LETTERA
DEL SIGNOR
D.ALESSANDRO VOLTA
AL SIGNOR
GIUSEPPE KLINKOSCH
R. CONSIGLIERE, PUBBLICO E PRIMARIO
PROFESSORE DI ANATOMIA NELL’ UNIVERSITÀ
DI PRAGA, E MEMBRO DELLA REALE
SOCIETÀ DELLE SCIENZE DI GOTTINGA
lettera del Klinkosch al V. in data
N° la parte relativa all’Elettroforo insieme ad un brano di lettera dello stesso Klinkosch al
Conte Kinski.
Ho ricevuto alcune settimane sono sotto coperta a me diretta, e mar-
cata dall’officio di Praga uno Scritto tedesco, che tratta in parte del mio
Il titolo di tale scritto è il seguente:
« »
sche Kraft betreffend, von JOSEPH THAD. KLINKOSCH K. K. RATH, ecc. an Herrn FRANZ GRAFEN
von KINSKI MALTHESER RITTER K. K. KAMMERER und General wachtmeister Prag. 1776.
cioè: Lettera concernente il Magnetismo animale, e la per sè stessa rimettentesi Eletticità
di GIUSEPPE TAD. KLINKOSCH, Consigliere ecc., al Sig. Conte FRANCESCO KINSKI Cavaliere di
Malta, Maresciallo di Campo, ecc.Siccome ho fermo nell’opinione, essere l’autor me-
desimo, che abbia voluto obbligarmi coll’inviare a me questa operetta; così
mi credo permesso di trasmettergli io pure alcuni fogli italiani da me pub-
blicati l’anno scorso in un’Opera periodicaSi accenna questa Scelta d’opuscoli ec.
troforo. Non senza difficoltà ho potuto intendere, Signore, cotesto vostro
tedesco, attesa la poca cognizione, che ho di cotal lingua; di che mi duole
pur assai. Se voi trovaste mai la medesima difficoltà rispetto al mio Ita-
liano, starebbero tra di noi le cose pari. Se non che io voglio pur procurare
di rendermi o più scusabile, o benanche più benemerito di voi, accompa-
gnando i fogli impressi con alcuna cosa scritta di mia mano, e alla meglio
che mi verrà fatto in una lingua, che non è nè la vostra nè la mia, ma che
saravvi senza dubbio più famigliare che l’italianaLa presente lettera fu dall’autore scritta in Francese.
Non mi sorprende punto, Signore, che voi stimiate dover diffalcar molto
dite, troppo precipitosamente gli ha accordato. L’ammirazione, che molti
ne presero ha oltrepassato e quello ch’io poteva a buon dritto pretendere,
e ciò che avrei mai potuto sperare. Si è tenuto in conto di una scoperta mia
propria quello, ch’io fui ben lontano dall’attribuirmi, val a dire un nuovo
genere di Elettricità, ossia una nuova maniera di eccitarla. Si può vedere
per altro, ch’io faceva intendere assai chiaro col primo annunzio che uscì
del mio nuovo apparecchio nella
gosto
de’ 10. Giugno, pubblicata in appresso nella medesima
avea fatto altro più, che tener dietro, e dar risalto a un ramo di Elettricità,
che già era noto sotto il nome di Tanto non vien egli
indicato dai termini stessi, onde ho cognominata l’elettricità del mio appa-
rato Ma poi anche in termini più formali mi esprimeva
nella succennata lettera a PRIESTLEY: basta vederne il secondo paragrafo,
ove, dopo avergli detto, che i fatti ch’io era per riferire appartengono al-
l’
gare in qual maniera sono riuscito coll’ajuto d’un’
e col surrogare alle consuete lastre di cristallo altre di resinosa materia a ren-
dere cotesta elettricità di una forza stupenda, e di una durevolezza ancor
più maravigliosa.
Ma non solamente ho io fatta menzione dell’
che si è veduto: ho parlato eziandio della teoria di essa, e fatto capo
della Comm.
sue leggi come di già stabilite. Ho detto in un luogo:
ria dell'Elettricità Vindice
d’una contrarietà di sentimenti tra me e il Padre BECCARIA sul conto del-
l’elettricità dell’
e mi argomento di comprovare con nuovi fatti quella mia opinione avanzata
già in una lettera latina al medesimo Padre BECCARIA impressa fin dall’anno
1769De vi attractiva ignis electrici ac phaenomenis inde pendentibus.
l’Elettricità Vindice
Egli è dunque fuor d’ogni dubbio e contrasto, ch’io era ben lungi dal pre-
tendere alla scoperta della sovente menzionata
sue leggi già conosciute e stabilite; comechè io volgessi in mente già da
un de’ precipui capi della teoria. Che se poi alcuni, come voi dite, mi hanno
gratuitamente attribuito un merito e una lode, che per nulla ragione mi
si devono, e contro cui io protesto, a chi dovrassene far carico? a me non
già. D’uopo è però convenire, che molte persone dovettero formare appunto
quel giudizio, che ne formarono, attesochè le sperienze dell’
dice
aveanle viste non è già grande, e assai più scarso si troverà di chi le avesse
da sè stesso eseguite compitamente sopra le consuete lastre di vetro; non
essendo il riuscir di questa maniera sì agevole, bensì frutto di somma dili-
genza e destrezza, concesso soltanto alla mano de’ più esperimentati. Ora
tostochè comparve il mio apparato, i di lui effetti tanto più grandi e sor-
prendenti, quanto facili ad ottenersi, dovettero colpire e fermar gli occhi
di tutti: il nome imponente di
far crescere quella specie di stordimento; infine l’amore del nuovo e del
maraviglioso indusse a credere, che tutto lo fosse, di sorte che accoppiando
all’invenzione del nome e dell’apparato quella puranco del genere di elet-
tricità, venne così indistintamente attribuita ogni cosa al medesimo autore.
Giusto è bene, che per rivendicare il merito a chi è dovuto, io venga
spogliato di quello che mal mi conviene; ed io con pieno animo acconsento
a questo, e mi fo sollecito ancora di contribuirvi. Guardimi per tanto il Cielo,
ch’io muova lamento contro di voi, Signore, perchè impreso abbiate di farlo;
debbo, e voglio anzi sapervene grado: solo mi credo permesso di porvi sott’occhio
che non si son fatte da voi le parti in tutto giuste, perciòcchè attribuito
avete al Padre BECCARIA ben più di quello, che non gli si compete, ponendo
l’
sperimento de’ Gesuiti di PekinoComment. Petrop. 1755.Transact. Philos. 1759.
CIGNA con una serie di sperienze analoghe prodigiosamente combinate e
variate, e in gran parte nuoveMiscel. Taurin. 1765.
quale entrato il Padre BECCARIA vi ha ha fatto di vero i più gran progressi,
giugnendo a stabilire delle leggi semplici e luminose. Parlo di alcune di que-
ste leggi ossia canoni, non già di tutte e nullamente delle sue Teorie, cui
ho avuto sempre in mira di oppugnare rispetto ad uno de’ precipui capi (ciò
che anche mi provai di fare nella lettera latina menzionata), e cui mi ap-
plico presentemente più di proposito a riformare, come già accennai.
Ritornando ora al mio apparato, mi pare aver lasciato abbastanza in-
tendere, che io ne riduco tutta la novità, per quanto è della sua costruzione,
di vetro: quanto poi sia degli effetti, all’
e vera
troforo perpetuoNon deggio però dissimulare le opposizioni, che intorno
a ciò so essermi state fatte; e sono: che la disposizione propria dei corpi
resinosi ben più che del vetro a ritenere l’elettricità, è stata osservata, e
conosciuta gran tempo prima di me da GREY, Du-FAY, EPINO ec.: che que-
st’ultimo inoltre in compagnia di WILKENella Raccolta delle Opere di G. Ch. Lichtenberg: « G. Ch. Lichtenberg’s Vermischte Schrif-
ten » Wien 1844, J. Klang, si legge:« Unter die merkwürdigsten Erfindungen, durch welche die Lehre von der Elektricität
neuerlich bereichert worden ist, gehört unstreitig der Elektrophor, für dessen Efinder man
nicht ohne Grund den jetzigen Professor der Physik zu Stockholm, Hrn. WILKE, unsern ehema-
ligen Mitbürger, zu halten hat. Denn VOLTA hat dieses Instrument nicht eigentlich erfunden,
sondern ihm nur seine jetzige bequemere Einrichtung und seinen Namen gegeben, und es
dadurch zum Range eines elektrischen Werkzeuges erhoben, da WILKE sich schon früher,
im Jahre 1762, zum Behuf einiger Versuche mit der Leydener Flache, einen ähnlichen Appa-
rat hatte verfertigen lassen, bei welchem anstatt des Harzes Glas gebraucht war. Indessen ». [Nota della Comm.].
ist zu bemerken, dass der italienische Physiker höchst wahrscheinlich von den Versuchen
des schwedischen nie etwas gehört hatte, und dass die Verdienste desselben um dieses In-
strument noch immer so gross sind, dass ihm, wenn auch nicht der Name des Erfinders,
doch ein gleiches Lob und gleicher Ruhm als diesem gebührt
Elettroforo con quel bellissimo esperimento dello zolfo fuso in una coppa
di metallo, ond’egli traeva i segni elettrici sì dal recipiente, come dal corpo
di zolfo, ogni volta che ne li disgiungeva: e ciò anche dopo settimane, e mesi.
Nulla io ho a ridire riguardo a questa anteriorità di tempo; ciò che
posso assicurare si è, che non son già io partito dalle sperienze di WILKE
o d’EPINO (delle quali non era nemmanco informato) per giugnere alla co-
struzione del mio apparato; bensì partii da quelle, che si faceano comune-
mente per la Vindice Elettricità servendosi di lamine di vetro: quì vera-
mente io seguiva le sperienze di BECCARIA ad oggetto di confutare, come ho
sopra indicato, un fondamento della sua teoria; e così dietro ai miei prin-
cipj fui condotto primieramente a dar una forma più convenevole all’ ar-
matura, onde ottenere valida e intiera forza di elettricitàIl P. BECCARIA nella grande sua Opera dell’Elettricismo Artificiale 1772 n. 953
propone le seguenti questioni. « I. Quando stropiccio un nastro sopra di un piano, e dopo
« lo stropicciamento gli resta aderente, ritiene egli in tale stato l'elettricità sua, ovvero
« la smarrisce in esso, e non ritiene che la disposizione di ripigliarla quando nè è disgiunto?
« II. Quando il nastro bianco, o nero per l’attuale elettricità contraria, cui hanno, volano »
« ad unirsi l’uno all’altro, o quando uno di essi vola ad unirsi alla tavola, al muro ec., ri-
« tengono essi in tale stato di adesione le attuali loro elettricità ovvero vogliamo dire,
« che le smarriscano, e che non ritengano che la disposizione di riacquistarla nell’attuale
« disgiungimento ? Prosiegue n. 954. «
Pare, che siasi opinato, che gl’isolanti elettrizzati
« condotti al detto stato di adesione ritengano le attuali loro elettricità; e ognuno ha dovuto
« tanto più facilmente condiscendere a tale opinione, quantochè la particolare adesione non
« insorge tra un corpo isolante, e un altro isolante, o tra un corpo isolante, e uno deferente,
« se non in quanto gl’isolanti sono attualmente elettrizzati; sicchè l’adesione particolare
« permanente pare un indicio della permanente elettricità. Oltrechè la elettricità, che si ».
« osserva di nuovo dopo il disgiungimento, pare, se non si facciano altre considerazioni, che
« ne addimandi la permanenza nello stato di adesione Queste infatti sono le ragioni ch’io avea esposte e incalzate nella già nominata disser-
tazione
ne’
quali ragioni aggiugneva pur quella della difficoltà e lentezza di moto, con cui, sebbene
sbilanciato entra o esce il fluido elettrico ne’ detti corpi coibenti, per condursi al naturale
equilibrio; a cui perciò non può giugnere, che dopo lungo tratto di tempo. Il P. BECCARIA
non ha creduto per tante ragioni addotte dover receder dall’opinione sua, ma contrappo-
nendone altre a suo giudizio di maggior peso, che vien esponendo dal n. 955 al 960, ha con-
chiuso novellamente: « I. Che gl’isolanti elettrizzati nel passare allo stato di adesione smar-
riscono l’attuale loro elettricità. II. E che nell’atto del disgiungimento la ripigliano » Ora
studiandomi io di ribattere queste sue ragioni, mi fermai singolarmente intorno alla prima,
la risoluzion della quale credetti bastar potesse a decider la questione. Ecco come da lui
si propone. « Primamente io osservo che nell’atto che al bujo disgiungo un nastro da un
« tavolino, sopra cui l’ho stropicciato, ne’ successivi luoghi del progressivo disgiungimento
« appare un solco di luce, in conseguenza del quale ogni parte ultimamente disgiunta dà
« già i convenienti segni di elettricità a differenza della parte, che resta ancora aderente,
« la quale, fintantochè resta aderente, non dà niunissimo segno. E però il detto solco, cui »
« ho osservato anche ne’ successivi disgiungimenti, a me vale di prova significantissima della
« elettricità, che il nastro dopo lo stropicciamento aveva dismessa nel deferente piano, e
« che nell’atto dello stropicciamento (deve dir Egli opina
adunque (facciam il caso più determinato, ed esperimentiamo sopra un quadro di vetro;
giacchè conviene egli nello stabilire n. 964. « Che la legge della elettricità vindice nelle la-), che quando la faccia del
« mine isolanti compatte, v. g. nelle lastre di cristallo, generalmente è la stessa, che la legge
« della elettricità vindice ne’ corpi isolanti rari, v. g. ne’ nastri »
vetro è elettrica
ponga realmente tutta la sua elettricità, cioè il fuoco ridondante, che poi venga a ripigliare
dalla veste medesima nell’atto del disgiungimento; in conseguenza, che i tratti di luce, che
ne spuntano seguano lo scorrimento del fluido elettrico dalla detta
vetro snudata. Non poteva egli altrimenti conchiudere ne’ suoi principj: io conchiuder do-
veva l’opposito ne’ miei. Stabilendo io, che la faccia isolante del vetro sebben applicata alla
lamina metallica non deponga già tutto il fuoco ridondante, ma ne ritenga buona parte;
che perciò miri a scacciare altrettanto di nativo dalla stessa lamina, onde ottenere, in luogo
del vero ed assoluto equilibrio (che non le si dà per l’impedito moto del fluido incappato
dirò così nelle parti del vetro medesimo) un supplemento a questo, o, come amerei chia-
marlo, un
l’azione tutta rivolta indentro, e la niuna apparenza de’ segni al di fuori ec.; che in una
parola, divenga la veste elettrica
che appare per lo snudamento, debba essere luce del fluido che scorre dal vetro elettrico
In mio senso adunque que’ discorrimenti di luce non
dinotano l’elettricità, che estinta già, venga di bel nuovo ad indursi; ma sibbene la per-
manente ed attuale nella faccia del vetro con la contraria nella veste, che scappa in parte
e si dissipa.Fra queste contrarietà il fatto semplicemente dovea decidere; e ben mi parve, che il
solo contemplar attentamente la forma, che veston que’ tratti di luce bastar potesse a por
la cosa in chiaro. Osservai diffatto, che caricata una lastra di vetro, e scaricatala, nell’atto
indi di alzar con fili di seta la laminetta metallica, che vestiva la faccia
getti di luce non avevan più la figura di
esser dovrebbono nella supposizione del P. BECCARIA), ma quella anzi di luce affluente alla
stessa veste, con apparire più che altrove distintissime le
di essa. Il contrario accadeva snudando l’altra faccia
lica divenuta nella scarica, secondo i miei principj, elettrica
deva d’attorno bellissimi Fui dunque sicuro non per conseguenza solo de’ meditati
principj, ma per dirette osservazioni, e prove di fatto, che la faccia della lastra all’atto dello
snudamento non ripigliava il suo primo fuoco
anzi questa ne tirava a sè per rifarsi d’un già sofferto spogliamento (il contrario s’intenda
nello snudamento della faccia
non già ad indurre elettricità in ambedue, bensì a dissipar la esistente, segnatamente quella
della veste. Allora conchiusi, che ove trovassi mezzo di soffocare, od impedire in molta parte
questa luce, che vuol dire un cotal disperdimento di elettricità, ottenuta l’avrei più vigo-
rosa nella veste separata, e di tanto appunto più vigorosa, quanto a minor effusione di luce
fosse lasciato luogo. Il mezzo mi suggerì ben tosto, come era ovvio: si trattava di scansar
ogni angolo nell’armatura, essendo dagli angoli, e dalle punte singolarmente, che scappa
l’elettricità: tanto ho io praticato, surrogando alle sottili lamine metalliche per armatura
quella foggia di Or l’evento rispondendo per intiero all’aspettazione, nuovamente e invincibilmente con-
fermò la opinion mia: che l’atto dello snudamento non va inducendo elettricità piuttosto
ne eccita a dissiparsi; che in conseguenza quella, che mostrano rispettivamente contraria
la faccia
nell’isolante è parte della stessa, e propria sua elettricità, di quella cioè, che regnava prima
della scarica (onde pare, che converrebbe di chiamarla col termine piano di
anzichè con quello più specioso che proprio di
traria indotta mercè il toccamento o scarica, per l’azione appunto di quella
intesa a portare tal fatta di equilibrio, che son venuto a distinguer col nome di
per compensoMa non è qui luogo di stendermi intorno a questo fecondissimo principio,
che abbraccia quello delle
mente svolgendo e confermando nella memoria già da qualche tempo promessa.
lare, che hanno questi corpi di conservare tenacemente l’elettricità impressa;
e rivolgendo pure in mente le idee, onde io mi era argomentato di spiegare
questa tenacità medesima in una lettera al Dr. PRIESTLEY fino dal Maggio
del 1772«
Un corpo (diceva io), che la strofinamento ha reso elettrico, è un corpo, in cui
« la dose di fuoco elettrico è alterata, e che si sforza continuamente di ristabilirsi. Si con-
« viene generalmente, che questo sforzo sia corrispondente alla quantità di fuoco tolto od
« accresciuto; ma io vado più innanzi, e sostengo aver altresì un rapporto colla costituzione
« del corpo medesimo. E non si ha egli fondamento di supporre, che quanto più un corpo
« avrà di elaterio, di solidità, che è quanto dire più parti riunite, le quali reagiscano con-
« tro un dato grado di elettricità, tanto più presto giugnerà a scuoterla di dosso, e a libe-
« rarsene? In questa supposizione, e per tal verso ben si vede, che il vetro la vince sopra
« ogn’altro corpo elettrico, come resine, legno tosto (di cui ora parliamo) seta ec...... Lo
« forzo, che fa il vetro per vomitar in seno del conduttore il fuoco, onde tende a disfarsi
« è il più vivo ed energico...... per breve che sia il tempo in cui sta a fronte del Conduttore,
« troppo v’incalza di scaricarsi di questo fuoco, per non isgorgarne una quantità conside-
« rabile...... la quantità del fuoco posto in moto negli altri corpi (legni, resine ec.) è spesse
« fiate più grande, ma questo moto è men vivo, e pigro anzichè no...... In questa inerzia, ».
« se mi è lecito dir così, che hanno tai corpi di cacciar fuora, e comunicare ad altri la loro
« elettricità, io trovo la spiegazione di alcune altre particolarità molto considerabili: a ca-
« gion d’esempio come un cilindro di legno tosto, un bastone di ceralacca strofinati, seb-
« bene attirino una leggier foglia in distanza assai più grande, che non fa un bastone di
« vetro, non s’affrettino poi di rispignerla, nè con tanta vivacità, come si fa da esso vetro:
« come togliendo, e riponenendo alternativamente le armature a una lastra di legno o di
« resina dopo la scarica, le vicende dell’elettricità, che si è chiamata
« gano a più lungo tempo, e i segni non s’estinguano che assai lentamente Queste idee potran sembrare ardite, e non abbastanza sviluppate: confesso io pure,
che non rendono adequatamente ragione della prodigiosa differenza, che passa tra le resine
e il vetro, rispetto alla virtù di ritenere l'elettricità: in questo ordinariamente non si man-
tiene che pochi minuti, in quelle non giorni, ma settimane e mesi. Ciò nondimeno le ho
volute qui recare, per esser quelle idee che mi han messo sulla via di giugnere a farmi pa-
drone d’un elettricità, che ho potuto a buon dritto chiamare Ad assegnare però
la compiuta ragione della succennata differenza, altro non rimane, che di far conto del-
l’umido, e della grande affinità che ha con quello il vetro, laddove pochissima ve n’hanno
corpi resinosi. Ma come? Se anche appannata coll’alito della bocca, o col vapore di acqua
bollente la faccia della resina punto o poco smarrisce della sua elettricità; quando al con-
trario il vetro spogliato ne viene senza pur contrarre visibile appannamento? Non importa:
ho detto, doversi far conto dell’umido, e dell’affinità del corpo elettrico con questo umido:
qui sta il forte. Nella memoria, che sto preparando verrò a rischiarare questo punto impor-
tante: qui solo dirò essermi accertato con esperienze dirette, che il vetro può trovarsi in
circostanze di mantenere a più giorni l’elettricità, e quel ch’è più, di non lasciarsela invo-
lare tampoco dall’alito della bocca, che lo appanni visibilmente, appunto come un simile
appannamento non l’invola alle resine.
Del rimanente pare non si possano metter in confronto i piccoli saggi
di EPINO, e di WILKE sopra lo zolfo, e altre resine fuse, col mio
per conto della grandezza degli effetti. E forse che gli si vorranno paragonare
le sperienze di Beccaria colle sue lastre di cristallo vestite di sottili lamine
metalliche? Ognuno, io credo, ha dovuto riconoscere la superiorità a questo
riguardo del mio apparato: voi, Signore, sì, voi medesimo la riconoscete, e
mi fate l’onor di dire, che gli amatori me ne deggiono saper grado. Grado
dunque mi sapranno (tal’è la mia lusinga) della costruzione d’un apparec-
chio così semplice, che tien luogo d’una buona macchina per tutte le spe-
cilissimamente; apparecchio, che può farsi tanto piccolo da essere portatile
in tasca, oppur grande a qual si voglia segno, onde averne effetti superiori
a quelli di qualunque altra macchinaVedi il Vol. XII di questa Scelta d'Opusc., pag. 94, ec.
e l’aria men propizia poco o punto vien a perdere; che infine (e questo è il
massimo suo pregio) può conservar per sempre l’elettricità, una volta im-
pressavi, cioè a dire senza che faccia mestieri ricorrere ad un novello stro-
picciamento, o ad elettricità straniera.
Ecco dunque ove mette capo tutta la mia pretesa alla novità: egli è
d’aver inventato, o (se questo ancora sembra troppo forte) perfezionato
cotal apparato al segno di riunire tutti gli accennati vantaggi, e ridotto a
grandissimo comodo per tutti. Infatti quanti di questi apparati veduti non
si sono sparsi, e moltiplicati in poco tempo? Tanto già non succedette cogli
apparecchi di EPINO, di CIGNA, di BECCARIA, che pur qualcuno, invidioso forse
della considerazione e grido, che si acquistò il mio Elettroforo, non cessan
per anco di porgli incontro.
Ho nominato CIGNA, perchè se v’ha persona, che si sia portata più vi-
cina alle sperienze mie sull'
è desso Sig. CIGNAMiscel. Taurin. tom. 3, 1765. È certo almeno, ch’ei pervenne avanti di me a cari-
care la caraffa per mezzo dell’elettricità
appellarla: e ciò ricevendo nel pomo della caraffa la scintilla di una lamina
di piombo tenuta con fili di seta isolata, allorchè dopo avervi applicato
od accostato ben davvicino un nastro fortemente elettrizzato, e dopo aver
toccata col dito essa lamina, ne ritirava bruscamente il nastro, replicando
poi tante volte questo giuoco, quante bastassero scintille ad una tal carica.
Ma non è meno certo, che con un simile apparecchio non si può sperare di
caricare una boccia che debolmente, e ciò anche con molta pena ed imba-
razzo, laddove nulla v’ha di più facile che il caricarla convenientemente, e
ad ogn’ora coll’
Mi cade ora a proposito di domandare, se un tal nome, che conviene
tanto propriamente al mio apparecchio, e che è stato comunemente addot-
tato, converrebbe di pari a quello di CIGNA, o a quel d’EPINO, o alle lastre
del P. BECCARIA. Accordiamolo loro pure: sicuramente però, che quest’altro
termine di
pensa tampoco di appropriarlo a qualsisia degli altri. Sfido tutti gli elettriz-
zanti, se alcun d’essi con lastre di cristallo, o con calze di seta applicate
a laminette sottili di metallo può perpetuare l’elettricità, anzi solo man-
tenerla, senza nuovo strofinamento, o senza prenderne altronde in impre-
Vi si giugnerebbe, ne son ben d’accordo, colla coppa
e massa di zolfo d'EPINO, mercè il giuoco di caricar la boccetta, e portarne
indi il fondo a scorrere sulla faccia stessa dello zolfo: al qual giuoco però
nè esso, nè alcun altro ha giammai pensato, avendolo io, per confessione
degli stessi miei oppositori, e ritrovato ed insegnato il primo.
Non è già poco per me, che essi faccian caso di questo giuoco della
boccetta, intantochè ne apporta la perpetuità dei segni elettrici: s’eglino
ristringono a ciò tutto il merito della mia scoperta, e i pregi dell’
non me ne chiamerò scontento, quantunque vi sia apparenza almeno, ch’io
potessi pretendere a qualche cosa dippiù. Ella è finalmente questa peren-
nità dei segni, e cotesto giuoco singolare della boccetta, che ho fatto tanto
valere, e su cui ho più di tutto appoggiato ne’ miei primi scritti.
A questo luogo non posso lasciar di manifestare, che non fui già soddi-
sfatto del conto, che rende dell’«
pétuel. Vienne 1775
quale niente truovo detto di questa importante operazione della boccetta,
sia ad oggetto di rianimare per sè stessa l’elettricità indebolita, ed innalzarla
al più alto grado d’intensità, sia per renderla realmente perpetua. Egli però
nulla verisimilmente veduto avea di quanto erasi da me scritto e pubbli-
cato, e non conosceva l’Elettroforo, che sul rumore pervenutogliene, e dietro
alcune poche sperienze di fresco da lui fatte. Non so attribuire ad altra ca-
gione che questa, da una parte la confidenza, con cui parla di qualche fe-
nomeno come fosse da lui scoperto, dall’altra il silenzio tenuto riguardo a
tante altre sperienze, di cui io avea dato il dettaglio. Non vi si parla punto
della maniera di animare un con l’altro una serie di Elettrofori; nè della
facilità di cambiare a talento, ossia rovesciare l’elettricità sullo strato re-
sinoso: niuna parola della sua mirabile tenacità, che regge non che a dispetto
d’un’aria vaporosa, ma all’insulto dell’alito della bocca; nulla del mezzo
singolare di spegnerla cotesta ostinata elettricità ec. Torno a dire, non son
punto soddisfatto del ragguaglio, che il Sig. Ab. JACQUET si è accinto a dare
del mio Elettroforo, comechè egli ne abbia molto innalzato il pregio, dichia-
randolo Rico-
nosco, che questa espressione è alquanto esagerata: e apprendo da voi, Signore,
che lo stordimento non fu, nè è di tutti, conciossiachè abbiate saputo te-
nervene voi così in guardia, che preso non ne rimaneste. Avete fatto ancor
più: sorto siete colla vostra lettera stampata a fare svenir cotesto abba-
gliante stupore dagli occhi pure dei prevenuti; e io non dubito punto, che
la riputazion grande di cui godete, non abbia prodotto l’effetto preteso, e
Non intendo qui parlare della scoperta
l’Elettricità vindice
che ben lungi di dolermi con voi d’alcun torto, ho occasione anzi d’esservi
tenuto. Mi lagno soltanto di ciò, che questo vostro scritto tende di più a di-
minuire il pregio dell’Elettroforo, preso anche in qualità di semplice appa-
recchio o stromento, giacchè ne lo fa comparire senza il corredo de’ suoi
più singolari vantaggi: mi lagno, dico, unicamente dello scritto, non già di
voi, Signore, cui fo la giustizia di credere, che non avete voi cercato di celare
questi vantaggi, ma che non li conoscevate per anco, giudicato avendo del-
l’Elettroforo dietro la lettera di Vienna, e un picciol numero di sperienze.
Or dunque, Signore, io mi prometto da voi un giudizio più favorevole,
quando ricavate abbiate delle notizie più complete da questa parte di de-
scrizione accompagnata da alcune figure, che vi trasmetto, e dopo che ripe-
tute avrete da voi medesimo le mie sperienze più capitali. Sono in vero im-
paziente d’intendere ciò che sarete per dire di quel giuoco singolare della
boccetta per rianimare l’elettricità languente, ritorcendola a modo di dire
contro sè stessa; e della durazione perpetua dei segni, che per tal mezzo si
viene a procurare.
Dopo la descrizione succinta, che voi quì vedete nei fogli stampati, ho
fatto un gran numero di sperienze, le quali somministrano molto lume per
la teoria delle
e in più gran parte riservo per la Memoria, che ho promesso. Amerei pure
farvene parte, se i limiti di una lettera me lo permettessero: per angusti però
che siano vuo’ farmi luogo a comunicarvi un’osservazione, che concerne di-
rettamente la costruzione dell’Elettroforo. Con tutta la buona fede deggio
confessar un inganno da me preso. Ho inculcato in più d’un luogo, che lo
strato resinoso debba essere sottile, in difetto di che non agirebbe di lunga
mano così bene: in vero io riguardava ciò come il più essenziale alla gran-
dezza degli effetti; m’ingannai. Non mi rincresce la confessione d’un errore,
massime che a rinvenir sul giusto m’insegnarono le sperienze d’un Principe
illuminato, che in mezzo alle cognizioni estese in ogni genere di utili e su-
blimi scienze, e a quella più difficile di governare, nutre un gusto parti-
colare per le naturali cose e sa trovar de’ momenti da consecrare ai tratte-
nimenti di Fisica, e che non ha poco contribuito a dar grido e voga al mio
Elettroforo, per mezzo d’uno che ne inviò al Sig. INGEN-HOUSZ. Egli è dun-
que provato e costante, che la spessezza di più linee, e fin d'alcuni pollici
nello strato resinoso non toglie all’Elettroforo di agire vigorosissimamente,
come io avea avanzato; sebbene poi, a dir tutto, una minore spessezza sia
preferibile per altri riguardi, e sono: primieramente che uno strato sottile,
oltre l’uso come
dire ricevere una grande carica, e dare una violenta esplosione; ciò che uno
Per un medesimo principio lo strato sottile vi offrirà lo spettacolo
della comparsa dei segni elettrici dalla parte del
(tenendola isolata) pressochè tanto vivi quanto quelli che dà lo
lastra superiore; ma se lo strato di resina sia assai grosso, il giuoco del
verrà meno in tutto, o in parte della forza. Da ultimo quello che ancor più
merita d’essere considerato si è, che la virtù di ritenere l’elettricità è minore
in uno strato grosso, che in un sottile: in un di questi potrete trovar elettri-
cità ancor inerente dopo tre o quattro mesi senza averla mai in tutto quel-
l’intervallo rianimata, come ho io esperimentato, laddove in quelli non vi
si manterrà un mese. Del rimanente per quanto riguarda le sperienze ordi-
narie dell’
mente, col vantaggio anzi di non essere così soggetto a screpolare; le scin-
tille che darà lo
sta l’errore, in che io son caduto avanzando il contrario, e di cui ho avuto
già luogo a disingannarmi, ed or l’ho di ritrattarmi, e ne godo, come anche
godrò di farlo pubblicamente.
Ho l’onore di essere ec.
del Klinkosch al Conte Kinsky, Cart. Volt. F
sposta del Volta, pubblicala in questo N°. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
« La prima notizia e descrizione dell’Elettrophoro perpetuo io ebbi in una lettera del si-
gnor JUGENHOUSZ, a cui fu mandata da Milano da Sua Altezza Reale l’Arciduca Ferdinando,
e questi giorni mi venne anche nelle mani la lettera d’un abbate in Vienna ad un suo amico
in Presburgo sopra l’Elettrophoro perpetuo precipitosamente concepita, e stampata in lingua
francese.Egli primieramente consiste in uno piatto di metallo della grossezza di una o due linee,
e della larghezza a piacimento, la di cui estremità
gata, tienne in mezzo un alzamento per fermezza d’una stanga di ceralacca o di vetro
per esempio
Secondariamente in uno piatto piano di metallo
largo di due dita, il quale sia coperto in una superficie di mastice della grossezza di una
linea o di una e mezza. Per farne lo sperimento, si rende il mastice elettrico per via di
fregamento vi si appone il primo piatto (detto lo scudo) colla stanga di ceralacca, se lo
tocca al piegato margine, o dove piace, colla mano, si ritira di nuovo la mano, e poi con
una mano si alza mediante la ceralacca lo scudo, coll’altra mano si cava la scintilla, ch’è
forte, e rumoreggiante; e così replicatamente coll’apporre, toccare, ed alzare si può fare
uscire più di alcune mille faville senza che sia necessario di rinnovare la forza elettrica
per via di strofinamento, o altro modo.
Prendasi ora invece dello scudo coperto di mastice, una lastra di vetro della stessa
grandezza, che sia da una parte coperta con foglia di stagno, ma nell’altra parte pongasi
invece della foglia di stagno, proveduta da fili di seta, o stanga di ceralacca, che fece il Si-
gnor BECCARIA, vi si apponga esattamente il piatto superiore di metallo del Signor VOLTA
colla ceralacca, e se lo renda elettrico d’eccesso per mezzo del conduttore, con che viene co-
municata al vetro l’istessa forza, come per lo strofinamento; così si trova intieramente l’istesso
successo, conseguentemente l’Elettricità da se medesima rinascente (Electricitas Vindex), in
tutta perfezione, e si riconosce ciò in grande, che BECCARIA insegnò in piccolo.
Che il Signor BECCARIA abbia comunicata alla sua lastra la virtù elettrica mediante un
conduttore caricato, ed abbia intrappreso lo sperimento in vetro; il signor VOLTA all’incon-
tro in mastice, e lo renda elettrico mediante lo strofinamento, non vi è altra differenza,
se non che comparisca presso BECCARIA l’elettricità di eccesso, presso VOLTA di difetto, e
vicendevolmente.
Per olteriore prova ho replicati gli sperimenti del Signor BECCARIA dal primo insino al-
l’ultimo coll’Elettrophoro del Signor VOLTA, tutti sono riusciti, al settimo ed ottavo sperimento
coprii la superficie inferiore dello scudo col mastice ». . . . . . . . .
Stimatissimo Signore
« Nella di lei dotta lettera a me scritta, che con altre achiuse scritture ottenni il di 20
maggio con sommo piacere, si demostra chiaramente una doglianza, quale pare Ella habbia
verso di me, come se io havessi nel mio scritto sopra il magnetismo animale, oppresso il
merito, che a Lei per l’invenzione e perfezione dell’Elettrophoro perpetuo, e per la scoperta
de suoi vantagi, e singolari proprietà giustamente compette.
Ho l’honore d’assicurarla, che mai mi è venuto in mente, di assalire i letterati e veri
fisici, fra i quali Ella già da gran tempo occupa un buon posto. Ma tutto il di lei sospetto
svanirà, se confronterà queste espressioni, che da me addotte potrebbero parerle offensive,
coll’intero contenuto della lettera, il di cui delineamento e scopo consiste, in conoscere la
fermezza de sostegni, su quali riposa il systema del magnetismo animale. Ho fatto men-
zione dell’Elettrophoro considerando solamente quella qualità, per la quale si fa, e si può
spiegare il moto dell’ago da bossola sopra una verniciata tavola di latta o pure anche so-
pra la mia artificiosa tavola, e come ancora con ciò potrebbero essere delusi i protettori
del magnetismo animale. Cotesta Elettrica qualità, per la quale viene animato l’ago da bos-
sola, e lo stesso Elettrophoro è la forza elettrica da se medesima rinascente, la quale così
in latino nominò il Celebre P. BECCARIA
delineò le leggi secondo la natura, ed accese con ciò ai Fisici in questa materia un nuovo
lume; benchè alcuni prima di lui habbiano descritte tali semplici osservazioni, pure non
possono in verun modo diminuire la dovuta fama al Signor BECCARIA non avendone tratta
veruna legge. La minor cognizione di cotesta proprietà elettrica fu anche il motivo della
meraviglia, che presso molti sopra dell’Elettrophoro ascese a si alto grado; poichè la più
parte lo stimarono infatti un’istromento nuovo d’una nuova specie di elettricità, che però
in se considerato è il cangiato apparato di BECCARIA, nel quale invece del vetro occupa il
luogo il mastice (resina), e conseguemente il di lui primo effetto esser deve l’elettricità vin-
dice. La plebe Fisicale dovette dunque essere istruta di cotesta elettrica qualità, e della vera
costituzione dell’Elettrophoro.Non facendo in oltre io nella mia lettera veruna menzione de vantaggi e singolari qua-
lità dell’Elettrophoro, ciò accade, perchè non ebbero diretto influsso nel moto dell’ago di
bossola, ed allora non era mia intenzione di descrivere l’elettrophoro con tutte le sue appar-
tenenze. Ignote però non mi erano; poichè allor quando ricevetti nel mese di dicembre 1775
notizia del vostro Elettrophoro, fui anche, tuttavia brevemente, informato delle altre di lui
qualità, ma la di lei ampia descrizione leggo solamente addesso nel giornale di Milano.Richiamandomi dunque all’elettricità vindice, dimostrata da BECCARIA, toccante la na-
tura e primo effetto dell’Elettrophoro, e passandone in silenzio le singolari qualità da Lei
scoperte, non fu mai la mia intenzione di levare alcuna parte ai meriti, e fama, ch’Ella
vi acquistò. No! Ella si affaticò di propagare ed amplificare la cognizione dell’elettricità
vindice. Ella non solo, sostituendo il mastice in luogo del vetro, e cambiando la forma del-
l’armatura ha reso noto al mondo un’istromento semplice per ottenere una più forte e più
durevole elettricità, che non ottenne BECCARIA; ma di più ha scoperto con altre qualità il
ravivamento, e la durevolezza dell’Elettricità, ed ha attribuito per questa qualità a tal istro-
mento il devuto nome di Elettrophoro perpetuo. Tutto ciò le fa onore, e nessuno, secondo
il mio sentimento, glielo impugnerà.Ella poi Signor mio è desideroso di sapere la mia opinione, che tengo dell’aumento e
rinovamento della virtù elettrica colla caraffa armata, per la quale la sua propria languente
forza quasi si raccoglie, gli viene nuovamente ristituita, ed in tal modo l’intero Elettro-
phoro di nuovo con maggior forza ravivato.Certamente! un’apparenza degna di amirazione, la prossima caggione di questo mira-
bile giuoco deve essere spiegata per altre note e dimostrate qualità elettriche, e però, come
io stimo, parte per la fuga e ritirata della materia elettrica dallo scudo, nel mastice del
piatto, che accade toccando lo scudo; parte per l’accesso d'una nuova affluente materia
elettrica nello scudo dalla mano toccante, di modo che l’elettricità caricante la caraffa non
sia quella del mastice, ma bensì quella, che al toccare passò dalla mia mano nello scudo,
e fu posta in moto. Siccome dunque questa ora affluente materia elettrica per il replicato
toccare dello scudo al conduttore cresce in eccesso e vigore nell’interna parte della caraffa:
in tal proporzione cresce parimente nella parte esterna della caraffa la detta Elettricità di
difetto, che pure nuovamente rinasce, e non è proceduta dal mastice dell’Elettrophoro.
Quando dunque questa caraffa caricata d’eccesso sia posta sopra il mastice del piatto, e con-
dotta colla mano mediante il conduttore, in tal modo l’elettricità di eccesso si dilaterà in
uguale mesura dalla caraffa per il conduttore nel mio corpo, ed anche più oltre, come que-
sta di difetto parimente di nuovo rimasta alla parte esterna della caraffa si comunica al
mastice, e lo rende di nuovo elettrico. Nello stesso modo va la cosa, quando l’interna parte
della caraffa sia elettrica di difetto e l’esterna di eccesso. In breve: cotesto rinnovamento,
e ravvivamento nasce per la comunicazione della forza elettrica nuovamente nata, quale fu
posta in moto per l’elettricità che risiede nel mastice dell’Elettrophoro, come per una causa
rimota. Tutto ciò può facilmente essere dimostrato con chiari esperimenti ».
Intanto le notificherò la mia maniera ed il modo di ravivare l’Elettrophoro, che mi
pare più semplice, e che conduce più vicino al di lui svilupamento. Ella consiste solo in
un vicendevole passagio dello scudo sopra due piatti coperti di mastice, che stanno l’uno ap-
presso all’altro, dopo che un piatto
Apposto e toccato lo scudo, passo io collo scudo (che alzai mediante il manico isolante e
tengo alquanto obliquo Poi che ho passato alcune
volte il mastice
tocco, e passo nuovamente col suo margine c sopra il primo piatto a al suddetto modo;
poi parimenti lo appogio, e dopo averlo toccato, passo nuovamente sopra il secondo piatto
e così via piu spesse volte. Sovente non ho replicato sette volte questa operazione del pas-
sagio di un piatto all’altro collo scudo, che ambedue divennero assai forte elettrici, e al-
zatone lo scudo spinse il suo fuoco elettrico da se stesso fortemente da tutti i lati ».....
stice e di stagno, allo scopo
« klin sia una cosa positiva e reale, e che la stessa materia elettrica mossa in diversi modi
« costituisca il detto eccesso e difetto.... ».
aveva già in quel tempo comunicato al Priestley sulla costruzione e proprietà dell’Elettroforo,
ravvisando ora analogie fra le sue esperienze e quelle del V., conclude dicendo
« assai mirabile, se io le fossi con questi sperimenti venuto incontro un’anno prima, io me
« ne sarei rallegrato certamente di cuore ».
lettera che il V. gli aveva scritto in data
in data
sposta del V. a quest'ultima lettera del Klinkosch
[Footnote Page]
[Footnote Page]
[Footnote Page]
[
Monsieur
Il y a quelques mois que j’ai reçu, Monsieur, votre obbligeante réponse
à ma lettre, et la traduction italienne de la votre sur le
malJe vous suis doublement redevable, et de ce que vous me faites part
des recherches qui vous avoient conduit à des experiences analogues aux
miennes et de ce que vous vous interessez, vous-même à m’assurer
à vous attribuer, en voulant bien publier ma lettre et ma description de
l’J’aurais voulu, Monsieur, outre les remerciements dus à votre
bonté, m’acquitter d’une dette envers vous: c'étoit de vous comuniquer
des nouvelles recherches, que j’avois confié à un de mes correspondents;
mais il ne m’a jamais été possible de recuperer mes papiers que mon
ami ayant destiné et consacré à la presse, et que personne, ni moi non
plus qui vous avois precédé ne pouvoit vous ôter. Enfin vous étiez ori-
ginal dans vos découvertes aussi bien que moi, quelque soit la date ante-
rieure d’un de nous. Pour dire quelque chose de plus particulier touchant
votre maniere d’électriser un Electrophore à l’aide d’un autre, et de les ren-
forcer alternativement moyennant l’
et promené sur la surface avec une position inclinée ec. je vous avouerai,
que c’est une expérience assez curieuse, et qui mene à des vües étendües,
et aux principes fondamentaux de cette théorie à la quelle je travaille: cela
tient de bien près à la
j’ai promis
cette année à cause d’un nouvel emploi de Professeur de Physique dont j’ai
été chargé, et de plusieurs autres distractions. Je ne vous dirai pas que
je vous eusse préoccupé dans cette même maniere d’animer un électro-
phore et l’autre moyennant le jeu d’un seul écu; je ne suivois pas précisé-
ment la manoeuvre que vous m’avez décrit, mais je puis bien vous dire,
que parmi huit ou dix façons diverses que j’ai imaginé pour exciter un elec-
trophore
l’avoir touché) de l’un à l’autre: seulement je faisois peu d’attention à ce
qu’il est très-avantageux de ne pas poser d’abord l’
de l’approcher par son bord; et cependant ceci etoit dans mes principes,
et je sçavois très-bien que l’électricité de l’
goureusement quand il est incliné sur la surface du mastic, et le seul bord
y touche, que quand on l’éleve ou on l’approche dans un plan parallele à
cette même surface: je voyois tous les jours, (et cela étoit, je le repete,
dans mes principes), l’effusion, et entendois le craquement des etincelles de
l’écu lorsqu’il incline un peu trop le bord vers la surface résineuse. D’ail-
leurs une des manieres dont je me sers commodement pour electriser un électro-
phore par le moyen d’un autre, est d’isoler un petit conducteur, duquel pend
une aigrette de fils ou de papier doré: sous cette aigrette est la surface rési-
neuse qu’on veut exciter; on reçoit l’etincelle d’un autre électrophore ou
qui tient à celui-ci la surface résineuse de sorte, que tous ses points se char-
gent d'électricité. Cette méthode revient à la vôtre, si vous imaginez seule-
ment que l’aigrette de fils ou papier doré pende de l’écu mème que vous
transportez çà et là. Encore un mot sur un autre de mes façons: j’isole le
plat lui-même, c’est à dire au bord de métal des etincelles d’un
ordre; pendant qu’à chacune de ces étincelles je touche çà et là du bout de
mon doigt la surface resineuse du même
mieux d’appliquer quelque bon conducteur qui termine en pointe, un fai-
sceau de fils metalliques, ou de listes de papier doré ec.: ayant tiré huit ou
dix étincelles, et parcouru comme cela toute la surface résineuse je la cou-
vre de son
Je vais maintenant vous faire part de quelques recherches, que j’ai der-
nierement publié sur l’électricité
ques
in data
Je vais transcrire
encore à part deux longues notes
lettera del V. al Klinkosch in data
Comm.
écrivis au Mai passé, quand je sus qu’on l’alloit inserer dans le même Journal:
tout cela est en Italien.
J’espere que vous ne laisserez pas de me communiquer vos expériences
et vos progrès dans cette branche de Physique, et dans d’autres encore.
[Empty Page]