre les remerciements dus à votre bonté, m’acquitter d’une dette envers vous: c'étoit de vous comuniquer des nouvelles recherches, que j’avois confié à un de mes correspondents; mais il ne m’a jamais été possible de recuperer mes papiers que mon ami ayant destiné et consacré à la presse, et que personne, ni moi non plus qui vous avois precédé ne pouvoit vous ôter. Enfin vous étiez ori- ginal dans vos découvertes aussi bien que moi, quelque soit la date ante- rieure d’un de nous. Pour dire quelque chose de plus particulier touchant votre maniere d’électriser un Electrophore à l’aide d’un autre, et de les ren- forcer alternativement moyennant l’écu ôté de l’un et approché de l’autre, et promené sur la surface avec une position inclinée ec. je vous avouerai, que c’est une expérience assez curieuse, et qui mene à des vües étendües, et aux principes fondamentaux de cette théorie à la quelle je travaille: cela tient de bien près à la vertu des pointes, que je tâcherai d’expliquer d’une maniere peut-être neuve, et surement satisfaisante dans le mémoire que j’ai promis sur l’action des athmospheres électriques, et que je n’ai pu achever cette année à cause d’un nouvel emploi de Professeur de Physique dont j’ai été chargé, et de plusieurs autres distractions. Je ne vous dirai pas que je vous eusse préoccupé dans cette même maniere d’animer un électro- phore et l’autre moyennant le jeu d’un seul écu; je ne suivois pas précisé- ment la manoeuvre que vous m’avez décrit, mais je puis bien vous dire, que parmi huit ou dix façons diverses que j’ai imaginé pour exciter un elec- trophore parà l’aide d’un autre il y a celui-là de porter le même écu (après l’avoir touché) de l’un à l’autre: seulement je faisois peu d’attention à ce qu’il est très-avantageux de ne pas poser d’abord l’écu sur son plan, mais de l’approcher par son bord; et cependant ceci etoit dans mes principes, et je sçavois très-bien que l’électricité de l’écu se repand beaucoup plus vi- goureusement quand il est incliné sur la surface du mastic, et le seul bord y touche, que quand on l’éleve ou on l’approche dans un plan parallele à cette même surface: je voyois tous les jours, (et cela étoit, je le repete, dans mes principes), l’effusion, et entendois le craquement des etincelles de l’écu lorsqu’il incline un peu trop le bord vers la surface résineuse. D’ail- leurs une des manieres dont je me sers commodement pour electriser un électro- phore par le moyen d’un autre, est d’isoler un petit conducteur, duquel pend une aigrette de fils ou de papier doré: sous cette aigrette est la surface rési- neuse qu’on veut exciter; on reçoit l’etincelle d’un autre électrophore ou écu animé dans le petit conducteur, pendant qu’on promene sous l’aigrette qui tient à celui-ci la surface résineuse de sorte, que tous ses points se char- gent d'électricité. Cette méthode revient à la vôtre, si vous imaginez seule- ment que l’aigrette de fils ou papier doré pende de l’écu mème que vous transportez çà et là. Encore un mot sur un autre de mes façons: j’isole le plat auquel je veux porter nouvellement l’électricité, je lui fais tirer au plat lui-même, c’est à dire au bord de métal des etincelles d’un écu bien en ordre; pendant qu’à chacune de ces étincelles je touche çà et là du bout de mon doigt la surface resineuse du même plat isolé; au lieu du doigt il est mieux d’appliquer quelque bon conducteur qui termine en pointe, un fai- sceau de fils metalliques, ou de listes de papier doré ec.: ayant tiré huit ou dix étincelles, et parcouru comme cela toute la surface résineuse je la cou- vre de son écu, et voila l’electrophore très en etat.

Je vais maintenant vous faire part de quelques recherches, que j’ai der- nierement publié sur l’électricité en plus et en moins que les corps idioélectri- ques affectent en diverses circostances

Le memorie alle quali accenna, dovrebbero essere le lettere del V. al Canonico Fromond, in data 26 ottobre, 14 novembre e 21 dicembre 1775, apparse in Sc. di Op. nel 1775 e 1776, e pubblicate per intero al precedente N. XLV (D). [Nota della Comm.].

: Je ne saurois mieux faire, que de copier les articles tels qu’ils sont dans le journal de Milan. Je vais transcrire encore à part deux longues notes

Le due lunghe note alle quali accenna, dovrebbero essere quelle che accompagnano la lettera del V. al Klinkosch in data « Maggio 1776 », pubblicate in Sc. di Op. in 12°, 1776 Vol. XX, rispettivamente a pag. 42, pag. 51, e riportate per intero nel presente N°. [Nota della Comm.].

, que j’ai ajoutée à la lettre que je vous écrivis au Mai passé, quand je sus qu’on l’alloit inserer dans le même Journal: tout cela est en Italien.

J’espere que vous ne laisserez pas de me communiquer vos expériences et vos progrès dans cette branche de Physique, et dans d’autres encore.

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