ARTICOLO DI UNA LETTERA
DEL SIGNOR
DON ALESSANDRO VOLTA
AL SIGNOR DOTTORE
GIUSEPPE PRIESTLEY
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. . . . . . Io non so se tanto prometter mi debba dalle mie osservazioni,
che esse anzichè importune, gradite vi riescano e interessanti. Avanzandole
siccome miei nuovi ritrovamenti, avvenir potrebbe un’altra volta che deluso
rimanessi non altrimenti che accadde di quelle sopra il legno abbrustolito,
cui la vostra eccellente Storia dell’Elettricità avveder mi fece, ma troppo tardi,
essere state in parte da altri preoccupate. Or chi sa che la continuazione da
voi disegnata della medesima Storia non venga per egual modo a rapirmi la
gioconda illusione di queste nuove mie pretese scoperte? Comunque la cosa sia
per riuscire, io dovrò non men d’allora saper grado alla lezione della vostra
Storia del disinganno e de’ lumi che mi verrà porgendo; ma grado mille volte
maggiore vi saprò, se fin d’ora mi significherete candidamente qual luogo, e
parte io mi possa sicuramente attribuire nell’invenzione de’ fatti, che a me
sembran nuovi; e il valore che voi medesimo loro date.
Voi avete già inteso che l’Elettricità è il soggetto de’ miei ritrovamenti.
Or dirò il genere particolare intorno a cui s’aggirano.
Egli è quel ramo, che,
se a buon diritto nol so, ha ottenuto di chiamarsi In grazia delle molte persone a cui forse riusciranno affatto nuovi i fenomeni del-
l’
simamente la Storia, dipartendoci meno che sarà possibile dalle parole del celebre P. BEC-
CARIA, da cui l’abbiamo tratta. «La legge (dic’egli al § 939 della sua Opera intolata
movimenti elettrici de’ corpi deferenti conviene anche a’ corpi isolanti: 1° Due corpi isolanti
similmente elettrizzati si discostano. 2° Contrariamente elettrizzati si accostano. 3° Se uno
è elettrizzato e l’altro no, non segnano alcun movimento particolare. « Anzi tra un deferente e un isolante ha pur luogo la legge medesima. In questa ge-
nerale identità di legge però si scorgono due particolari ammirabilissime differenze. 1° Due
corpi isolanti, o uno isolante e l’altro deferente contrariamente elettrizzati dopo essersi acco-
stati, restano validamente uniti proporzionatamente alla somma delle loro elettricità con-
trarie. 2°. L’isolante dopo essersi unito coll'isolante o col deferente, dopo annullate le loro
elettricità contrarie, in quanto che eguali, nell’atto che si disgiunge dall’altro corpo isolante
o deferente, ripiglia l’elettricità cui avea avanti di congiungersi; e questa proprietà io chiamo
« Io penso di essere stato il primo a recarne esempio alla pag. 196. dell’elettricismo na-
turale. Il Sig. SYMMER ha promosso non poco questo genere di sperimenti indottovi dalle
scintille che si avvenne a sentire, e ad osservare nel cavarsi la sera le calzette di seta. I
fenomeni elettrici gli riuscivano grandiosi quando sopra alla calzetta bianca di seta ne mettea
un’altra nera. Finchè erano sulla gamba, e comunque ne stropicciasse la nera, davano ap-
pena alcun debolissimo segno di elettricità; lo stesso avveniva cavandole unitamente; ma
nell’atto che estraeva la bianca dalla nera si manifestavano segni vivacissimi di elettricità
per eccesso nella prima, e per difetto nella seconda. Allontanata assai una dall’altra resta-
vano amendue gonfie, come se la gamba vi fosse dentro, ravvicinandole, s’appassivano,
crescea l’attrazione loro reciproca, e si precipitavano una verso l’altra con soprendente vio-
lenza; quando si disgiungeano ricominciavano gli stessissimi fenomeni. Se restavano unite
conservavano l’elettricità per due ore e più, se si tenevano separate la perdeano assai pre-
sto. L’adesione era tanto forte mentre una d’esse restava dentro all’altra, che resistevano
al peso di tre libre e tre once. « Dopo il Sig. SYMMER si sono lodevolmente esercitati in questo genere di sperienze
il Sig. Abate NOLLET che ha surrogato i nastri di seta alle calzette, e il Sig. Dr. CIGNA che
ha promosso gli sperimenti e dell’uno e dell’altro. «I primi fenomeni dell’elettricità Vindice nelle sostanze isolanti compatte, e capaci
di carica sono quelli di cui i PP. Gesuiti di Pekino resero conto all’Accademia di Pietro-
burgo l’anno 1755., registrate nel tomo 7. de’ nuovi Comment ». « Se si applica dice il Sig. E-
PINO che ha comunicato il fatto all’Accademia, se si applica una lastra di vetro elettriz-
zata alla bussola coperta con un vetro, l’ago calamitato che sta in bilico sullo stilo colla
sua punta viene tratto tantosto al vetro che cuopre la bussola, e per lo spazio di due o tre
ore costantemente vi resta attaccato, come se vi fosse incollato. Quindi all’improvviso l’ago
si stacca dal vetro e torna al suo luogo. Levate via la lastra e l'ago in men ch’io non dissi
rimonta, di nuovo s’attacca al coperchio di vetro della bussola, e ivi se ne sta per altret-
tanto tempo. Addossate di nuovo la lastra alla bussola, l’ago ricade ecc. L’esperimento fu
ripetuto ben cento volte ecc. ». Chi desidera d’istruirsi più appieno legga gli ultimi due capi dell’Elettricismo Artifi-
ciale, e uno scritto latino dello stesso Padre Beccaria intitolato
Electricitas Vindex late constituitur, atque explicaturL’Editore
Ecco
a parte di un tale spettacolo. Io vi presento un corpo che una volta sola elet-
trizzato per brevissim’ora, nè fortemente, non perde mai più l’elettricità sua,
conservando ostinatamente la forza vivace de’ segni a dispetto di toccamenti
replicati senza fine. Voi tosto indovinate che si fatto corpo vuol essere una
che io ho inteso di accennare, allorquando ho detto che i fatti che sono per
Ma non che indovinare, durerete
forse fatica a credere la costante vivacità de’ segni, e più la straordinaria
loro durevolezza, che è veramente quale ve la propongo, senza termine o
limiti, mentre osservato avrete, che troppo lungi ne sono que’ che s’ottengono
dalle lastre di vetro tenute in conto delle più eccellenti, e guernite della con-
sueta armatura d'una foglia metallica reputata essa pure la più acconcia a
tal uopo; infatti con tale apparato si hanno da principio alcune vive scintille,
ma che ben presto illanguidiscono e durano per lo spazio di poche ore in tempi
ancora favorevolissimi. Perciò appunto io ho rifiutato e le une e le altre sosti-
tuendo alla lastre di vetro quelle di ceralacca, di zolfo, o d’altra resinosa ma-
teria; e alle sottili e pieghevoli foglie surrogando altre
sì, ma ferme, e di volume assai più amplo, e modellate su lodevole forma d’un
capace E con ciò quantunque mi sembri d’avervi data un’idea
generale della somma di questo nuovo apparato, permettetemi ch’io vi de-
scriva parte a parte quello di cui fa uso, che è semplicissimo, e la maniera
di trarne i promessi vantaggi.
Ho dunque un piatto di stagno con l’orlo che rileva poco più d’una mezza
linea, d’un piede di diametro, entro cui ho versato un mastice fuso composto di
trementina, ragia, e cera, steso e rassodato in una superficie piana e lucida.
Ne ho parecchi altri e più grandi e più piccioli di legno eziandio al cui fondo
è incollata una laminetta di piombo, e in cui ho versato ove zolfo, ove cera-
lacca ed ove altri mastici di varia composizione, ma l’indicato di sopra ch’io
fo di tre parti di trementina due di ragia ed una di cera bollite insieme per
più ore, mescendovi in fine alquanto di minio ad oggetto di avvivarne il co-
lore, l’ho trovato il più comodo e il migliore. Fa l’officio di armatura al di
sopra un legno dorato della figura a un di presso d’uno scudo di dieci pollici
di diametro e alto due all’incirca, piano nella base che dee combaciare col
mastice, alquanto convesso nei lati o sia nel contorno. Dal centro della con-
cavità sorge un manico di vetro o meglio di cera lacca ben levigato, che ha
gli spigoli (e ciò rileva assai) smussati e ritondati. Chiamerò dunque quest’ar-
matura col nome di Stimo superfluo l’avvertire, che mi attengo ordi-
nariamente ad uno scudo di legno dorato, perchè meno dispendioso e più
leggiero e manesco che uno di metallo sodo. Peraltro avendo in seguito pen-
sato a farne uno d’ottone tutto cavo interiormente a foggia di una scatola,
che serve per un altro apparato minore portatile in tasca, truovo che m’offre
in compenso non piccioli vantaggi, uno rilevante, che è quello d’essere più for-
bito, e perciò di dissipar meno l’elettricità: gli altri di sola appariscenza, e
comodo, per atto d’esempio di render sonore le scintille anche meno vive; e di
poter racchiudere in esso vari stromenti che vengono ad uso, come caraffe,
manichi per isolare, palle, fili ec.
Eccovi, Signore, tutto l’apparato -
Mettiamolo ormai alle prove, e veggiamo come gli effetti corrispondono
alle promesse. Carico mediocremente la lastra al modo ordinario coll’ajuto
della macchina, e ne provoco la scarica giusta il costume toccando congiun-
tamente o alternatamente Allora alzando lo scudo pel
suo manico isolante, e riponendolo sul mastice, con toccarlo alternatamente,
siccome richiede la teoria dell’
torna a posare ne ho scintille tali e sì vive (quelle segnatamente dell’innal-
zamento, e più le succedenti alle prime due o tre) che si spiccano e diri-
gonsi alla nocca del mio dito ad un pollice e mezzo e talora più di distanza,
per nulla dire del venticello, e de’ fiocchi di luce che si manifestano sulle
punte all’intervallo di più pollici, e degli attraimenti de’ corpicciuoli oltre
allo spazio d’un piede. Che più?
Con quattro o sei scintille cavate dallo
con trenta in quaranta di esse carico fortemente una caraffa; tutte queste
operazioni io fo e replico finchè mi piace. Ma i segni illanguidiscono col
tempo? Nol niego, massimamente ove non si cessi di tormentar l’apparec-
chio per lungo tratto e a varie riprese. Dunque finalmente cesseranno del
tutto? Sì, ciò forse avverrà, ma non so dopo qual tratto di tempo.
Ma che
direte se io dimostro che questa minacciata estinzione de’ segni si può pre-
venire, e riparare l’illanguidimento, e fìnanche ristorare il primiero vigore con
niun altro ajuto che quello delle deboli forze che rimangono? M’affretto a
spiegarvi per qual modo ciò si possa ottenere.
È cosa troppo nota che si può caricar una lastra per mezzo d’un’altra
lastra o caraffa già caricata, col compartire a quella la carica di questa. Or
bene, io non cerco di più; imperciocchè se col mio scudo, allora pure che non
mi da se non scintille deboli, giungo a caricare anche debolmente una ca-
raffa, posso contare d’avere in questa caraffa un ristoratore dell’elettricità
indebolita, e di portarvi una vera aggiunta eccitandone la scarica, o sia com-
partendola alla superficie del mastice. E così adoperando non m’inganno,
col badar bene però di applicare al mastice non già l’uncino della caraffa,
se questo ha ricevuto la carica dallo scudo, ma sibbene la pancia o la base;
e vice versa, se questa ha toccato lo scudo. Per poi viemeglio riuscir nel mio
intento non iscarico la caraffa in un colpo sopra la faccia armata del suo
scudo, ma gradatamente con una scintilla per volta, o (che è d’un bel tratto
più efficace) portando a combaciamento la base o l’uncino della caraffa colla
faccia nuda del mastice, e scorrendovi sopra per tutto, onde imprimere, dirò
così, ad ogni punto la competente porzioncella di carica. Per tal modo e
con tale attenzione trovo più spediente di elettrizzare il mio apparecchio
ben anche la prima volta, senza applicarlo immediatamente alla macchina
per mezzo solamente d’una caraffa carica; e se vaghezza mi prende di far
senza interamente d’ogni macchina, e nulla prenderne ad imprestito, ci riesco
o carta o (che è meglio), pelliccia fina e bianca sulla faccia del mastice
ancor vergine, col quale strofinamento produco primamente e in un attimo
una discreta elettricità, che messa poi a profitto mercè il replicare una o
due fiate l’artificio già descritto di caricare un caraffino, e rinfondere la
carica sulla superficie del mastice arriva in brevissimo tempo al sommo di
vivacità.
Se mi chiedete dopo quanto intervallo di tempo faccia mestieri di ri-
correre a cotale industre modo di ravvivare l’elettricità moribonda, perchè
non si perda del tutto, vi dirò non aver io fissata, nè potersi per avventura
fissare regola alcuna. Sono però in grado di assicurarvi che dopo il corso non
già d’ore o di giorni (sopratutto se l’apparecchio si lasci buona parte del
tempo in riposo e ben custodito, sicchè si mantenga asciutta e pura la faccia
del mastice), ma d’intere settimane l’elettricità non vi verrà mai meno, solo
che vi prendiate la cura di replicare due o tre volte il giuoco della caraffa.
Non debbo qui lasciar di suggerire che in luogo d’una caraffa di vetro torna
forse più comodo un cannoncino di rame o latta intonacato di cera lacca
o mastice, e armato acconciamente, a cui avvegnachè tocchi minor quan-
tità di carica, ciò non ostante perchè l’acquista prestissimo, serve perciò
meglio, e quello che più monta, teme assai meno l'umidità dell’aria.
Non so finir di parlare dell’artificio di risvegliar l’elettricità languente
col rifondere e ritorcere contro di sè stessa quella poca che rimane, e si ri-
condurla al grado massimo d’intensione, senza dire, che sebbene tal ritrova-
mento non sia altro più che una conseguenza della teoria, che appunto me
lo ha fatto tosto immaginare, sembra però oltre modo maraviglioso a chi
non sente ben addentro in così fatte cose, e senza confessare ch’io stesso ne
andai pieno di gioja tostochè vidi il fatto risponder pienamente all’idea con-
cepita, non meno per la bella armonia che ravvisai co’ principj, come per
la novità sorprendente che ne risultava unita al vantaggio di poter ove che
fosse col mio semplice apparato passarmela senza il corredo della macchina,
e produrre ciò nonostante lo spettacolo della più viva elettricità, e con
quel solo destarla egualmente viva in altri apparati senza fine (la qual
industria mi richiamò tosto alla mente quella onde andiamo debitori a
Voi Inglesi di calamitare fortissimamente l’acciajo senza calamita); e sì
anche perchè io veniva a giustificare l’aggiunto di un nuovo vocabolo, che
non senza esitazione aveva destinato a questa fatta di elettricità, il che
ora senza scrupolo e a tutto rigor di termine sento di poter fare chiaman-
dola elettricità Che se a voi non dispiacesse, ardirei pure
imporre un nome al mio picciolo apparecchio, e sarebbe quello di
perpetuo
Or vi dirò che ho immaginato di inalberare sulla sommità dello scudo
cepire in seno del fuoco elettrico di colassù....
« Questa lettera è stata spedita dal Chiariss. Autore senza accompagnamento di figure,
« perchè il Sig. Dr. PRIESTLEY a cui è diretta non ha certamente bisogno di tale sussidio
« per sentire tutta la forza del ritrovamento. Ad oggetto di agevolare e l’intelligenza e la
« pratica di questa sua scoperta a chi non è versatissimo nella Teoria dell’Elettricità ha
« voluto il non men gentile e dotto Cavaliere spedirmi un buon numero di figure con una
« minuta spiegazione, ma sventuratamente sono giunte troppo tardi per poterle inserire
« in questo volume, le daremo nel seguente. L’Editore.
Vi ho reso conto, Signore, dei sommi capi delle mie scoperte, se tali pur
sono, tralasciando tutto il dettaglio de’ vari tentativi, e le molte riflessioni
che mi ci han condotto, o spuntate ne sono, e che però riservo per un’altra
Lettera, o per la Memoria, che vi dissi da principio aver in animo di pub-
blicare. Questo solo vi anticipo, che tutto tende a confermare quella mia
sentenza che mi argomentai già di venir persuadendo nella Dissertazione
non si estinguono realmente, e interamente per la scarica, come ha preteso
il P. BECCARIA, e persiste anche in oggi a volere
pezza ad esservi in parte aderenti, inducendo, perchè abbia luogo un certo
quale equilibrio, l’elettricità contrarie nelle rispettive
gono per tal modo a contrappesarsi; onde le adesioni d’esse armature alle
facce della lastra; onde finalmente lo sbilancio della separazione, i segni ec.
Quell’eccellente Professore di Torino è portato in conseguenza del suo opi-
nare ad accagionar la luce che spunta trallo disgiungimento d’indurre una
nuova elettricità sulla faccia della lastra che si snuda, a spese dell’arma-
tura: io accuso questi discorrimenti di luce di portare non già l’
di una nuova, ma all’opposito un vero
tricità; della prima cioè impressa e tuttor' affitta alla faccia isolante, e del-
l’opposta indotta nell’armatura per l’antecedente scarica: e sì seguendo
quelle striscie di luce e contemplandole attentamente, dalle circostanze in
cui si mostrano o nò, o crescono, o scemano, dalla figura, da tutto in somma
ricavo argomenti evidentissimi e palpabili, che il mio sospetto è pur vero.
E per addurne una od altra prova: se altrimenti andasse la bisogna, a grado
cioè del Padre Beccaria, non dovrebbe l’ordinaria armatura di foglie me-
talliche dispiegare e in sè stessa, e nella faccia della lastra che lascia nuda,
elettricità maggiore, che non quando fa l’ufficio d’armatura il mio scudo?
tanto maggiore, io dico, quanto le strisce di luce ch’eccita quella nell’atto
Ma ap-
punto succede il contrario: e a questo singolarmente è dovuta la prestante
eccellenza del mio scudo sopra le solite armature, dall’aprir esso lo sfogo a
minor luce, che è quanto dire a minor
Diciam più: se la luce che compare trallo disgiungimento fosse quella
dell’elettricità, che la faccia snudata rivendica a sè, o vogliam dire ripete dal-
l’armatura, giusta il sentimento dell’Avversario, non so vedere perchè non
dovesse provocarne molto di più di questa luce quando s’alza l’armatura, senza
tenerla isolata, che non quando s’alza isolata; giacchè nel primo caso ne è
la capacità senza limiti. Eppure punto o poco di luce appare alzando lo
scudo non isolato, nello stato cioè che potrebbe più fornirne; e grandi strisce
ne spicciano alzandolo isolato. Dunque non è la faccia snudata che mova
questa luce, perchè cerchi ricuperare la sua antica elettricità a spese diremmo
dell’armatura; nè questa obbedisce altrimenti alle sollecitazioni di quella;
ma a sè stessa obbedisce, cioè a quella forza di dissipare quel soverchio di
elettricità propria, di cui è insofferente, e che perciò scappa massimamente
dagli angoli.
Io non ho fatto più sperienze sull’aria. . . .
AGGIUNTA
Avendo pensato che il nuovo apparecchio oltre la sorprendente singo-
larità de’ segni indeficienti, di cui si è venuto ragionando, offre altri non meno
reali che speciosi vantaggi, sì per la mira d’illustrare per eccellente modo
la teoria elettrica, sì per lo scopo di condurre con l’ultima agevolezza ogni
maniera di sperienze, i quali vantaggi hanno obbligato a dar a quello la pre-
ferenza sopra ogn’altro apparato non dirò me solo, cui l’amore di un bel
ritrovamento potrebbe di leggieri aver sedotto, ma alcuni eziandio che da
principio si mostravan ritrosi a concedergli questa superiorità; e conside-
rando d’altra parte che la descrizione da me datane ristretta ne’ limiti d’una
lettera, e all’intelligenza de’ più esperti elettrizzatori potrà per avventura
far nascere desiderio a taluno non versatissimo, il quale amasse pure, di
ricrear sè ed altri con siffatte dilettevoli sperienze rese omai sì domestiche
e comuni, d’avere sott’occhio il disegno de’ pezzi, e il giuoco che loro si fa
eseguire, ho pensato di far cosa grata esponendo nelle seguenti figure sotto
diversi aspetti e combinazioni tutto ciò che compone uno de’ miei comodi
apparati portatili, e quanto esso offre su due piedi a vedere di singolare.
AA (Fig. 1) è
ben ritondato prominente nella faccia superiore una mezza linea all’incirca,
in cui è contenuta la stiacciata di ceralacca o mastice B, nella inferiore spor-
CC è lo
rato o d’ottone cavo, senz’angoli e ben forbito, che si apre a foggia di sca-
tola, e contiene i vari pezzi che hanno da venire ad uso. E è il
cioè un bastoncino di vetro intonacato di ceralacca, armato nell’estremità
di due cappelletti d’ottone ff (Fig. 2.), uno fatto a vite con cui si ferma a
un bottone lavorato per questo nel centro della faccia superiore dello scudo
CC, e l’altro che termina in un anello, per cui si regge alzandolo (Fig. 2., 3.).
Nella Figura 1. sta il
CC ricevendo l’elettricità o sia la
dinaria: indi se ne eccita la scarica dalla mano A D che tocca congiuntamente
il
(Fig. 2.). Una mano alza per mezzo dell’anello f del manico E lo scudo
CC; e l’altra mano X ne trae una lunga scintilla: e ciò ognora che si leva lo
scudo dopo averlo posato e poi toccato.
La stessa Fig. 2. mostra come elettrizzato una volta un solo apparato,
se ne possa avvivar un altro, o quanti altri ne aggrada: dando cioè repli-
catamente le scintille dello scudo alzato ad un filo od uncino d’ottone K
sporgente da un altro scudo, che posa sul suo mastice. Fatto ciò e mu-
tando mano voi potete con questo secondo e collo stesso processo rinvigorir
la forza nel primo, e così via via reciprocamente.
(Fig. 3.). L’operazione indicata è simile a quella della figura precedente,
tranne che si fanno spiccare le scintille dallo scudo CC verso l’uncino I della
caraffa armata G, la quale perciò viene a caricarsi. La mano D sta in atto
di toccare il
da questo il dito qualor s’alza. La caraffa poi si scarica coll’
o si adopra per la scossa ec.
(Fig. 4.). Colla caraffa stessa caricata nel modo surriferito si ravviva
l’elettricità che per avventura si fosse indebolita. S’impugna dalla mano L
per la pancia G, si posa sulla faccia nuda del mastice B. Indi lasciata la
pancia si trasporta la mano L a reggerla pell’uncino I, e così dimenandola
si viene a scorrere sopra tutta la faccia B fin presso l’orlo del piatto AA,
senza però toccarlo: dopo di che si rimette lo scudo, si scarica toccando ec.
(Fig. 5.). Senza poi togliere ad imprestito alcuna straniera elettricità,
basta ad imprimerla la prima volta sulla faccia del mastice ancor vergine B
un leggiero strofinamento colla palma della mano. Questo v’imprime elet-
tricità di
ma strofinando con carta dorata sorge spesso, (non però sempre) elettricità
di I segni che s’ottengono col solo strofinamento sono alquanto de-
boli, è vero; tuttavia essendo capaci di caricare alcun poco la caraffa, eccovi
pronto il mezzo di avvivarli col giuoco di sopra mentovato della stessa ca-
raffa.
(Fig. 7.).
Il piatto AA è sorretto da una colonnetta di vetro E intonacata
di ceralacca, impiantata o fermata a vite nel piedestallo ossia scatola di
legno PP (che serve poi a rinchiudere tutto l’apparato), e fermata pure a
vite a un dado o bottone che risalta dal centro della faccia inferiore di esso
piatto (e questa è la ragione per cui l’orlo inferiore del piatto debbe sporgere
alquanto più, come si è di sopra avvertito, a fine cioè che il bottone non
impedisca quando si vuol far posare il piatto piano e fermo). Questo piatto
così
ticati a tal oggetto sì nell’orlo del piatto, come attorno allo scudo, e un’altra
verghetta metallica terminante in palla Q, a cui viene presentata a qualche
pollice di distanza la punta M. Lo scudo CC porta pure inserita una punta
N nel mentre che un’altra M gli vien presentata dall’opposto lato. Ogni
volta adunque che s’alza nella debita forma lo scudo CC (ben inteso che
non si ometta mai la solita alternativa dei toccamenti allora che posa) si
manifestano due
palla Q del piatto, ed una
desimo: vice versa il
Questo avviene allor-
quando l’elettricità impressa sul mastice sia
citare lo strofinamento della mano ec. Qualora sia
luogo i
(Fig. 8.). In somma è la stessa che la Fig. 7., ma rovesciata.
Lo scudo
CC è sorretto in luogo del piatto AA dalla colonna isolante E fermata sul
piedestallo PP, ed esso scudo porta la verghetta armata di palla Q; le scin-
tille della quale in tempo che s’alza il piatto AA pel manico E vibrate vi-
vissimamente contro l’uncino I della caraffa G la caricano, mentre che esso
piatto pure eccita scintille in A dalla nocca d’un dito, e può caricare contra-
riamente un’altra caraffa.
Non debbo lasciare di far osservare che si può supplire all’incomodo
di toccar colla mano lo scudo ogni volta che si è posato, con un mezzo fa-
cilissimo. Basta inserire nell’orlo del piatto A Fig. 2. in un de’ forellini
fil d’ottone terminante in una picciola palla, ripiegato in modo sopra la faccia
del mastice, che detta pallina venga a toccare lo scudo CC quando si posa:
così siegue da sè la scarica.
La Fig. 6. rappresenta il fondo e il coperchio della scatola di legno PP
destinata a chiudere tutto l’apparato, per portarselo in tasca. Questa scatola
poi medesima serve come di base o piedestallo a portare la colonnetta iso-
lante E Fig. 7. e 8.: al qual fine nel centro del coperchio si è praticato un
buco Serve pure essa sca-
tola coll’ajuto di quattro piedi isolanti zz, che entrano a vite sotto il di lei
fondo, di sgabello, su cui può montare una persona per essere elettriz-
Allorquando s’ha a chiudere tutto l’apparecchio, si nascondono que-
sti piedi in un cogli altri bastoncini isolanti, colla caraffa, le verghe pun-
tate, l’arco conduttore ec. in seno allo scudo; esso scudo poi col piatto si
racchiude in cotesta scatola di legno: ed ecco assettato e riposto tutto.
Benchè dalle figure qui espresse rilevinsi abbastanza i comodi e i van-
taggi che offre questo apparato sopra ogn’altro, gioverà toccarne qui ancor
di passaggio alcuni, accompagnandoli con poche avvertenze intorno al
maneggio di cotesto Elettroforo.
Quanto ai vantaggi, non ci arrestiamo più al massimo e solenne, che
è la durevolezza, anzi meglio perennità dei segni: se n’è detto già abba-
stanza a suo luogo. Unicamente si vuol far notare, che sebbene la costanza
nel mastice a ritenere l’elettricità impressa regga agli attacchi dell'umido,
e fino alla prova insolente di alitarvi sopra a larga bocca; pure sviene e si
dissipa quasi in un subito ogni virtù, tentata dalle
mastice: e ciò per tal modo, che scorrendovi sopra senza notabile strofina-
mento, e dirò così, leccandola con un fiocco di fili, o carta d’oro, ed anche
solamente con una spazzola, con un pezzo di lana ec., tutta l’elettricità viene
a smarrirsi. Questa debole disposizione mi torna talvolta a comodo.
Qua-
lora non so che farmi dell’elettricità d’un apparato, e cerco d’aver il ma-
stice siccome fosse vergine, non ho che a stendere bene il mio fazzoletto
sopra la faccia di quello; ed ecco spenta ogni virtù. All’incontro ognor che
voglia conservata l’elettricità per giorni e settimane, ho cura di non per-
mettere che panno o tela, od altro chicchessia irto di peli venga a scorrere
od applicarsi sulla faccia del mastice; e mi tengo fino in guardia, che i
miei manichetti in qualche parte non mi tradiscano. Ma con tutte queste
attenzioni toglier non posso, che la polvere e i peli sottilissimi, che d’ogni
parte accorrono attratti dalla faccia elettrica, non vadano di mano in mano
a portare notabile illanguidimento ai segni, in ragion che dura il giuoco di
alzare ed abbassar lo scudo: sicchè è pur mestieri per ottenerli del tutto vi-
vaci ricorrere di tempo in tempo al maneggio della caraffa ec. Tuttavia il
decadimento non è tale, che non si mantengano a dispetto di tormentar di
continuo l’apparato, e senza l’artificio di ravvivarli, per ore e giorni.
Non è per la sola durevolezza e vera
stro Elettroforo ottiene sicuramente il primo vanto; ma per la
dio di questi, e per la Per qualità intendo e la natura dell’
vindice
ria, di quella cioè che muove immediatamente dallo stropicciare, e a questa
sola cagione risponde; e intendo più in particolare le vicende dell’elettricità
non già più di natura ma di specie soltanto contraria, com’è d’
di
si manifestano a un tempo, come si è veduto nella Fig. 7. e 8., in cui già
rino con i
durando l’isolamento dei cuscini, ben presto ammutoliscono quasi del tutto
i segni nella
Il cambiar poi tosto nella contraria l’elettricità sì de’ cuscini che della
di solito, portano il disco di vetro liscio, non è mai che si ecciti altra elet-
tricità che di
l’altra maniera, ma è mestieri per ciò cangiare di L’apparato
nostro non abbisogna d’altro per mutar le vicende de’ segni, che di com-
partir sopra il mastice la carica della caraffa da quella banda che la rice-
vette dallo scudo (es. gr. nella Fig. 4. va impugnata la pancia G della boc-
cia, e visitato il mastice coll’uncino I). A tal uopo gioverà aver prima di-
strutta, mediante l’applicazione del fazzoletto, l’elettricità vecchia del ma-
stice.
Ma queste vicende delle contrarie elettricità riescono poi affatto gra-
ziose usando di un Elettroforo per animarne un’altro, come nella Fig. 2.;
e più avendone una serie: giacchè se il primo era elettrico per
al secondo l’elettricità per
rica d’
trico come il secondo, il quinto come il primo e il terzo ec. Alzando poi ad
un tempo due scudi vicini, vale a dire contrariamente elettrizzati, ne spicca
la scintilla del doppio più forte, coerentemente alla teoria.
Finalmente la costruzione del nostro apparato vi offre il mezzo più si-
curo, e spedito di esplorare queste vicende medesime, ossia la specie di elet-
tricità in ogni caso. Abbiate un piccolissimo Elettroforo (può essere non più
grande di due pollici), con de’ fili appesi allo scudetto. Una volta sola che
impressa ci abbiate l’elettricità qualunque, ad ogni sollevamento dello scudo
si rizzeranno e divergeranno i fili, e, semprechè nota vi sia la specie d’elet-
tricità onde rimangono imbevuti, vi dinoteranno coi moti d’
Più chiara
e decisiva ne sarà la prova, se due di cotai piccoli Elettrofori vi abbiano alla
mano, un de’ quali porti scolpita l’elettricità per
Or questi, che convenientemente all’uso loro io chiamo
ben meglio che i nastri di seta bianchi e neri soliti ad usarsi per tal uopo,
i quali smarriscono presto la lor virtù, e ci obbligano a stroppicciarli tratto
tratto: ciò che non accade di dover fare co’ primi, che non abbisognano d’al-
tro maneggio per giorni e settimane.
Diciamo or qualche cosa della superiorità riguardo alla
cune cautele. In generale le scintille da un apparato di mediocre capacità
s’ottengono ben vive: e sono stato modesto anzichè nò nel dire che emula-
vano quelle d’una competente macchina ordinaria. Adunque un Elettro-
foro da tasca, qual è il descritto nelle figure, che porta lo scudo del dia-
metro di pollici cinque inglesi, mi dà scintille alla distanza di due buoni
diti, e talor più. Con un’altro, che fu il primo da me costrutto di poll. 8.
e tre quarti le ottengo all’intervallo di più di tre diti; e da uno di pollici
17. vengono sì scuotenti e fragorose, che son quasi insoffribiliQuesto grande apparato è stato costrutto dal Sig. Canonico Fromond, a cui la bre-
vità del tempo non ha permesso di porre l’ultima mano per ridurlo a perfezione. Ciò non
ostante gli effetti colla forza sopra descritta si ottennero ne’ giorni scorsi in Brera alla
presenza di Personaggi di qualità, di professori, e gran numero d’altri curiosi. (
t. I, p. I.Io m’a-
spetto da uno che sto facendo costruire di più di due piedi di diametro,
effetti sovragrandi e strepitosi, superiori a quelli della miglior macchina
ch’io mi abbia visto: giacchè mi s’ingrandiscono smodatamente i segni in
ragione che cresce la superficie. Eppure con una superficie sì poco estesa,
com’è quella di due pollici nel piccolo Elettroforo che ho chiamato
tore
una carica sensibile ad una picciola boccetta.
Ma ecco le attenzioni necessarie per averne sì grandiosi effetti: e pri-
mamente riguardo alla costruzione. Egli è di troppo essenziale che lo strato
del mastice sia sottile; e il meglio è sempre che lo sia il più che far si possa,
salvo che la troppa sottigliezza non provochi la scarica attraverso l’istesso
mastice: perciò è da curar bene che alcuna screpolatura non dia luogo ad
una spontanea esplosione; e l’orlo pure del piatto deve restare conveniente-
mente distante dallo scudo od essere coperto dal mastice, ad oggetto di
permettere la più forte carica, senza che se ne ecciti l’esplosione spontanea.
La faccia poi del mastice vuol essere si piana, che benissimo vi s’adatti lo
scudo, piano esso pure nell’inferior faccia, però senz’ombra quasi d’angolo,
e ben ritondato nel contorno. Dico piano il mastice, sebbene con la super-
ficie alquanto scabra riesca con eguale o forse miglior esito; ma intendo
che non v’abbiano ridossi, e grandi ineguaglianze, onde lo scudo sia te-
nuto discosto da molti tratti di superficie. È egli necessario l’avvertire, che
se il mastice pel lungo uso si trova insudiciato convien ripulirlo? Non si
crederebbe quanto contribuisca l’essere esso mondo e scevro d’ogni lor-
dura. Però giova assaissimo tenerlo sempre ben custodito: e quando pur si
vegga imbrattato (di che anche s’accorge per un certo viscidume, se si stro-
sima ora la faccia di questo mastice sopra le brage, o entro la fiamma stessa,
gli vien tosto ridonata colla sua nitidezza l’ottima disposizione ad agire.
Ho trovato che passandolo sopra la fiamma di una candela, quella sottil
patina di che è lordo s’imbianca, e s’annebbia come fa l’alito sulla faccia
di uno specchio, e tosto come questa sparisce, lasciandovi la maggior lucen-
tezza. Ecco dunque un mezzo facilissimo di raccomodare il mastice guasto
o imbrattato, senza fonderlo tutto di bel nuovo.
Riguardo al maneggio dell’apparato, se la giornata non è del tutto fa-
vorevole bisogna asciugar bene al fuoco o al sole non già tanto il mastice,
che, come s’è detto da principio, poco o nulla teme l’umido, ma la boc-
cetta, e il manico isolante: ed è più spediente ancora in luogo di regger lo
scudo per il bastoncino di ceralacca, alzarlo con cordicelle di seta asciutte
e monde, e piuttosto lunghe. Come abbiam già toccata l’importanza di tener
lungi dalla faccia del mastice la polvere e i peli, si vuol aggiungere che
importa finanche di nascondere i manichetti, perchè essi pure a poca distanza
rubano molto; il tener discoste le vesti ec. Quando poi occorre d’indurre
primamente l’elettricità sul mastice collo stropiccio della mano, è più ne-
cessaria la cautela di far rientrare i manichetti (Fig. 5.); e necessarissimo è
che essa mano sia ben asciutta: altrimenti varrà meglio lo strofinare con
carta, panno, e singolarmente con velluto bianco; ma trovandosi quella
asciutta, e il mastice tersissimo, io prometto che il solo scorrere velocemente
sulla faccia di esso col palmo due o tre volte senza premerlo con forza, ba-
sterà perchè abbiate tosto dallo scudo la scintilla quasi d’un dito.
Dopo tutto questo che ho detto de’ vantaggi del mio Elettroforo, non
ho pena a confessare, che le macchine ordinarie ben grandi, e ben eseguite
ne’ tempi favorevolissimi giungono più presto a caricare un quadro di am-
pia superficie, od una batteria, per la ragione che il fuoco vi cola incessan-
temente: laddove nel nuovo apparecchio spiccando le scintille con quella
interruzione, che porta l’abbassare e rialzar lo scudo, più tardi ci si per-
viene. Ho detto ne’ tempi
troforo sì vivi anche ne’ tempi men propizj, che vuolsi bene spesso prefe-
rire un simile apparato che sia grande, per l’oggetto pure di caricare quadri
e batterie, alla macchina di vetro ordinaria, da cui le molte volte si pena
a cavar partito. Oltre di che io credo non sarà difficile col tempo immagi-
nare de’ mezzi per ottenere cotesto necessario accostamento e discosta-
mento dello scudo più speditamente, e con un moto uniforme, e con minor
incomodo. Dirò anche che sto per metter mano ad un meccanismo assai
semplice onde venirne a capo. Una molla, che al premere della mano od al
girar d’una cordicella o staffa, alzi ed abbassi lo scudo, promette di di-
spensarmi da molta parte d’incomodo. Oppure in altra forma lo scudo por-
a destra e a sinistra due piatti, ossia faccie di mastice elettriche, e così
andando e venendo incontri nel mezzo da salutare con le scintille un con-
duttore, o la caraffa, mi rappresenta un doppio apparato, che per la ra-
gione della celerità de’ movimenti potrà darmi effetti molto più che duplicati.
Ma infine io dichiaro col miglior cuore che non ho l’abilità di riuscir
bene in simili costruzioni meccaniche; che d’altra parte non è questo il mio
scopo principale; e che per quanto io tenga conto, e lo tengano tutti quelli,
innanzi a cui ho mostrate in esteso l’esperienze, dei comodi che ne offre l’E-
lettroforo, io valuto assai più i lumi che mi si vanno svolgendo su diversi
punti della teoria elettrica: intorno a che pubblicherò fra non molto le mie
osservazioni già in parte comunicate al Signor Dottor PRIESTLEYSi propone di dare in una Memoria a parte il dettaglio di varie delicate sperienze
con le combinazioni non che d’una lastra, e dello snudamento d’una faccia, ma di ambe
le faccie sì d’una lastra che di due. Per questo ho trovato ultimamente potermi valere
di lastre di vetro intonacate di mastice; giacchè anche con esse ottengo la maravigliosa du-
revolezza de' segni. La Memoria tratterà «
che ne derivano negli strati isolantiNota dell’Aut.
Vol. III, N° XLV (B).
(
Coll. T I. P I
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