Volta, Alessandro Del modo di rendere sensibili la piu debole elettricita 1782 it volta_rendElet_807_it_1782.xml 807.xml

DEL MODO DI RENDERE SENSIBILE LA PIÙ DEBOLE ELETTRICITÀ SIA NATURALE, SIA ARTIFICIALE

14 Marzo 1782

FONTI.

STAMPATE.

Phil. Tr. 1782, t. LXXII p. I, pg. 237. Op. Sc. t. VII, 1784, pg. 128, 145. Ant. Coll. 1816, t.Ip. I, pg. 219.

MANOSCRITTE

OSSERVAZIONI.

TITOLO: da Phil. Tr. DATA: da Phil. Tr.

Phil. Tr.: è la prima pubblicazione in italiano di questa memoria: la sua traduzione in inglese, fatta da Tiberio Cavallo, appare nel medesimo volume Phil. Tr. 1782, t. LXXII, p. I, pag. VII. Questa memoria è la rifusione di quella originale che, senza appendice, venne letta alla Società Reale di Londra il 14 marzo 1782, e che completata dall’appendice e tradotta in francese, apparve poi in Roz. Obs. nel 1783. (Per quanto concerne questi particolari, vedansi le note riguardanti la let- tera del V. al Lorgna in data 15 marzo 1783, pubblicata al successivo N. LII). Op. Sc.: è la stessa memoria con molte varianti di non grande importanza. Ant. Coll.: è la medesima memoria conforme a quella stampata in Op. Sc., e pub- blicata col titolo: « Del Condensatore ».

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1. Un apparecchio, che portando a uno straordinario ingrandimento segni elettrici fa sì, che osservabile divenga e cospicua quella virtù, che altrimenti per l’estrema sua debolezza sfuggirebbe i nostri sensi, ognun com- prende di quale e quanto vantaggio sia per riuscire nelle ricerche sull’elettri- cità, e massime intorno alla naturale atmosferica, la quale, come sappiamo, non in ogni tempo, anzi assai di rado, allora solamente cioè che il cielo è ingombro di nuvoloni scuri e tempestosi, avviene che ci si renda sensibile ne’ conduttori ordinari non molto elevati, e appena è che in altri tempi ne mostri qualche indizio in quelli elevatissimi, o ne’ cervi volanti portati al- l’altezza di più centinaja di braccia. Or un tale apparecchio, mercè di cui un conduttore atmosferico, anche di non grande elevazione, vi dia segni ad ogn’ora e in ogni costituzione di tempo, molto chiari e distinti di quel qual- sisia picciolo elettrizzamento che in lui induce l’atmosfera, ecco io ve lo presento nel mio elettroforo: in quella semplice macchina, che è ormai nelle mani di tutti, e che se altro pregio pur non avesse verrebbe abbastanza raccomandata agli Elettricisti per questo che lor offre facile mezzo di spiare la più languida e impercettibile elettricità sì naturale che artificiale, con tirarla sopra di sè

Il « se » si presenta nella fonte talora accentato e talora no; se accentato, lo è coll’accento grave. [Nota della Comm.].

, ed accumularla al punto di promoverne e invigorirne per singolar maniera i segni.

2. In vero ogni volta che questi mancano nell’ordinario modo di spe- rimentare, e nè scintilla scorgesi nè cenno benchè minimo di attraimento, il dire che pur vi sia elettricità, fora un’asserzione gratuita, anzi un giu- dicare contro ogni apparenza. Malgrado questo non possiamo neppur dire accertatamente che punto non ve n’abbia: e il concluderlo da ciò solo che niun segno per anco ci si mostra, è un precipitare il giudizio; imperocchè chi ci assicura che qualche elettricità ivi non si trovi realmente, ma così debole da non potere attrarre tampoco un leggier filo? Or questo è che c’importa in molti casi di sapere, specialmente quando si tratta di elettri- cità naturale. Un conduttore atmosferico poco elevato non dà ordinaria- mente segni, come già si è detto, che quando gli sovrasta oscuro nembo: a cielo coperto d’alte nubi sparse o distese equabilmente, quando l’aria è in- gombrata da nebbie, in tempo di pioggia placida ed anche dirotta, tranne qualche rovescio improvviso, raro è che scorger vi si possa alcun indizio di elettricità, o nulla mai a ciel sereno

In Op. Sc. ed Ant. Coll. trovasi: «e, nulla mai a ciel sereno, ». [Nota della Comm.].

, sia placido, sia ventoso. Stando per- tanto alle apparenze, e al giudizio di un elettroscopio comune, anche de’ più sensibili, direbbesi che il conduttore non è elettrizzato punto, e che per conseguenza non domina elettricità di sorta ne’ campi dell’aria poco alti ove quel conduttore porta la testa. Eppure non è così: un altro elettroscopio di gran lunga migliore qual veramente può dirsi il nostro apparecchio, giac- chè ne adempie con tanto vantaggio le funzioni, ci fa vedere che da qualche elettricità è pur sempre investito quel conduttore, avvegnachè ne si mostri di per sè affatto inerte: ci fa, dico, vedere e toccar con mano ch’egli non ne è mai privo affatto; onde convien giudicare in egual modo che non ne è mai priva l’aria che lo circonda. Ed ecco come restiamo convinti che anche alla più bassa regione dell’atmosfera, e fino a pochi piedi da terra s’estende l’azione costante e perenne dell’elettricità naturale. Cotal elettricità seb- bene insensibile rimanga finchè da quel tratto d’atmosfera si comunica sol- tanto al detto conduttore; ove poi per mezzo di lui si comunichi insieme- mente all’elettroforo nostro, si raccorà entro a questo più facilmente, e in maggior copia

Come ciò segua si spiegherà nella 2a parte di questa memoria.

; si è per tal modo, che sorger quindi potranno i noti segni di attrazione e di repulsione sensibili abbastanza per dinotarci senza equivoco non che l’esistenza, la specie ancora dell’elettricità, cioè se posi- tiva o negativa.
Che più? non mancherà talora di comparire perfino qualche scintilluzza. Ogniqualvolta poi il conduttore desse già di per se qualche segno, movendo alcun poco un leggier filo, aspettatevi pure col' soccorso del’ nostro apparecchio, scintille pungenti, e ogn’altro segno vigorosissimo.

3. Ma veniamo senza più al modo di far servire all’intento cotal ap- parecchio, a cui in questo caso meglio che il nome che altronde porta di elettroforo, l’altro già indicato di elettroscopio, anzi pure quello di micro- elettroscopio potrebbe convenire. Ma io amo meglio di chiamarlo condensa- tore dell’elettricità, per usare un termine semplice e piano, e che esprime a un tempo la ragione e il modo de’ fenomeni di cui si tratta, come ve- drassi nella 2a parte del presente scritto. Tutto dunque si riduce a queste poche operazioni.

(A) Convien prendere un piatto d’elettroforo, che abbia l’incrostatura di resina assai sottile, e a cui o non sia stata dianzi impressa alcuna elettri- cità, o se mai vi è stata, vi si sia spenta affatto.

(B) A questa faccia resinosa immune da ogni elettricità si soprap- ponga convenientemente il suo scudo (così io chiamo la lamina superiore del- l’elettroforo): voglio dire le si applichi a combaciamento, e si collochi nel bel mezzo in modo, che non tocchi in alcun punto l’orlo metallico del piatto, ma rimanga isolato.

(C) Così congiunti essendo si adattino sotto al filo conduttore del- l’elettricità atmosferica in guisa, che lo scudo venga toccato dove che sia dal detto filo, egli solo lo scudo, e in niun modo il piatto.

(D) In questa situazione si lascino le cose per un certo tempo, finchè lo scudo possa aver raccolta competente dose di quell’elettricità, che dal filo conduttore gli s’istilla lentissimamente.

(E) Da ultimo sottraggasi al contatto e influsso del filo conduttore lo scudo tuttavia unito al suo piatto; indi si disgiunga anche da questo, le- vandolo in alto al consueto modo per il suo manico isolante: e allora sarà che se ne otterranno gli aspettati segni cospicui di attrazione, di ripulsione, e di qualche scintilla eziandio, di pennoncelli ec. nel tempo che il conduttore di per sè non giugna a mostrar nulla, o appena un’ombra di elettricità.

4. Ho detto (prec. D) che il filo conduttore debbe toccare lo scudo per un certo tempo. Quanto però non è facile il determinarlo, dipendendo dalle circostanze. Talora vi abbisogneranno 8. 10. e più minuti; quando cioè il conduttore da per sè solo non fà vedere il minimo segno di elettricità: altre volte più poco. Che se un debole indizio pur vi comparisse, tantochè un leg- gier filo facesse cenno d’esserne

In Op. Sc. « esserne », mentre in Phil. Tr. « esserner ». [Nota della Comm.].

attratto, basteria in tal caso lasciar in con- tatto di esso conduttore il nostro scudo sol pochi secondi, per abilitar questo a dar segni molto vivaci.

5. Una cosa si vuol osservare rispetto al filo conduttore medesimo, ed è ch’egli sia ben continuo, o se è possibile d’un pezzo solo dall’alto fino al basso, dove viene a comunicare collo scudo: cioè si dee evitare assolutamente ogni interruzione, e il più che si può ancora le semplici giunture ad anello od uncino, per la ragione che ciascuna di tali giunture portando un qualche impedimento al passagio (sic) dell’elettricità, avvenir può che quella, che con- trae il conduttore in alto, s’arresti, nè giunga al luogo desiderato, cioè fino allo scudo. Così succederà diffatti ogni qualvolta l’elettricità è debolis- sima, se in luogo d’un filo metallico continuo, una catena di più anelli da quello pendente venga a toccare cotesto scudo. Non si creda per questo che una sola giuntura o due possano egualmente impedire la riuscita; ma ne verrà sempre del pregiudizio: e qualora l’elettricità fosse estremamente de- bole, potrebbe sì per l’indicato difetto mancare del tutto l’esperimento.

6. Riguardo all’elettroforo da adoperarsi altre osservazioni rimangono, di cui ora mi convien parlare. E la prima accennata sopra al § 3. (lett. A) si è che lo strato resinoso importa molto che sia sottile, avendo io sempre provato che quanto più lo è tanto maggior dose di elettricità permette, anzi fa che si raccolga entro allo scudo cui porta indosso, di quell’elet- tricità, dico che gli s’infonde o dall’atmosfera per mezzo del filo conduttore, o da qualsivoglia altra potenza elettrica. Se fosse pertanto stesa la resina alla spessezza d’un quarto di linea, o non maggiore di una mano di vernice, riuscirebber le prove ottimamente; siccome all’incontro essendo grossa un pollice o più, andrebber le cose malissimo.

7. In secondo luogo la superficie di essa resina debb’essere quanto si può piana e liscia, e plana e liscia similmente l’inferior faccia dello scudo, sicchè vengano a combaciarsi bene (ivi lett. B). È noto quanto un miglior combaciamento favorisca gli effetti dell’elettroforo; ond’ebbi ben ragione di raccomandar questa come una delle principali condizioni nella descrizione che pubblicai a suo tempo di questa machina

Si truova questa descrizione in un colle principali esperienze, e un piccol saggio di spiegazione, in due memorie indirizzate in forma di lettera al Dr. PRIESTLEY, e pubblicate in un’opera periodica di Milano intitolate Scelta d’Opuscoli interessanti, per l’anno 1775

Questa nota manca in Ant. Coll. mentre in Op. Sc. vi è in aggiunta la citazione dei Voll. IX e X nei quali sono pubblicate le descrizioni delle richiamate esperienze. [Nota della Comm.].

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Ma è ancor più grande l’influenza, che l’ampio e perfetto contatto ha sopra l’istesso apparecchio, al- lorchè il medesimo agisce in qualità di condensatore.

8. Da ultimo merita particolar attenzione quanto alla già citata lett. A si è prescritto, che alla faccia resinosa, cui si applica lo scudo, non dee es- sere impressa alcuna elettricità. La ragione per cui vuolsi che ne sia affatto priva ella è, che altrimenti i segni dello scudo, allorchè s’alza, diverrebbero equivoci, non essendo più la sola elettricità trasfusa in esso scudo dal con- duttore atmosferico quella che giuoca, ma insieme anche l’altra occasionata dall’elettricità impressa ed inerente alla faccia resinosa: quando a noi im- porta di esplorare la sola sopraveniente al detto scudo.

Se dunque la faccia resinosa del piatto, di cui volete servirvi, è rimasta sempre intatta, va bene. Ma se è stata già eccitata, e vi si mantiene tut- tavia parte dell’impressa elettricità, egli convien fare di tutto per ispe- gnarla; ciò che non è si agevol cosa. Il passarvi sopra un panno alquanto umido, applicandolo ben bene a tutta la superficie, è un de’ mezzi più effi- caci ch’io mai abbia trovato

Vegg. l'accennata descrizione dell'elettroforo

Questa nota manca in Ant. Coll. [Nota della Comm.].

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; pur non toglie talvolta che dopo qualche tempo lo scudo posatovi sopra, e previo il solito toccamento, rialzato, non attragga sensibilmente un filo.
Lo stesso succede non di raro anche dopo aver tuffato tutto il piatto nell’acqua, lasciatovelo un pezzo, e quindi fat- tolo rasciugaro all’aria. Lo squagliare la superficie della resina al fuoco o al sole, è forse il più sicuro spediente per farne svanire tutta quanta l’elet- tricità, sicchè non ne rimanga pur ombra o vestigio nella stessa resina, ras- sodata che sia

È stato creduto per molto tempo che il calore, e molto più la liquefazione del solfo e delle resine, bastasse senz’altro ad eccitarvi l'elettricità. Ma tranne la tormalina, ed al- cune altre pietre, che sì veramente concepiscono l’elettricità pel solo calore, le resine e il solfo non è mai che lo facciano, se loro non sopravvenga qualche stropicciamento, o tocco al- meno d’altro corpo. L’errore è nato, come ha avvertito il Prof. BECCARIA con altri, da che ogni legger tocco della mano, o di checchè altro può bastare in tali circostanze favorevoli. Senza questo la materia fusa abbandonata a se stessa nel rapprendersi e dopo, tanto è lungi che contragga alcuna elettricità, che anzi perde quella qualunque che per sorte aver po- tesse prima della fusione, come le nostre sperienze ci assicurano. Nè fia maraviglia: giac- chè tutti i corpi coibenti per un forte grado di calore divengono conduttori; e i corpi re- sinosi in ispecie lo sono già quando si trovan molto rammolliti, e più allorchè cominciano ad entrare in fusione.

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Una maniera più spedita è di far passare sopra tutta la faccia della resina la fiamma di una candela, o d’un foglio di carta acceso. A qualunque però di tai mezzi uno si appigli, per accertarsi che l’elettricità sia spenta a segno che più non possa aver parte alcuna l’azione propria dell’elettroforo agli effetti che risultar debbono unicamente dall’elettricità infusa allo scudo dal conduttore atmosferico, converrà far prima la prova se posato esso scudo sulla faccia resinosa, toccato col dito, e rialzato al con- sueto modo, non mova neppure un sottilissimo pelo: allora non producendo alcun effetto in qualità d’elettroforo, servirà ottimamente all’altr' uso, cui vien destinato, di condensatore dell’elettricità.

9. Se mi si dimandasse ora a qual grado giunga nel descritto apparec- chio cotal condensazione dell'elettricità, cioè a quanto maggior forza sorger possano i segni elettrici nello scudo quando s’alza, risponderei che non è facile il determinarlo, dipendendo da molte circostanze. Che però, le altre cose pari, l’aumento è maggiore in ragione che il corpo che fornisce l’elet- tricità allo scudo si truova avere maggiore capacità; ed è più grande in pro- porzione che la forza elettrica impiegata è più debole. Così vedemmo già che se il conduttore atmosferico non ha la forza di alzare d’un grado il pen- dolino dell’elettrometro, movendo appena un sottil pelo, ed anche meno di questo, potrà tuttavia abilitare lo scudo non che a vibrar l’elettrometro a più gradi alto, ma a scagliare pur anche vivace scintilla (§ 2. e seg.). Ma se l’elettricità nel conduttore atmosferico sarà più forte a segno di dare qualche scintilletta, di mandare l’elettrometro a 5. o, 6 gradi, lo scudo che riceverà queste elettricità, darà gli è vero una scintilla assai più forte, e l’elettro- metro vibrerassi al più alto punto es. gr. a 100. 120 gradi. Ad ogni modo è visibile che la condensazione dell’elettricità nè in questo è minore che nel p.o caso, in cui venne aumentata sì, ma non di 60 volte, la ragione è che al di là del massimo non si può andare, cioè di quel grado a cui giunta l’elettricità si dissipa da se stessa aprendosi il passagio per tutto. Dunque a misura che la potenza elettrica, la quale si applica allo scudo posato, è più vicina a tal sommo grado, minor accrescimento può ricevere dall’apparecchio condensatore. Ma che bisogno abbiamo noi allora di lui, e tutte le volte che l’elettricità è già sensibile e forte abbastanza?

L’uso a cui vien destinato è di sottrarre, e raccolta sopra di se suffi- ciente dose render sensibile quella, che è languida affatto e impercettibile, finchè rimane nel gran conduttore in pace (1.).

Queste ultime due parole « in pace » mancano nella edizione di Op. Sc. ed in Ant. Coll. [Nota della Comm.].

10. Quando dunque il conduttore vi dà già da se solo segni abbastanza distinti di elettricità, non accade ricorrere all’altro apparecchio. Dirò dippiù che il farlo può produrre un grande inconveniente, ed è, che per poco che l’elettricità del conduttore sia vigorosa, a segno di dare qualche scintilla, avviene allora che facendogli toccare lo scudo, l’elettricità non si arresti in lui solo, ma che passi in parte ad imprimersi alla faccia resinosa cui copre; onde in seguito l’apparecchio prenda a fare le funzioni di vero elettroforo: ciò che per le ragioni già dette (8.) si dee con ogni studio evitare.

11. Per prevenire un tal inconveniente ho pensato di surrogare al piatto incrostato di resina, un piano che non fosse vero e perfetto isolante, assolutamente impermeabile al fluido elettrico; ma tale solamente che op- ponesse una discreta resistenza al suo passaggio, come una lastra di marmo asciutta e politissima, un piattello di legno similmente asciutto ed arido, oppure incrostato di gesso, o meglio ancora inverniciato, una tela incerata secca e monda, od altro simile. Alla superficie di tali corpi non avverrà d’ordinario che s’affigga l’elettricità potendo appiccata che sia scorrere e trapassare per entro ad essi; o se pur talvolta ve ne rimanesse un pocolino, quasi stagnante, sia questa passaggiera, in brevi momenti svanita. Quindi è che un tal apparecchio inatto alle funzioni d’elettroforo non ce ne darà i fenomeni; ma per questo appunto meglio servirà all’ altr' uso di conden- satore.

12. Sostituendo così allo strato resinoso o a qualsivoglia altro coibente perfetto un piano o strato che sia mezzo tra coibente e deferente, cioè un corpo isolante molto imperfetto e insieme imperfettissimo conduttore, quali sono nelle divisate circostanze gl’indicati corpi (§ prec.), non solamente si toglie o si fa minore il pericolo di qualche elettricità che possa imprimersi e restar aderente alla superficie del piatto, la quale renderebbe equivoche le sperienze delicate; ma inoltre un notabile vantaggio da noi si ottiene, ed è che lo scudo posato su tai piani non affatto isolanti cava dal conduttore, e si tira addosso maggior dose di elettricità, che se posato fosse sopra uno strato resinoso, od altro perfetto coibente. E come detto già abbiamo (6.) che uno strato resinoso quanto è men grosso, tanto più abilita la lamina che gli è sovrapposta ad arricchirsi di elettricità; così tale strato ridotto ad una semplice vernice, o intonaco di cera, l’una e l’altra già men coibente della resina, e infine ridotto a niente, sostituendovi soltanto una superficie poco deferente, come quella del marmo o del legno arido, somministra alla lamina metallica la più favorevole positura che mai aver possa per racco- gliere nel suo seno abbondante elettricità.

13. Guardiamoci però nel voler ischivare il troppo di coibenza di dare nel poco, accostandoci ai deferenti perfetti, o quasi perfetti. Non bisogna perder di vista, che la superficie del piatto dee opporre una discreta resi- stenza al trapasso del fluido elettrico, per rattenere una competente dose di elettricità nello scudo addossatole (11.). Ma basta che ciò faccia per un qualche picciolissimo tempo; d’uopo essendo non rare volte di tenervi con- finata l’elettricità otto, dieci, e più minuti, quanti cioè ne impiega il condut- tore atmosferico a raccoglier dall’aria, ed infondere in esso scudo tal copia di elettricità, che possa rendersi sensibile e cospicua (3. D. 4.).

Dal che facilmente s’intende quanta attenzione pur convenga e nella scelta del corpo da surrogarsi allo strato di resina, e nella convenevole pre- parazione del medesimo: la quale preparazione consiste generalmente in certo grado di essiccamento, che lo riduca allo stato di semicoibente nè più, nè meno. Ad ogni modo fia meglio peccare per eccesso di coibenza, che per difetto; meglio prendere un piatto qualsivoglia incrostato di resina, che un desco

Pure in Op. Sc. trovasi « desco », mentre in Ant. Coll. « disco ». [Nota della Comm.].

di legno nudo non aridissimo, una lastra d’osso, od una di marmo comune non previamente riscaldate al sole o al fuoco: giacchè niun osso, e pochis- simi tra i marmi ho trovato che valgano a tener confinata l’elettricità nello scudo che combaciano oltre ad un minuto o due al più, se abilitati non ven- gano da un convenevole riscaldamento. Disposti però che siano in tal modo, e ove singolarmente incontrata si sia ottima qualità nel marmo, riescono a meraviglia, e sorpassano ogni aspettazione; onde sosterrò sempre con ragione, che sì fatti piani di legno, d’osso, di pietra, nudi come sono, e ancora nota- bilmente deferenti, meritano tuttavia d’essere preferiti a un ordinario piatto d’elettroforo fornito del suo strato resinoso.

14. Venendo ora più davvicino alla maniera, onde praticamente si può ridurre il nostro apparecchio alla maggior perfezione, per ritrarne il più gran vantaggio, dopo aver ricordato come conviene soprattutto che lo scudo s’a- datti bene a combaciamento col piano sottoposto (3. let. B. e 7.), soggiugnerò che per ottener ciò nel miglior modo è bene d’appigliarsi ad una lastra di marmo, e questa insieme alla lamina o scudo metallico spianare ben bene, lavorandole una sopra l’altra, finchè sian ridotte a tale perfetto combacia- mento, che ne nasca sensibile coesione tra loro.

Il marmo poi così lavorato si esponga per molti giorni al calore d’una stufa, con che espellendosi l’umido di cui anche tali pietre sono spesso im- bevute, verrà il marmo condotto a questo stato d’imperfettissimo condut- tore, che è l’ottimo per le sperienze di questo genere (12. 13.); e si manterrà tale per un pezzo, sol che non resti lungamente esposto al grand’umido: poichè per quell’umidore che può contrarre accidentalmente, e in poco tempo, non essendo che superficiale, non verrà esso marmo a deteriorarsi notabilmente; e basterà prima di sperimentare esporlo per alcuni minuti al sole, o pur anche asciugarlo con un pannolino caldo.

15. E quì giova avvertir di nuovo, che non tutti i marmi sono egual- mente buoni. In generale i più vecchi, e che da molto tempo sono stati guar- dati dal grand’umido riescono incomparabilmente meglio che quelli tratti di fresco dalla cava, o stati esposti lungamente all’ingiurie dell’aria; onde questi solamente han bisogno dell’essiccamento nella stufa. Ma oltre di ciò avvi ancora notabilissima differenza tra una specie e l’altra di marmo: ne ho tro- vato di tali, che senza riscaldarli nè tampoco asciugarli fanno sempre a me- raviglia, e di tali altri, che anche con una tal preparazione non corrispon- dono troppo bene; a meno che non si continui loro il caldo durante il tempo dell’esperienze. Sopra tutti finora ho trovato eccellente il bel marmo bianco di Carrara. Ciò non pertanto io non so abbastanza raccomandare di riscal- dare e questo, e gl’ altri marmi, almeno un poco innanzi adoperarli: con che vantaggian sempre per eccellenti che siano ed essendo cattivi vengono a migliorarsi insignemente, e sì ad agguagliarsi ai più buoni: anzi posso dire, per esperienza che la maggior parte dei marmi di lor natura poco buoni, ove siano ben riscaldati previamente, e in seguito si mantengano tiepidi tutto il tempo dell’esperienza, prevalgono se non a tutti a molti dei migliori non punto riscaldati.

16. A chi però sembrasse incomoda questa preparazione (la quale per altro a che si riduce? Ad esporre il piatto di marmo al sole, od a presen- tarlo per poco d’ora innanzi al fuoco d’un cammino, o al più tenerlo su d’uno scaldavivande ove sia o cener calda o pochi carboni accesi) io sug- gerirò il mezzo di dispensarsene: basta di dare alla faccia piana del marmo una buona mano di vernice copal, da asciugarsi quindi in una stufa ben calda o in un forno tantochè prenda un color d’ambra tirante al bruno. La vernice medesima d’ambra sarà ottima, siccome pure la lacca. Con ciò non solo i buoni, ma i cattivi marmi eziandio serviranno mirabilmente all’intento (che è si pure un gran vantaggio) e serviranno in ogni tempo senza previo riscaldamento, o almeno senza continuarlo loro durante l’esperienza

In Op. Sc. ed Ant. Coll. trovasi in più quanto segue: « ; quando però l’ambiente non sia molto umido, e quando per raccogliere sufficente elettricità non debba stare la lamina metallica troppo lungo tempo, otto o dieci minuti ex. gr. posata su tal piano di marmo ver- niciato; che allora converrebbe per lo più mantenere esso piano un po’ caldetto ». [Nota della Commissione].

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17. Appigliandosi a questo spediente della vernice si può benissimo in luogo del piatto di marmo far servire una lamina di metallo eguale all’altra lamina o sia scudo, e resa perfettamente combaciante col lavorare, come si è detto (14.), i due piani un sopra l’altro

Le ultime parole di questo periodo, « col lavorare come si è detto (14.), i due piani uno sopra l’altro », mancano in Op. Sc. ed in Ant. Coll. [Nota della Comm.].

. Se la vernice si desse ad amendue le facce combacianti, non sarebbe male; ma basterà anche il darla all’una o all’altra: in questo caso però una mano sola di vernice, che saria più che sufficiente, per la lastra di marmo, forse non basteria per la lamina me- tallica, ma ce ne vorrebbe una seconda ed anche una terza mano.

18. Ma con ciò, mi si dirà, noi siam ricondotti ad un vero piatto d’elet- troforo, giacchè l’intonaco di vernice tien qui luogo del sottile strato di re- sina. Io non voglio negarlo; anzi dirò, d’aver provato che e il metallo, e il marmo, singolarmente così inverniciati, son tali, che l’elettricità vi si af- figge facilmente, e non men facilmente vi si eccita per istrofinamento, talchè il solo strisciare che faccia lo scudo sulla superficie inverniciata del piatto, o il percuoterla con qualche forza mentre si viene a posar sopra cotesto scudo, basta perchè poi dia segni sensibili di elettricità allorchè si distacca. Talora anzi non è possibile d’impedire che questo succeda, per quanto si procuri di posar lo scudo pian piano, e di alzarlo senza punto strofinare. Tal importuna elettricità però è debolissima, e non si suscita che nel caso in cui il piatto verniciato si trova asciugatissimo, e ancor tiepido dal sole o dal fuoco. Si fatto asciugamento e riscaldamento adunque non solo non è necessario per le nostre sperienze quando adoperiamo un piano verni- ciato, com’è necessario quasi sempre ove s’adoperi il marmo nudo (13. 15. 16.), ma non è neppure molto proficuo da una parte; e dall’altra egli è as- solutamente pregiudizievole, perciò che dando luogo ai fenomeni d’elettroforo, può facilmente produrre equivoci ed incertezze (8.).

19. Qual vantaggio adunque, mi si dirà un’altra volta, nell’adoperare in luogo di un ordinario elettroforo, un piatto inverniciato? Altronde si è pur detto che vuol preferirsi un piatto nudo di marmo (11. e seg.). Il vantaggio del piatto verniciato sopra l’un ordinario d’elettroforo è 1.o che la vernice sarà sempre più sottile di qualunque incrostatura resinosa; 2.o che quella meglio che questa può lasciare la superficie del piatto, sia di marmo sia di metallo, piana e liscia in modo, che lo scudo vi s’adatti ancora quasi a coe- sione: due circostanze, quali veduto già abbiamo (6. 7. 14.) quanto influiscano alla buona riuscita delle sperienze di cui si tratta. Riguardo al piatto nudo di marmo, egli è ben vero che questo può servire egualmente bene, e forse meglio s’egli è d’ottima qualità, o allorchè si tenga convenevolmente riscal- dato (13.); ma valutando bene le cose, l’incomodo, cioè di tal preparazione, qualunque egli sia (16.), e la difficoltà d’aver il marmo perfetto (15.), credo che convenga ancora l’espediente della vernice, che vi dispensa da tutto questo (16.). Vi resta è vero l’altro inconveniente di potervisi per poco affig- gere l’elettricità; ma oltrechè anche il marmo perfettamente asciutto, e molto più se caldo, non va esente da tal incomoda disposizione, egli non è poi tanto difficile di ciò scansare adoperando le debite attenzioni; e l’accurato speri- mentatore non lascierà di assicurarsi coi mezzi che già si sono indicati (8.) che non trovasi neppur ombra di elettricità impressa alla faccia verniciata, quando imprende a fare col condensatore delle sperienze delicate.

20. Al piatto di marmo e di metallo inverniciato va di paro un piano qualunque coperto di buona tela incerata secca e monda, di taffetà cerato, di raso o d’altro drappo di seta il quale più che è sottile è meglio: dico, che questi piani così vestiti van di paro agl’altri verniciati, stante che non han bisogno che d’avere cotal veste ben asciutta, e al più un poco- lino riscaldata prima di servirsene; anzi pure e la tela, e il taffetà, incerati non attraendo molto l'umido, non hanno d’ordinario neppur bisogno d’essere posti al sole o al fuoco innanzi farne uso. Il ciamberlotto, il feltro, ed altri drappi di pelo son buoni anch’ essi, ma men della seta; quei di lana, o di cotone, meno ancora; e i più infelici sono quei di canape e di lino: ad ogni modo un buon asciugamento, e un gentil calore continuato possono abili- tare anche questi, siccome pure abilitano la carta, il cuojo, il legno, l’avo- rio, e gl’ altri ossi, tutti insomma i corpi che sono da se stessi imperfettis- simi conduttori, anzi non conduttori, ma troppo bibaci dell’umido, cui perciò convien espellere fino a un certo segno.

21. Dico fino a un certo segno: perchè un troppo grande isolamento è pregiudizievole anzichè no, come si è già accennato (6. 12.), e come si farà più chiaramente vedere nella 2a parte di questa memoria. Or dunque se i detti corpi vengano spogliati affatto d’umido, posti per esempio a seccare nel forno, in tal caso siccome diverranno veri e perfetti coibenti a par delle re- sine; così non serviranno più al nostro intento, a men che non sian ridotti ad uno strato sottile, e questo strato applicato ad un conduttore (ivi) in modo che ne risulti un vero piatto d’elettroforo.

22. Non lascerò da ultimo di dire, che si può rendere l’apparecchio ancor più semplice, se si applichi sia l’intonaco di vernice, sia la veste d’in- cerato, sia il taffetà od altro velo di seta, sia in fine qualunque materia se- micoibente, alla faccia inferiore dello scudo, in luogo di coprirne il piatto; il quale in questo caso diventa inutile, servendo allora in sua vece un piano qualunque egli sia, un tavolo di legno o di marmo, anche non ben asciutti, una lastra di metallo, un libro, od altro conduttore, buono o cattivo che sia, sol che vi si possa applicare convenientemente la faccia vestita dello scudo.

E in vero altro più non si ricerca per la buona riuscita delle sperienze, se non che l’elettricità, che tende a passare dall’uno all’altro dei piani combaciantisi, incontri sull’una delle superficie tale resistenza, che valga a trattenerla, come si è già accennato (11.), e si farà chiaro nella stessa seconda parte; dove al dippiù mostrerassi, come a tale effetto basti anche una picciola resistenza. Ciò posto, che lo strato sottile coibente o quasi coi- bente tenga al piano di sotto, o a quel di sopra, egli è lo stesso: quello che importa è che si combacino bene (7.); la qual cosa non è sì facile ottenere allorchè si posa lo scudo su d’un tavolo, od altro piano non preparato a bella posta. Egli è solo per questa ragione, per ottenere cioè un più esatto combaciamento, che io dò la preferenza a due piani lavorati un sopra l’altro intonacandoli quindi od amendue, o uno solo, qual più mi piace (14. 17.). Del resto la comodità d’avere per tutto l’apparato una sola lamina di me- tallo inverniciata da un lato, o coperta di taffetà, e dall’altro guernita di tre cordoncini di seta, fa che io me ne serva più comunemente: e la riuscita se non agguaglia per avventura quella dell’altro apparecchio composto dei due piani lavorati un sopra l’altro, è tale però che basta d’ordinario all’intento.

23. Fin qui noi abbiamo considerato l’utile che si può ritrarre dal nostro apparecchio condensatore applicato ai conduttori per esplorare l’elettricità atmosferica, allorchè è debole affatto ed impercettibile

A questo proposito non debbo omettere, che ne’ pochi giorni in cui m’applicai a spiare l’elettricità atmosferica col soccorso del condensatore, non son rimasto senza buon frutto raccorne. Il sig. CANTON, od altri assicuravano di aver ottenuto dall’apparato atmo- sferico de’ segni elettrici più vivi dell’ordinario in tempo di qualche aurora boreale; ma molti de’ fisici non sono persuasi ancora che l’elettricità influisca in queste meteore, e al- cuni lo negano formalmente

In Op. Sc. ed in Ant. Coll. invece di « formalmente » trovasi « apertamente ». [Nota della Comm.].

. Io stesso ne dubitai moltissimo: ora però parmi la cosa certa; e posso dire d’aver veduto e toccato con mano. In quella bellissima aurora comparsa nella notte dei 28 ai 29 Luglio dell’anno 1780 quando salendo a poco a poco dall’orizzonte fu ascesa tra le 4. e le 5. ore Italiane allo zenit, spargendo tutt’all’intorno un vaghissimo lume rossigno, il cielo altronde essendo sereno e ventoso, si ottennero col favore

In Op. Sc. ed in Ant. Coll. invece delle parole « col favore », trovasi « coll’aiuto ». [Nota della Comm.].

dell’ap- parecchio condensatore da un conduttore atmosferico ordinario

In Op. Sc. ed in Ant. Coll. il periodo qui presenta il seguente inciso posto fra paren- tesi: « (posto in casa di un mio amico e dilettante di fisica, il Sig. Canonico Gattoni di Como) ». [Nota della Comm.].

molte belle scintillette chiare e crepitanti: quando in tutti gl’altri tempi sereni, e in ogni ora del giorno e della notte dall’istesso conduttore, e coll’ajuto dell’istesso condensatore o non ottiensi scintilla o minutissima soltanto; e ciò perchè quel conduttore atmosferico non è nè alto molto, nè molto ben situato.

.
Questo però, a cui vien destinato principalmente, non è il solo uso che far se ne possa, nè il solo vantaggio che ci procura: serve altresì molto per l’elettricità artifi- ciale, a discoprirla cioè ove per altra via non si manifesterebbe, o a ren- derne i segni assai più cospicui. Molti sono i casi, in cui, l’elettricità, che è nulla in apparenza, o molto dubbia, vi si renderà chiara e sensibilissima col- l’ajuto di tal apparecchio: ne andrò accennando per modo d’esempio alcuni.

24. 1o. Una boccia di Leyden caricata, e quindi addotta alla scarica coll’applicarvi tre, o quattro volte l’arco conduttore, e con replicati tocca- menti della mano, vi sembra omai spogliata affatto della sua elettricità. Ma che? Toccate coll’uncino di tal boccietta la lamina metallica posata con- venevolmente (cioè sopra qualunque piano, s’ella è ben inverniciata nella faccia inferiore, o vestita di taffettà, ec. oppur s’è nuda sopra sottile strato resinoso, o su d’un incerato, o su drappo di seta, o sopra tavolo di legno inverniciato, o sopra lastra di marmo ben asciutto) e tosto alzata cotal la- mina o scudo ne avrete segni elettrici sensibilissimi: dal che concluderete che l’elettricità della boccietta non era già tutta spenta, come appariva. Che se questa avesse una carica sensibile a segno di attrarre un leggier filo, in tal caso lo scudo toccato dall’uncino anche per un sol momento, e quindi alzato vibrerà vivace scintilla. Riposto quello, e ritoccato coll’istesso uncino della boccia, e rialzato di nuovo, ne otterrete una seconda scintilla, nulla o poco men vivace della prima; e un tal giuoco potrassi continuare per molte volte con pari diletto e meraviglia.

Cotesto artificio di produr scintilla, e replicate, con una boccietta, che non ha carica sufficiente per farlo da sè sola, vi appresta una grande co- modità per varie sperienze dilettevoli, come quelle della mia pistola, e della lucerna ad aria infiammabile, massimamente trovandovi provveduto d’una di quelle boccette preparate alla maniera del Sig. TIBERIO CAVALLO

Vedi il suo trattato di Elettricità.

Questa nota in. Ant. Coll. ed in Op. Sc. è sostituita dalla seguente: « Veggasene la de- scrizione nel suo Trattato completo di Elettricità teorica, e pratica, con sperimenti originali, tradotto dall’Inglese. Firenze, 1779, parte IV., pag. 431 ». [Nota della Comm.].

, le quali si possono portare cariche in tasca molto tempo. Queste poichè con- servano una carica sensibile alcuni giorni, ne conserveranno una insensibile per settimane, e mesi: insensibile, dico, senza l’ajuto del nostro apparecchio condensatore; ma con questo sensibilissima, e più che sufficiente all’uopo di accendere la pistola, ec.

25. 2o. Avete una macchina elettrica meschina, così mal in ordine, e in tali circostanze sfavorevoli d’umido ec. che non potete trarre la più pic- cola scintilla dal conduttore, il quale appena attrae un leggerissimo filo, o non giugne neppur a tanto. Or via fate toccare a tal conduttore inerte il nostro apparecchio, ossia lo scudo posato come conviene, e lasciate che il toccamento duri per qualche minuto, tenendo sempre in azione la macchina, e vi riuscirà di ottenere col solito giuoco di staccare lo scudo dal sottoposto piano, una buona scintilla, ed ogn’altro segno vivace.

26. 3o. Sia pur la macchina buona, e agisca a dovere; ma il condut- tore trovisi così male isolato, che l’elettricità non vi si possa accumulare a segno di dar scintilla, e neppure di attrarre un filo: come quando l’istesso conduttore tocca al muro della stanza, o quando una catena pende da esso sopra un tavolo, e fin sopra il pavimento della stanza. In simil caso crede- rete che l’elettricità per quelle comunicazioni si disperda intieramente, ma cercando più oltre, ricorrendo cioè al condensatore, troverete che un poco se ne trattiene ad ogni momento nel conduttore tuttochè non isolato, e tanto che durando l’azione della macchina qualche tempo, i molti pochi raccolti insieme nello scudo, per la vantaggiosa disposizione ch’egli ha di tirar sopra di sè l’elettricità (2.) fanno ch’il medesimo sia poi in istato di dar segni abbastanza forti.

27. 4o. L’ordinaria maniera di strofinare alcuni corpi, e quindi pre- sentarli ad un elettrometro, onde vedere se per tal mezzo abbiano o no contratto qualche elettricità, è in molti casi insufficiente, dimodochè sovente si crede che sia nulla, sol perchè debolissima. Si trae dunque un gran vantag- gio strofinando corpi dubbi collo scudo o lamina metallica del nostro ap- parecchio, che in questo caso deve esser nuda, poi levatala in alto isolata interrogando lei medesima, la quale darà segni abbastanza sensibili per qua- lunque picciola ed insensibile elettricità eccitata nel corpo, contro cui si è stro- finata, e dinoterà quale specie di elettricità quello abbia contratta, giacchè si sa che debbe essere nei due contraria. Anche il Sig. CAVALLO si serviva di questo mezzo per iscoprire l’elettricità in molti corpi

Vedi il suo trattato, cap. VI, p. IV.

In Ant. Coll. ed Op. Sc. vi è aggiunto: « pag. 494 » [Nota della Comm.].

. Ma ve n’è uno a certi riguardi migliore, che certamente nè egli nè altri, ch’io sappia, han co- nosciuto. Quando il corpo, di cui si vuol provare la virtù, non è tale che vi si possa addattare in piano la lamina metallica per dimenarla sopra strofi- nando, si può fare così: posata la lamina sopra il solito piano semicoibente, si strofini essa, o meglio si percota a varii colpi col corpo in questione; il che fatto si levi la lamina, e si osservi se è elettrizzata: lo sarà certo nel caso che vi siate servito a percuoterla di una striscia di cuojo, d’una corda, d’un pezzo di panno, di feltro, o simili cattivi conduttori; e lo sarà assai più che se l’aveste sferzata o strofinata per egual maniera coi medesimi corpi stando essa lamina metallica isolata. In somma coll’uno o coll’altro de- gl’indicati mezzi voi otterrete elettricità da corpi che non avreste mai cre- duto che godessero di questa virtù, anche da corpi non secchi, da tutti infine eccetto solo i metalli e i carboni: dirò dippiù, ch’io ne ho ottenuto qualche volta strofinando la lamina metallica colla mano nuda.

28. 5o. Si è cercato se il calore, l’evaporazione, le fermentazioni, ec. pro- ducano qualche grado di elettricità, ossia cagionino qualche alterazione alla dose naturale del fluido elettrico nei corpi che subiscono cotesta azione, e in quelli che ne sono in contatto. La ricerca era di grande importanza per fissar pure qualche idea sull’origine dell’elettricità naturale, ossia atmosferica. Io so di molti che hanno tentato specialmente sull’evaporazione delle sperienze invano, anche hanno infine rinunciato alla speranza di ottenere per tal mezzo segni elettrici; nè so d’alcuno che sia ancor giunto ad ottenerli. Le mie proprie sperienze non avean avuto miglior successo; ad ogni modo ben lungi di rinunciare ad ogni speranza, le andava sempre più nodrendo. Da gran tempo io aveva imaginato che le dissoluzioni, le effervescenze, le volatiliz- zazioni, ec. sconvolgendo le minime particelle, e forma e posizione mutan- done, doveano coll’alterazione delle forze mutue di esse particelle aumentare o diminuire le rispettive capacità dei corpi sottoposti a que moti intestini, e conseguentemente occasionare dove condensazione, dove rarefazione del fluido elettrico: ne era così persuaso, che non sapevo darmi pace che l’elet- tricità non si manifestasse per alcuno di tai processi; di tal mancanza di segni pertanto io ne accagionava parte alla debolezza dell’elettricità che per tal modo si eccitava, parte alla dissipazione di essa prodotta dai vapori medesimi che si sollevano durante il processo, e distruggono quasi intieramente l’isola- mento: mi compiaceva però sempre a pensare, che l’avrei un giorno potuta scoprire cotesta elettricità fugace, moltiplicando le sperienze, e mettendovi più di attenzione e di accuratezza

Tutti questi miei pensieri sono esposti in una dissertazione latina stampata l’anno 1769, che ha per titolo, De vi attrattiva ignis electrici: ac phaenomenis inde pendentibus, ad Johannem Baptistam Beccariam, ecc.

In Ant. Coll. tale nota è semplicemente richiamata senza titolo, ed in Op. Sc. vi è aggiunta l’indicazione della pagina corrispondente alla citazione: « dalla pag. 24 alla pag. 29 » [Nota della Comm.].

.

.
Due anni sono allorchè fui passo passo condotto alla maniera di condensare a un segno sì grande l’elettricità col- l’apparecchio quì

Nella fonte, « qui » si presenta talora non accentato, talora accentato. [Nota della Comm.].

descritto, i miei pensieri si rivolsero nuovamente all’og- getto delle antiche mie ricerche, e concepj molto più fondata speranza di poter iscoprire qualche cosa, e già mi proponeva di applicarmi, a tali spe- rienze, quasi presagendo la riuscita; ma varj accidenti le ritardarono fino al Marzo e Aprile di quest’anno, in cui intraprese avendole a Parigi in compagnia di alcuni membri dell’Accademia R. delle Scienze, mi riuscì finalmente di ottenere segni non dubbj di elettricità (che dico segni non dubbj?) fin la scintilla elettrica dall’evaporazione dell’acqua, dalla semplice combustione dei carboni, e da varie effervescenze, come quelle che produ- cono l’aria infiammabile, l’aria fissa e l’aria nitrosa.

29. Terminerò la prima parte di questa memoria coll’ dire, che oltre gli accennati vantaggi, ed altri del medesimo genere, che ne procura il nostro condensatore considerato semplicemente come istromento, atto ad ingran- dire i segni dell’elettricità; le varie sperienze che possono farsi con esso spargono eziandio molto lume sulla teoria elettrica, per quella parte massi- mamente che riguarda l’azione delle atmosfere: lo che andiamo a vedere nella parte 2a.

PARTE SECONDA.

In qual maniera un conduttore accostandosi a un altro sotto certe condizioni, si trovi in istato di ricevere una straordinaria quantità di elettricità.

30. Le sperienze riportate nella prima parte di questa memoria ci hanno abbastanza mostrato come una lamina metallica o qualsivoglia piano conduttore, cui soglio appellare scudo, applicato ad un altro piano, il quale opponga, o per la qualità sua di cattivo conduttore, o per l’interposizione di un sottile strato coibente, una certa non grande resistenza alla trasfu- sione dell’elettricità, come dissi, tale scudo in siffatta posizione atto sia a tirare sopra di sè e raccorre nel suo seno maggiore copia di elettricità, che se si trovasse in qualsivoglia modo perfettamente isolato. Abbiam veduto come facendolo toccare all’uncino di una boccia di Leyden, al conduttore di una macchina elettrica, o a quello dell’elettricità atmosferica, infine a qualunque potenza o sorgente elettrica, anche quando l’elettricità è debo- lissima e affatto impercettibile, pur gli se ne comunica tanto da poter ma- nifestarsi quindi con segni molto vivaci, tosto che si leva esso scudo in alto. Or qui intraprendiamo di spiegare un tal fenomeno: e la spiegazione mede- sima servirà più ch’altra cosa a facilitare la pratica delle sperienze di questo genere.

31. Adunque il tutto si riduce a questo: che la lamina o scudo ha molto e molto maggiore capacità nel 1o caso, quando cioè posa sul piano avente le condizioni indicate (prec. e 11. 12. 22,), che nel 2o, in cui tiensi es. gr. in alto sospeso per i suoi cordoncini di seta, o per un manico isolante, oppur che posa sopra un grosso strato coibente, o sopra un piatto isolato.

Per dilucidare questo punto essenziale, prendiam le cose da più lontano.

32. Non vi vuol molto a comprendere, che ivi è maggiore capacità, dove una data quantità di elettricità sorge a minor intensità, o che è lo stesso, quanto maggior dose di elettricità è richiesta a portare l’azione a un dato grado d’intensità; e viceversa: a dir breve, la capacità e azione, o ten- sione elettrica sono in ragione inversa.

Farò quì osservare sul principio, ch’io dinoto col termine di tensione (che volentieri sostituisco a quello d’intensità) lo sforzo che fa ciascun punto del corpo elettrizzato per disfarsi della sua elettricità, e comunicarla ad altri corpi: al quale sforzo corrispondono generalmente in energia i segni di attrazione, ripulsione, ecc. e particolarmente il grado a cui vien teso l’elettrometro.

33. Ciò che abbiam detto comprendersi facilmente che la tensione deb- b’essere in ragione inversa delle capacità, ci viene poi mostrato nella ma- niera più chiara dall’esperienza. Siano due verghe metalliche, una lunga 1 piede, e l’altra 5. di grossezza eguali. S’infonda alla prima tanto di elet- tricità, che giunga a vibrare un elettrometro annesso a 60 gradi: se in questo stato si farà toccare quella all’altra verga, l’elettricità compartendosi equa- bilmente ad ambedue, diminuirà di tensione tanto appunto, quanto la ca- pacità si truova ora accresciuta, cioè 6 volte: lacchè ci farà vedere l’elettro- metro, smontando dai 60, ai 10 gradi

Con richiamo a questo punto Op. Sc. ed Ant. Coll. presentano la seguente nota, che manca completamente in Phil. Tr.:

« Suppongo quì che siano eguali tra loro i gradi dell’Elettrometro, voglio dire che segni ciascuno un’eguale quantità di elettricità, in quella maniera che ciascun grado di un buon Termometro di mercurio segna un egual addizione di calore. Nel quadrante elettro- metro del Sig. WENLY che è il migliore di quanti elettrometri si sono mai immaginati, e ch’io ho in qualche parte perfezionato, la divisione de’ gradi fatta col compasso non è al- trimenti giusta; ma ha bisogno di una correzione intorno a che mi sono non poco appli- cato con un successo maggiore anche di quello che avrei potuto sperare. Penso ora a ren- dere tale strumento del tutto comparabile: al che se giungo, come ho luogo di sperare, non tarderò guari a pubblicarne la descrizione in un colle osservazioni necessarie per ben ser- virsi in generale degli elettrometri, ed in particolare di questo mio ».

Tanto in Op. Sc. quanto in Ant. Coll. trovasi stampato nella nota « WENLY », evidente- mente in luogo di « HENLEY ». [Nota della Comm.].

.
Così se l’istessa quantità di elet- tricità venisse a diffondersi in un conduttore 60 volte più capace, non ri- marrebbe che 1/60 della primiera tensione, cioè un grado solo: come vice- versa la tensione di 1 sol grado di cotesto gran conduttore, o d’altro qualun- que, salirebbe a 60, ove la di lui elettricità venisse a raccorsi e condensarsi in una capacità 60 volte minore.

34. Or non solo conduttori di mole e massa diversi hanno diversa ca- pacità; ma anche l’istesso conduttore può averne una maggiore o minore, secondo varie circostanze; alcune delle quali non sono per anco state con- siderate, come si conviene. È stato osservato che l’istesso conduttore acqui- sta o perde in capacità, a misura che si aggrandisce, o si ristringe di super- ficie; secondo che una catena metallica es. gr. si dispiega in lungo, o si am- mucchia, secondo che vari cilindri contenuti un nell’altro, come quelli d’un canocchiale si traggono fuori, o si fanno rientrare, ec. Quindi si è consluso generalmente che la capacità non è in ragion della massa, ma bene in ra- gion della superficie del conduttore: come FRANKLIN ha dimostrato appunto coll’indicato sperimento della catena.

35. Questa conclusione è giusta, ma non comprende ancor tutto, perocchè anche con superficie egualmente grandi si ha maggiore o minore capacità, se siano i conduttori diversamente conformati. Essa si troverà maggiore di molto in quel conduttore che avrà più lunghezza comunque sia d’altrettanto men grosso, cosicchè la quantità della superficie rimanga eguale: come WATSON ed altri aveano già osservato, e come io mi lusingo d’aver posto in miglior lume nella mia memoria sulla capacità de condut- tori

In Op. Sc. « de’ conduttori ». [Nota della Comm.]

semplici

Fu pubblicata questa memoria in un’opera periodica di Milano intitolata « Opu- scoli scelti », per l’anno 1778, e nel Giornale dell’Ab. ROZIER l’anno seguente

Tale nota manca in Ant. Coll.: la memoria alla quale si riferisce è la lettera al Sig. de Saussure pubblicata al N. XLVII (A) di questo volume [Nota della Comm.].

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, nella quale dimostro il grande vantaggio di un conduttore costrutto di molte verghe di legno coperte di foglia metallica, e collocate in lungo punta a punta, sopra gli ordinarj conduttori assai più grossi e meno lunghi.
Se l’istesso conduttore colla grossezza e lunghezza medesima non sia diritto, ma assai curvo, e molto più se essendo es. gr. un fil di ferro, abbia molti torcimenti, o si ripieghi indietro, avrà minore capacità; così pure l’avranno minore le indicate verghette, se invece d’esser collocate punta a punta in linea retta, lo siano ad angolo, e peggio se s’accostino parallele.

Le sperienze ed osservazioni da me rapportate in quello scritto, ed infinite altre, massimamente quelle intorno al così detto pozzo elettrico, con- corrono tutte a provare, che la capacità è in ragione non delle superficie qualunque esse sieno, ma delle superficie libere dall’azione delle atmosfere omologhe: nella quale rettificata proposizione converranno tutti quelli, che si faranno a considerare i principali fenomeni delle atmosfere elettriche.

36. Ma v’è dippiù ancora: e questo è propriamente che fa al nostro caso. L’istesso conduttore ritenendo la stessa superficie, e la forma sua non mutata, acquista maggiore capacità allorachè in luogo di rimanere isolato solitariamente, si affaccia a un altro conduttore non isolato, e l’acquista tanto sempre maggiore quanto vi si affaccia più davvicino, e quanto le superficie che si presentano un l’altro sono più larghe. Io chiamo quel con- duttore isolato che ne ha un altro di fronte (sia questo non isolato, come nel caso nostro, sia anche isolato, elettrizzato o no), lo chiamo conduttore conjugato; e già io aveva promesso nella mentovata dissertazione, trattato avendo della capacità de’ conduttori semplici, o solitari, di trattare in seguito di quella de conduttori

In Op. Sc. «de’ conduttori ». [Nota della Comm.].

conjugati.

37. Tale circostanza, che accresce prodigiosamente la naturale capacità di un conduttore, quella è sopra tutto, a cui non truovo che si sia fatta ancora la debita attenzione; molto meno che alcuno ne abbia tratto quei vantaggi, che dall’applicazione facilmente ne derivano. Ma veniamo a quelle sperienze più semplici, che ci mettono sott’occhio questa accresciuta capacità.

Prendo un disco di metallo, il solito scudo d’elettroforo per esempio, e tenendolo in alto isolato lo elettrizzo a una data forza, quanto basta, supponiamo, a fare che un elettrometro annesso si tenda a 60 gradi; ca- lando indi esso disco gradatamente verso un tavolo od altro piano defe- rente, ecco che decade l’elettrometro a 50, 40, 30 gradi. Non crediate perciò che sia scemata a questo punto la quantità d’elettricità che il disco pos- siede, la quale anzi, purchè quello non sia giunto a tale vicinanza dell’altro piano deferente da dar luogo alla trasfusione collo scoccare di qualche scin- tilla, si sarà mantenuta nell’intierezza sua, quanto almeno la lunghezza del tempo, lo stato dell’aria e dell’isolamento lo permette. Onde dunque tale e tanto abbassamento di tensione? Non altronde che dall’accresciuta capa- cità del disco, or non più solitario, ma conjugato. In prova di che se si sol- levi di nuovo gradatamente, risalirà il suo elettrometro a 40, 50, e fin presso ai 60 gradi di prima (risalirebbe a 60 giusto, se si potesse impedire af- fatto il dissipamento nell’aria, e lungo gl’isolatori non mai perfetti abba- stanza); a misura cioè che allontanandosi dall’altro piano deferente ritorna il disco a quella più angusta capacità, che gli compete quand’è solitario.

38. La ragione di un tale fenomeno si deduce facilmente dall’azione delle atmosfere elettriche. Quella del disco, che or suppongo elettrico per ec- cesso si fa sentire al tavolo, od altro qualsivoglia conduttore, a cui si af- faccia in guisa che il fuoco di questo, giusta le note leggi, ritirandosi si dirada nelle parti più vicine al disco sovrastante, e tanto più si dirada, quanto esso disco elettrico si va più accostando. Se l’elettricità di questo è per difetto, il fuoco del tavolo o piano inferiore qualunque sia, accorre e si addensa verso la superficie medesima, che guarda il disco, e che ne sente più davvicino l’azione. Insomma le parti immerse nella sfera di attività del disco contraggono un’elettricità contraria, elettricità che può dirsi accidentale, e che portando in certo modo un compenso a quella reale del disco mede- simo, ne diminuisce la tensione, come appunto ci dimostra l’abbassamento dell’elettrometro (prec.).

39. Due altre sperienze porranno in maggior lume questa azione reci- proca delle atmosfere elettriche, mercè di cui ora s’infievoliscono, ora si rinforzano mutuamente le tensioni ossia azioni elettriche di due corpi col solo avvicinarsi l’uno all’altro, ritenendo ciascuno nè più nè meno la sua dose di elettricità.

Cominciamo da quelle che si rinforzano. Queste sono le atmosfere omologhe. Siano pertanto due piani conduttori, due dischi, elettrizzati o per eccesso amendue, o amendue per difetto. Si affaccino questi, e si vadano gradata- mente avvicinando: vedrassi che influiscono l’uno sull’altro in modo, che la tensione elettrica s’accresce in amendue a proporzione del più grande avvici- namento, e della quantità di superficie che si presentano: ciò, dico, vedrassi dal maggiore innalzamento de’ rispettivi elettrometri, e dalla scintilla, che esplorando l’uno o l’altro di quei dischi scoccherà a maggior distanza, che se ciascuno fosse rimasto con tutta la sua elettricità solitario. In quello stato adunque di avvicinamento egli è chiaro, che ciascuno de due

In Op. Sc. ed Ant. Coll. « de' due ». [Nota della Comm.]

conduttori conjugati ha una minore capacità; giacchè a proporzione che sono già attuati a un più alto grado di elettricità, lor resta meno per giugnere al sommo, o a parlar più giusto, maggiore è la resistenza che oppongono ad un’ulteriore carica, conformemente a quanto osservato già abbiamo (33.) che la tensione esprime lo sforzo, onde un corpo tende a disfarsi dell’elettricità, e a comu- nicarla altrui. Così una boccia di Leyden carica a un grado un poco mag- giore di quello dei dischi solitari, la quale per conseguenza darebbe loro in tale stato, riceverà all'incontro da essi quando essendo conjugati vi pre- vale la tensione: ritornando questi solitari, cederanno un’altra volta alla boc- cetta, ec.

Or anche si comprende quello, che abbiamo fatto più sopra osservare (36.), onde sia cioè che un filo metallico ripiegato, o molte verghe poste allato e vicine le une alle altre, abbiano minore capacità che disposte l’une all’altre in una linea retta; perchè con superficie eguali un conduttore corto e grosso abbia meno capacità d’un lungo e sottile; perchè infine la capacità sia in ragione delle superficie libere, o meno attuate dall’influsso delle atmo- sfere omologhe.

40. Siano ora i medesimi dischi della sperienza precedente ambi elet- trizzati, ma uno per eccesso l’altro per difetto, ben si vede che ne seguiranno effetti contrarj: cioè l’influenza vicendevole delle atmosfere, per cui l’uno è attuato dall’altro, produrrà un compenso od equilibrio accidentale, onde dimi- nuirassi la tensione in amendue, cadrà l’elettrometro, ec. Allora io dico che trovasi accresciuta in ciascuno de due

In Op. Sc. ed Ant. Coll. « de’ due ». [Nota della Comm.].

dischi la capacità, inquantochè opporrà ciascuno minor resistenza ad un’ulteriore carica dell’elettricità che già possiede, e gliene rimarrà dippiù a prendere per giugnere a un dato grado di tensione. Così una boccetta di Leyden carica dell’istessa specie d’elettri- cità d’uno di questi dischi, e all’istesso grado ed anche al disotto, potrebbe tuttavia aggiungere all’elettricità di quello, quando, trovandosi conjugato, la sua tensione è indebolita dall’atmosfera elettrica contraria del disco compa- gno; ma rimosso quello da questo, e divenuta in lui la tensione prevalente, darebbe egli della sua elettricità alla boccetta, ec.

41. Non resta più ora che fare un’applicazione di quest’ultima spe- rienza a quelle riportate di sopra (38.), in cui il disco elettrizzato si affaccia a un piano conduttore non isolato. S’egli è vero, come supposto abbiamo che questo nella parte più vicina a detto disco elettrico, per l’azione della di lui atmosfera, si compone ad un’elettricità contraria, vale a dire che il fuoco ivi si dirada qualor l’incombente elettricità sia in più, o vi si con- densa qualor sia in meno (39.), dovrà dunque nascere l’istesso equilibrio ac- cidentale, l’istesso compenso, e alleviamento alla tensione elettrica del disco, lo stesso abbatimento dell’elettrometro, come appunto si osserva (38.): quindi l’accresciuta capacità di esso disco; quindi la maggior dose di elet- tricità che potrà ricevere (prec.) ecc.

42. La cosa è già bastantemente chiara, ma si renderà ancora più ma- nifesta, e toccherassi con mano, se si venga ad isolare il piano conduttore (supponiam che questo sia parimenti un disco metallico, che chiameremo disco inferiore) affacciato già al disco elettrico, e dopo si allontanino un dall’altro; giacchè allora compariranno realmente in esso piano o disco in- feriore i segni dell’elettricità contraria da esso lui acquistata allorchè non era isolato, e trovavasi immerso nell'atmosfera del disco superiore. Cotesto disco superiore poi, il quale intantochè si allontana, ricupera la tensione, che l’avvicinamento gli avea fatto perdere, la perderà di nuovo a misura che si accosterà un’altra volta al disco inferiore, e la farà perdere a lui mede- simo, in virtù dell’azione reciproca delle contrarie elettricità (41.) a indicare le quali vicende è opportuno che trovisi un elettrometro annesso a ciascuno de dischi

In Op. Sc. ed Ant. Coll. « de’ dischi ». [Nota della Comm.].

]; poichè il linguaggio dell’elettrometro è il più significante di tutti, e ardisco dire ch’esso solo vi da la spiegazione di tutti i fenomeni ri- portati in questo scritto, e d’infìniti altri analoghi.

43. Che se il disco inferiore si truovi isolato, al primo affacciarvi il disco superiore elettrizzato, e isolato rimanga tutto il tempo che questo vi sta sopra, in tal caso venendo attuato dalla di lui atmosfera, acquisterà quella che chiamo elettricità omologa accidentale, cioè una tensione od azione elettrica, con cui fa sforzo di conseguire l’elettricità contraria; il che non venendogli dato di effettuare, per l’isolamento in cui si truova, non potrà neppur compensare nel dovuto modo l’elettricità del disco incombente, nè quindi diminuire in lui la tensione notabilmente, dimodochè l’elettrometro appena farà cenno di abbassarsi (il quale picciolo abbassamento si deve a quel poco di fuoco, che per l’azione dell’atmosfera elettrica può muoversi nella spessezza del qualunque disco inferiore, o lungo i suoi sostegni isolanti non mai perfetti abbastanza); e per conseguenza non acquisterà il disco su- periore maggiore capacità, onde poter prendere maggior dose di elettricità. Ma bene l’acquisterà, se un momento si venga a toccare il disco inferiore, onde distruggere in esso l’elettricità accidentale omologa, che vuol dire fargli prendere la reale contraria.

44. Se il disco inferiore non che trovarsi isolato, sia egli medesimo iso- lante, succederà lo stesso, cioè non potrà diminuire la tensione elettrica nè quindi aumentare la capacità del disco superiore accostatogli comunque. Non così però se cotal disco isolante sarà semplicemente un sottile strato che copra un conduttore; mercecchè questo piano conduttore che trovasi poco sotto, e in cui può moversi liberamente il fuoco, farà esso il giuoco di compensare l’elettricità del disco superiore; e lo strato isolante interposto diminuirà soltanto l’azion mutua delle atmosfere elettriche, in ragione della maggior distanza che pone tra l’uno e l’altro conduttore.

45. La tensione ossia azione elettrica del disco, la quale, come abbiam veduto (38. 42.) va diminuendosi a misura ch’egli si affaccia più davvicino ad un piano deferente non isolato, è portata a un tale decadimento quando si arriva quasi al contatto, il compenso od equilibrio accidentale essendo al- lora quasi perfetto, che dove l’elettrometro era teso a 60, 80, 100 gradi, si vedrà or disceso a 1 grado solo, ed anche meno. Quindi se il piano o disco inferiore opponga solo una picciola resistenza al trapasso dell’elettricità, o per l’interposizione d’un sottile strato coibente, o per la natura sua propria d’imperfetto conduttore, qual è il marmo asciutto, il legno secco, ec. tale picciola resistenza congiunta a quella della distanza comunque picciolissima non potrà essere superata da tale debolissima tensione del disco elettrico; il quale perciò non iscaglierà scintilla al piano (salvo che forse dagli orli non ben ritondati, e nel caso che possieda una gran copia di elettricità); anzi con- serverà tutta o quasi tutta la sua elettricità, dimodochè rialzandolo, il suo elettrometro ascenderà quasi al grado di prima. Più: potrà il disco senza gran detrimento della sua elettricità giugnere fino al contatto del piano im- perfetto conduttore, e restarvi qualche tempo applicato: nel quale contatto la tensione elettrica trovandosi pressochè ridotta a nulla non ha forza di pas- sare dal disco al piano che combacia se non lentissimamente.

46. Non andrà però così la bisogna, se ripetendo l’esperienza s’inclini il disco, e si porti a toccare il medesimo piano in costa: allora sussistendo in quello maggior tensione di elettricità (come ci mostrerà il fedele elet- trometro), giacchè non vien bilanciata che corrispondentemente ai punti di superficie dell’uno che guardano davvicino la superficie dell’altro, cotal azione elettrica meno indebolita vincerà la piccola resistenza del marmo, o di qualsiasi altro imperfetto conduttore, e fino di un sottile strato coi- bente che trovisi interposto, cosicchè l’elettricità trasfonderassi realmente, e o s’affiggerà a cotesto strato coibente che copre il conduttore, o pas- serà entro a questo se è nudo fino a perdersi nel suolo

Questa spiegazione bene intesa ci conduce a render ragione in generale della virtù della punta. A parlar giusto una punta non isolata, presentata a un corpo elettrico non ha alcuna virtù propria per attirarne l'elettricità, ella si comporta semplicemente come un conduttore non isolato che non oppone resistenza al passaggio del fluido elettrico. Se il medesimo conduttore presenta al corpo elettrico invece della punta una palla, od una su- perficie piana, non oppone già egli per questo maggiore resistenza; onde è dunque che l’elet- tricità non vi si getta egualmente all’istessa distanza dal corpo elettrico? Ciò viene dal- l’indebolita tensione ossia azione elettrica di cotesto corpo in virtù della più larga super- ficie presentatagli da quel conduttore non isolato, la quale superficie componendosi ad una elettricità contraria, offre maggior compenso che una punta, come si è qui sopra spiegato. Adunque in luogo di dimandare perchè una punta tragga o getti sì da lungi l’elettricità, dovrebbesi domandare piuttosto perchè una palla o un piatto egualmente conduttore non lo faccino: allora io farò osservare che non è già un difetto di questa palla o di questo piano, come non è una virtù propria della punta che metta tale e tanta differenza; ma bene lo stato del corpo elettrico e della sua atmosfera (con cui intendo anche l’aria che lo circonda attuata ad una tensione di elettricità omologa) il qual decade dalla sua forte tensione a proporzione che s’immergono in detta sua atmosfera e si affacciano a lui più punti di un conduttore non isolato. Affievolita pertanto l’azione elettrica, è egli sorpren- dente che non possa più superare la resistenza di quel lungo strato d’aria interposta tra il corpo elettrico ed il conduttore, che supera agevolmente quando non presentandoglisi alla medesima distanza che una punta sottile, la tensione di esso corpo elettrico e dell’aria

Così in Op. SC. ed Ant. Coll., mentre in Phil. Tr. trovasi: « e dall’aria ». Si preferisce la lezione di Op. Sc. [Nota della Comm.].

infinitamente meno bilanciata, sussiste nel suo pieno vigore?

, e ciò in brevis- simo tempo: laddove vedemmo (praec.), che non ne passa nulla o quasi nulla in tempo assai più lungo, quando il contatto col medesimo piano è il più ampio possibile.
Il che ha l’aria di paradosso; ma pur si spiega così bene coi principj delle atmosfere elettriche.

47. Quello che sembra anche più paradosso, o almeno che sorprende di più, si è che neppure il contatto di un dito, o di un pezzo di metallo co- municanti col suolo, replicato più volte e continuato per alcuni secondi, valga a spogliare intieramente dell’elettricità il disco posato sull’amico piano; ma ve ne lasci sovente tanto da poter dare ancora una scintilla quando in seguito si leva esso disco in alto. Invero tal fenomeno sarebbe inespli- cabile anche nei nostri principj, se il dito o il metallo fossero perfetti con- duttori, a segno di non opporre la minima resistenza al passaggio del fluido elettrico, come si crede comunemente; ma la cosa non è così; e ce lo dimo- strano queste stesse sperienze. I metalli dunque non sono che conduttori meno imperfetti degl’altri corpi. Ma, dirassi, noi vediamo che si trasfonde da un capo all’altro di un metallo, e da un metallo all’altro l’elettricità in un'istante. Sia pure così di quell’elettricità che dispiega una forza sensi- bile a segno di tendere un elettrometro, o di attrarre un filo leggerissimo. Ma convien riflettere che al disotto di questo vi hanno da essere ancora altri gradi di elettricità impercettibili, i quali, dico io, non son valevoli a su- perare sì tosto quella qualunque piccola resistenza che pure oppor denno i migliori conduttori. Quando dunque un metallo tocca il disco elettrizzato che riposa sul suo piano, lo spoglia immantinente dell’elettricità fino al se- gno che la tensione diviene affatto insensibile, non però nulla, essendo ri- dotta supponiamo, a 1/50 di grado. Ma se sollevando il disco in alto la sua capacità si ristringa a segno che dispieghi una tensione elettrica 100 e più volte maggiore, questa salirà dunque a 2 gradi, ed oltre; con che sarà divenuta sensibile, finanche al punto di dare una scintilla.

48. Fin qui considerato abbiamo come l’azione delle atmosfere elet- triche debba modificare l’elettricità del disco nelle sue varie situazioni, al- lorchè gli è stata infusa prima di accostarlo al piano deferente. Ora ve- diamo che avvenir debba allorchè gli s’infonde stando già egli vicino o meglio applicato al detto piano. Quando ho detto dal bel principio (32.) che in tale stato egli ha molto maggiore capacità, e son venuto provandolo fin qui, ho detto e provato tutto: le applicazioni sono facili a farsi. Gioverà non pertanto esemplificare un’ esperienza. Mi si dia una boccia di Leyden, o un ampio conduttore elettrizzati a 1 sol grado di tensione, od anche meno. Se io farò toccare l’una o l’altro al mio disco posato, è chiaro che gli co- municheranno della loro elettricità a misura della sua capacità, tanto cioè quant’egli può riceverne per comporsi con essi ad una tensione ossia forza elettrica eguale, supponiamo di 1/2 grado. Ma la sua capacità or ch’ egli è non solamente conjugato ma combaciante il conduttore compagno, è 100 e più volte maggiore (46.) di quando si trova isolato solitariamente, ossia vi vuole per produrvi la data tensione 100 volte maggior dose di elettricità (33.), quindi appunto ne avrà preso 100 volte più, che non avrebbe potuto pren- derne stando isolato in aria. Quando dunque si leverà in alto a misura che al- lontanandosi dal caro piano si ridurrà alla naturale sua angusta capacità, la tensione elettrica dispiegherassi maggiore, e maggior sempre fino al ter- mine di 50 gradi (nel supposto caso che la tensione fosse di 1/2 grado stando il disco posato), quando cioè la sua atmosfera non facendosi più sentire al detto piano, sarà cessata ogni maniera di compenso, e tolto quell’equilibrio accidentale, che teneva la tensione così bassa (39. 42.). È inutile il dire, che calando di nuovo il disco verso il piano, si abbatterà di nuovo l’elettrometro, a misura che l’equilibrio accidentale si andrà ristabilendo; giacchè questo è il primo fenomeno che contemplato abbiamo (38.), e che ne ha condotti alla spiegazione di tutto il resto.

49. Soggiugnerò questo per ultimo schiarimento. Succede al disco che passa dallo stato d’isolamento solitario a quello di affacciarsi fin anche a combaciare un piano convenientemente preparato, o da questo all’altro stato, lo stesso che succede ad un conduttore compreso sotto angusta su- perficie, che si dispieghi in una assai più ampia, e vice versa (richiamiamo l’esempio della catena ammucchiata e poi distesa, o dei cilindri ch’entrano un nell’altro (35.)). Elettrizzato a un alto grado il conduttore quand’è avvolto e impicciolito, se dopo viene a distendersi od allungarsi, decade in lui la tensione a misura che l’elettricità, compartendosi a una più grande capacità, vien diradata. All’incontro elettrizzato debolmente quando è disteso e gode della sua maggiore capacità, se dopo si avvolge e rappicciolisce, va egli acqui- stando viemmaggior tensione a misura che l’elettricità si raccoglie e viene condensata in una capacità minore. Così appunto il nostro disco se venga elettrizzato quand’è solitario a una forte tensione questa anderà scemando a misura ch’egli si affacia ad un altro piano non isolato; all’incontro elet- trizzato debolissimamente quando è prossimo a questo piano o lo combacia, vedrassi crescere in lui insignemente la tensione a misura che si allontana da quel piano. Si può dunque dire che l’elettricità viene qui pure in certo modo condensata, non altrimenti che nell’addotto esempio del conduttore che s’impicciolisce: e quindi il nome di condensatore che ho dato al mio ap- parecchio. Certo se non può dirsi nel nostro caso condensata l’elettricità in minore spazio, giacchè e massa e volume rimangono i medesimi nel disco che adoperiamo, ella è però confinata in tal corpo di cui la capacità di gran- dissima che era è divenuta come che sia picciolissima.

50. Ora se una debole insensibile forza elettrica di una boccetta di Leyden o di un conduttore appena un poco carichi applicata al disco giacente può accumularvi tanto di elettricità, onde poi levato in alto dispieghi una forte tensione, vibri vivace scintilla, ec. che farà una carica forte della boccia o del conduttore applicatavi egualmente? Non farà gran cosa di più, per la ragione che tutta quell’elettricità ch’è superiore in forza alla piccola re- sistenza che oppone la superficie del piano (46.), fia persa, trapassando in esso (47.). Ad ogni modo se questo piano essendo convenientemente pre- parato (11. 12. 22.), tale resistenza sia discreta, il disco non se ne staccherà senza vibrare d’attorno dagli orli comunque ritondati fiocchi di luce, per la strabocchevole copia di elettricità, di cui si troverà carico: e a tanto non sarà neppur necessario che la boccetta che s’impiega a dargliela abbia assai forte carica, bastando una mediocre, e meno che mediocre, tale che appena giunga a dar scintilla.

51. Da tutto il fin qui detto s’intende facilmente, che se il disco po- sato può prendere buona dose di elettricità da una boccia di Leyden

Nella mia memoria sulla capacità de’ conduttori semplici dimostro la grandissima capacità che ha una boccia di Leyden comparativamente alla sua mole, appunto perchè l’elettricità che s’infonde ad una superficie truova un gran compenso nell’elettricità con- traria che prende la superficie opposta, ciò che produce la solita diminuzione di tensione, ec. Vi fo vedere come 16 pollici quadrati di superficie armata hanno una capacità eguale a un conduttore di verghe inargentate lungo presso a 100 piedi, il quale ne ha una grandis- sima, tal che le sue scintille producono la vera commozione in un grado abbastanza forte. Ivi anche accenno come tutti i fenomeni della carica e della scarica degli strati isolanti, dell’elettroforo, delle punte ec. possono dipendere dall’istessa azione delle atmosfere elet- triche, combinata, per ciò che appartiene agli strati isolanti, con una certa non molto grande resistenza che prova l’elettricità ad affiggersi alla superficie di questi egualmente che a sortirne, e con quella incomparabilmente più grande e può dirsi insuperabile che la im- pedisce di diffondersi attraversandone la spessezza. Intorno a che fin dal tempo in cui pub- blicai la descrizione, e le principali sperienze del mio elettroforo, che fu nel 1775 (vegg. la Scelta d’0pusc. interes. di quell’anno) io avea promesso di esporre tutte le mie idee in un trattato che avrebbe per titolo: dell’azione delle atmosfere elettriche, e de’ fenomeni che ne derivano negli strati isolanti.

, o da un ampio conduttore, comechè debolissimamente animati, non lo può in alcun modo da un conduttore poco capace (e come darebbe questi ciò che non ha?) a meno che non si continui d’altra parte ad infondere a lui mede- simo quella qualunque debole elettricità, a meno che la sorgente non con- tinui per qualche tempo: il che ha luogo per esempio nel conduttore atmo- sferico che bee l’elettricità insensibile dell’aria, e in quello malissimo isolato d’una macchina ordinaria, il di cui giuoco vi mantiene una sì debole ten- sione di elettricità, che in niun modo appara. In ambi questi casi abbiamo osservato infatti (4. 25.) che vi vuol del tempo prima che il disco possa rac- corre una dose sufficiente di elettricità.

52. Come un ampio conduttore trasmette la massima parte della sua elettricità al nostro disco, il quale quantunque assai più picciolo, gode però in grazia della sua vantaggiosa posizione, in grazia di quell’equilibrio ac- cidentale a cui si compone col piano, d’una capacità molto più grande di quella che gli compete in istato solitario; e come levando in seguito esso disco in alto, con che tolto ogni epuilibrio o compenso, vien ristretto alla naturale sua angusta capacità, quella stessa dose di elettricità presa al gran conduttore, e che appunto per esser egli sì grande vi producea si debole ten- sione, or ne produce una tanto più grande in cotesto disco; nell’istessa ma- niera, e per l’egual ragione l’elettricità aumenterà una seconda volta di ten- sione facendola passare dal disco già sollevato ad un altro giacente molto più piccolo, da innalzarsi quindi similmente.

Il Sig. CAVALLO, a cui dietro le altre mie sperienze, suggerì quest’ar- tificio, ha fatto tal picciolo disco d’una laminetta non più grande d’uno scillino. E certo questo secondo condensatore dell’elettricità è utile in molti casi in cui l’elettricità non è sensibile ancora o dubbia col primo: come ce ne hanno assicurato varie prove che facemmo insieme. Talora l’ordinario disco toccato dal corpo, di cui si dubitava se avesse o no un principio di elettricità, non movea ancora l’elettrometro sensibilissimo dell’istesso Sig. CAVALLO; ma toccato con quel disco l’altro picciolino, questo facea divergere sensibilmente le pallottoline dell’elettrometro. Eppure qualche volta anche con questo non si otteneva nulla, o un’ombra solamente di elet- tricità. Or se noi supponiamo la tensione elettrica accresciuta a 1000 volte tanto per l’intervento dei due condensatori, il che non è troppo, quanto mai debole esser dovea originariamente nel corpo esaminato? Quando debole p. e. quella che si eccita in un metallo strofinandolo colla mano nuda, giacchè communicata al primo, e da questo al secondo picciolo disco, e finalmente all’elettrometro, le palle appena fan cenno di scostarsi? Ma basta che fac- ciano tanto per essere noi convinti, che l’elettricità non è nulla, e che il metallo l’ha originariamente contratta per lo stropicciamento della mano. Quanto mai eravam lontani da una simile scoperta pochi anni addietro prima del nostro condensatore, e dell’elettrometro così sensibile del Sig. CA- VALLO. Quanti gradi di elettricità noi scopriamo adesso al disotto del più picciolo d’allora?

APPENDICE

Ho detto al § 28. che mi è riuscito finalmente di ottenere segni di- stintissimi di elettricità e dalla semplice evaporazione dell’acqua, e da varie effervescenze chimiche. Essendo questo un fatto non meno interes- sante che nuovo, stimo non inopportuno di far qui il racconto fedele delle sperienze. Le prime dunque, come ivi accenno, sono state fatte a Parigi in compagnia di due fisici illuminati e membri dell’Acc. R. delle Scienze. Furono questi il Sig. LAVOISIER, e il Sig. DE LA PLACE. Eglino concepiron meco la speranza di un felice riuscimento quando ebbi loro mostrato gli effetti del mio condensatore, e spiegata la ragione dei fenomeni: conse- guentemente il Sig. LAVOISIER ne ordinò un grande col piano di marmo bianco. I primi tentativi da me fatti con questo in compagnia del Sig. DE LA PLACE sull’evaporazione dell’acqua e dell’etere non furono coronati dal successo; ma il tempo era cattivo, la stanza troppo picciola e ingombrata di vapori, e l’apparato non troppo ben in ordine. All'incontro quelli che ri- peterono l’istesso Sig. DE LA PLACE e Sig. LAVOISIER ad una campagna di quest’ultimo ebbero buon riuscimento. La qual cosa c’invogliò a ripetere e moltiplicar le sperienze, e il successo fu completo, avendo ottenuto segni chiarissimi di elettricità dall’evaporazione dell’acqua, dalla semplice com- bustione dei carboni, e dall’effervescenza delle limature di ferro nell’acido vitriolico diluto. Ciò avvenne il giorno 13 Aprile e la maniera di far l’espe- rienza fu questa: si isolò in un aperto giardino una gran lastra di metallo, alla quale era attaccato un lungo filo di ferro che veniva a terminare in con- tatto dello scudo o disco posato sul piano di marmo, e questo tenevasi continuamente asciutto e caldo da alquanti carboni sottoposti. Ciò fatto posimo su la detta lastra isolata alcuni scaldini ripieni di carboni mezzo accesi, e lasciammo che la combustione ajutata da un gentil vento che spi- rava andasse rinforzandosi per alcuni minuti: allora rimovendo lo scudo dal contatto del filo metallico e quindi da quello del marmo con alzarlo al consueto modo, vi comparvero i segni aspettati di elettricità, mentre acco- stato al nuovo elettrometro del Sig. CAVALLO, fece che s’aprissero i due fili colle pallottoline: esaminata questa elettricità si trovò essere negativa. Si ripetè l’esperienza ponendo sulla lastra isolata invece dei scaldini quattro vasi con entro limatura di ferro e acqua, quindi versando in tutti quattro a un tempo abbastanza d’olio di vitriolo per far sorgere una furiosa effer- vescenza: quando il più forte bollore cominciava a cadere, allora fu che esplorato lo scudo non che movere i fili dell’elettrometro a qualche distanza, ci diede una sensibile scintilla. Anche qui l’elettricità si riconobbe essere negativa. Quanto furon vivi e distinti i segni elettrici con tal prova dell’ef- fervescenza, altrettanto deboli ed equivoci riuscirono questa volta coll’eva- porazione dell’acqua eccitata or con mettere delle casserole con entro acqua a bollire sopra i scaldini portati come qui innanzi dalla lastra isolata, ora con versar l’acqua in coteste casserole previamente ben riscaldate.

Pochi giorni dopo ripetemmo le sperienze in una grande stanza esten- dendole alle altre effervescenze che producono l’aria fissa, e l’aria nitrosa, con buon successo: l’evaporazione sola dell’acqua produsse segni debolis- simi talchè ebbimo pena a determinare di quale specie fosse l’elettricità; anzi di tre volte, due ci parve che fosse positiva; ma v’è luogo a credere, ed io giudico certamente, che sia stato un errore.

Ancor passati alcuni giorni si ritornò alle sperienze essendo di com- pagnia anche il Sig. LE ROY membro esso pure dell’Accademia R.; ma nè la combustione, nè l’evaporazione dell’acqua non ci dieder segni sensibili: di che accagionammo l’esser l’aria umidissima per il tempo piovoso che fa- ceva. Pur ne ottenemmo colla generazione dell’aria infiammabile nel mo- mento della più viva effervescenza: e se l’elettricità non fu questa volta così forte da scintillare, lo fu abbastanza perchè ne distinguessimo chiarissi- mamente la specie, che era negativa.

Prima di lasciar Parigi (che fu il 23 Aprile) volendo io mostrare qualche sperienza di questo genere ad un amatore di elettricità e valente macchi- nista, il Sig. BILLAUM, una volta che mi trovai nel suo laboratorio, presi una giara di vetro, e sospesala a un cordoncino di seta vi misi i materiali per la produzione dell’aria infiammabile: avea fatto entrare nella giara me- desima un filo di ferro in modo che toccasse la limatura e l’altro suo capo sporgente venisse a comunicare coll’elettrometro sensibilissimo del Sig. CA- VALLO. Quando l’effervescenza fu salita al sommo e la spuma sormontava i labbri del vaso, le palle, scostandosi, dieder segno di elettricità; nè questa fu così debole, che non potesse conoscersi esser negativa.

Le sperienze coll’evaporazione dell’acqua, che non avean troppo bene corrisposto a Parigi, ebbero molto miglior successo a Londra, quando mi suggerì l’espediente di gettare dell’acqua sopra i carboni accesi ch’erano in un scaldino isolato. L’effumazione rapida che succede non manca mai di elettrizzare lo scaldino negativamente, il quale dà segni abbastanza sensibili col solo elettrometro, e col condensatore, se è ben preparato, arriva a produr scintille. Si trovarono presenti la prima volta a queste sperienze in casa del Sig. BENNET grand’amatore di elettricità, il Sig. CAVALLO e il Sig. KIR- WAN membri della S. R. e il Sig. WALKER lettore di fisica. Ci servimmo per apparecchio condensatore d’un picciolo scudo d’elettroforo, e d’un piat- tello di legno, che si trovò al giusto punto semicoibente, il che è raro quando il legno non è inverniciato.

Un’altra volta in casa del Sig. CAVALLO riuscì l’esperienza isolando un picciolo crogiuolo con entro due o tre carboni accesi e quindi versandovi un cucchiajo d’acqua: un filo di ferro che toccava i carboni, ed estendevasi fino all’elettrometro, vi portò sensibile elettricità e sempre negativa.

Queste sono le sperienze, che fino ad ora ho avuto occasione di fare

In Op. Sc. ed in Ant. Coll., con richiamo a questo punto, appare la seguente nota « Cioè fino al Maggio del 1782. Dopo tal tempo le ho replicate moltissime volte sempre con egual successo e molte persone le hanno vedute ». [Nota della Comm.].

; intorno alle quali non debbo tralasciar di dire, che sebbene non avessimo sempre bisogno dell’apparecchio condensatore (il quale, se non è benissimo in ordine, a nulla serve, e può nuocere anzichè giovare) per aver segni non dubbi, il solo elettrometro sensibilissimo del Sig. CAVALLO avendoci ba- stato più volte; convien però confessare che si fu quell’apparecchio che ci mise sulla via di tali sperienze, e che col mezzo suo solamente potemmo ottenere segni di una certa forza, e fin la scintilla elettrica. Io non dubito che essendo ora rese così facili tali sperienze, non siano per essere e ripe- tute e promosse. Il campo è solamente aperto, e molto resta ancora a fare. Se i corpi risolvendosi in vapori o in un fluido elastico si caricano di fuoco elettrico a spese degl’altri corpi, e gli elettrizzano per conseguenza negati- vamente, venendo in seguito i vapori medesimi a condensarsi, non cerche- ranno essi di deporre questo carico, e non produrranno conseguentemente segni di elettricità positiva? Ecco ciò che merita singolarmente d’essere ve- rificato coll’esperienza. Io ho già immaginato diversi modi di tentare la cosa che metterò alla prova tosto che ne abbia il commodo. Intanto mi sia qui permesso di dar corso per un momento all’idee che volgo in mente intorno all’elettricità: atmosferica.

Le sperienze fatte fin quì, e che abbiamo riferite, benchè non sian molte, tutte però concorrono a mostrarci che i vapori dell’acqua, e general- mente le parti d’ogni corpo, che si staccano volatilizzandosi, portano via seco una quantità di fluido elettrico a spese dei corpi fissi che rimangono, elettrizzandoli con ciò negativamente, non altrimenti che ne portan via una quantità di fuoco elementare, con ciò raffreddandoli. Quindi volli inferire che i corpi risolvendosi in vapori, o prendendo l’abito aereo, acquistino una maggiore capacità rispetto al fluido elettrico, giusto come l’acquistano maggiore rispetto al fuoco comune o fluido calorifico. Chi non sarà colpito da così bella analogia, per cui l’elettricità porta del lume alla novella dot- trina del calore, e ne riceve a vicenda? Parlo della dottrina del calor la- tente o specifico, come si vuol chiamare, di cui BLACK e WILKE colle stu- pende loro scoperte han gettato i semi, e che è stata ultimamente tanto promossa dal D.r CRAWFORD dietro le sperienze del D.r IRWINE.

Seguendo questa analogia siccome i vapori allorchè si condensano e ritornano in acqua, e conseguentemente alla primiera più angusta capacità, perdono il lor calore latente, ossia depongono il di più di fuoco che si avevano appropriato volatilizzandosi; così pure daran fuori il fluido elettrico dive- nuto ora ridondante. Ed ecco come nasce l’elettricità di eccesso, che domina sempre più o meno nell’aria anche serena, a quell’altezza che i vapori co- minciano a condensarsi; la quale è più sensibile nelle nebbie, ove quelli si condensano maggiormente, e già si figurano in goccie; e infino fortissima lad- dove le folte nebbie si agglomerano in nubi. Fin quì l’elettricità dell’atmo- sfera sarà sempre positiva. Ma formata che sia una nube potentemente elet- trica in più, ella avrà una sfera di attività intorno ad essa, nella quale se avviene ch’entri un’altra nube, allora giusta le note leggi delle atmosfere, gran parte del fluido elettrico di questa seconda nube si ritirerà verso l’estre- mità più lontana dalla prima, e potrà anche sortirne ove incontri o altra nube, o vapori, o prominenze terrestri che lo possan ricevere: ed ecco una nube elettrizzata negativamente, la quale potrà a sua posta occasionare col- l’influsso della propria atmosfera l’elettricità positiva in una terza, ec. di questa maniera s’intende benissimo come si possano avere sovente ne’ con- duttori atmosferici segni di elettricità negativa a cielo più che coperto; e come ne’ temporali specialmente, ove molte nubi si veggono pensili, e stac- cate vergere al basso, e or ondeggiare per qualche tempo, ora scorrere le une sotto le altre, or trasportarsi rapidamente, l’elettricità cambj più volte, e spesso a un tratto da positiva in negativa, e vice-versa.

Or anche non fia più stupore che le eruzioni de’ vulcani, siano state sovente accompagnate da fulmini: in ispecie quella

Così in Op. Sc. ed Ant. Coll., mentre in Phil. Tr. trovasi: « . . . accompagnate da fulmini in ispecie. Quella... ». Si preferisce a quest’ultima lezione, quella adottata in. Op. Sc. [Nota della Commissione].

strepitosissima del Vesuvio dell’anno 1779, in cui infinite saette si son vedute guizzare entro gl’immensi globi di fumo eruttati. Le poche sperienze fatte mi han dato a vedere che la quantità di elettricità prodotta dalle effumazioni, dipenda molto e dalla copia dei fumi che s’alzano e singolarmente dalla rapidità. Or quale e quanta non dee essere l’elettricità in simili eruzioni?