Volta, Alessandro Articolo di una lettera del Alessandro Volta al Giuseppe Priestley 1775 Como it volta_lettGP_993_it_1775.xml 993.xml

ARTICOLO DI UNA LETTERA

DEL SIGNOR

DON ALESSANDRO VOLTA

AL SIGNOR DOTTORE

GIUSEPPE PRIESTLEY

Como, 10 Giugno 1775.

FONTI.

STAMPATE.

Am. Sc. di Op. in 12°. 1775. Vol. IX, pg. 91; Vol. X, pg. 87. Am. Sc. di Op. in 4°. 1781. T. I, pg. 311, 342. Ant. Coll. T. I, P. I, pg. 107.

MANOSCRITTE.

OSSERVAZIONI.

TITOLO: da Am. Sc. di Op. in 12°. DATA: da Am. Sc. di Op. in 12°.

Am. Sc. di Op. in 12°: è un estratto di lettera del V. al Priestley, in data 10 giu- gno 1775, in cui vien descritto l’Elettroforo perpetuo: esso è seguito da un’ag- giunta con figure, nella quale si dichiarano il funzionamento ed i vantaggi del- l’apparecchio.

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Como 10. Giugno 1775.

. . . . . . Io non so se tanto prometter mi debba dalle mie osservazioni, che esse anzichè importune, gradite vi riescano e interessanti. Avanzandole siccome miei nuovi ritrovamenti, avvenir potrebbe un’altra volta che deluso rimanessi non altrimenti che accadde di quelle sopra il legno abbrustolito, cui la vostra eccellente Storia dell’Elettricità avveder mi fece, ma troppo tardi, essere state in parte da altri preoccupate. Or chi sa che la continuazione da voi disegnata della medesima Storia non venga per egual modo a rapirmi la gioconda illusione di queste nuove mie pretese scoperte? Comunque la cosa sia per riuscire, io dovrò non men d’allora saper grado alla lezione della vostra Storia del disinganno e de’ lumi che mi verrà porgendo; ma grado mille volte maggiore vi saprò, se fin d’ora mi significherete candidamente qual luogo, e parte io mi possa sicuramente attribuire nell’invenzione de’ fatti, che a me sembran nuovi; e il valore che voi medesimo loro date.

Voi avete già inteso che l’Elettricità è il soggetto de’ miei ritrovamenti. Or dirò il genere particolare intorno a cui s’aggirano. Egli è quel ramo, che, se a buon diritto nol so, ha ottenuto di chiamarsi Elettricità Vindice

In grazia delle molte persone a cui forse riusciranno affatto nuovi i fenomeni del- l’Elettricità Vindice, e nuovo fors’anche ne riuscirà il nome stesso, ne tesseremo qui brevis- simamente la Storia, dipartendoci meno che sarà possibile dalle parole del celebre P. BEC- CARIA, da cui l’abbiamo tratta.

«La legge (dic’egli al § 939 della sua Opera intolata Elettricismo artificiale) la legge de’ movimenti elettrici de’ corpi deferenti conviene anche a’ corpi isolanti: 1° Due corpi isolanti similmente elettrizzati si discostano. 2° Contrariamente elettrizzati si accostano. 3° Se uno è elettrizzato e l’altro no, non segnano alcun movimento particolare.

« Anzi tra un deferente e un isolante ha pur luogo la legge medesima. In questa ge- nerale identità di legge però si scorgono due particolari ammirabilissime differenze. 1° Due corpi isolanti, o uno isolante e l’altro deferente contrariamente elettrizzati dopo essersi acco- stati, restano validamente uniti proporzionatamente alla somma delle loro elettricità con- trarie. 2°. L’isolante dopo essersi unito coll'isolante o col deferente, dopo annullate le loro elettricità contrarie, in quanto che eguali, nell’atto che si disgiunge dall’altro corpo isolante o deferente, ripiglia l’elettricità cui avea avanti di congiungersi; e questa proprietà io chiamo Elettricità Vindice

« Io penso di essere stato il primo a recarne esempio alla pag. 196. dell’elettricismo na- turale. Il Sig. SYMMER ha promosso non poco questo genere di sperimenti indottovi dalle scintille che si avvenne a sentire, e ad osservare nel cavarsi la sera le calzette di seta. I fenomeni elettrici gli riuscivano grandiosi quando sopra alla calzetta bianca di seta ne mettea un’altra nera. Finchè erano sulla gamba, e comunque ne stropicciasse la nera, davano ap- pena alcun debolissimo segno di elettricità; lo stesso avveniva cavandole unitamente; ma nell’atto che estraeva la bianca dalla nera si manifestavano segni vivacissimi di elettricità per eccesso nella prima, e per difetto nella seconda. Allontanata assai una dall’altra resta- vano amendue gonfie, come se la gamba vi fosse dentro, ravvicinandole, s’appassivano, crescea l’attrazione loro reciproca, e si precipitavano una verso l’altra con soprendente vio- lenza; quando si disgiungeano ricominciavano gli stessissimi fenomeni. Se restavano unite conservavano l’elettricità per due ore e più, se si tenevano separate la perdeano assai pre- sto. L’adesione era tanto forte mentre una d’esse restava dentro all’altra, che resistevano al peso di tre libre e tre once.

« Dopo il Sig. SYMMER si sono lodevolmente esercitati in questo genere di sperienze il Sig. Abate NOLLET che ha surrogato i nastri di seta alle calzette, e il Sig. Dr. CIGNA che ha promosso gli sperimenti e dell’uno e dell’altro.

«I primi fenomeni dell’elettricità Vindice nelle sostanze isolanti compatte, e capaci di carica sono quelli di cui i PP. Gesuiti di Pekino resero conto all’Accademia di Pietro- burgo l’anno 1755., registrate nel tomo 7. de’ nuovi Comment ». « Se si applica dice il Sig. E- PINO che ha comunicato il fatto all’Accademia, se si applica una lastra di vetro elettriz- zata alla bussola coperta con un vetro, l’ago calamitato che sta in bilico sullo stilo colla sua punta viene tratto tantosto al vetro che cuopre la bussola, e per lo spazio di due o tre ore costantemente vi resta attaccato, come se vi fosse incollato. Quindi all’improvviso l’ago si stacca dal vetro e torna al suo luogo. Levate via la lastra e l'ago in men ch’io non dissi rimonta, di nuovo s’attacca al coperchio di vetro della bussola, e ivi se ne sta per altret- tanto tempo. Addossate di nuovo la lastra alla bussola, l’ago ricade ecc. L’esperimento fu ripetuto ben cento volte ecc. ».

Chi desidera d’istruirsi più appieno legga gli ultimi due capi dell’Elettricismo Artifi- ciale, e uno scritto latino dello stesso Padre Beccaria intitolato Observat. atque exper., quibus Electricitas Vindex late constituitur, atque explicatur. L’Editore

Questa nota manca in Ant. Coll. [Nota della Comm.].

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Ecco in breve il capitale dell’invenzione, che ha sorpreso me e quanti finora furono a parte di un tale spettacolo. Io vi presento un corpo che una volta sola elet- trizzato per brevissim’ora, nè fortemente, non perde mai più l’elettricità sua, conservando ostinatamente la forza vivace de’ segni a dispetto di toccamenti replicati senza fine. Voi tosto indovinate che si fatto corpo vuol essere una lastra isolante vestita e snudata a vicenda della sua armatura: ed è ciò appunto che io ho inteso di accennare, allorquando ho detto che i fatti che sono per riferire appartengono all’elettricità vindice. Ma non che indovinare, durerete forse fatica a credere la costante vivacità de’ segni, e più la straordinaria loro durevolezza, che è veramente quale ve la propongo, senza termine o limiti, mentre osservato avrete, che troppo lungi ne sono que’ che s’ottengono dalle lastre di vetro tenute in conto delle più eccellenti, e guernite della con- sueta armatura d'una foglia metallica reputata essa pure la più acconcia a tal uopo; infatti con tale apparato si hanno da principio alcune vive scintille, ma che ben presto illanguidiscono e durano per lo spazio di poche ore in tempi ancora favorevolissimi. Perciò appunto io ho rifiutato e le une e le altre sosti- tuendo alla lastre di vetro quelle di ceralacca, di zolfo, o d’altra resinosa ma- teria; e alle sottili e pieghevoli foglie surrogando altre armature metalliche sì, ma ferme, e di volume assai più amplo, e modellate su lodevole forma d’un capace conduttore. E con ciò quantunque mi sembri d’avervi data un’idea generale della somma di questo nuovo apparato, permettetemi ch’io vi de- scriva parte a parte quello di cui fa uso, che è semplicissimo, e la maniera di trarne i promessi vantaggi.

Ho dunque un piatto di stagno con l’orlo che rileva poco più d’una mezza linea, d’un piede di diametro, entro cui ho versato un mastice fuso composto di trementina, ragia, e cera, steso e rassodato in una superficie piana e lucida. Ne ho parecchi altri e più grandi e più piccioli di legno eziandio al cui fondo è incollata una laminetta di piombo, e in cui ho versato ove zolfo, ove cera- lacca ed ove altri mastici di varia composizione, ma l’indicato di sopra ch’io fo di tre parti di trementina due di ragia ed una di cera bollite insieme per più ore, mescendovi in fine alquanto di minio ad oggetto di avvivarne il co- lore, l’ho trovato il più comodo e il migliore. Fa l’officio di armatura al di sopra un legno dorato della figura a un di presso d’uno scudo di dieci pollici di diametro e alto due all’incirca, piano nella base che dee combaciare col mastice, alquanto convesso nei lati o sia nel contorno. Dal centro della con- cavità sorge un manico di vetro o meglio di cera lacca ben levigato, che ha gli spigoli (e ciò rileva assai) smussati e ritondati. Chiamerò dunque quest’ar- matura col nome di scudo. Stimo superfluo l’avvertire, che mi attengo ordi- nariamente ad uno scudo di legno dorato, perchè meno dispendioso e più leggiero e manesco che uno di metallo sodo. Peraltro avendo in seguito pen- sato a farne uno d’ottone tutto cavo interiormente a foggia di una scatola, che serve per un altro apparato minore portatile in tasca, truovo che m’offre in compenso non piccioli vantaggi, uno rilevante, che è quello d’essere più for- bito, e perciò di dissipar meno l’elettricità: gli altri di sola appariscenza, e comodo, per atto d’esempio di render sonore le scintille anche meno vive; e di poter racchiudere in esso vari stromenti che vengono ad uso, come caraffe, manichi per isolare, palle, fili ec.

Eccovi, Signore, tutto l’apparato -

Mettiamolo ormai alle prove, e veggiamo come gli effetti corrispondono alle promesse. Carico mediocremente la lastra al modo ordinario coll’ajuto della macchina, e ne provoco la scarica giusta il costume toccando congiun- tamente o alternatamente lo scudo e il piatto. Allora alzando lo scudo pel suo manico isolante, e riponendolo sul mastice, con toccarlo alternatamente, siccome richiede la teoria dell’elettricità vindice; e quando è alzato, e quando torna a posare ne ho scintille tali e sì vive (quelle segnatamente dell’innal- zamento, e più le succedenti alle prime due o tre) che si spiccano e diri- gonsi alla nocca del mio dito ad un pollice e mezzo e talora più di distanza, per nulla dire del venticello, e de’ fiocchi di luce che si manifestano sulle punte all’intervallo di più pollici, e degli attraimenti de’ corpicciuoli oltre allo spazio d’un piede. Che più? Con quattro o sei scintille cavate dallo scudo elettrizzo fortemente un conduttore assai capace, un uomo isolato ec., con trenta in quaranta di esse carico fortemente una caraffa; tutte queste operazioni io fo e replico finchè mi piace. Ma i segni illanguidiscono col tempo? Nol niego, massimamente ove non si cessi di tormentar l’apparec- chio per lungo tratto e a varie riprese. Dunque finalmente cesseranno del tutto? Sì, ciò forse avverrà, ma non so dopo qual tratto di tempo. Ma che direte se io dimostro che questa minacciata estinzione de’ segni si può pre- venire, e riparare l’illanguidimento, e fìnanche ristorare il primiero vigore con niun altro ajuto che quello delle deboli forze che rimangono? M’affretto a spiegarvi per qual modo ciò si possa ottenere.

È cosa troppo nota che si può caricar una lastra per mezzo d’un’altra lastra o caraffa già caricata, col compartire a quella la carica di questa. Or bene, io non cerco di più; imperciocchè se col mio scudo, allora pure che non mi da se non scintille deboli, giungo a caricare anche debolmente una ca- raffa, posso contare d’avere in questa caraffa un ristoratore dell’elettricità indebolita, e di portarvi una vera aggiunta eccitandone la scarica, o sia com- partendola alla superficie del mastice. E così adoperando non m’inganno, col badar bene però di applicare al mastice non già l’uncino della caraffa, se questo ha ricevuto la carica dallo scudo, ma sibbene la pancia o la base; e vice versa, se questa ha toccato lo scudo. Per poi viemeglio riuscir nel mio intento non iscarico la caraffa in un colpo sopra la faccia armata del suo scudo, ma gradatamente con una scintilla per volta, o (che è d’un bel tratto più efficace) portando a combaciamento la base o l’uncino della caraffa colla faccia nuda del mastice, e scorrendovi sopra per tutto, onde imprimere, dirò così, ad ogni punto la competente porzioncella di carica. Per tal modo e con tale attenzione trovo più spediente di elettrizzare il mio apparecchio ben anche la prima volta, senza applicarlo immediatamente alla macchina per mezzo solamente d’una caraffa carica; e se vaghezza mi prende di far senza interamente d’ogni macchina, e nulla prenderne ad imprestito, ci riesco con pochissima pena usando un leggiere stropicciamento di mano, o panno, o carta o (che è meglio), pelliccia fina e bianca sulla faccia del mastice ancor vergine, col quale strofinamento produco primamente e in un attimo una discreta elettricità, che messa poi a profitto mercè il replicare una o due fiate l’artificio già descritto di caricare un caraffino, e rinfondere la carica sulla superficie del mastice arriva in brevissimo tempo al sommo di vivacità.

Se mi chiedete dopo quanto intervallo di tempo faccia mestieri di ri- correre a cotale industre modo di ravvivare l’elettricità moribonda, perchè non si perda del tutto, vi dirò non aver io fissata, nè potersi per avventura fissare regola alcuna. Sono però in grado di assicurarvi che dopo il corso non già d’ore o di giorni (sopratutto se l’apparecchio si lasci buona parte del tempo in riposo e ben custodito, sicchè si mantenga asciutta e pura la faccia del mastice), ma d’intere settimane l’elettricità non vi verrà mai meno, solo che vi prendiate la cura di replicare due o tre volte il giuoco della caraffa. Non debbo qui lasciar di suggerire che in luogo d’una caraffa di vetro torna forse più comodo un cannoncino di rame o latta intonacato di cera lacca o mastice, e armato acconciamente, a cui avvegnachè tocchi minor quan- tità di carica, ciò non ostante perchè l’acquista prestissimo, serve perciò meglio, e quello che più monta, teme assai meno l'umidità dell’aria.

Non so finir di parlare dell’artificio di risvegliar l’elettricità languente col rifondere e ritorcere contro di sè stessa quella poca che rimane, e si ri- condurla al grado massimo d’intensione, senza dire, che sebbene tal ritrova- mento non sia altro più che una conseguenza della teoria, che appunto me lo ha fatto tosto immaginare, sembra però oltre modo maraviglioso a chi non sente ben addentro in così fatte cose, e senza confessare ch’io stesso ne andai pieno di gioja tostochè vidi il fatto risponder pienamente all’idea con- cepita, non meno per la bella armonia che ravvisai co’ principj, come per la novità sorprendente che ne risultava unita al vantaggio di poter ove che fosse col mio semplice apparato passarmela senza il corredo della macchina, e produrre ciò nonostante lo spettacolo della più viva elettricità, e con quel solo destarla egualmente viva in altri apparati senza fine (la qual industria mi richiamò tosto alla mente quella onde andiamo debitori a Voi Inglesi di calamitare fortissimamente l’acciajo senza calamita); e sì anche perchè io veniva a giustificare l’aggiunto di un nuovo vocabolo, che non senza esitazione aveva destinato a questa fatta di elettricità, il che ora senza scrupolo e a tutto rigor di termine sento di poter fare chiaman- dola elettricità vindice indeficiente. Che se a voi non dispiacesse, ardirei pure imporre un nome al mio picciolo apparecchio, e sarebbe quello di Elettroforo perpetuo.

Or vi dirò che ho immaginato di inalberare sulla sommità dello scudo un’asta di ferro contro le nuvole, di maniera che abbia ad involare e con- cepire in seno del fuoco elettrico di colassù....

Qui termina la parte della lettera al Priestley pubblicata nel Vol. IX di Sc. di Op. 1775, ove a pag. 107 appare, a richiamo di un asterisco, la seguente nota.

« Questa lettera è stata spedita dal Chiariss. Autore senza accompagnamento di figure, « perchè il Sig. Dr. PRIESTLEY a cui è diretta non ha certamente bisogno di tale sussidio « per sentire tutta la forza del ritrovamento. Ad oggetto di agevolare e l’intelligenza e la « pratica di questa sua scoperta a chi non è versatissimo nella Teoria dell’Elettricità ha « voluto il non men gentile e dotto Cavaliere spedirmi un buon numero di figure con una « minuta spiegazione, ma sventuratamente sono giunte troppo tardi per poterle inserire « in questo volume, le daremo nel seguente. L’Editore.

Quanto segue nel testo trovasi in Am. Sc. di Op. 1775. Vol. X, pg. 87. [Nota della Comm.].

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Vi ho reso conto, Signore, dei sommi capi delle mie scoperte, se tali pur sono, tralasciando tutto il dettaglio de’ vari tentativi, e le molte riflessioni che mi ci han condotto, o spuntate ne sono, e che però riservo per un’altra Lettera, o per la Memoria, che vi dissi da principio aver in animo di pub- blicare. Questo solo vi anticipo, che tutto tende a confermare quella mia sentenza che mi argomentai già di venir persuadendo nella Dissertazione De vi attractiva ignis electrici etc. 1769, cioè, che le elettricità delle lastre non si estinguono realmente, e interamente per la scarica, come ha preteso il P. BECCARIA, e persiste anche in oggi a volere

Dell’Elettricismo artificiale, 1772, pag. 404 e seg.

, ma perseverano lunga pezza ad esservi in parte aderenti, inducendo, perchè abbia luogo un certo quale equilibrio, l’elettricità contrarie nelle rispettive armature; onde ven- gono per tal modo a contrappesarsi; onde le adesioni d’esse armature alle facce della lastra; onde finalmente lo sbilancio della separazione, i segni ec. Quell’eccellente Professore di Torino è portato in conseguenza del suo opi- nare ad accagionar la luce che spunta trallo disgiungimento d’indurre una nuova elettricità sulla faccia della lastra che si snuda, a spese dell’arma- tura: io accuso questi discorrimenti di luce di portare non già l’inducimento di una nuova, ma all’opposito un vero dissipamento delle due contrarie elet- tricità; della prima cioè impressa e tuttor' affitta alla faccia isolante, e del- l’opposta indotta nell’armatura per l’antecedente scarica: e sì seguendo quelle striscie di luce e contemplandole attentamente, dalle circostanze in cui si mostrano o nò, o crescono, o scemano, dalla figura, da tutto in somma ricavo argomenti evidentissimi e palpabili, che il mio sospetto è pur vero. E per addurne una od altra prova: se altrimenti andasse la bisogna, a grado cioè del Padre Beccaria, non dovrebbe l’ordinaria armatura di foglie me- talliche dispiegare e in sè stessa, e nella faccia della lastra che lascia nuda, elettricità maggiore, che non quando fa l’ufficio d’armatura il mio scudo? tanto maggiore, io dico, quanto le strisce di luce ch’eccita quella nell’atto del divellerla sono più copiose delle strisce ch’eccita codesto scudo? Ma ap- punto succede il contrario: e a questo singolarmente è dovuta la prestante eccellenza del mio scudo sopra le solite armature, dall’aprir esso lo sfogo a minor luce, che è quanto dire a minor dissipamento.

Diciam più: se la luce che compare trallo disgiungimento fosse quella dell’elettricità, che la faccia snudata rivendica a sè, o vogliam dire ripete dal- l’armatura, giusta il sentimento dell’Avversario, non so vedere perchè non dovesse provocarne molto di più di questa luce quando s’alza l’armatura, senza tenerla isolata, che non quando s’alza isolata; giacchè nel primo caso ne è la capacità senza limiti. Eppure punto o poco di luce appare alzando lo scudo non isolato, nello stato cioè che potrebbe più fornirne; e grandi strisce ne spicciano alzandolo isolato. Dunque non è la faccia snudata che mova questa luce, perchè cerchi ricuperare la sua antica elettricità a spese diremmo dell’armatura; nè questa obbedisce altrimenti alle sollecitazioni di quella; ma a sè stessa obbedisce, cioè a quella forza di dissipare quel soverchio di elettricità propria, di cui è insofferente, e che perciò scappa massimamente dagli angoli.

Io non ho fatto più sperienze sull’aria. . . .

AGGIUNTA

Avendo pensato che il nuovo apparecchio oltre la sorprendente singo- larità de’ segni indeficienti, di cui si è venuto ragionando, offre altri non meno reali che speciosi vantaggi, sì per la mira d’illustrare per eccellente modo la teoria elettrica, sì per lo scopo di condurre con l’ultima agevolezza ogni maniera di sperienze, i quali vantaggi hanno obbligato a dar a quello la pre- ferenza sopra ogn’altro apparato non dirò me solo, cui l’amore di un bel ritrovamento potrebbe di leggieri aver sedotto, ma alcuni eziandio che da principio si mostravan ritrosi a concedergli questa superiorità; e conside- rando d’altra parte che la descrizione da me datane ristretta ne’ limiti d’una lettera, e all’intelligenza de’ più esperti elettrizzatori potrà per avventura far nascere desiderio a taluno non versatissimo, il quale amasse pure, di ricrear sè ed altri con siffatte dilettevoli sperienze rese omai sì domestiche e comuni, d’avere sott’occhio il disegno de’ pezzi, e il giuoco che loro si fa eseguire, ho pensato di far cosa grata esponendo nelle seguenti figure sotto diversi aspetti e combinazioni tutto ciò che compone uno de’ miei comodi apparati portatili, e quanto esso offre su due piedi a vedere di singolare. AA (Fig. 1) è il Piatto, o sia una lastra d’ottone lavorata al torno con l’orlo ben ritondato prominente nella faccia superiore una mezza linea all’incirca, in cui è contenuta la stiacciata di ceralacca o mastice B, nella inferiore spor- gente una buona linea o più pell’uopo che si dirà. CC è lo Scudo di legno do- rato o d’ottone cavo, senz’angoli e ben forbito, che si apre a foggia di sca- tola, e contiene i vari pezzi che hanno da venire ad uso. E è il manico isolante, cioè un bastoncino di vetro intonacato di ceralacca, armato nell’estremità di due cappelletti d’ottone ff (Fig. 2.), uno fatto a vite con cui si ferma a un bottone lavorato per questo nel centro della faccia superiore dello scudo CC, e l’altro che termina in un anello, per cui si regge alzandolo (Fig. 2., 3.).

Nella Figura 1. sta il Piatto AA, o meglio il mastice armato del suo Scudo CC ricevendo l’elettricità o sia la carica dalla catena O di una macchina or- dinaria: indi se ne eccita la scarica dalla mano A D che tocca congiuntamente il Piatto e lo Scudo.

(Fig. 2.). Una mano alza per mezzo dell’anello f del manico E lo scudo CC; e l’altra mano X ne trae una lunga scintilla: e ciò ognora che si leva lo scudo dopo averlo posato e poi toccato.

La stessa Fig. 2. mostra come elettrizzato una volta un solo apparato, se ne possa avvivar un altro, o quanti altri ne aggrada: dando cioè repli- catamente le scintille dello scudo alzato ad un filo od uncino d’ottone K sporgente da un altro scudo, che posa sul suo mastice. Fatto ciò e mu- tando mano voi potete con questo secondo e collo stesso processo rinvigorir la forza nel primo, e così via via reciprocamente.

(Fig. 3.). L’operazione indicata è simile a quella della figura precedente, tranne che si fanno spiccare le scintille dallo scudo CC verso l’uncino I della caraffa armata G, la quale perciò viene a caricarsi. La mano D sta in atto di toccare il piatto in A e lo scudo in C ogni volta che posi, e di ritirare da questo il dito qualor s’alza. La caraffa poi si scarica coll’arco conduttore T, o si adopra per la scossa ec.

(Fig. 4.). Colla caraffa stessa caricata nel modo surriferito si ravviva l’elettricità che per avventura si fosse indebolita. S’impugna dalla mano L per la pancia G, si posa sulla faccia nuda del mastice B. Indi lasciata la pancia si trasporta la mano L a reggerla pell’uncino I, e così dimenandola si viene a scorrere sopra tutta la faccia B fin presso l’orlo del piatto AA, senza però toccarlo: dopo di che si rimette lo scudo, si scarica toccando ec.

(Fig. 5.). Senza poi togliere ad imprestito alcuna straniera elettricità, basta ad imprimerla la prima volta sulla faccia del mastice ancor vergine B un leggiero strofinamento colla palma della mano. Questo v’imprime elet- tricità di difetto, e tale pure ve l’eccita lo strofinare con panno, carta ec.; ma strofinando con carta dorata sorge spesso, (non però sempre) elettricità di eccesso. I segni che s’ottengono col solo strofinamento sono alquanto de- boli, è vero; tuttavia essendo capaci di caricare alcun poco la caraffa, eccovi pronto il mezzo di avvivarli col giuoco di sopra mentovato della stessa ca- raffa.

(Fig. 7.). Il piatto AA è sorretto da una colonnetta di vetro E intonacata di ceralacca, impiantata o fermata a vite nel piedestallo ossia scatola di legno PP (che serve poi a rinchiudere tutto l’apparato), e fermata pure a vite a un dado o bottone che risalta dal centro della faccia inferiore di esso piatto (e questa è la ragione per cui l’orlo inferiore del piatto debbe sporgere alquanto più, come si è di sopra avvertito, a fine cioè che il bottone non impedisca quando si vuol far posare il piatto piano e fermo). Questo piatto così isolato porta una punta ottusa N inserita in uno de’ forellini s s s pra- ticati a tal oggetto sì nell’orlo del piatto, come attorno allo scudo, e un’altra verghetta metallica terminante in palla Q, a cui viene presentata a qualche pollice di distanza la punta M. Lo scudo CC porta pure inserita una punta N nel mentre che un’altra M gli vien presentata dall’opposto lato. Ogni volta adunque che s’alza nella debita forma lo scudo CC (ben inteso che non si ometta mai la solita alternativa dei toccamenti allora che posa) si manifestano due fiocchi e due stellette: un fiocco dalla punta M contro la palla Q del piatto, ed una stelletta sulla punta N che sporge dal piatto me- desimo: vice versa il fiocco spiccia dalla punta N attenente allo scudo, e la stelletta compare sulla punta M che guarda esso scudo. Questo avviene allor- quando l’elettricità impressa sul mastice sia difettiva, quale cioè la suole ec- citare lo strofinamento della mano ec. Qualora sia eccessiva, mutan tutti luogo i fiocchi e le stellette, comparendo appunto a rovescio.

(Fig. 8.). In somma è la stessa che la Fig. 7., ma rovesciata. Lo scudo CC è sorretto in luogo del piatto AA dalla colonna isolante E fermata sul piedestallo PP, ed esso scudo porta la verghetta armata di palla Q; le scin- tille della quale in tempo che s’alza il piatto AA pel manico E vibrate vi- vissimamente contro l’uncino I della caraffa G la caricano, mentre che esso piatto pure eccita scintille in A dalla nocca d’un dito, e può caricare contra- riamente un’altra caraffa.

Non debbo lasciare di far osservare che si può supplire all’incomodo di toccar colla mano lo scudo ogni volta che si è posato, con un mezzo fa- cilissimo. Basta inserire nell’orlo del piatto A Fig. 2. in un de’ forellini s un fil d’ottone terminante in una picciola palla, ripiegato in modo sopra la faccia del mastice, che detta pallina venga a toccare lo scudo CC quando si posa: così siegue da sè la scarica.

La Fig. 6. rappresenta il fondo e il coperchio della scatola di legno PP destinata a chiudere tutto l’apparato, per portarselo in tasca. Questa scatola poi medesima serve come di base o piedestallo a portare la colonnetta iso- lante E Fig. 7. e 8.: al qual fine nel centro del coperchio si è praticato un buco y atto a ricevere la vite f di detta colonnetta E. Serve pure essa sca- tola coll’ajuto di quattro piedi isolanti zz, che entrano a vite sotto il di lei fondo, di sgabello, su cui può montare una persona per essere elettriz- zata ec. Allorquando s’ha a chiudere tutto l’apparecchio, si nascondono que- sti piedi in un cogli altri bastoncini isolanti, colla caraffa, le verghe pun- tate, l’arco conduttore ec. in seno allo scudo; esso scudo poi col piatto si racchiude in cotesta scatola di legno: ed ecco assettato e riposto tutto.

Benchè dalle figure qui espresse rilevinsi abbastanza i comodi e i van- taggi che offre questo apparato sopra ogn’altro, gioverà toccarne qui ancor di passaggio alcuni, accompagnandoli con poche avvertenze intorno al maneggio di cotesto Elettroforo.

Quanto ai vantaggi, non ci arrestiamo più al massimo e solenne, che è la durevolezza, anzi meglio perennità dei segni: se n’è detto già abba- stanza a suo luogo. Unicamente si vuol far notare, che sebbene la costanza nel mastice a ritenere l’elettricità impressa regga agli attacchi dell'umido, e fino alla prova insolente di alitarvi sopra a larga bocca; pure sviene e si dissipa quasi in un subito ogni virtù, tentata dalle punte la superficie di esso mastice: e ciò per tal modo, che scorrendovi sopra senza notabile strofina- mento, e dirò così, leccandola con un fiocco di fili, o carta d’oro, ed anche solamente con una spazzola, con un pezzo di lana ec., tutta l’elettricità viene a smarrirsi. Questa debole disposizione mi torna talvolta a comodo. Qua- lora non so che farmi dell’elettricità d’un apparato, e cerco d’aver il ma- stice siccome fosse vergine, non ho che a stendere bene il mio fazzoletto sopra la faccia di quello; ed ecco spenta ogni virtù. All’incontro ognor che voglia conservata l’elettricità per giorni e settimane, ho cura di non per- mettere che panno o tela, od altro chicchessia irto di peli venga a scorrere od applicarsi sulla faccia del mastice; e mi tengo fino in guardia, che i miei manichetti in qualche parte non mi tradiscano. Ma con tutte queste attenzioni toglier non posso, che la polvere e i peli sottilissimi, che d’ogni parte accorrono attratti dalla faccia elettrica, non vadano di mano in mano a portare notabile illanguidimento ai segni, in ragion che dura il giuoco di alzare ed abbassar lo scudo: sicchè è pur mestieri per ottenerli del tutto vi- vaci ricorrere di tempo in tempo al maneggio della caraffa ec. Tuttavia il decadimento non è tale, che non si mantengano a dispetto di tormentar di continuo l’apparato, e senza l’artificio di ravvivarli, per ore e giorni.

Non è per la sola durevolezza e vera indeficienza dei segni, che il no- stro Elettroforo ottiene sicuramente il primo vanto; ma per la grandezza ezian- dio di questi, e per la qualità. Per qualità intendo e la natura dell’elettricità vindice in genere, che non è propriamente la stessa dell’elettricità ordina- ria, di quella cioè che muove immediatamente dallo stropicciare, e a questa sola cagione risponde; e intendo più in particolare le vicende dell’elettricità non già più di natura ma di specie soltanto contraria, com’è d’eccesso e di difetto, le quali in tante forme e quasi con niun particolar maneggio si manifestano a un tempo, come si è veduto nella Fig. 7. e 8., in cui già di per sè danno i segni vivaci e continui sì il piatto, che lo scudo, questo contrariamente a quello: laddove nelle macchine ordinarie, sebben si prepa- rino con i cuscini isolati, compajono è vero le due elettricità opposte; ma durando l’isolamento dei cuscini, ben presto ammutoliscono quasi del tutto i segni nella catena.

Il cambiar poi tosto nella contraria l’elettricità sì de’ cuscini che della catena non è tanto agevol cosa nelle macchine usuali: anzi se queste, com’è di solito, portano il disco di vetro liscio, non è mai che si ecciti altra elet- tricità che di difetto negli strofinatori, qualunque essi siano, e di eccesso nella catena; se poi il disco sia di zolfo, potrem bene elettrizzare or nell’una, or nel- l’altra maniera, ma è mestieri per ciò cangiare di strofinatori. L’apparato nostro non abbisogna d’altro per mutar le vicende de’ segni, che di com- partir sopra il mastice la carica della caraffa da quella banda che la rice- vette dallo scudo (es. gr. nella Fig. 4. va impugnata la pancia G della boc- cia, e visitato il mastice coll’uncino I). A tal uopo gioverà aver prima di- strutta, mediante l’applicazione del fazzoletto, l’elettricità vecchia del ma- stice.

Ma queste vicende delle contrarie elettricità riescono poi affatto gra- ziose usando di un Elettroforo per animarne un’altro, come nella Fig. 2.; e più avendone una serie: giacchè se il primo era elettrico per eccesso al secondo l’elettricità per difetto, e questo secondo porta novellamente ca- rica d’eccesso al terzo; e così adoperando di seguito, il quarto diventa elet- trico come il secondo, il quinto come il primo e il terzo ec. Alzando poi ad un tempo due scudi vicini, vale a dire contrariamente elettrizzati, ne spicca la scintilla del doppio più forte, coerentemente alla teoria.

Finalmente la costruzione del nostro apparato vi offre il mezzo più si- curo, e spedito di esplorare queste vicende medesime, ossia la specie di elet- tricità in ogni caso. Abbiate un piccolissimo Elettroforo (può essere non più grande di due pollici), con de’ fili appesi allo scudetto. Una volta sola che impressa ci abbiate l’elettricità qualunque, ad ogni sollevamento dello scudo si rizzeranno e divergeranno i fili, e, semprechè nota vi sia la specie d’elet- tricità onde rimangono imbevuti, vi dinoteranno coi moti d’attrazione o di ripulsione verso altro corpo elettrico, la specie di cui questo gode. Più chiara e decisiva ne sarà la prova, se due di cotai piccoli Elettrofori vi abbiano alla mano, un de’ quali porti scolpita l’elettricità per eccesso, l’altro per difetto. Or questi, che convenientemente all’uso loro io chiamo Esploratori, servono ben meglio che i nastri di seta bianchi e neri soliti ad usarsi per tal uopo, i quali smarriscono presto la lor virtù, e ci obbligano a stroppicciarli tratto tratto: ciò che non accade di dover fare co’ primi, che non abbisognano d’al- tro maneggio per giorni e settimane.

Diciamo or qualche cosa della superiorità riguardo alla grandezza o forza de’ segni: e così diremo anche della facilità d’ottenerli mercè di al- cune cautele. In generale le scintille da un apparato di mediocre capacità s’ottengono ben vive: e sono stato modesto anzichè nò nel dire che emula- vano quelle d’una competente macchina ordinaria. Adunque un Elettro- foro da tasca, qual è il descritto nelle figure, che porta lo scudo del dia- metro di pollici cinque inglesi, mi dà scintille alla distanza di due buoni diti, e talor più. Con un’altro, che fu il primo da me costrutto di poll. 8. e tre quarti le ottengo all’intervallo di più di tre diti; e da uno di pollici 17. vengono sì scuotenti e fragorose, che son quasi insoffribili

Questo grande apparato è stato costrutto dal Sig. Canonico Fromond, a cui la bre- vità del tempo non ha permesso di porre l’ultima mano per ridurlo a perfezione. Ciò non ostante gli effetti colla forza sopra descritta si ottennero ne’ giorni scorsi in Brera alla presenza di Personaggi di qualità, di professori, e gran numero d’altri curiosi. (Nota dell’E.)

Questa nota è riportata pure in Am. Sc. di Op. in 4°, 1781, mentre manca in Ant. Coll. t. I, p. I. [Nota della Comm.].

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Io m’a- spetto da uno che sto facendo costruire di più di due piedi di diametro, effetti sovragrandi e strepitosi, superiori a quelli della miglior macchina ch’io mi abbia visto: giacchè mi s’ingrandiscono smodatamente i segni in ragione che cresce la superficie. Eppure con una superficie sì poco estesa, com’è quella di due pollici nel piccolo Elettroforo che ho chiamato esplora- tore i segni sono bastantemente forti per manifestarsi con scintilluzze, e dare una carica sensibile ad una picciola boccetta.

Ma ecco le attenzioni necessarie per averne sì grandiosi effetti: e pri- mamente riguardo alla costruzione. Egli è di troppo essenziale che lo strato del mastice sia sottile; e il meglio è sempre che lo sia il più che far si possa, salvo che la troppa sottigliezza non provochi la scarica attraverso l’istesso mastice: perciò è da curar bene che alcuna screpolatura non dia luogo ad una spontanea esplosione; e l’orlo pure del piatto deve restare conveniente- mente distante dallo scudo od essere coperto dal mastice, ad oggetto di permettere la più forte carica, senza che se ne ecciti l’esplosione spontanea. La faccia poi del mastice vuol essere si piana, che benissimo vi s’adatti lo scudo, piano esso pure nell’inferior faccia, però senz’ombra quasi d’angolo, e ben ritondato nel contorno. Dico piano il mastice, sebbene con la super- ficie alquanto scabra riesca con eguale o forse miglior esito; ma intendo che non v’abbiano ridossi, e grandi ineguaglianze, onde lo scudo sia te- nuto discosto da molti tratti di superficie. È egli necessario l’avvertire, che se il mastice pel lungo uso si trova insudiciato convien ripulirlo? Non si crederebbe quanto contribuisca l’essere esso mondo e scevro d’ogni lor- dura. Però giova assaissimo tenerlo sempre ben custodito: e quando pur si vegga imbrattato (di che anche s’accorge per un certo viscidume, se si stro- piccia) raschiandolo con una lama di coltello, e col far iscorrere per brevis- sima ora la faccia di questo mastice sopra le brage, o entro la fiamma stessa, gli vien tosto ridonata colla sua nitidezza l’ottima disposizione ad agire. Ho trovato che passandolo sopra la fiamma di una candela, quella sottil patina di che è lordo s’imbianca, e s’annebbia come fa l’alito sulla faccia di uno specchio, e tosto come questa sparisce, lasciandovi la maggior lucen- tezza. Ecco dunque un mezzo facilissimo di raccomodare il mastice guasto o imbrattato, senza fonderlo tutto di bel nuovo.

Riguardo al maneggio dell’apparato, se la giornata non è del tutto fa- vorevole bisogna asciugar bene al fuoco o al sole non già tanto il mastice, che, come s’è detto da principio, poco o nulla teme l’umido, ma la boc- cetta, e il manico isolante: ed è più spediente ancora in luogo di regger lo scudo per il bastoncino di ceralacca, alzarlo con cordicelle di seta asciutte e monde, e piuttosto lunghe. Come abbiam già toccata l’importanza di tener lungi dalla faccia del mastice la polvere e i peli, si vuol aggiungere che importa finanche di nascondere i manichetti, perchè essi pure a poca distanza rubano molto; il tener discoste le vesti ec. Quando poi occorre d’indurre primamente l’elettricità sul mastice collo stropiccio della mano, è più ne- cessaria la cautela di far rientrare i manichetti (Fig. 5.); e necessarissimo è che essa mano sia ben asciutta: altrimenti varrà meglio lo strofinare con carta, panno, e singolarmente con velluto bianco; ma trovandosi quella asciutta, e il mastice tersissimo, io prometto che il solo scorrere velocemente sulla faccia di esso col palmo due o tre volte senza premerlo con forza, ba- sterà perchè abbiate tosto dallo scudo la scintilla quasi d’un dito.

Dopo tutto questo che ho detto de’ vantaggi del mio Elettroforo, non ho pena a confessare, che le macchine ordinarie ben grandi, e ben eseguite ne’ tempi favorevolissimi giungono più presto a caricare un quadro di am- pia superficie, od una batteria, per la ragione che il fuoco vi cola incessan- temente: laddove nel nuovo apparecchio spiccando le scintille con quella interruzione, che porta l’abbassare e rialzar lo scudo, più tardi ci si per- viene. Ho detto ne’ tempi favorevolissimi: perchè poi sono gli effetti dell’Elet- troforo sì vivi anche ne’ tempi men propizj, che vuolsi bene spesso prefe- rire un simile apparato che sia grande, per l’oggetto pure di caricare quadri e batterie, alla macchina di vetro ordinaria, da cui le molte volte si pena a cavar partito. Oltre di che io credo non sarà difficile col tempo immagi- nare de’ mezzi per ottenere cotesto necessario accostamento e discosta- mento dello scudo più speditamente, e con un moto uniforme, e con minor incomodo. Dirò anche che sto per metter mano ad un meccanismo assai semplice onde venirne a capo. Una molla, che al premere della mano od al girar d’una cordicella o staffa, alzi ed abbassi lo scudo, promette di di- spensarmi da molta parte d’incomodo. Oppure in altra forma lo scudo por- tato da un pendolo, cui dia moto una ruota e un peso, e che vada a baciare a destra e a sinistra due piatti, ossia faccie di mastice elettriche, e così andando e venendo incontri nel mezzo da salutare con le scintille un con- duttore, o la caraffa, mi rappresenta un doppio apparato, che per la ra- gione della celerità de’ movimenti potrà darmi effetti molto più che duplicati.

Ma infine io dichiaro col miglior cuore che non ho l’abilità di riuscir bene in simili costruzioni meccaniche; che d’altra parte non è questo il mio scopo principale; e che per quanto io tenga conto, e lo tengano tutti quelli, innanzi a cui ho mostrate in esteso l’esperienze, dei comodi che ne offre l’E- lettroforo, io valuto assai più i lumi che mi si vanno svolgendo su diversi punti della teoria elettrica: intorno a che pubblicherò fra non molto le mie osservazioni già in parte comunicate al Signor Dottor PRIESTLEY

Si propone di dare in una Memoria a parte il dettaglio di varie delicate sperienze con le combinazioni non che d’una lastra, e dello snudamento d’una faccia, ma di ambe le faccie sì d’una lastra che di due. Per questo ho trovato ultimamente potermi valere di lastre di vetro intonacate di mastice; giacchè anche con esse ottengo la maravigliosa du- revolezza de' segni. La Memoria tratterà « dell'Azione delle Atmosfere Elettriche, e de’ fenomeni che ne derivano negli strati isolanti ». Nota dell’Aut.

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Vol. III, N° XLV (B).

Elettroforo

(da Am. Sc. di Op. 1775, Vol. X. In Am. Sc. di Op. le figure sono come qui tratteggiate, mentre sono senza tratteggio quelle che appaiono in Ant. Coll. T I. P I).

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