DEL MODO DI RENDERE SENSIBILE
LA PIÙ DEBOLE ELETTRICITÀ
SIA NATURALE, SIA ARTIFICIALE
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1. Un apparecchio, che portando a uno straordinario ingrandimento
segni elettrici fa sì, che osservabile divenga e cospicua quella virtù, che
altrimenti per l’estrema sua debolezza sfuggirebbe i nostri sensi, ognun com-
prende di quale e quanto vantaggio sia per riuscire nelle ricerche sull’elettri-
cità, e massime intorno alla naturale atmosferica, la quale, come sappiamo,
non in ogni tempo, anzi assai di rado, allora solamente cioè che il cielo è
ingombro di nuvoloni scuri e tempestosi, avviene che ci si renda sensibile
ne’ conduttori ordinari non molto elevati, e appena è che in altri tempi ne
mostri qualche indizio in quelli elevatissimi, o ne’
l’altezza di più centinaja di braccia. Or un tale apparecchio, mercè di cui un
conduttore atmosferico, anche di non grande elevazione, vi dia segni ad
ogn’ora e in ogni costituzione di tempo, molto chiari e distinti di quel qual-
sisia picciolo elettrizzamento che in lui induce l’atmosfera, ecco io ve lo
presento nel mio elettroforo: in quella semplice macchina, che è ormai nelle
mani di tutti, e che se altro pregio pur non avesse verrebbe abbastanza
raccomandata agli Elettricisti per questo che lor offre facile mezzo di spiare
la più languida e impercettibile elettricità sì naturale che artificiale, con
tirarla sopra di sè
grave.
per singolar maniera i segni.
2. In vero ogni volta che questi mancano nell’ordinario modo di spe-
rimentare, e nè scintilla scorgesi nè cenno benchè minimo di attraimento,
il dire che pur vi sia elettricità, fora un’asserzione gratuita, anzi un giu-
dicare contro ogni apparenza. Malgrado questo non possiamo neppur dire
accertatamente che punto non ve n’abbia: e il concluderlo da ciò solo che
niun segno per anco ci si mostra, è un precipitare il giudizio; imperocchè
chi ci assicura che qualche elettricità ivi non si trovi realmente, ma così
Or questo è che
c’importa in molti casi di sapere, specialmente quando si tratta di elettri-
cità naturale. Un conduttore atmosferico poco elevato non dà ordinaria-
mente segni, come già si è detto, che quando gli sovrasta oscuro nembo: a
cielo coperto d’alte nubi sparse o distese equabilmente, quando l’aria è in-
gombrata da nebbie, in tempo di pioggia placida ed anche dirotta, tranne
qualche rovescio improvviso, raro è che scorger vi si possa alcun indizio di
elettricità, o nulla mai a ciel serenoStando per-
tanto alle apparenze, e al giudizio di un elettroscopio comune, anche de’ più
sensibili, direbbesi che il conduttore non è elettrizzato punto, e che per
conseguenza non domina elettricità di sorta ne’ campi dell’aria poco alti
ove quel conduttore porta la testa. Eppure non è così: un altro elettroscopio
di gran lunga migliore qual veramente può dirsi il nostro apparecchio, giac-
chè ne adempie con tanto vantaggio le funzioni, ci fa vedere che da qualche
elettricità è pur sempre investito quel conduttore, avvegnachè ne si mostri
di per sè affatto inerte: ci fa, dico, vedere e toccar con mano ch’egli non
ne è mai privo affatto; onde convien giudicare in egual modo che non ne
è mai priva l’aria che lo circonda. Ed ecco come restiamo convinti che anche
alla più bassa regione dell’atmosfera, e fino a pochi piedi da terra s’estende
l’azione costante e perenne dell’elettricità naturale. Cotal elettricità seb-
bene insensibile rimanga finchè da quel tratto d’atmosfera si comunica sol-
tanto al detto conduttore; ove poi per mezzo di lui si comunichi insieme-
mente all’elettroforo nostro, si raccorà entro a questo più facilmente, e
in maggior copiaCome ciò segua si spiegherà nella 2
segni di attrazione e di repulsione sensibili abbastanza per dinotarci senza
equivoco non che l’esistenza, la specie ancora dell’elettricità, cioè se
tivaChe più? non mancherà talora di comparire perfino qualche
scintilluzza. Ogniqualvolta poi il conduttore desse già di per se qualche
segno, movendo alcun poco un leggier filo, aspettatevi pure col' soccorso
del’ nostro apparecchio, scintille pungenti, e ogn’altro segno vigorosissimo.
3. Ma veniamo senza più al modo di far servire all’intento cotal ap-
parecchio, a cui in questo caso meglio che il nome che altronde porta di
elettroforo, l’altro già indicato di
elettroscopioMa io amo meglio di chiamarlo
tore
a un tempo la ragione e il modo de’ fenomeni di cui si tratta, come ve-
drassi nella 2Tutto dunque si riduce a queste
poche operazioni.
(A) Convien prendere un piatto d’elettroforo, che abbia l’incrostatura
di resina assai sottile, e a cui o non sia stata dianzi impressa alcuna elettri-
cità, o se mai vi è stata, vi si sia spenta affatto.
(B) A questa faccia resinosa immune da ogni elettricità si soprap-
ponga convenientemente il suo scudo (così io chiamo la lamina superiore del-
l’elettroforo): voglio dire le si applichi a combaciamento, e si collochi nel
bel mezzo in modo, che non tocchi in alcun punto l’orlo metallico del piatto,
ma rimanga isolato.
(C) Così congiunti essendo si adattino sotto al filo conduttore del-
l’elettricità atmosferica in guisa, che lo scudo venga toccato dove che sia dal
detto filo, egli solo lo scudo, e in niun modo il piatto.
(D) In questa situazione si lascino le cose per un certo tempo, finchè
lo scudo possa aver raccolta competente dose di quell’elettricità, che dal filo
conduttore gli s’istilla lentissimamente.
(E) Da ultimo sottraggasi al contatto e influsso del filo conduttore
lo scudo tuttavia unito al suo piatto; indi si disgiunga anche da questo, le-
vandolo in alto al consueto modo per il suo manico isolante: e allora sarà
che se ne otterranno gli aspettati segni cospicui di attrazione, di ripulsione,
e di qualche scintilla eziandio, di pennoncelli ec. nel tempo che il conduttore
di per sè non giugna a mostrar nulla, o appena un’ombra di elettricità.
4. Ho detto (prec. D) che il filo conduttore debbe toccare lo scudo per
un certo tempo. Quanto però non è facile il determinarlo, dipendendo dalle
circostanze. Talora vi abbisogneranno 8. 10. e più minuti; quando cioè il
conduttore da per sè solo non fà vedere il minimo segno di elettricità: altre
volte più poco. Che se un debole indizio pur vi comparisse, tantochè un leg-
gier filo facesse cenno d’esserne
tatto di esso conduttore il nostro scudo sol pochi secondi, per abilitar questo
a dar segni molto vivaci.
5. Una cosa si vuol osservare rispetto al filo conduttore medesimo, ed è
ch’egli sia ben continuo, o se è possibile d’un pezzo solo dall’alto fino al basso,
dove viene a comunicare collo scudo: cioè si dee evitare assolutamente
ogni interruzione, e il più che si può ancora le semplici giunture ad anello
od uncino, per la ragione che ciascuna di tali giunture portando un qualche
impedimento al passagio (
trae il conduttore in alto, s’arresti, nè giunga al luogo desiderato, cioè fino
allo scudo. Così succederà diffatti ogni qualvolta l’elettricità è debolis-
sima, se in luogo d’un filo metallico continuo, una catena di più anelli da
quello pendente venga a toccare cotesto scudo. Non si creda per questo che
una sola giuntura o due possano egualmente impedire la riuscita; ma ne
bole, potrebbe sì per l’indicato difetto mancare del tutto l’esperimento.
6. Riguardo all’elettroforo da adoperarsi altre osservazioni rimangono,
di cui ora mi convien parlare. E la prima accennata sopra al § 3. (lett. A)
si è che lo strato resinoso importa molto che sia sottile, avendo io sempre
provato che quanto più lo è tanto maggior dose di elettricità permette,
anzi fa che si raccolga entro allo scudo cui porta indosso, di quell’elet-
tricità, dico che gli s’infonde o dall’atmosfera per mezzo del filo conduttore,
o da qualsivoglia altra potenza elettrica. Se fosse pertanto stesa la resina
alla spessezza d’un quarto di linea, o non maggiore di una mano di vernice,
riuscirebber le prove ottimamente; siccome all’incontro essendo grossa un
pollice o più, andrebber le cose malissimo.
7. In secondo luogo la superficie di essa resina debb’essere quanto si
può piana e liscia, e plana e liscia similmente l’inferior faccia dello scudo,
sicchè vengano a combaciarsi bene (ivi lett. B). È noto quanto un miglior
combaciamento favorisca gli effetti dell’elettroforo; ond’ebbi ben ragione
di raccomandar questa come una delle principali condizioni nella descrizione
che pubblicai a suo tempo di questa machinaSi truova questa descrizione in un colle principali esperienze, e un piccol saggio di
spiegazione, in due memorie indirizzate in forma di lettera al Dr. PRIESTLEY, e pubblicate
in un’opera periodica di Milano intitolate
Voll. IX e X nei quali sono pubblicate le descrizioni delle richiamate esperienzeMa è ancor più grande
l’influenza, che l’ampio e perfetto contatto ha sopra l’istesso apparecchio, al-
lorchè il medesimo agisce in qualità di condensatore.
8. Da ultimo merita particolar attenzione quanto alla già citata lett.
A
si è prescritto, che alla faccia resinosa, cui si applica lo scudo, non dee es-
sere impressa alcuna elettricità. La ragione per cui vuolsi che ne sia affatto
priva ella è, che altrimenti i segni dello scudo, allorchè s’alza, diverrebbero
equivoci, non essendo più la sola elettricità trasfusa in esso scudo dal con-
duttore atmosferico quella che giuoca, ma insieme anche l’altra occasionata
dall’elettricità impressa ed inerente alla faccia resinosa: quando a noi im-
porta di esplorare la sola sopraveniente al detto scudo.
Se dunque la faccia resinosa del piatto, di cui volete servirvi, è rimasta
sempre intatta, va bene. Ma se è stata già eccitata, e vi si mantiene tut-
tavia parte dell’impressa elettricità, egli convien fare di tutto per ispe-
gnarla; ciò che non è si agevol cosa. Il passarvi sopra un panno alquanto
umido, applicandolo ben bene a tutta la superficie, è un de’ mezzi più effi-
caci ch’io mai abbia trovatoVegg. l'accennata descrizione dell'elettroforoQuesta nota manca in Ant. Coll. [Nota della Comm.].
attragga sensibilmente un filo. Lo stesso succede non di raro anche dopo
aver tuffato tutto il piatto nell’acqua, lasciatovelo un pezzo, e quindi fat-
tolo rasciugaro all’aria. Lo squagliare la superficie della resina al fuoco o
al sole, è forse il più sicuro spediente per farne svanire tutta quanta l’elet-
tricità, sicchè non ne rimanga pur ombra o vestigio nella stessa resina, ras-
sodata che siaÈ stato creduto per molto tempo che il calore, e molto più la liquefazione del solfo
e delle resine, bastasse senz’altro ad eccitarvi l'elettricità. Ma tranne la tormalina, ed al-
cune altre pietre, che sì veramente concepiscono l’elettricità pel solo calore, le resine e il solfo
non è mai che lo facciano, se loro non sopravvenga qualche stropicciamento, o tocco al-
meno d’altro corpo. L’errore è nato, come ha avvertito il Prof. BECCARIA con altri, da che
ogni legger tocco della mano, o di checchè altro può bastare in tali circostanze favorevoli.
Senza questo la materia fusa abbandonata a se stessa nel rapprendersi e dopo, tanto è lungi
che contragga alcuna elettricità, che anzi perde quella qualunque che per sorte aver po-
tesse prima della fusione, come le nostre sperienze ci assicurano. Nè fia maraviglia: giac-
chè tutti i corpi coibenti per un forte grado di calore divengono conduttori; e i corpi re-
sinosi in ispecie lo sono già quando si trovan molto rammolliti, e più allorchè cominciano
ad entrare in fusione.Una maniera più spedita è di far passare sopra tutta la
faccia della resina la fiamma di una candela, o d’un foglio di carta acceso.
A qualunque però di tai mezzi uno si appigli, per accertarsi che l’elettricità
sia spenta a segno che più non possa aver parte alcuna l’azione propria
dell’elettroforo agli effetti che risultar debbono unicamente dall’elettricità
infusa allo scudo dal conduttore atmosferico, converrà far prima la prova
se posato esso scudo sulla faccia resinosa, toccato col dito, e rialzato al con-
sueto modo, non mova neppure un sottilissimo pelo: allora non producendo
alcun effetto in qualità d’elettroforo, servirà ottimamente all’altr' uso, cui
vien destinato, di condensatore dell’elettricità.
9. Se mi si dimandasse ora a qual grado giunga nel descritto apparec-
chio cotal condensazione dell'elettricità, cioè a quanto maggior forza sorger
possano i segni elettrici nello scudo quando s’alza, risponderei che non è
facile il determinarlo, dipendendo da molte circostanze. Che però, le altre
cose pari, l’aumento è maggiore in ragione che il corpo che fornisce l’elet-
tricità allo scudo si truova avere maggiore capacità; ed è più grande in pro-
porzione che la forza elettrica impiegata è più debole. Così vedemmo già
che se il conduttore atmosferico non ha la forza di alzare d’un grado il pen-
dolino dell’elettrometro, movendo appena un sottil pelo, ed anche meno di
questo, potrà tuttavia abilitare lo scudo non che a vibrar l’elettrometro a più
gradi alto, ma a scagliare pur anche vivace scintilla (§ 2. e seg.). Ma se
l’elettricità nel conduttore atmosferico sarà più forte a segno di dare qualche
scintilletta, di mandare l’elettrometro a 5. o, 6 gradi, lo scudo che riceverà
metro vibrerassi al più alto punto es. gr. a 100. 120 gradi. Ad ogni modo
è visibile che la condensazione dell’elettricità nè in questo è minore che nel
p.
che al di là del massimo non si può andare, cioè di quel grado a cui giunta
l’elettricità si dissipa da se stessa aprendosi il passagio per tutto. Dunque
a misura che la potenza elettrica, la quale si applica allo scudo posato, è più
vicina a tal sommo grado, minor accrescimento può ricevere dall’apparecchio
condensatore. Ma che bisogno abbiamo noi allora di lui, e tutte le volte che
l’elettricità è già sensibile e forte abbastanza?
L’uso a cui vien destinato è di sottrarre, e raccolta sopra di se suffi-
ciente dose render sensibile quella, che è languida affatto e impercettibile,
finchè rimane nel gran conduttore in pace (1.).
[
10. Quando dunque il conduttore vi dà già da se solo segni abbastanza
distinti di elettricità, non accade ricorrere all’altro apparecchio. Dirò dippiù
che il farlo può produrre un grande inconveniente, ed è, che per poco che
l’elettricità del conduttore sia vigorosa, a segno di dare qualche scintilla,
avviene allora che facendogli toccare lo scudo, l’elettricità non si arresti in
lui solo, ma che passi in parte ad imprimersi alla faccia resinosa cui copre;
onde in seguito l’apparecchio prenda a fare le funzioni di vero elettroforo:
ciò che per le ragioni già dette (8.) si dee con ogni studio evitare.
11. Per prevenire un tal inconveniente ho pensato di surrogare al
piatto incrostato di resina, un piano che non fosse vero e perfetto isolante,
assolutamente impermeabile al fluido elettrico; ma tale solamente che op-
ponesse una discreta resistenza al suo passaggio, come una lastra di marmo
asciutta e politissima, un piattello di legno similmente asciutto ed arido,
oppure incrostato di gesso, o meglio ancora inverniciato, una tela incerata
secca e monda, od altro simile. Alla superficie di tali corpi non avverrà
d’ordinario che s’affigga l’elettricità potendo appiccata che sia scorrere e
trapassare per entro ad essi; o se pur talvolta ve ne rimanesse un pocolino,
quasi stagnante, sia questa passaggiera, in brevi momenti svanita. Quindi
è che un tal apparecchio inatto alle funzioni d’elettroforo non ce ne darà
i fenomeni; ma per questo appunto meglio servirà all’ altr' uso di conden-
satore.
12. Sostituendo così allo strato resinoso o a qualsivoglia altro coibente
perfetto un piano o strato che sia mezzo tra coibente e deferente, cioè un
corpo isolante molto imperfetto e insieme imperfettissimo conduttore, quali
sono nelle divisate circostanze gl’indicati corpi (§ prec.), non solamente si
restar aderente alla superficie del piatto, la quale renderebbe equivoche le
sperienze delicate; ma inoltre un notabile vantaggio da noi si ottiene, ed
è che lo scudo posato su tai piani non affatto isolanti cava dal conduttore,
e si tira addosso maggior dose di elettricità, che se posato fosse sopra uno
strato resinoso, od altro perfetto coibente. E come detto già abbiamo (6.)
che uno strato resinoso quanto è men grosso, tanto più abilita la lamina
che gli è sovrapposta ad arricchirsi di elettricità; così tale strato ridotto ad
una semplice vernice, o intonaco di cera, l’una e l’altra già men coibente
della resina, e infine ridotto a niente, sostituendovi soltanto una superficie
poco deferente, come quella del marmo o del legno arido, somministra alla
lamina metallica la più favorevole positura che mai aver possa per racco-
gliere nel suo seno abbondante elettricità.
13. Guardiamoci però nel voler ischivare il troppo di coibenza di dare
nel poco, accostandoci ai deferenti perfetti, o quasi perfetti. Non bisogna
perder di vista, che la superficie del piatto dee opporre una discreta resi-
stenza al trapasso del fluido elettrico, per rattenere una competente dose di
elettricità nello scudo addossatole (11.). Ma basta che ciò faccia per un
qualche picciolissimo tempo; d’uopo essendo non rare volte di tenervi con-
finata l’elettricità otto, dieci, e più minuti, quanti cioè ne impiega il condut-
tore atmosferico a raccoglier dall’aria, ed infondere in esso scudo tal copia
di elettricità, che possa rendersi sensibile e cospicua (3. D. 4.).
Dal che facilmente s’intende quanta attenzione pur convenga e nella
scelta del corpo da surrogarsi allo strato di resina, e nella convenevole pre-
parazione del medesimo: la quale preparazione consiste generalmente in certo
grado di essiccamento, che lo riduca allo stato di semicoibente nè più, nè meno.
Ad ogni modo fia meglio peccare per eccesso di coibenza, che per difetto;
meglio prendere un piatto qualsivoglia incrostato di resina, che un desco
di legno nudo non aridissimo, una lastra d’osso, od una di marmo comune
non previamente riscaldate al sole o al fuoco: giacchè niun osso, e pochis-
simi tra i marmi ho trovato che valgano a tener confinata l’elettricità nello
scudo che combaciano oltre ad un minuto o due al più, se abilitati non ven-
gano da un convenevole riscaldamento. Disposti però che siano in tal modo,
e ove singolarmente incontrata si sia ottima qualità nel marmo, riescono a
meraviglia, e sorpassano ogni aspettazione; onde sosterrò sempre con ragione,
che sì fatti piani di legno, d’osso, di pietra, nudi come sono, e ancora nota-
bilmente deferenti, meritano tuttavia d’essere preferiti a un ordinario piatto
d’elettroforo fornito del suo strato resinoso.
14. Venendo ora più davvicino alla maniera, onde praticamente si può
vantaggio, dopo aver ricordato come conviene soprattutto che lo scudo s’a-
datti bene a combaciamento col piano sottoposto (3. let. B. e 7.), soggiugnerò
che per ottener ciò nel miglior modo è bene d’appigliarsi ad una lastra di
marmo, e questa insieme alla lamina o scudo metallico spianare ben bene,
lavorandole una sopra l’altra, finchè sian ridotte a tale perfetto combacia-
mento, che ne nasca sensibile coesione tra loro.
Il marmo poi così lavorato si esponga per molti giorni al calore d’una
stufa, con che espellendosi l’umido di cui anche tali pietre sono spesso im-
bevute, verrà il marmo condotto a questo stato d’imperfettissimo condut-
tore, che è l’ottimo per le sperienze di questo genere (12. 13.); e si manterrà
tale per un pezzo, sol che non resti lungamente esposto al grand’umido: poichè
per quell’umidore che può contrarre accidentalmente, e in poco tempo, non
essendo che superficiale, non verrà esso marmo a deteriorarsi notabilmente;
e basterà prima di sperimentare esporlo per alcuni minuti al sole, o pur
anche asciugarlo con un pannolino caldo.
15. E quì giova avvertir di nuovo, che non tutti i marmi sono egual-
mente buoni. In generale i più vecchi, e che da molto tempo sono stati guar-
dati dal grand’umido riescono incomparabilmente meglio che quelli tratti di
fresco dalla cava, o stati esposti lungamente all’ingiurie dell’aria; onde questi
solamente han bisogno dell’essiccamento nella stufa. Ma oltre di ciò avvi
ancora notabilissima differenza tra una specie e l’altra di marmo: ne ho tro-
vato di tali, che senza riscaldarli nè tampoco asciugarli fanno sempre a me-
raviglia, e di tali altri, che anche con una tal preparazione non corrispon-
dono troppo bene; a meno che non si continui loro il caldo durante il tempo
dell’esperienze. Sopra tutti finora ho trovato eccellente il bel marmo bianco
di Carrara. Ciò non pertanto io non so abbastanza raccomandare di riscal-
dare e questo, e gl’ altri marmi, almeno un poco innanzi adoperarli: con
che vantaggian sempre per eccellenti che siano ed essendo cattivi vengono
a migliorarsi insignemente, e sì ad agguagliarsi ai più buoni: anzi posso dire,
per esperienza che la maggior parte dei marmi di lor natura poco buoni,
ove siano ben riscaldati previamente, e in seguito si mantengano tiepidi tutto
il tempo dell’esperienza, prevalgono se non a tutti a molti dei migliori non
punto riscaldati.
16. A chi però sembrasse incomoda questa preparazione (la quale per
altro a che si riduce? Ad esporre il piatto di marmo al sole, od a presen-
tarlo per poco d’ora innanzi al fuoco d’un cammino, o al più tenerlo su
d’uno scaldavivande ove sia o cener calda o pochi carboni accesi) io sug-
gerirò il mezzo di dispensarsene: basta di dare alla faccia piana del marmo
una buona mano di vernice copal, da asciugarsi quindi in una stufa ben
calda o in un forno tantochè prenda un color d’ambra tirante al bruno. La
Con ciò non
solo i buoni, ma i cattivi marmi eziandio serviranno mirabilmente all’intento
(che è si pure un gran vantaggio) e serviranno in ogni tempo senza previo
riscaldamento, o almeno senza continuarlo loro durante l’esperienza
sia molto umido, e quando per raccogliere sufficente elettricità non debba stare la lamina
metallica troppo lungo tempo, otto o dieci minuti ex. gr. posata su tal piano di marmo ver-
niciato; che allora converrebbe per lo più mantenere esso piano un po’ caldetto ». [
Commissione
17. Appigliandosi a questo spediente della vernice si può benissimo in
luogo del piatto di marmo far servire una lamina di metallo eguale all’altra
lamina o sia scudo, e resa perfettamente combaciante col lavorare, come si è
detto (14.), i due piani un sopra l’altro
uno sopra l’altro », Se la vernice si desse ad amendue
le facce combacianti, non sarebbe male; ma basterà anche il darla all’una
o all’altra: in questo caso però una mano sola di vernice, che saria più che
sufficiente, per la lastra di marmo, forse non basteria per la lamina me-
tallica, ma ce ne vorrebbe una seconda ed anche una terza mano.
18. Ma con ciò, mi si dirà, noi siam ricondotti ad un vero piatto d’elet-
troforo, giacchè l’intonaco di vernice tien qui luogo del sottile strato di re-
sina. Io non voglio negarlo; anzi dirò, d’aver provato che e il metallo, e il
marmo, singolarmente così inverniciati, son tali, che l’elettricità vi si af-
figge facilmente, e non men facilmente vi si eccita per istrofinamento, talchè
il solo strisciare che faccia lo scudo sulla superficie inverniciata del piatto,
o il percuoterla con qualche forza mentre si viene a posar sopra cotesto
scudo, basta perchè poi dia segni sensibili di elettricità allorchè si distacca.
Talora anzi non è possibile d’impedire che questo succeda, per quanto si
procuri di posar lo scudo pian piano, e di alzarlo senza punto strofinare.
Tal importuna elettricità però è debolissima, e non si suscita che nel caso
in cui il piatto verniciato si trova asciugatissimo, e ancor tiepido dal sole
o dal fuoco. Si fatto asciugamento e riscaldamento adunque non solo non
è necessario per le nostre sperienze quando adoperiamo un piano verni-
ciato, com’è necessario quasi sempre ove s’adoperi il marmo nudo (13. 15.
16.), ma non è neppure molto proficuo da una parte; e dall’altra egli è as-
solutamente pregiudizievole, perciò che dando luogo ai fenomeni d’
può facilmente produrre equivoci ed incertezze (8.).
19. Qual vantaggio adunque, mi si dirà un’altra volta, nell’adoperare
in luogo di un ordinario elettroforo, un piatto inverniciato? Altronde si è pur
detto che vuol preferirsi un piatto nudo di marmo (11. e seg.). Il vantaggio
del piatto verniciato sopra l’un ordinario d’elettroforo è 1.
meglio che questa può lasciare la superficie del piatto, sia di marmo sia di
metallo, piana e liscia in modo, che lo scudo vi s’adatti ancora quasi a coe-
sione: due circostanze, quali veduto già abbiamo (6. 7. 14.) quanto influiscano
alla buona riuscita delle sperienze di cui si tratta. Riguardo al piatto nudo
di marmo, egli è ben vero che questo può servire egualmente bene, e forse
meglio s’egli è d’ottima qualità, o allorchè si tenga convenevolmente riscal-
dato (13.); ma valutando bene le cose, l’incomodo, cioè di tal preparazione,
qualunque egli sia (16.), e la difficoltà d’aver il marmo perfetto (15.), credo
che convenga ancora l’espediente della vernice, che vi dispensa da tutto
questo (16.). Vi resta è vero l’altro inconveniente di potervisi per poco affig-
gere l’elettricità; ma oltrechè anche il marmo perfettamente asciutto, e molto
più se caldo, non va esente da tal incomoda disposizione, egli non è poi tanto
difficile di ciò scansare adoperando le debite attenzioni; e l’accurato speri-
mentatore non lascierà di assicurarsi coi mezzi che già si sono indicati (8.)
che non trovasi neppur ombra di elettricità impressa alla faccia verniciata,
quando imprende a fare col condensatore delle sperienze delicate.
20. Al piatto di marmo e di metallo inverniciato va di paro un piano
qualunque coperto di buona tela incerata secca e monda, di taffetà cerato,
di raso o d’altro drappo di seta il quale più che è sottile è meglio: dico,
che questi piani così vestiti van di paro agl’altri verniciati, stante che
non han bisogno che d’avere cotal veste ben asciutta, e al più un poco-
lino riscaldata prima di servirsene; anzi pure e la tela, e il taffetà, incerati
non attraendo molto l'umido, non hanno d’ordinario neppur bisogno d’essere
posti al sole o al fuoco innanzi farne uso. Il ciamberlotto, il feltro, ed altri
drappi di pelo son buoni anch’ essi, ma men della seta; quei di lana, o di
cotone, meno ancora; e i più infelici sono quei di canape e di lino: ad ogni
modo un buon asciugamento, e un gentil calore continuato possono abili-
tare anche questi, siccome pure abilitano la carta, il cuojo, il legno, l’avo-
rio, e gl’ altri ossi, tutti insomma i corpi che sono da se stessi imperfettis-
simi conduttori, anzi non conduttori, ma troppo bibaci dell’umido, cui perciò
convien espellere fino a un certo segno.
21. Dico
pregiudizievole anzichè no, come si è già accennato (6. 12.), e come si farà
più chiaramente vedere nella 2Or dunque se i
detti corpi vengano spogliati affatto d’umido, posti per esempio a seccare nel
forno, in tal caso siccome diverranno veri e perfetti coibenti a par delle re-
sine; così non serviranno più al nostro intento, a men che non sian ridotti
ad uno strato sottile, e questo strato applicato ad un conduttore (ivi) in modo
che ne risulti un vero piatto d’elettroforo.
22. Non lascerò da ultimo di dire, che si può rendere l’apparecchio
cerato, sia il taffetà od altro velo di seta, sia in fine qualunque materia se-
micoibente, alla faccia inferiore dello scudo, in luogo di coprirne il
il quale in questo caso diventa inutile, servendo allora in sua vece un piano
qualunque egli sia, un tavolo di legno o di marmo, anche non ben asciutti,
una lastra di metallo, un libro, od altro conduttore, buono o cattivo che sia,
sol che vi si possa applicare convenientemente la faccia vestita dello scudo.
E in vero altro più non si ricerca per la buona riuscita delle sperienze,
se non che l’elettricità, che tende a passare dall’uno all’altro dei piani
combaciantisi, incontri sull’una delle superficie tale resistenza, che valga
a trattenerla, come si è già accennato (11.), e si farà chiaro nella stessa
seconda parte; dove al dippiù mostrerassi, come a tale effetto basti anche
una picciola resistenza. Ciò posto, che lo strato sottile coibente o quasi coi-
bente tenga al piano di sotto, o a quel di sopra, egli è lo stesso: quello che
importa è che si combacino bene (7.); la qual cosa non è sì facile ottenere
allorchè si posa lo scudo su d’un tavolo, od altro piano non preparato a
bella posta. Egli è solo per questa ragione, per ottenere cioè un più esatto
combaciamento, che io dò la preferenza a due piani lavorati un sopra l’altro
intonacandoli quindi od amendue, o uno solo, qual più mi piace (14. 17.).
Del resto la comodità d’avere per tutto l’apparato una sola lamina di me-
tallo inverniciata da un lato, o coperta di taffetà, e dall’altro guernita di tre
cordoncini di seta, fa che io me ne serva più comunemente: e la riuscita se
non agguaglia per avventura quella dell’altro apparecchio composto dei due
piani lavorati un sopra l’altro, è tale però che basta d’ordinario all’intento.
23. Fin qui noi abbiamo considerato l’utile che si può ritrarre dal nostro
apparecchio condensatore applicato ai conduttori per esplorare l’elettricità
atmosferica, allorchè è debole affatto ed impercettibileA questo proposito non debbo omettere, che ne’ pochi giorni in cui m’applicai a
spiare l’elettricità atmosferica col soccorso del
frutto raccorne. Il sig. CANTON, od altri assicuravano di aver ottenuto dall’apparato atmo-
sferico de’ segni elettrici più vivi dell’ordinario in tempo di qualche aurora boreale; ma
molti de’ fisici non sono persuasi ancora che l’elettricità influisca in queste meteore, e al-
cuni lo negano formalmente
della Comm.Io stesso ne dubitai moltissimo: ora però parmi la cosa certa;
e posso dire d’aver veduto e toccato con mano. In quella bellissima aurora comparsa nella
notte dei 28 ai 29 Luglio dell’anno 1780 quando salendo a poco a poco dall’orizzonte fu
ascesa tra le 4. e le 5. ore Italiane allo zenit, spargendo tutt’all’intorno un vaghissimo
lume rossigno, il cielo altronde essendo sereno e ventoso, si ottennero col favore
[
parecchio condensatore da un conduttore atmosferico ordinario
tesi
Como) ». [
chiare e crepitanti: quando in tutti gl’altri tempi sereni, e in ogni ora del giorno e della
notte dall’istesso conduttore, e coll’ajuto dell’istesso condensatore o non ottiensi scintilla o
minutissima soltanto; e ciò perchè quel conduttore atmosferico non è nè alto molto, nè molto
ben situato.Questo però, a
il solo vantaggio che ci procura: serve altresì molto per l’elettricità artifi-
ciale, a discoprirla cioè ove per altra via non si manifesterebbe, o a ren-
derne i segni assai più cospicui. Molti sono i casi, in cui, l’elettricità, che è
nulla in apparenza, o molto dubbia, vi si renderà chiara e sensibilissima col-
l’ajuto di tal apparecchio: ne andrò accennando per modo d’esempio alcuni.
24. 1
coll’applicarvi tre, o quattro volte l’arco conduttore, e con replicati tocca-
menti della mano, vi sembra omai spogliata affatto della sua elettricità. Ma
che? Toccate coll’uncino di tal boccietta la lamina metallica posata con-
venevolmente (cioè sopra qualunque piano, s’ella è ben inverniciata nella
faccia inferiore, o vestita di taffettà, ec. oppur s’è nuda sopra sottile strato
resinoso, o su d’un incerato, o su drappo di seta, o sopra tavolo di legno
inverniciato, o sopra lastra di marmo ben asciutto) e tosto alzata cotal la-
mina o scudo ne avrete segni elettrici sensibilissimi: dal che concluderete
che l’elettricità della boccietta non era già tutta spenta, come appariva.
Che se questa avesse una carica sensibile a segno di attrarre un leggier
filo, in tal caso lo scudo toccato dall’uncino anche per un sol momento,
e quindi alzato vibrerà vivace scintilla. Riposto quello, e ritoccato coll’istesso
uncino della boccia, e rialzato di nuovo, ne otterrete una seconda scintilla,
nulla o poco men vivace della prima; e un tal giuoco potrassi continuare
per molte volte con pari diletto e meraviglia.
Cotesto artificio di produr scintilla, e replicate, con una boccietta, che
non ha carica sufficiente per farlo da sè sola, vi appresta una grande co-
modità per varie sperienze dilettevoli, come quelle della mia pistola, e della
lucerna ad aria infiammabile, massimamente trovandovi provveduto d’una
di quelle boccette preparate alla maniera del Sig. TIBERIO CAVALLOVedi il suo trattato di Elettricità.Veggasene la de-
scrizione nel suo
tradotto dall’Inglese. Firenze, 1779, parte IV., pag. 431 ». [
quali si possono portare cariche in tasca molto tempo. Queste poichè con-
servano una carica sensibile alcuni giorni, ne conserveranno una insensibile
condensatore; ma con questo sensibilissima, e più che sufficiente all’uopo
di accendere la pistola, ec.
25. 2
in tali circostanze sfavorevoli d’umido ec. che non potete trarre la più pic-
cola scintilla dal conduttore, il quale appena attrae un leggerissimo filo, o
non giugne neppur a tanto. Or via fate toccare a tal conduttore inerte il
nostro apparecchio, ossia lo scudo posato come conviene, e lasciate che il
toccamento duri per qualche minuto, tenendo sempre in azione la macchina,
e vi riuscirà di ottenere col solito giuoco di staccare lo scudo dal sottoposto
piano, una buona scintilla, ed ogn’altro segno vivace.
26. 3
tore trovisi così male isolato, che l’elettricità non vi si possa accumulare a
segno di dar scintilla, e neppure di attrarre un filo: come quando l’istesso
conduttore tocca al muro della stanza, o quando una catena pende da esso
sopra un tavolo, e fin sopra il pavimento della stanza. In simil caso crede-
rete che l’elettricità per quelle comunicazioni si disperda intieramente, ma
cercando più oltre, ricorrendo cioè al condensatore, troverete che un poco
se ne trattiene ad ogni momento nel conduttore tuttochè non isolato, e tanto
che durando l’azione della macchina qualche tempo, i molti pochi raccolti
insieme nello scudo, per la vantaggiosa disposizione ch’egli ha di tirar sopra
di sè l’elettricità (2.) fanno ch’il medesimo sia poi in istato di dar segni
abbastanza forti.
27. 4
sentarli ad un elettrometro, onde vedere se per tal mezzo abbiano o no
contratto qualche elettricità, è in molti casi insufficiente, dimodochè sovente
si crede che sia nulla, sol perchè debolissima. Si trae dunque un gran vantag-
gio strofinando corpi dubbi collo scudo o lamina metallica del nostro ap-
parecchio, che in questo caso deve esser nuda, poi levatala in alto isolata
interrogando lei medesima, la quale darà segni abbastanza sensibili per qua-
lunque picciola ed insensibile elettricità eccitata nel corpo, contro cui si è stro-
finata, e dinoterà quale specie di elettricità quello abbia contratta, giacchè
si sa che debbe essere nei due contraria. Anche il Sig. CAVALLO si serviva di
questo mezzo per iscoprire l’elettricità in molti corpiVedi il suo trattato, cap. VI, p. IV.Ma ve n’è uno a
certi riguardi migliore, che certamente nè egli nè altri, ch’io sappia, han co-
nosciuto. Quando il corpo, di cui si vuol provare la virtù, non è tale che vi
si possa addattare in piano la lamina metallica per dimenarla sopra strofi-
nando, si può fare così: posata la lamina sopra il solito piano semicoibente,
che fatto si levi la lamina, e si osservi se è elettrizzata: lo sarà certo nel
caso che vi siate servito a percuoterla di una striscia di cuojo, d’una corda,
d’un pezzo di panno, di feltro, o simili cattivi conduttori; e lo sarà assai più
che se l’aveste sferzata o strofinata per egual maniera coi medesimi corpi
stando essa lamina metallica isolata. In somma coll’uno o coll’altro de-
gl’indicati mezzi voi otterrete elettricità da corpi che non avreste mai cre-
duto che godessero di questa virtù, anche da corpi non secchi, da tutti
infine eccetto solo i metalli e i carboni: dirò dippiù, ch’io ne ho ottenuto
qualche volta strofinando la lamina metallica colla mano nuda.
28. 5
ducano qualche grado di elettricità, ossia cagionino qualche alterazione alla
dose naturale del fluido elettrico nei corpi che subiscono cotesta azione, e in
quelli che ne sono in contatto. La ricerca era di grande importanza per fissar
pure qualche idea sull’origine dell’elettricità naturale, ossia atmosferica. Io
so di molti che hanno tentato specialmente sull’evaporazione delle sperienze
invano, anche hanno infine rinunciato alla speranza di ottenere per tal mezzo
segni elettrici; nè so d’alcuno che sia ancor giunto ad ottenerli. Le mie
proprie sperienze non avean avuto miglior successo; ad ogni modo ben lungi
di rinunciare ad ogni speranza, le andava sempre più nodrendo. Da gran
tempo io aveva imaginato che le dissoluzioni, le effervescenze, le volatiliz-
zazioni, ec. sconvolgendo le minime particelle, e forma e posizione mutan-
done, doveano coll’alterazione delle forze mutue di esse particelle aumentare
o diminuire le rispettive capacità dei corpi sottoposti a que moti intestini,
e conseguentemente occasionare dove condensazione, dove rarefazione del
fluido elettrico: ne era così persuaso, che non sapevo darmi pace che l’elet-
tricità non si manifestasse per alcuno di tai processi; di tal mancanza di segni
pertanto io ne accagionava parte alla debolezza dell’elettricità che per tal modo
si eccitava, parte alla dissipazione di essa prodotta dai vapori medesimi
che si sollevano durante il processo, e distruggono quasi intieramente l’isola-
mento: mi compiaceva però sempre a pensare, che l’avrei un giorno potuta
scoprire cotesta elettricità fugace, moltiplicando le sperienze, e mettendovi
più di attenzione e di accuratezzaTutti questi miei pensieri sono esposti in una dissertazione latina stampata l’anno
1769, che ha per titolo,
ad Johannem Baptistam Beccariam, ecc.
aggiunta l’indicazione della pagina corrispondente alla citazione:
[Due anni sono allorchè fui passo passo
condotto alla maniera di condensare a un segno sì grande l’elettricità col-
getto delle antiche mie ricerche, e concepj molto più fondata speranza di
poter iscoprire qualche cosa, e già mi proponeva di applicarmi, a tali spe-
rienze, quasi presagendo la riuscita; ma varj accidenti le ritardarono fino
al Marzo e Aprile di quest’anno, in cui intraprese avendole a Parigi in
compagnia di alcuni membri dell’Accademia R. delle Scienze, mi riuscì
finalmente di ottenere segni non dubbj di elettricità (che dico segni non
dubbj?) fin la scintilla elettrica dall’evaporazione dell’acqua, dalla semplice
combustione dei carboni, e da varie effervescenze, come quelle che produ-
cono l’aria infiammabile, l’aria fissa e l’aria nitrosa.
29. Terminerò la prima parte di questa memoria coll’ dire, che oltre gli
accennati vantaggi, ed altri del medesimo genere, che ne procura il nostro
condensatore considerato semplicemente come istromento, atto ad ingran-
dire i segni dell’elettricità; le varie sperienze che possono farsi con esso
spargono eziandio molto lume sulla teoria elettrica, per quella parte massi-
mamente che riguarda l’azione delle atmosfere: lo che andiamo a vedere nella
parte 2
PARTE SECONDA.
si trovi in istato di ricevere una straordinaria quantità di elettricità.
30. Le sperienze riportate nella prima parte di questa memoria ci
hanno abbastanza mostrato come una lamina metallica o qualsivoglia piano
conduttore, cui soglio appellare
opponga, o per la qualità sua di cattivo conduttore, o per l’interposizione
di un sottile strato coibente, una certa non grande resistenza alla trasfu-
sione dell’elettricità, come dissi, tale scudo in siffatta posizione atto sia a
tirare sopra di sè e raccorre nel suo seno maggiore copia di elettricità, che
se si trovasse in qualsivoglia modo perfettamente isolato. Abbiam veduto
come facendolo toccare all’uncino di una boccia di Leyden, al conduttore
di una macchina elettrica, o a quello dell’elettricità atmosferica, infine a
qualunque potenza o sorgente elettrica, anche quando l’elettricità è debo-
lissima e affatto impercettibile, pur gli se ne comunica tanto da poter ma-
nifestarsi quindi con segni molto vivaci, tosto che si leva esso scudo in alto.
Or qui intraprendiamo di spiegare un tal fenomeno: e la spiegazione mede-
genere.
31. Adunque il tutto si riduce a questo: che la lamina o scudo ha
molto e molto maggiore capacità nel 1
avente le condizioni indicate (prec. e 11. 12. 22,), che nel 2
es. gr. in alto sospeso per i suoi cordoncini di seta, o per un manico isolante,
oppur che posa sopra un grosso strato coibente, o sopra un piatto isolato.
Per dilucidare questo punto essenziale, prendiam le cose da più lontano.
32. Non vi vuol molto a comprendere, che ivi è maggiore capacità,
dove una data quantità di elettricità sorge a minor intensità, o che è lo
stesso, quanto maggior dose di elettricità è richiesta a portare l’azione a un
dato grado d’intensità; e
sione elettrica sono in ragione inversa.
Farò quì osservare sul principio, ch’io dinoto col termine di tensione
(che volentieri sostituisco a quello d’intensità) lo sforzo che fa ciascun
punto del corpo elettrizzato per disfarsi della sua elettricità, e comunicarla
ad altri corpi: al quale sforzo corrispondono generalmente in energia i segni
di attrazione, ripulsione, ecc. e particolarmente il grado a cui vien teso
l’elettrometro.
33. Ciò che abbiam detto comprendersi facilmente che la tensione deb-
b’essere in ragione inversa delle capacità, ci viene poi mostrato nella ma-
niera più chiara dall’esperienza. Siano due verghe metalliche, una lunga
1 piede, e l’altra 5. di grossezza eguali. S’infonda alla prima tanto di elet-
tricità, che giunga a vibrare un elettrometro annesso a 60 gradi: se in questo
stato si farà toccare quella all’altra verga, l’elettricità compartendosi equa-
bilmente ad ambedue, diminuirà di tensione tanto appunto, quanto la ca-
pacità si truova ora accresciuta, cioè 6 volte: lacchè ci farà vedere l’elettro-
metro, smontando dai 60, ai 10 gradi
completamente in Phil. Tr.:« Suppongo quì che siano eguali tra loro i gradi dell’Elettrometro, voglio dire che
segni ciascuno un’eguale quantità di elettricità, in quella maniera che ciascun grado di un
buon Termometro di mercurio segna un egual addizione di calore. Nel quadrante
metro
ch’io ho in qualche parte perfezionato, la divisione de’ gradi fatta col compasso non è al-
trimenti giusta; ma ha bisogno di una correzione intorno a che mi sono non poco appli-
cato con un successo maggiore anche di quello che avrei potuto sperare. Penso ora a ren-
dere tale strumento del tutto
tarderò guari a pubblicarne la descrizione in un colle osservazioni necessarie per ben ser-
virsi in generale degli elettrometri, ed in particolare di questo mio ».
mente in luogo diCosì se l’istessa quantità di elet-
marrebbe che 1/60 della primiera tensione, cioè un grado solo: come
versa
que, salirebbe a 60, ove la di lui elettricità venisse a raccorsi e condensarsi
in una capacità 60 volte minore.
34. Or non solo conduttori di mole e massa diversi hanno diversa ca-
pacità; ma anche l’istesso conduttore può averne una maggiore o minore,
secondo varie circostanze; alcune delle quali non sono per anco state con-
siderate, come si conviene. È stato osservato che l’istesso conduttore acqui-
sta o perde in capacità, a misura che si aggrandisce, o si ristringe di super-
ficie; secondo che una catena metallica es. gr. si dispiega in lungo, o si am-
mucchia, secondo che vari cilindri contenuti un nell’altro, come quelli d’un
canocchiale si traggono fuori, o si fanno rientrare, ec. Quindi si è consluso
generalmente che la capacità non è in ragion della massa, ma bene in ra-
gion della superficie del conduttore: come FRANKLIN ha dimostrato appunto
coll’indicato sperimento della catena.
35. Questa conclusione è giusta, ma non comprende ancor tutto,
perocchè anche con superficie egualmente grandi si ha maggiore o minore
capacità, se siano i conduttori diversamente conformati. Essa si troverà
maggiore di molto in quel conduttore che avrà più lunghezza comunque
sia d’altrettanto men grosso, cosicchè la quantità della superficie rimanga
eguale: come WATSON ed altri aveano già osservato, e come io mi lusingo
d’aver posto in miglior lume nella mia memoria sulla capacità de condut-
toriFu pubblicata questa memoria in un’opera periodica di Milano intitolata «
scoli scelti
Saussure pubblicata al N. XLVII (A) di questo volume
costrutto di molte verghe di legno coperte di foglia metallica, e collocate
in lungo punta a punta, sopra gli ordinarj conduttori assai più grossi e meno
lunghi. Se l’istesso conduttore colla grossezza e lunghezza medesima non
sia diritto, ma assai curvo, e molto più se essendo es. gr. un fil di ferro,
abbia molti torcimenti, o si ripieghi indietro, avrà minore capacità; così
pure l’avranno minore le indicate verghette, se invece d’esser collocate punta
a punta in linea retta, lo siano ad angolo, e peggio se s’accostino parallele.
Le sperienze ed osservazioni da me rapportate in quello scritto, ed
infinite altre, massimamente quelle intorno al così detto
corrono tutte a provare, che la capacità è in ragione non delle superficie
qualunque esse sieno, ma delle
si faranno a considerare i principali fenomeni delle atmosfere elettriche.
36. Ma v’è dippiù ancora: e questo è propriamente che fa al nostro
caso. L’istesso conduttore ritenendo la stessa superficie, e la forma sua non
mutata, acquista maggiore capacità allorachè in luogo di rimanere isolato
solitariamente, si affaccia a un altro conduttore non isolato, e l’acquista
tanto sempre maggiore quanto vi si affaccia più davvicino, e quanto le
superficie che si presentano un l’altro sono più larghe. Io chiamo quel con-
duttore isolato che ne ha un altro di fronte (sia questo non isolato, come
nel caso nostro, sia anche isolato, elettrizzato o no), lo chiamo
conjugato
avendo della capacità de’
di quella de
37. Tale circostanza, che accresce prodigiosamente la naturale capacità
di un conduttore, quella è sopra tutto, a cui non truovo che si sia fatta ancora
la debita attenzione; molto meno che alcuno ne abbia tratto quei vantaggi,
che dall’applicazione facilmente ne derivano. Ma veniamo a quelle sperienze
più semplici, che ci mettono sott’occhio questa accresciuta capacità.
Prendo un disco di metallo, il solito scudo d’elettroforo per esempio,
e tenendolo in alto isolato lo elettrizzo a una data forza, quanto basta,
supponiamo, a fare che un elettrometro annesso si tenda a 60 gradi; ca-
lando indi esso disco gradatamente verso un tavolo od altro piano defe-
rente, ecco che decade l’elettrometro a 50, 40, 30 gradi. Non crediate perciò
che sia scemata a questo punto la quantità d’elettricità che il disco pos-
siede, la quale anzi, purchè quello non sia giunto a tale vicinanza dell’altro
piano deferente da dar luogo alla trasfusione collo scoccare di qualche scin-
tilla, si sarà mantenuta nell’intierezza sua, quanto almeno la lunghezza del
tempo, lo stato dell’aria e dell’isolamento lo permette. Onde dunque tale
e tanto abbassamento di Non altronde che dall’accresciuta capa-
cità del disco, or non più solitario, ma In prova di che se si sol-
levi di nuovo gradatamente, risalirà il suo elettrometro a 40, 50, e fin presso
ai 60 gradi di prima (risalirebbe a 60 giusto, se si potesse impedire af-
fatto il dissipamento nell’aria, e lungo gl’isolatori non mai perfetti abba-
stanza); a misura cioè che allontanandosi dall’altro piano deferente ritorna
il disco a quella più angusta capacità, che gli compete quand’è solitario.
38. La ragione di un tale fenomeno si deduce facilmente dall’azione
delle Quella del disco, che or suppongo elettrico
cesso
faccia in guisa che il fuoco di questo, giusta le note leggi, ritirandosi si
quanto esso disco elettrico si va più accostando. Se l’elettricità di questo
è
si addensa verso la superficie medesima, che guarda il disco, e che ne sente
più davvicino l’azione. Insomma le parti immerse nella sfera di attività del
disco contraggono un’elettricità
e che portando in certo modo un
simo, ne diminuisce la
dell’elettrometro (prec.).
39. Due altre sperienze porranno in maggior lume questa azione reci-
proca delle atmosfere elettriche, mercè di cui ora s’infievoliscono, ora si
rinforzano mutuamente le
solo avvicinarsi l’uno all’altro, ritenendo ciascuno nè più nè meno la sua dose
di elettricità.
Cominciamo da quelle che si rinforzano.
Queste sono le
Siano pertanto due piani conduttori, due dischi, elettrizzati o per eccesso
amendue, o amendue per difetto. Si affaccino questi, e si vadano gradata-
mente avvicinando: vedrassi che influiscono l’uno sull’altro in modo, che la
namento, e della quantità di superficie che si presentano: ciò, dico, vedrassi
dal maggiore innalzamento de’ rispettivi elettrometri, e dalla scintilla, che
esplorando l’uno o l’altro di quei dischi scoccherà a maggior distanza, che
se ciascuno fosse rimasto con tutta la sua elettricità In quello stato
adunque di avvicinamento egli è chiaro, che ciascuno de due
a un più alto grado di elettricità, lor resta meno per giugnere al sommo, o
a parlar più giusto, maggiore è la resistenza che oppongono ad un’ulteriore
carica, conformemente a quanto osservato già abbiamo (33.) che la tensione
esprime lo sforzo, onde un corpo tende a disfarsi dell’elettricità, e a comu-
nicarla altrui. Così una boccia di Leyden carica a un grado un poco mag-
giore di quello dei dischi
tale stato,
vale la
cetta, ec.
Or anche si comprende quello, che abbiamo fatto più sopra osservare
(36.), onde sia cioè che un filo metallico ripiegato, o molte verghe poste
allato e vicine le une alle altre, abbiano minore capacità che disposte l’une
all’altre in una linea retta; perchè con superficie eguali un conduttore corto
e grosso abbia meno capacità d’un lungo e sottile; perchè infine la capacità
sfere omologhe
40. Siano ora i medesimi dischi della sperienza precedente ambi elet-
trizzati, ma uno
effetti contrarj: cioè l’influenza vicendevole delle atmosfere, per cui l’uno è
attuato dall’altro, produrrà un
nuirassi la Allora io dico
che trovasi accresciuta in ciascuno de due
opporrà ciascuno minor resistenza ad un’ulteriore carica dell’elettricità che
già possiede, e gliene rimarrà dippiù a prendere per giugnere a un dato grado
di Così una boccetta di Leyden carica dell’istessa specie d’elettri-
cità d’uno di questi dischi, e all’istesso grado ed anche al disotto, potrebbe
tuttavia aggiungere all’elettricità di quello, quando, trovandosi
sua
gno; ma rimosso quello da questo, e divenuta in lui la
darebbe egli della sua elettricità alla boccetta, ec.
41. Non resta più ora che fare un’applicazione di quest’ultima spe-
rienza a quelle riportate di sopra (38.), in cui il disco elettrizzato si affaccia
a un piano conduttore non isolato. S’egli è vero, come supposto abbiamo che
questo nella parte più vicina a detto disco elettrico, per l’azione della di
lui atmosfera, si compone ad un’elettricità contraria, vale a dire che il
fuoco ivi si dirada qualor l’incombente elettricità sia
densa qualor sia
cidentale, l’istesso
lo stesso abbatimento dell’elettrometro, come appunto si osserva (38.):
quindi l’accresciuta capacità di esso disco; quindi la maggior dose di elet-
tricità che potrà ricevere (prec.) ecc.
42. La cosa è già bastantemente chiara, ma si renderà ancora più ma-
nifesta, e toccherassi con mano, se si venga ad isolare il piano conduttore
(supponiam che questo sia parimenti un disco metallico, che chiameremo
disco inferiore) affacciato già al disco elettrico, e dopo si allontanino un
dall’altro; giacchè allora compariranno realmente in esso piano o disco in-
feriore i segni dell’elettricità contraria da esso lui acquistata allorchè non
era isolato, e trovavasi immerso nell'atmosfera del disco superiore. Cotesto
disco superiore poi, il quale intantochè si allontana, ricupera la
che l’avvicinamento gli avea fatto perdere, la perderà di nuovo a misura
che si accosterà un’altra volta al disco inferiore, e la farà perdere a lui mede-
simo, in virtù dell’azione reciproca delle contrarie elettricità (41.) a indicare
le quali vicende è opportuno che trovisi un elettrometro annesso a ciascuno
tutti, e ardisco dire ch’esso solo vi da la spiegazione di tutti i fenomeni ri-
portati in questo scritto, e d’infìniti altri analoghi.
43. Che se il disco inferiore si truovi isolato, al primo affacciarvi il
disco superiore elettrizzato, e isolato rimanga tutto il tempo che questo
vi sta sopra, in tal caso venendo attuato dalla di lui atmosfera, acquisterà
quella che chiamo elettricità
elettrica, con cui fa sforzo di conseguire l’elettricità contraria; il che non
venendogli dato di effettuare, per l’isolamento in cui si truova, non potrà
neppur
quindi diminuire in lui la
appena farà cenno di abbassarsi (il quale picciolo abbassamento si deve a
quel poco di fuoco, che per l’azione dell’atmosfera elettrica può muoversi
nella spessezza del qualunque disco inferiore, o lungo i suoi sostegni isolanti
non mai perfetti abbastanza); e per conseguenza non acquisterà il disco su-
periore maggiore capacità, onde poter prendere maggior dose di elettricità.
Ma bene l’acquisterà, se un momento si venga a toccare il disco inferiore,
onde distruggere in esso l’elettricità
prendere la
44. Se il disco inferiore non che trovarsi isolato, sia egli medesimo iso-
lante, succederà lo stesso, cioè non potrà diminuire la
nè quindi aumentare la
Non così però se cotal disco isolante sarà semplicemente un sottile strato
che copra un conduttore; mercecchè questo piano conduttore che trovasi
poco sotto, e in cui può moversi liberamente il fuoco, farà esso il giuoco di
diminuirà soltanto l’azion mutua delle atmosfere elettriche, in ragione della
maggior distanza che pone tra l’uno e l’altro conduttore.
45. La
veduto (38. 42.) va diminuendosi a misura ch’egli si affaccia più davvicino
ad un piano deferente non isolato, è portata a un tale decadimento quando
si arriva quasi al contatto, il
lora quasi perfetto, che dove l’elettrometro era teso a 60, 80, 100 gradi, si
vedrà or disceso a 1 grado solo, ed anche meno. Quindi se il piano o disco
inferiore opponga solo una picciola resistenza al trapasso dell’elettricità, o
per l’interposizione d’un sottile strato coibente, o per la natura sua propria
d’imperfetto conduttore, qual è il marmo asciutto, il legno secco, ec. tale
picciola resistenza congiunta a quella della distanza comunque picciolissima
non potrà essere superata da tale debolissima
ben ritondati, e nel caso che possieda una gran copia di elettricità); anzi con-
serverà tutta o quasi tutta la sua elettricità, dimodochè rialzandolo, il suo
elettrometro ascenderà quasi al grado di prima. Più: potrà il disco senza
gran detrimento della sua elettricità giugnere fino al contatto del piano im-
perfetto conduttore, e restarvi qualche tempo applicato: nel quale contatto
la
sare dal disco al piano che combacia se non lentissimamente.
46. Non andrà però così la bisogna, se ripetendo l’esperienza s’inclini
il disco, e si porti a toccare il medesimo piano in costa: allora sussistendo
in quello maggior
trometro), giacchè non vien bilanciata che corrispondentemente ai punti
di superficie dell’uno che guardano davvicino la superficie dell’altro, cotal
azione elettrica meno indebolita vincerà la piccola resistenza del marmo,
o di qualsiasi altro imperfetto conduttore, e fino di un sottile strato coi-
bente che trovisi interposto, cosicchè l’elettricità trasfonderassi realmente,
e o s’affiggerà a cotesto strato coibente che copre il conduttore, o pas-
serà entro a questo se è nudo fino a perdersi nel suoloQuesta spiegazione bene intesa ci conduce a render ragione in generale della
dellaA parlar giusto una punta non isolata, presentata a un corpo elettrico non ha
alcuna virtù propria per attirarne l'elettricità, ella si comporta semplicemente come un
conduttore non isolato che non oppone resistenza al passaggio del fluido elettrico. Se il
medesimo conduttore presenta al corpo elettrico invece della punta una palla, od una su-
perficie piana, non oppone già egli per questo maggiore resistenza; onde è dunque che l’elet-
tricità non vi si getta egualmente all’istessa distanza dal corpo elettrico? Ciò viene dal-
l’indebolita
ficie presentatagli da quel conduttore non isolato, la quale superficie componendosi ad una
elettricità contraria, offre maggior compenso che una punta, come si è qui sopra spiegato.
Adunque in luogo di dimandare perchè una punta tragga o getti sì da lungi l’elettricità,
dovrebbesi domandare piuttosto perchè una palla o un piatto egualmente conduttore non
lo faccino: allora io farò osservare che non è già un difetto di questa palla o di questo
piano, come non è una virtù propria della punta che metta tale e tanta differenza; ma
bene lo stato del corpo elettrico e della sua atmosfera (con cui intendo anche l’aria che
lo circonda
punti di un conduttore non isolato. Affievolita pertanto l’
dente che non possa più superare la resistenza di quel lungo strato d’aria interposta tra il
corpo elettrico ed il conduttore, che supera agevolmente quando non presentandoglisi alla
medesima distanza che una punta sottile, la
la lezione di Op. Sc.
infinitamente meno bilanciata, sussiste nel suo pieno vigore?
simo tempo: laddove vedemmo (praec.), che non ne passa nulla o quasi
più ampio possibile. Il che ha l’aria di paradosso; ma pur si spiega così bene
coi principj delle atmosfere elettriche.
47. Quello che sembra anche più paradosso, o almeno che sorprende
di più, si è che neppure il contatto di un dito, o di un pezzo di metallo co-
municanti col suolo, replicato più volte e continuato per alcuni secondi,
valga a spogliare intieramente dell’elettricità il disco posato sull’amico piano;
ma ve ne lasci sovente tanto da poter dare ancora una scintilla quando
in seguito si leva esso disco in alto. Invero tal fenomeno sarebbe inespli-
cabile anche nei nostri principj, se il dito o il metallo fossero perfetti con-
duttori, a segno di non opporre la minima resistenza al passaggio del fluido
elettrico, come si crede comunemente; ma la cosa non è così; e ce lo dimo-
strano queste stesse sperienze. I metalli dunque non sono che conduttori
meno imperfetti degl’altri corpi. Ma, dirassi, noi vediamo che si trasfonde
da un capo all’altro di un metallo, e da un metallo all’altro l’elettricità in
un'istante. Sia pure così di quell’elettricità che dispiega una forza sensi-
bile a segno di tendere un elettrometro, o di attrarre un filo leggerissimo.
Ma convien riflettere che al disotto di questo vi hanno da essere ancora
altri gradi di elettricità impercettibili, i quali, dico io, non son valevoli a su-
perare sì tosto quella qualunque piccola resistenza che pure oppor denno i
migliori conduttori. Quando dunque un metallo tocca il disco elettrizzato
che riposa sul suo piano, lo spoglia immantinente dell’elettricità fino al se-
gno che la
dotta supponiamo, a 1/50 di grado. Ma se sollevando il disco in alto la sua
volte maggiore, questa salirà dunque a 2 gradi, ed oltre; con che sarà
divenuta sensibile, finanche al punto di dare una scintilla.
48. Fin qui considerato abbiamo come l’azione delle atmosfere elet-
triche debba modificare l’elettricità del disco nelle sue varie situazioni, al-
lorchè gli è stata infusa prima di accostarlo al piano deferente. Ora ve-
diamo che avvenir debba allorchè gli s’infonde stando già egli vicino o
meglio applicato al detto piano. Quando ho detto dal bel principio (32.) che
in tale stato egli ha molto maggiore
qui, ho detto e provato tutto: le applicazioni sono facili a farsi. Gioverà
non pertanto esemplificare un’ esperienza. Mi si dia una boccia di Leyden,
o un ampio conduttore elettrizzati a 1 sol grado di
Se io farò toccare l’una o l’altro al mio disco posato, è chiaro che gli co-
municheranno della loro elettricità a misura della sua
quant’egli può riceverne per comporsi con essi ad una
elettrica Ma la sua
solamente
per produrvi la data tensione 100 volte maggior dose di elettricità (33.),
quindi appunto ne avrà preso 100 volte più, che non avrebbe potuto pren-
derne stando isolato in aria. Quando dunque si leverà in alto a misura che al-
lontanandosi dal caro piano si ridurrà alla naturale sua angusta
la
mine di 50 gradi (nel supposto caso che la tensione fosse di 1/2 grado stando
il disco posato), quando cioè la sua atmosfera non facendosi più sentire al
detto piano, sarà cessata ogni maniera di
accidentaleÈ inutile il dire, che
calando di nuovo il disco verso il piano, si abbatterà di nuovo l’elettrometro,
a misura che l’
il primo fenomeno che contemplato abbiamo (38.), e che ne ha condotti alla
spiegazione di tutto il resto.
49. Soggiugnerò questo per ultimo schiarimento.
Succede al disco che
passa dallo stato d’isolamento solitario a quello di affacciarsi fin anche
a combaciare un piano convenientemente preparato, o da questo all’altro
stato, lo stesso che succede ad un conduttore compreso sotto angusta su-
perficie, che si dispieghi in una assai più ampia, e
l’esempio della catena ammucchiata e poi distesa, o dei cilindri ch’entrano
un nell’altro (35.)). Elettrizzato a un alto grado il conduttore quand’è avvolto
e impicciolito, se dopo viene a distendersi od allungarsi, decade in lui la
vien diradata. All’incontro elettrizzato debolmente quando è disteso e gode
della sua maggiore capacità, se dopo si avvolge e rappicciolisce, va egli acqui-
stando viemmaggior
condensata in una capacità minore. Così appunto il nostro disco se venga
elettrizzato quand’è
a misura ch’egli si affacia ad un altro piano non isolato; all’incontro elet-
trizzato debolissimamente quando è prossimo a questo piano o lo combacia,
vedrassi crescere in lui insignemente la
da quel piano. Si può dunque dire che l’elettricità viene qui pure in certo
modo
che s’impicciolisce: e quindi il nome di
parecchio. Certo se non può dirsi nel nostro caso condensata l’elettricità in
minore spazio, giacchè e massa e volume rimangono i medesimi nel disco
che adoperiamo, ella è però confinata in tal corpo di cui la
dissima che era è divenuta come che sia picciolissima.
50. Ora se una debole insensibile forza elettrica di una boccetta di Leyden
o di un conduttore appena un poco carichi applicata al disco giacente
può accumularvi tanto di elettricità, onde poi levato in alto dispieghi una
o del conduttore applicatavi egualmente? Non farà gran cosa di più, per
la ragione che tutta quell’elettricità ch’è superiore in forza alla piccola re-
sistenza che oppone la superficie del piano (46.), fia persa, trapassando in
esso (47.). Ad ogni modo se questo piano essendo convenientemente pre-
parato (11. 12. 22.), tale resistenza sia discreta, il disco non se ne staccherà
senza vibrare d’attorno dagli orli comunque ritondati fiocchi di luce, per
la strabocchevole copia di elettricità, di cui si troverà carico: e a tanto non
sarà neppur necessario che la boccetta che s’impiega a dargliela abbia assai
forte carica, bastando una mediocre, e meno che mediocre, tale che appena
giunga a dar scintilla.
51. Da tutto il fin qui detto s’intende facilmente, che se il disco po-
sato può prendere buona dose di elettricità da una boccia di LeydenNella mia memoria sulla capacità de’ conduttori semplici dimostro la grandissima
l’elettricità che s’infonde ad una superficie truova un gran compenso nell’elettricità con-
traria che prende la superficie opposta, ciò che produce la solita diminuzione di
Vi fo vedere come 16 pollici quadrati di
un conduttore di verghe inargentate lungo presso a 100 piedi, il quale ne ha una grandis-
sima, tal che le sue scintille producono la vera commozione in un grado abbastanza forte.
Ivi anche accenno come tutti i fenomeni della carica e della scarica degli strati isolanti,
dell’elettroforo, delle punte ec. possono dipendere dall’istessa azione delle atmosfere elet-
triche, combinata, per ciò che appartiene agli strati isolanti, con una certa non molto
grande resistenza che prova l’elettricità ad affiggersi alla superficie di questi egualmente che
a sortirne, e con quella incomparabilmente più grande e può dirsi insuperabile che la im-
pedisce di diffondersi attraversandone la spessezza. Intorno a che fin dal tempo in cui pub-
blicai la descrizione, e le principali sperienze del mio elettroforo, che fu nel 1775 (vegg.
Scelta d’0pusc. interes. di quell’anno
trattato che avrebbe per titolo:
derivano negli strati isolanti
un ampio conduttore, comechè debolissimamente animati, non lo può in
alcun modo da un conduttore poco capace (e come darebbe questi ciò che
non ha?) a meno che non si continui d’altra parte ad infondere a lui mede-
simo quella qualunque debole elettricità, a meno che la sorgente non con-
tinui per qualche tempo: il che ha luogo per esempio nel conduttore atmo-
sferico che bee l’elettricità insensibile dell’aria, e in quello malissimo isolato
d’una macchina ordinaria, il di cui giuoco vi mantiene una sì debole
sioneIn ambi questi casi abbiamo
osservato infatti (4. 25.) che vi vuol del tempo prima che il disco possa rac-
corre una dose sufficiente di elettricità.
52. Come un ampio conduttore trasmette la massima parte della sua
elettricità al nostro disco, il quale quantunque assai più picciolo, gode però
cidentale
quella che gli compete in istato solitario; e come levando in seguito esso
disco in alto, con che tolto ogni
naturale sua angusta capacità, quella stessa dose di elettricità presa al gran
conduttore, e che appunto per esser egli sì grande vi producea si debole ten-
sione, or ne produce una tanto più grande in cotesto disco; nell’istessa ma-
niera, e per l’egual ragione l’elettricità aumenterà una seconda volta di ten-
sione facendola passare dal disco già sollevato ad un altro giacente molto
più piccolo, da innalzarsi quindi similmente.
Il Sig. CAVALLO, a cui dietro le altre mie sperienze, suggerì quest’ar-
tificio, ha fatto tal picciolo disco d’una laminetta non più grande d’uno
scillino. E certo questo secondo
casi in cui l’elettricità non è sensibile ancora o dubbia col primo: come ce
ne hanno assicurato varie prove che facemmo insieme. Talora l’ordinario
disco toccato dal corpo, di cui si dubitava se avesse o no un principio
di elettricità, non movea ancora l’elettrometro sensibilissimo dell’istesso
Sig. CAVALLO; ma toccato con quel disco l’altro picciolino, questo facea
divergere sensibilmente le pallottoline dell’elettrometro. Eppure qualche
volta anche con questo non si otteneva nulla, o un’ombra solamente di elet-
tricità. Or se noi supponiamo la
tanto per l’intervento dei due condensatori, il che non è troppo, quanto mai
debole esser dovea originariamente nel corpo esaminato? Quando debole p. e.
quella che si eccita in un metallo strofinandolo colla mano nuda, giacchè
communicata al primo, e da questo al secondo picciolo disco, e finalmente
all’elettrometro, le palle appena fan cenno di scostarsi? Ma basta che fac-
ciano tanto per essere noi convinti, che l’elettricità non è nulla, e che il
metallo l’ha originariamente contratta per lo stropicciamento della mano.
Quanto mai eravam lontani da una simile scoperta pochi anni addietro
prima del nostro
VALLO. Quanti gradi di elettricità noi scopriamo adesso al disotto del più
picciolo d’allora?
APPENDICE
Ho detto al § 28. che mi è riuscito finalmente di ottenere segni di-
stintissimi di elettricità e dalla semplice evaporazione dell’acqua, e da
varie effervescenze chimiche. Essendo questo un fatto non meno interes-
sante che nuovo, stimo non inopportuno di far qui il racconto fedele delle
sperienze. Le prime dunque, come ivi accenno, sono state fatte a Parigi
Furono questi il Sig. LAVOISIER, e il Sig. DE LA PLACE.
Eglino concepiron
meco la speranza di un felice riuscimento quando ebbi loro mostrato gli
effetti del mio
guentemente il Sig. LAVOISIER ne ordinò un grande col piano di marmo
bianco. I primi tentativi da me fatti con questo in compagnia del Sig. DE
LA PLACE sull’evaporazione dell’acqua e dell’etere non furono coronati dal
successo; ma il tempo era cattivo, la stanza troppo picciola e ingombrata
di vapori, e l’apparato non troppo ben in ordine. All'incontro quelli che ri-
peterono l’istesso Sig. DE LA PLACE e Sig. LAVOISIER ad una campagna di
quest’ultimo ebbero buon riuscimento. La qual cosa c’invogliò a ripetere e
moltiplicar le sperienze, e il successo fu completo, avendo ottenuto segni
chiarissimi di elettricità dall’evaporazione dell’acqua, dalla semplice com-
bustione dei carboni, e dall’effervescenza delle limature di ferro nell’acido
vitriolico diluto. Ciò avvenne il giorno 13 Aprile e la maniera di far l’espe-
rienza fu questa: si isolò in un aperto giardino una gran lastra di metallo,
alla quale era attaccato un lungo filo di ferro che veniva a terminare in con-
tatto dello scudo o disco posato sul piano di marmo, e questo tenevasi
continuamente asciutto e caldo da alquanti carboni sottoposti. Ciò fatto
posimo su la detta lastra isolata alcuni scaldini ripieni di carboni mezzo
accesi, e lasciammo che la combustione ajutata da un gentil vento che spi-
rava andasse rinforzandosi per alcuni minuti: allora rimovendo lo scudo
dal contatto del filo metallico e quindi da quello del marmo con alzarlo al
consueto modo, vi comparvero i segni aspettati di elettricità, mentre acco-
stato al nuovo elettrometro del Sig. CAVALLO, fece che s’aprissero i due fili
colle pallottoline: esaminata questa elettricità si trovò essere Si
ripetè l’esperienza ponendo sulla lastra isolata invece dei scaldini quattro
vasi con entro limatura di ferro e acqua, quindi versando in tutti quattro
a un tempo abbastanza d’olio di vitriolo per far sorgere una furiosa effer-
vescenza: quando il più forte bollore cominciava a cadere, allora fu che
esplorato lo scudo non che movere i fili dell’elettrometro a qualche distanza,
ci diede una sensibile scintilla. Anche qui l’elettricità si riconobbe essere
Quanto furon vivi e distinti i segni elettrici con tal prova dell’ef-
fervescenza, altrettanto deboli ed equivoci riuscirono questa volta coll’eva-
porazione dell’acqua eccitata or con mettere delle casserole con entro acqua
a bollire sopra i scaldini portati come qui innanzi dalla lastra isolata, ora
con versar l’acqua in coteste casserole previamente ben riscaldate.
Pochi giorni dopo ripetemmo le sperienze in una grande stanza esten-
dendole alle altre effervescenze che producono l’aria fissa, e l’aria nitrosa,
con buon successo: l’evaporazione sola dell’acqua produsse segni debolis-
simi talchè ebbimo pena a determinare di quale specie fosse l’elettricità;
ed io giudico certamente, che sia stato un errore.
Ancor passati alcuni giorni si ritornò alle sperienze essendo di com-
pagnia anche il Sig. LE ROY membro esso pure dell’Accademia R.; ma nè
la combustione, nè l’evaporazione dell’acqua non ci dieder segni sensibili:
di che accagionammo l’esser l’aria umidissima per il tempo piovoso che fa-
ceva. Pur ne ottenemmo colla generazione dell’aria infiammabile nel mo-
mento della più viva effervescenza: e se l’elettricità non fu questa volta
così forte da scintillare, lo fu abbastanza perchè ne distinguessimo chiarissi-
mamente la specie, che era
Prima di lasciar Parigi (che fu il 23 Aprile) volendo io mostrare qualche
sperienza di questo genere ad un amatore di elettricità e valente macchi-
nista, il Sig. BILLAUM, una volta che mi trovai nel suo laboratorio, presi
una giara di vetro, e sospesala a un cordoncino di seta vi misi i materiali
per la produzione dell’aria infiammabile: avea fatto entrare nella giara me-
desima un filo di ferro in modo che toccasse la limatura e l’altro suo capo
sporgente venisse a comunicare coll’elettrometro sensibilissimo del Sig. CA-
VALLO. Quando l’effervescenza fu salita al sommo e la spuma sormontava
i labbri del vaso, le palle, scostandosi, dieder segno di elettricità; nè questa
fu così debole, che non potesse conoscersi esser
Le sperienze coll’evaporazione dell’acqua, che non avean troppo bene
corrisposto a Parigi, ebbero molto miglior successo a Londra, quando mi
suggerì l’espediente di gettare dell’acqua sopra i carboni accesi ch’erano in
un scaldino isolato. L’effumazione rapida che succede non manca mai di
elettrizzare lo scaldino
col solo elettrometro, e col condensatore, se è ben preparato, arriva a produr
scintille. Si trovarono presenti la prima volta a queste sperienze in casa
del Sig. BENNET grand’amatore di elettricità, il Sig. CAVALLO e il Sig. KIR-
WAN membri della S. R. e il Sig. WALKER lettore di fisica. Ci servimmo
per apparecchio condensatore d’un picciolo scudo d’elettroforo, e d’un piat-
tello di legno, che si trovò al giusto punto semicoibente, il che è raro quando
il legno non è inverniciato.
Un’altra volta in casa del Sig. CAVALLO riuscì l’esperienza isolando un
picciolo crogiuolo con entro due o tre carboni accesi e quindi versandovi
un cucchiajo d’acqua: un filo di ferro che toccava i carboni, ed estendevasi
fino all’elettrometro, vi portò sensibile elettricità e sempre
Queste sono le sperienze, che fino ad ora ho avuto occasione di fare
« Cioè fino al Maggio del 1782. Dopo tal tempo le ho replicate moltissime volte sempre con ». [
egual successo e molte persone le hanno vedute
sempre bisogno dell’apparecchio
in ordine, a nulla serve, e può nuocere anzichè giovare) per aver segni
non dubbi, il solo elettrometro sensibilissimo del Sig. CAVALLO avendoci ba-
stato più volte; convien però confessare che si fu quell’apparecchio che ci
mise sulla via di tali sperienze, e che col mezzo suo solamente potemmo
ottenere segni di una certa forza, e fin la scintilla elettrica. Io non dubito
che essendo ora rese così facili tali sperienze, non siano per essere e ripe-
tute e promosse. Il campo è solamente aperto, e molto resta ancora a fare.
Se i corpi risolvendosi in vapori o in un fluido elastico si caricano di fuoco
elettrico a spese degl’altri corpi, e gli elettrizzano per conseguenza
vamente
ranno essi di deporre questo carico, e non produrranno conseguentemente
segni di elettricità Ecco ciò che merita singolarmente d’essere ve-
rificato coll’esperienza. Io ho già immaginato diversi modi di tentare la cosa
che metterò alla prova tosto che ne abbia il commodo. Intanto mi sia qui
permesso di dar corso per un momento all’idee che volgo in mente intorno
all’elettricità: atmosferica.
Le sperienze fatte fin quì, e che abbiamo riferite, benchè non sian
molte, tutte però concorrono a mostrarci che i vapori dell’acqua, e general-
mente le parti d’ogni corpo, che si staccano volatilizzandosi, portano via
seco una quantità di fluido elettrico a spese dei corpi fissi che rimangono,
elettrizzandoli con ciò
quantità di fuoco elementare, con ciò raffreddandoli. Quindi volli inferire
che i corpi risolvendosi in vapori, o prendendo l’abito aereo, acquistino
una maggiore capacità rispetto al fluido elettrico, giusto come l’acquistano
maggiore rispetto al fuoco comune o fluido calorifico. Chi non sarà colpito
da così bella analogia, per cui l’elettricità porta del lume alla novella dot-
trina del calore, e ne riceve a vicenda? Parlo della dottrina del calor
tente
pende loro scoperte han gettato i semi, e che è stata ultimamente tanto
promossa dal D.
Seguendo questa analogia siccome i vapori allorchè si condensano e
ritornano in acqua, e conseguentemente alla primiera più angusta capacità,
perdono il lor calore
appropriato volatilizzandosi; così pure daran fuori il fluido elettrico dive-
nuto ora ridondante. Ed ecco come nasce l’elettricità di eccesso, che domina
sempre più o meno nell’aria anche serena, a quell’altezza che i vapori co-
minciano a condensarsi; la quale è più sensibile nelle nebbie, ove quelli si
condensano maggiormente, e già si figurano in goccie; e infino fortissima lad-
dove le folte nebbie si agglomerano in nubi. Fin quì l’elettricità dell’atmo-
Ma formata che sia una nube potentemente elet-
trica in più, ella avrà una sfera di attività intorno ad essa, nella quale se
avviene ch’entri un’altra nube, allora giusta le note leggi delle atmosfere,
gran parte del fluido elettrico di questa seconda nube si ritirerà verso l’estre-
mità più lontana dalla prima, e potrà anche sortirne ove incontri o altra
nube, o vapori, o prominenze terrestri che lo possan ricevere: ed ecco una
nube elettrizzata
l’influsso della propria atmosfera l’elettricità
questa maniera s’intende benissimo come si possano avere sovente ne’ con-
duttori atmosferici segni di elettricità
come ne’ temporali specialmente, ove molte nubi si veggono pensili, e stac-
cate vergere al basso, e or ondeggiare per qualche tempo, ora scorrere le
une sotto le altre, or trasportarsi rapidamente, l’elettricità cambj più volte,
e spesso a un tratto da
Or anche non fia più stupore che le eruzioni de’ vulcani, siano state
sovente accompagnate da fulmini: in ispecie quella. . . accompagnate da fulmini
in ispecie. Quella... ».
Commissione
Vesuvio dell’anno 1779, in cui infinite saette si son vedute guizzare entro
gl’immensi globi di fumo eruttati. Le poche sperienze fatte mi han dato a
vedere che la quantità di elettricità prodotta dalle effumazioni, dipenda molto
e dalla copia dei fumi che s’alzano e singolarmente dalla rapidità. Or quale
e quanta non dee essere l’elettricità in simili eruzioni?